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Il Fantasy dei cliché

Il Fantasy dei cliché

Ho deciso di scrivere questo post dopo aver letto “Tropi e cliché del fantasy” nel blog di Salomon Xeno. Credo che anziché parlare dei cliché del Fantasy si debba parlare proprio del fantasy dei cliché, come a indicare una moda comune di identificare il genere con precisi elementi, senza i quali non esiste Fantasy.

Sono questi elementi che mi hanno fatto allontanare dal genere, o meglio dalla maggior parte dei romanzi di questo genere narrativo. A me più che di Fantasy piace scrivere e leggere di Fantastico, includendo in questo macrogenere letterario tutto ciò che si discosta dalla realtà quotidiana.

Dopo aver letto lo splendido saggio Il mattino dei maghi di Pauwels e Bergier ho capito che il mio genere preferito è il realismo fantastico, un fantastico che parte quindi dalla realtà quotidiana, che può nascere sì da un mondo inventato, ma reale. Un fantastico che riscopre le origini dell’uomo, che si sviluppa dal folclore e dai miti delle popolazioni, che esplora i misteri del pianeta.

I cliché del Fantasy

  • Il mago onnipresente: può cambiare nome, abiti, poteri, ma c’è sempre un uomo dotato di conoscenza e poteri magici che consiglia, conduce, convince.
  • Il talismano vincente: un anello, una spada, un’arma qualsiasi, un libro, c’è sempre un oggetto da cercare, recuperare, portare altrove, usare per sconfiggere il Male.
  • Il nemico oscuro: veste abiti neri, usa simboli di morte, abita a Nord o in una torre o comunque in una terra malefica e vuole prendere il controllo del mondo.
  • L’eroe suo malgrado: è uno di noi, meglio se un ragazzo, un puro di cuore e di spirito. Non ha alcuna abilità, ma accetta la sfida e vincerà.
  • Le creature fantastiche: che siano draghi, unicorni o altre creature inventate dallo scrittore, c’è sempre qualche bestia pronta a ostacolare l’avanzata dei buoni e qualche altra pronta ad aiutarli.
  • Lo svantaggio del buono: chi difende la libertà e la giustizia è sempre inferiore per numero di combattenti e armi e poteri rispetto al Male.
  • La vincita del Bene: alla fine, però, dopo tante traversie, il Bene riesce a sconfiggere le forze del Male.

Quale trama per un Fantasy di cliché?

Mi chiedo quanto possano variare le trame delle storie quando si introducono elementi così abusati e conosciuti. Non c’è una sensazione di già visto? Non è un continuo voler emulare, copiare altri scrittori? O perfino sperare in un successo che segua la scia di quello altrui?

Le voci fuori dal coro nel Fantasy

Non ho più seguito molto questo genere narrativo, ma posso segnalare due autori che hanno ridato vita al Fantastico, uno americano e uno italiano. Si tratta di George R.R. Martin e Riccardo Coltri.

George R.R. Martin

Divenuto molto famoso per la saga Le cronache del ghiaccio e del fuoco, un fantasy fuori dai soliti schemi. Potrei anzi definirli romanzi storici i suoi libri, ambientati in un mondo immaginario. Tutto è riprodotto così fedelmente del periodo medievale che sembra quasi di viverci dentro.

Ci sono pur sempre i draghi nelle sue storie e poteri in gioco, ma tutto è dosato in modo tale da offrire al lettore una novità nel panorama fantastico. Scrivere altre opere su questa scia significherebbe copiare di sana pianta l’idea di Martin.

Riccardo Coltri

Due sono i romanzi in cui ha dato il meglio di sé, un horror e un fantasy, entrambi ambientati nel Regno d’Italia. Il suo Zeferina è una riscoperta della mitologia italiana, con creature fantastiche mai sentite o quasi.

Un’innovazione nel genere, una storia originale in cui convivono perfettamente streghe, creature fatate e fucili. Potremmo definirlo un realismo fantastico?

Quale futuro per il Fantasy?

È trascorso molto tempo da quando avevo proposto il mio articolo “Il futuro del fantasy”, in cui mi chiedevo appunto cosa proporre di nuovo e speravo in una ricerca delle nostre radici storiche e mitologiche da sfruttare per creare storie nuove e originali.

È davvero così, adesso? Cosa propone il Fantasy odierno, sia italiano sia al di fuori dei nostri confini? Quale storia fantasy amate leggere con più piacere?

34 Commenti

  1. Lucia Donati
    27 agosto 2013 alle 09:48 Rispondi

    Sì, i soliti elementi che caratterizzano il fantasy, così come gli elementi fissi che caratterizzano i vari generi, dànno l’impressione di déja vu. Ma tu puoi sempre inventare qualcosa di nuovo. Puoi rompere gli schemi. Se a te piace il realismo fantastico, puoi partire da questa tua preferenza e inventare particolari nuovi, o addirittura, stravolgerne alcune caratteristiche.

  2. Alessandro Madeddu
    27 agosto 2013 alle 10:08 Rispondi

    Temo di essermi fermato con il primo che ho letto, lo Hobbit. Con il Signore degli Anelli ho avuto la reazione Luttazzi: a pagina 80 ho sbottato “Basta descrivere questo pomello!”

    Idiozie a parte, la ripetitività credo sia dovuta anche al desiderio di sfruttare la nicchia. Squadra che vince non si cambia – vale per il calcio, per il fantasy, e per tutte le altre etichette. I romanzi di vampiri, i romanzi di lupi mannari, i paranormal romance non sono forse tutti uguali?

    Poi quando il pubblico si stanca – o si pensa che si sia stancato – allora si cerca una nuova vena da scavare, per inondare il mercato di libri fotocopia.

  3. Salomon Xeno
    27 agosto 2013 alle 12:00 Rispondi

    Mi piace la tua definizione di “il Fantasy dei cliché”. Tristemente vero, anche se si potessero scrivere storie diverse è chiaro che molto spesso c’è l’impressione di stanca, che tutti stiano sostanzialmente riscrivendo Tolkien. Anch’io ho apprezzato molto Zeferina per questo. O magari Mari Stregati di Tim Powers, una storia di pirati dove però intervengono la magia caraibica e gli spiriti. Insomma, la cosa assurda è che il Fantasy ha potenzialità molto più ampie di quanto uno trova in libreria. Ed è grave, perché quando consigliavo a un collega Godbreaker di Luca Tarenzi, questi ha ammesso di non essere a conoscenza di un Fantasy diverso da Tolken, anche se l’Urban Fantasy, nello specifico, esiste dagli anni ’80.

    • Daniele Imperi
      28 agosto 2013 alle 13:02 Rispondi

      Le potenzialità ci sono, hai ragione, non per niente si chiama Fantasy…

  4. PaGiuse
    27 agosto 2013 alle 12:10 Rispondi

    Ciao Daniele.
    Come scrissi tempo fa in un commento, il Fantasy non è uno stile a me molto congeniale, ma non per questo lo disprezzo.
    Ho letto il “Signore degli Anelli” e mi è piaciuto tantissimo, poiché al di là della storia, sono rimasto affascinato dal modo in cui scrive Tolkien. E’ vero che per poter apprezzare pienamente la sua scrittura bisognerebbe leggere i suoi libri in lingua originale. Per compensare con questa cosa, cominciai a leggere lo “Hobbit Annotato” (che al momento ho interrotto), dove è possibile “respirare” l’aria che tirava nella dimensione Tolkien: vale a dire che si comprende la sua formazione di filologo e le sue annotazioni sono una continua ed ossessiva ricerca di stile. E penso che questo sia uno dei motivi per il quale Tolkien vada letto a prescindere dal genere prediletto: è un cesellatore della parola, prima di essere un narratore.
    Non conosco il panorama del Fantasy in Italia e nel mondo, però azzardo un’ipotesi: la scrittura è un mezzo di comunicazione che per stare al passo con i tempi, deve essere continuamente ricercata (nel senso di ricerca scientifica).
    Questa ricerca, permette la definizione di uno stile: lo stile rende il prodotto unico.
    Il prodotto unico è sempre quello più accattivante.
    Che ne pensi?
    Probabilmente il mio commento non è pertinente con quello che hai scritto, però leggendo il tuo post, mi è venuto in mente un’affresco Medievale che apparentemente c’entra poco o nulla con quello che hai scritto.. Per questo ti devo anche ringraziare perché mi hai dato l’ispirazione giusta per scrivere qualcosa sull’argomento! :D
    Buona giornata! ;)

    • Daniele Imperi
      28 agosto 2013 alle 13:07 Rispondi

      Il tuo commento è pertinente, invece. E concordo sulla ricerca scientifica. Aspetto il tuo post allora :)

  5. Moonshade
    27 agosto 2013 alle 16:37 Rispondi

    Awh! Rispondo perchè il fantasy mi piace molto come genere, in cui cerco di barcamenarmi… Il problema principale della maggior parte dei fantasy che troviamo in libreria è che la stragrande maggioranza prende il modello “Tolkien” cercando di ricalcarlo senza sapere perché: Tolkien era fondamentalmente un tuttologo della mitologia norrena e linguista, quindi non ha fatto altro che riversare quello che lui sapeva {e amava} creando un mondo credibile. Per questo dopo cinquant’anni abbiamo ancora libri che vedono un protagonista squinternato che vive in una campagna fiorente, incontra un mago, inizia un’avventura contro un signore oscuro, si muove su calessi e si veste con un camiciotto più o meno medieval style ed un uso della magia come Risolutore Massimo. Facendo così si accantonano tutte le potenzialità di un genere basato sulla totale libertà di crearti un mondo {a differenza della fantascienza, che le spiegazioni sono di matrice scientifica, nel fantasy dovrebbe essere “energia/magia/ qualcosa che i protagonisti considerano tale” senza necessariamente scombinare ‘maghi’ e senza sacrificare la logica}, generando quindi un vortice di noia nel lettore che dopo uno, due, cinque testi ha capito il ‘trucco’.
    La Kerr, e più modernamente Martin, si discostano da questo modello perché hanno fatto un uso ragionato delle proprie fonti per poter ricreare un mondo credibile (la Kerr basato sui celti irlandesi, mentre le Cronache di Martin sono diventate un fantasy dopo un approccio alla guerra delle due Rose).
    Il secondo problema base è che, cito testualmente da una delle ultime fiere… “conosci Tolkien? Ecco, noi vogliamo qualcosa come quello perché vende dippiù.” Sono pochissimi i libri di ambient “fantasy” che riescono ad emergere per originalità {anche perché, sbadatamente, il fantasy in Italia è considerato ‘da bambini’}: infatti non vedremo mai una società simil elfi che vive in un pianeta completamente sommerso da acque salate, perché sarebbe troppo complicato farsi spiegare da un biologo come funzionano pressione, correnti e differenziazione della vita nei fondali, per esempio. Meglio scrivere che stanno sempre nei boschi a tirar con arco e freccia e a forgiar armi in metallo di non ben precisata provenienza, perché tutti conoscono gli Elfi alla Tolkien.

    • Daniele Imperi
      28 agosto 2013 alle 14:42 Rispondi

      Hai ragione. È troppo facile scrivere del già visto piuttosto che documentarsi e creare un mondo proprio mai incontrato da altri.

  6. Giuliana
    27 agosto 2013 alle 23:53 Rispondi

    Non è semplice uscire dal coro, perché scrivendo è facile venire inglobati dai cliché del genere, senza nemmeno accorgersene. Ad esempio, io sto lavorando su un pezzo fantasy che ritenevo abbastanza originale – prima di leggere questo articolo ;)
    Ora, spulciando la tua lista di cliché, mi rendo conto che già 4 di essi sono riusciti a infilarsi tra le pagine, a mia insaputa: il mago onnipresente, il talismano, l’eroe suo malgrado e la vincita del Bene. Non credo di poter fare nulla per quanto riguarda l’eroe suo malgrado e la vincita del Bene (santo cielo, vogliamo far trionfare il male?…), però potrei lavorare sugli altri due ed evitare come la peste i rimanenti tre.
    Probabilmente il fatto di sguazzare spesso nel genere e di entrare dunque a contatto con i luoghi comuni che quasi ogni libro propone, spinge inconsciamente ad utilizzarli quando poi si scrive. Forse, come suggerisci tu, una buona idea può essere quella di leggere libri che escono un po’ dalla righe, per capire come riuscire a farlo a propria volta.
    Concordo con chi dice che lavorando sullo stile ci si può differenziare; penso che anche creare dei personaggi particolari e innovativi aiuti. Ma poi, alla base di tutto, c’è comunque la storia. Che non deve sapere di già letto.

    • Daniele Imperi
      28 agosto 2013 alle 15:01 Rispondi

      Insomma ti ho sconvolto il romanzo :D

      Penso che letture fuori dagli schemi aiutino molto.

  7. Romina Tamerici
    28 agosto 2013 alle 02:20 Rispondi

    Forse bisogna accettare che esistano elementi ricorrenti e usarli in modo innovativo (come se fosse facile!). Dopotutto anche le funzioni di Propp per le fiabe non si discostano molto da questo discorso…
    Bel post e bel tema.

  8. Marcello
    28 agosto 2013 alle 16:43 Rispondi

    Sono felice che tu abbia fatto saltare fuori il nome di Coltri. E’ un bravo scrittore. Io lo conosco (per caso) ancora prima di Zefirina, quando se n’era uscito fuori su un blog (non ricordo quale) col racconto “Il Salotto del Doge”, racconto che conservo ancora gelosamente e che gli ho già chiesto di poter pubblicare.
    Fino ad ora mi ha detto sempre “aspetta” (gliel’ho chiesto due volte). Io aspetto :)

    Per quanto riguarda il fantasy, io per cercare di dargli nuova vita, proverei a rivisitare l’epoca di quando fantascienza e fantasy non erano separati e si sfociava in un genere e nell’altro senza problemi, senza maghi, senza signori oscuri né min***ate del genere.

    Anzi, appena ho tempo lo faccio.
    Ah, prova a leggere “Il Fantasma di Idalca” di Vlad Sandrini!

    Saludos!

  9. Francesca
    27 settembre 2013 alle 01:39 Rispondi

    Discorso ampio: secondo me il concetto di fantasy, o dello stesso “genere letterario”, è insidioso, anche pericoloso: è legittimo e accettabile solo nella sua versione più blanda, come semplice strumento dai contorni sfumati per orientarsi nella narrativa; ma quando si trasforma in una “gabbia ontologica” a cui tutte le opere che gli fluttuano attorno devono adattarsi “pena scomunica”, strozza e uccide la capacità creativa. Se trattato in questo modo, alla lunga un genere letterario si uccide da solo. Vedo molti autori che si auto-ingabbiano (e tentano di ingabbiare il prossimo): “no questo non è fantasy, è new weird, no non è new weird, è realismo magico con una punta di science fantasy”. Come se il cielo si fosse aperto e il Signore avesse consegnato a qualcuno le Tavole della legge fantasy. E nemmeno si accorgono che ci sono sempre i soliti cinque topos letterari che girano.
    Qui si è parlato di Martin. Non lo amo, ma non si può dire che non abbia trovato la sua strada. Se dovessi tirar fuori una voce italiana, parlerei dell’Isola dei Liombruni, di De Feo, che ho trovato sullo scaffale dei ragazzi (no, per carità) ed è diventato nel giro di una settimana uno dei miei libri preferiti. Un misto tra Peter Pan, l’Iliade e il Signore delle Mosche. Potente, drammatico, pieno di energia. Ovviamente si sono affannati a dargli un genere: “gotico mediterraneo”. Io dico che De Feo mentre scriveva non pensava ad alcun genere, ma al battito del cuore nelle sue mani, ed i risultati si vedono. E penso che mentre scriviamo dovremmo fare così anche noi.

    • Daniele Imperi
      27 settembre 2013 alle 07:40 Rispondi

      Infatti è quello che ho sempre fatto quando ho scritto: pensare alla storia e non al genere narrativo.

      • Francesca
        1 ottobre 2013 alle 11:58 Rispondi

        Anche io ;) che tutto sommato sforno sempre storie pseudo-fantasy-fantastico-fantascientifiche.

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  15. Ubas
    12 settembre 2014 alle 11:59 Rispondi

    Bell articolo.. È per questo che adoro autori come sanderson e Co, perché si discostanodai canoni classici visti e rivisti…

    • Daniele Imperi
      12 settembre 2014 alle 12:02 Rispondi

      Ciao Ubas, grazie e benvenuto nel blog.

      Ho la Via dei re di Sanderson, ma ancora non mi decido a leggerlo. Lo hai letto?

  16. Daniela
    14 settembre 2014 alle 15:40 Rispondi

    Credo che i clichè ci siano in tutti i generi, come quando uno legge un poliziesco c’è sempre l’assassino, o il serial killer, e il poliziotto/a che lo cerca, magari divorziato/a o con una vita personale pessima ma bravissimo/a nel suo lavoro.
    E’ proprio per questo che i libri, così come i film sono divisi in generi: nel thriller/poliziesco trovi certe cose, nel fantasy altre, nel romanzo d’amore altre ancora. Poi ognuno apporta le proprie modifiche.
    Io nei fantasy amo la magia, un po’ meno creature strane tipo i draghi (nella trilogia che ho scritto io non ne ho messi infatti), se si parlasse di miti e folclore sarebbe più un romanzo storico, no?

  17. Antonio Di Rienzo
    7 ottobre 2014 alle 02:30 Rispondi

    Vorrei fare una provocazione. E se in un fantasy vincesse il male? Come la prendereste?
    Grazie
    Antonio

    • Daniele Imperi
      7 ottobre 2014 alle 08:07 Rispondi

      Sarebbe un fantasy originale, no?

    • Francesca
      7 ottobre 2014 alle 12:16 Rispondi

      Se tutto avviene in maniera credibile e organica rispetto all’insieme della storia, e non per il gusto puro della trasgressione rispetto al canone, perchè no!

  18. Antonio Di Rienzo
    8 ottobre 2014 alle 02:17 Rispondi

    Si sono convinto che potrebbe essere una cosa originale. Io sarei pronto a leggere una cosa del genere.

    • Daniele Imperi
      8 ottobre 2014 alle 08:04 Rispondi

      Fantasy e horror appartengono alla grande famiglia del Fantastico e l’horror, come sappiamo, finisce sempre con la vittoria del Male. Dunque, perché non far prevalere il Male anche nel Fantastico?

      Rifletterò su questo aspetto e magari ne parlerò in un prossimo post.

  19. Mauro Gianni Roberto Bedendi
    5 maggio 2016 alle 00:02 Rispondi

    In un certo senso il fantasy (quello di massa intendo, ovviamente) non è altri che una scopiazzatura della grandiosa opera di J. R. R. Tolkien, il quale, secondo me, non andrebbe nemmeno annoverato fra gli autori di questo genere, ma fra quelli della letteratura universale, senza etichette di sorta. Tolkien ha raccontato sì un mondo fantastico, ma l’ha caricato di significati di ogni tipo (dal filosofico, al religioso e a mio avviso anche al politico), talmente profondi che ancora oggi non sono stati del tutto decifrati (ma si potrà mai decifrare appieno un’opera d’arte, dopotutto?). Il suo è un modo di descrivere, celato sotto la maschera di un mondo fantastico, pregi e difetti, bellezze e brutture del mondo reale (ed ecco perché non è alla portata di tutti ma solo di chi, come me, ama i “mattoni”… non a caso il mio autore preferito, al pari se non più di Tolkien, è Victor Hugo). Dopo aver letto Tolkien mi sento come se avessi appena finito di leggere Platone. Ciò che è venuto dopo è frutto solo di un “manierismo” di cattivo gusto, in parte anche schiavo del commercio, che finisce per produrre (in serie, come nelle industrie… non a caso il tema della fabbrica come “mostro alienante” era radicato in Tolkien) libercoli che non solo non trasmettono nulla, ma addirittura lasciano un senso di vuoto dopo averli terminati (o almeno così mi è capitato qualche volta). Confesso di essere un aspirante autore che spera di poter essere annoverato un giorno fra coloro che hanno finalmente creato qualcosa di (non pretendo innovativo, ma almeno) “diverso”, dato che mi sto impegnando davvero nel deviare dai cliché, oppure nell’utilizzarli sì, ma in senso satiresco e parodistico.

    • Daniele Imperi
      5 maggio 2016 alle 10:24 Rispondi

      Ciao Mauro, benvenuto nel blog. Tolkien ha lanciato un genere, quindi penso sia normale che tutti quelli che si rifanno a quel genere diano la sensazione di aver copiato. Ma allora è così anche con l’horror e gli altri generi.

  20. Alessandro
    6 ottobre 2016 alle 16:05 Rispondi

    Pensando appunto a Tolkien se a capo di una compagnia, ci fosse un vero uomo un duro che combatte in prima linea, e non uno che deve farsi costantemente parare il c**o se no non sopravvive alla giornata,

    C’era una situazione simile in un mio romanzo, il mio protagonista era a capo di una compagnia come Frodo (solo per breve tempo), ma a differenza sua era lui a combattere per proteggere gli altri membri e talvolta era diventato mentore addestrando futuri soldati (non spartani essendo fuori dalla Grecia)

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