Dare più vita ai dialoghi

Dare più vita ai dialoghi
Stai scrivendo dialoghi scorrevoli e dinamici?

Credo che i dialoghi siano uno degli elementi della storia che più dà problemi allo scrittore, che mette in difficoltà parecchi autori alle prime armi. Tempo fa ero convinto anch’io che scrivere i dialoghi fosse difficile, forse perché non avevo mai iniziato a farlo sul serio.

Eppure adesso sono la parte della storia che meno mi preoccupa, tanto che spesso tendo a scriverne troppi, mentre in realtà amo le storie che ne hanno pochi. Prima o poi vorrei cimentarmi nella scrittura di un dramma, l’idea è già nella testa, e lì non avrò problemi a mettere a freno il torrente di parlato che sembra venirmi così naturale.

Quello che penso è che un dialogo è sì una parte statica all’interno della nostra storia, ma rappresenta ugualmente un certo dinamismo, se non nei gesti, nella comunicazione. I personaggi non stanno soltanto comunicando fra loro, ma sono uno strumento dello scrittore per comunicare con noi lettori.

I dialoghi del mondo reale

Noi abbiamo una grande fortuna quando scriviamo i dialoghi di una storia: possiamo “osservarli” direttamente sul campo, cosa che ci è impossibile nella descrizione di un omicidio, di una battaglia medievale, di guerre stellari, di conquiste di troni e talismani. E non è la stessa cosa poter osservare tutto questo in un film, perché è finzione che suggerisce altra finzione.

Il mondo reale, però, non è finzione e i dialoghi sono appunto reali. Ma cosa prendere del dialogo vero, di quello che ogni giorno sentiamo con le nostre orecchie e cosa, invece, bisognerebbe tralasciare?

Particolarità del linguaggio reale

Sappiamo tutti come parliamo. Assumiamo “linguaggi” differenti in funzione dei nostri interlocutori. Non ditemi che coi vostri amici parlate alla stessa maniera di come parlereste a un colloquio di lavoro o a un esame universitario, ecc. Siamo essere umani, noi, non siamo né politici né ricconi né nobili.

  • Noi tendiamo a interrompere il nostro interlocutore: il dialogo si spezza, si divide, apre parentesi e viene dirottato altrove, verso altri pensieri e concetti, prima di ritornare sui suoi passi.
  • Noi prendiamo in giro e facciamo battute: fa parte di noi – di me, poi, è quasi la parte prevaricante – scherzare con gli amici, fare del sarcasmo, dell’umorismo spiccio.
  • Noi tentenniamo ad alta voce: quando parliamo, siamo uno di fronte all’altro. Se ci fanno una domanda, non ce ne stiamo imbambolati per 3 minuti con lo sguardo perso nel vuoto – a meno che non si tratti di una mia interrogazione scolastica: i minuti erano davvero tanti in quelle occasioni – ma cerchiamo di ragionare a voce sulla risposta da dare.
  • Noi tendiamo a ripetere: se ci fanno una domanda, spesso ci viene normale ripeterla, come se la risposta ci spaventasse. “Dove sei stato oggi?”, ci chiede nostra moglie, sospettando che il lavoro sia una scusa per mascherare una birra cogli amici. “Dove sono stato oggi?”, rispondiamo noi, con tono a metà fra l’innocenza e l’incredulità, ma con un pizzico di risentimento, anche.

Queste sono le prime particolarità del linguaggio reale che mi vengono in mente e che rendono, secondo me, un dialogo naturale e credibile.

Non imitare al 100% i dialoghi reali

Questo non significa che dobbiamo riportare per intero un dialogo come davvero lo abbiamo sentito. Ricordiamoci che stiamo scrivendo una storia, magari da vendere, quindi credo che alcuni tagli siano d’obbligo, specialmente nei casi in cui il narrato può benissimo sostituire il parlato.

Il dialogo come flusso di pensieri

Botta e risposta, niente di più naturale, no? Il dialogo non va costruito, non almeno nel senso stretto del termine. Deve essere visto come un flusso di pensieri, una corrente di parole che proviene direttamente dal personaggio. Lo scrittore deve immedesimarsi in quel personaggio, sapere come la pensa e come potrà rispondere.

Difficile, certo, specialmente se si tratta di un personaggio di sesso opposto al nostro o se troppo distante da noi dal punto di vista sociale o generazionale.

Considerare il contesto storico e sociale

Non abbiamo parlato sempre alla stessa maniera nel corso della storia. Ogni epoca ha avuto il suo linguaggio. Non dico, ovviamente, che dobbiamo scrivere in latino o in volgare, ma che comunque dobbiamo considerare che nel 1500 non possiamo far parlare un personaggio come un adolescente di oggi.

Scrivere dialoghi puliti

Limare, accorciare il più possibile un dialogo. Stiamo scrivendo una storia, dobbiamo essere credibili e questo ci fa onore, ma dobbiamo intrattenere il lettore, non annoiarlo con frasi inutili, con eccessivi colloquialismi o altri elementi del parlato che possano risultare artificiosi o persino esagerati.

La regina della notte di Oreste Pi

Ho chiesto a Oreste di poter massacrare un dialogo di un suo racconto. Oreste scrive racconti brevi nel suo blog Cronache di una sbronza. Ecco un dialogo apparso nella storia La regina della notte.

“Cosa stavamo dicendo? Ah si l’incidente e la voglia di spaccare il mondo. A proposito di spaccare, dovevi vedere che sventola mi sono schiacciato l’altra notte. Al locale dove ci siamo incontrati abbiamo bevuto parecchio eh! Poi voleva darmela, cosa facevo, rifiutavo? Sono una persona educata! Ahahahahahah.”

Il parlato è qui troppo lungo, secondo me. Dopo la prima frase avrei inserito un “chiese” per spezzare un po’. Nel secondo periodo, oltre alla svista di un accento mancante, ci volevano due virgole. Il terzo è colloquiale al punto giusto, anche se avrei accorciato “A proposito di spaccare” in un più semplice “A proposito”.

Quello successivo crea uno stacco troppo marcato. Io lo unirei al seguente, facendo capire chiaramente che il personaggio ha conosciuto la ragazza in un locale e hanno bevuto parecchio. Per esempio qualcosa come “L’ho conosciuta in un locale, ci siamo scolati diversi bicchieri e alla fine voleva darmela” oppure “L’ho conosciuta al Roxy Bar e dopo un bel po’ di bicchieri ha voluto darmela”.

Il “cosa facevo, rifiutavo?” può essere inserito a parte. Eliminerei la risata esplicita rendendola narrata.

“Ah ah ah ah ah.”

Idem come sopra.

“Mors ascolta, passa di qui stasera, non sul presto; facciamo prima di mezzanotte ok?”

Anche questa parte può essere limata e resa più discorsiva. Da ricordare che dopo i nomi, quando esortativi, ci vuole una virgola, così come prima dei vari “ok”.

“Ci sto Jerez, passerò circa a metà dell’ultima clessidra di questa giornata.”

L’espressione fa certamente parte del personaggio, anche se comunque appare troppo forzata.

Queste sono ovviamente mie impressioni da lettore, non sono un editor. Ringrazio comunque Oreste che si è prestato a questa operazione di pubblica critica.

Ho trovato interessante la lettura di un post di Marco Freccero sulle qualità di un buon dialogo. Leggetelo, perché contiene spunti interessanti.

Come animate i vostri dialoghi?

Che pensate delle idee sul dinamismo dei dialoghi? Come avreste riscritto il dialogo della storia di Oreste?

Categoria postPublicato in Scrittura - Data post26 novembre 2013 - Commenti18 commenti

DanieleDaniele Imperi

Sono blogger e web writer e scrivo e leggo ogni giorno. Oltre a Penna blu, ho creato e gestisco i siti su Cormac McCarthy e Edgar Allan Poe. Leggi di più nella mia biografia.

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Commenti
  • Oreste 26 novembre 2013 at 09:14

    Grande Daniele! Grazie mille per avermi preso come esempio, una critica costruttiva è sempre utile; poi se non siamo capaci di capirle il problema è un altro.
    Come sai mi sono avvicinato da poco al mondo della scrittura e naturalmente l’esperienza arriva dopo tanta pratica, e molte critiche. Se tutti dicono che “sei ok”, ti convinci di ciò, quindi continuerai a sbagliare.
    “La Regina della Notte”, tra tutti i racconti che ho pubblicato, è quello che ha avuto maggiori feedback.
    A molti lettori è piaciuta l’idea, ma non il dialogo, ad altri quello che li ha colpiti maggiormente è proprio il dialogo in se.
    Io volevo dare la sensazione di realtà del dialogo, quindi riportarlo con la cadenza e lo “slang” tipico di uno sbruffone.
    Sinceramente io non ho la tua esperienza, quindi farò sicuramente tesoro di ciò che mi segnali per cercare di migliorare.
    Ora scendo al Bar a far colazione, non ho ancora bevuto il mio caffè corretto, con Sambuca liscia a parte.
    GRAZIE! ;)

    • Daniele Imperi 26 novembre 2013 at 14:01

      Grazie a te per esserti prestato alla critica :)

      Avevo capito che volevi rendere la realtà del dialogo, ma nonostante questo a me è sembrato un po’ forzato. Le mie, ovvio, sono solo impressioni.

  • Salvatore 26 novembre 2013 at 10:59

    Concordo su tutto.

    La difficoltà nei dialoghi degli scrittori alle prime armi è che ci si concentra troppo nella loro costruzione, rendendoli meccanici e fasulli, oppure si cerca di imitare pedissequamente il parlato reale, rendendoli insulsi, ripetitivi, noiosi.

    Dici bene quando sostieni che i dialoghi dovrebbero essere un flusso continuo di pensieri. Infatti questo sono: il flusso dei pensieri che vorremmo dire nella realtà, ma che non diciamo. Essi non devono imitare il parlato reale, ma devono sembrare un parlato reale.

    Infine, naturalmente, devono essere adeguati al personaggio che parla e all’ambinete descritto nel romanzo; tuttavia sono da evitare i dialetti. Come rendere allora l’idea del parlato dialettale? Scrivendo i dialoghi in italiano e inserendo solo quando strettamente funzionale delle espressioni dialettali che rendano al lettore l’idea dell’ambiente popolare e del personaggio.

    Comunque con l’esperienza e i tentativi scrivere dialoghi diventa naturale. I dialoghi sono anche la forza motrice di una storia perché le danno dinamismo e possono essere sfruttati dal narratore per “spiegare” cose o situazioni difficili da narrare. Naturalmente il pericolo di usare i dialoghi come dei “professori davanti agli studenti” è sempre in agguato: da evitare assolutamente!

    Bel post.

    • Daniele Imperi 26 novembre 2013 at 14:04

      Grazie Salvatore. Sul dialetto mi trovi d’accordo, se scrivessimo davvero in un dialetto stretto nessuno capirebbe. Quindi va bene inserire dei vocaboli e rendere il dialogo molto semplice, adeguato al livello culturale del personaggio.

  • CervelloBacato 26 novembre 2013 at 11:23

    Sti tuoi articoletti sono sempre ben accolti. Anche questo, stellino e conservo per quando starò perdendomi a dialogheggiare ;)

  • Marco 26 novembre 2013 at 13:23

    Grazie! :)

  • Luciano Dal Pont 26 novembre 2013 at 14:06

    Il sistema ha cancellato le parti dialogate, evidentemente non riconoscendo i sergenti. Ora te lo riposto, così è incomprensibile.

  • Daniele Imperi 26 novembre 2013 at 14:07

    Grazie Luciano.

    I tuoi dialoghi non sono venuti, perché usando i simboli “< " e ">” tutto ciò che è all’interno non appare. Se ricordi cosa avevi scritto, posso inserire io i dialoghi nel tuo commento.

  • Luciano Dal Pont 26 novembre 2013 at 14:21

    Ciao Daniele, ottimo articolo anche quello di oggi, come del resto tutti gli altri. Concordo su tutto quanto hai scritto, anche per quanto riguarda il racconto di Oreste. Anch’io, come penso più o meno tutti, a volte trovo delle difficoltà a ottimizzare i dialoghi. Penso sia anche una questione d’esperienza e i consigli che scaturiscono da questi tuoi articoli sono davvero preziosi.
    Ho letto il racconto di Oreste – a proposito, complimenti Oreste, un bel racconto – e ho introdotto alcune modifiche sia ai dialoghi che ad altre parti che non mi convincevano del tutto, anche in relazione ai tempi dei verbi e alla punteggiatura. Mi farebbe piacere un giudizio in merito sia da da parte di Daniele che di Oreste.
    Daniele, a dire il vero non ho individuato dove manchi l’accento nel secondo periodo.
    Per il resto, la parte iniziale io la scriverei così:
    Mentre andava al cesso a pisciare, gli tornò in mente la figata a cui aveva assistito poco prima di sbattersi la tipa rimorchiata al locale: aveva visto sbocciare il fiore della pianta della quale si era preso cura negli ultimi due anni; ci aveva messo un sacco di tempo, ma ne era valsa la pena.

    Più avanti, nel dialogo al telefono con Mors, dove dice: “ma fa nulla, ieri sera…” be’, qunti di noi direbbero “fa nulla” nella realtà? Io direi: “fa niente”.

    Ancora più avanti, sempre durante il dialogo telefonico, ecco un altro dialogo modificato da me in questo modo:
    “Aspetta, vado a bermi un po’ di Jack e mi accendo una siga, voglio vedere se magari mi passa ‘sta cazzo di pesantezza. non attaccare”
    “No, tranquillo, ho tempo, IO” (io andrebbe scritto in corsivo ndr)
    “Cosa stavamo dicendo? Ah si, l’incidente e la voglia di spaccare il mondo. – (ecco, dove manca l’accento? ndr) – A proposito, dovevi vedere che razza di gi gnocca mi sono scopato l’altra notte. Giù al locale dove ci siamo conosciuti abbiamo bevuto un casino, dopo voleva darmela a tutti i costi. Eh cazzo, cosa facevo, rifiutavo? Cioè, sono una persona educata, io.”
    E rise sguaiatamente.

    Finale:
    “Guarda, vecchio mio, è ancora lì, appeso per… per un… soff…”
    Non riuscì a terminare la frase, mentre tutto intorno a lui sbiadiva e si confondeva in un amalgama ondeggiante, evanescente. Riuscì solo a sentire come un’eco lontana il rintocco della mezzanotte, e riuscì solo a vedere, in un ultimo disperato bagliore di vita, il fiore che cadeva a terra.
    Quando anche lui si accasciò, era già morto.
    La sua salma fu ritovata solo alcuni giorni dopo. (dato che viveva solo ndr).
    L’autopsia stabilì che si era trattato di infarto. L’aorta gli si era spappolata.

    L’ineluttabile accade sempre, prima o poi, e non può essere evitato. Ma forse, a volte, potrebbe essere rinviato. Per Jerez lo fu una volta, non lo fu la seconda.
    Due anni prima Mors – (Mors scritto in corsivo ndr) – aveva deciso di metterlo alla prova per vedere se avrebbe apprezzato il valore del tempo in più che tanto aveva elemosinato e che aveva deciso di regalargli.
    Ma non gli concesse una seconda opportunità.

  • Luciano Dal Pont 26 novembre 2013 at 14:22

    Fatto, grazie, ho già provveduto reimpostando i dialoghi fra virgolette.

  • MikiMoz 26 novembre 2013 at 14:46

    Articolo interessante, e che mi tocca da vicino visto che io uso moltissimo i dialoghi.
    Cosa credo… credo che bisogna attenersi al realismo e solo per certi aspetti sospendere la realtà (ad esempio, se siamo su strada, nessuno dirà “io le ho detto” ma “io gli ho detto”, anche se ci si riferisce ad una donna). Bisogna trovare un compromesso, ma anche il tenore della storia ci fa capire se è giusto spingersi fino all’errore grammaticale.
    Per il ritmo idem.
    Dipende da che genere di storia stai raccontando, se “su di giri” o normale.

    Il dialogo scritto da Oreste potrebbe, per me, andare bene così. Un flusso che, suppongo, nell’integrità del racconto non stona :)

    Moz-

    • Daniele Imperi 26 novembre 2013 at 18:00

      Concordo, specialmente sulla scena della strada, a cui non avevo pensato. In fondo, passiamo dal colloquiale al linguaggio più corretto anche più volte al giorno.

      • MikiMoz 26 novembre 2013 at 19:17

        Infatti, io amo Distretto di Polizia per quanto è credibile nei dialoghi: niente frasi altisonanti, o teatrali. Ma dialetti e cose terra-terra, congiuntivi sbagliati, piccoli errori grammaticali, parolacce. Era realistico, per me, per questo motivo.
        Ha reso i suoi personaggi credibili, tanto che non mi avrebbe fatto specie trovarne uno al bar, l’indomani mattina.

        Moz-

        • Daniele Imperi 27 novembre 2013 at 08:10

          Sai che due di loro ce li siamo ritrovati nel nostro palazzo? :D

          Sì, ho visto qualche scena, i dialoghi non erano male, meno invece la recitazione.

  • Tenar 26 novembre 2013 at 20:03

    Ottimo articolo, concordo il toto.
    Aggiungo che io cerco di fare in modo che ad ogni battuta cambi qualcosa nello stato d’animo dei personaggi. Provo a spiegarmi (forse), se dall’inizio alla fine del dialogo ci deve essere un cambiamento di qualsiasi genere (la storia va avanti, i personaggi raggiungono una diversa consapevolezza, ottengono informazioni etc…) ogni battuta dovrebbe essere un piccolo step, uno scalino in questo percorso di cambiamento. Forse mi faccio troppi problemi, ma questo modo di ragionare (oltre a tutto ciò che hai detto tu) mi aiuta.

    • Daniele Imperi 27 novembre 2013 at 08:11

      Grazie :)

      Penso che tu abbia ragione, invece. Dipende certamente dal dialogo, ma in alcuni casi deve essere così. Metti un interrogatorio di polizia, una riunione della Compagnia dell’Anello, ecc.

  • Mostrare, non informare 20 dicembre 2013 at 05:01

    [...] rappresentare una scena esistono tanti modi a disposizione. Si può usare la forza dei dialoghi, che sono la recitazione vera e propria dei personaggi, uno “stratagemma” funzionale che aiuta [...]

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