Scrivere è comunicare

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Mostrare, non informare

Mostrare, non informare
La storia non va mai anticipata al lettore

Quando per esempio trovo scritto:

Prese in mano le redini del suo destino. Si alzò e uscì dall’ufficio.

Capisco che c’è qualcosa che non gira a dovere. Chi ha scritto questo, ha guardato troppa televisione. Non solo: si tratta di un errore perché costui o costei immagina di comunicare, mentre in realtà è solo informazione. Marco Freccero su Per essere onesti bisogna tradire

La verità dietro lo storico “Show, don’t tell”

Mostrare o raccontare? L’eterno dilemma andrebbe ridefinito, rivitalizzato anche. Perché non è solo questione di rappresentare in un modo o nell’altro una scena, raccontarla oppure farla “recitare” dal personaggio, ma qui si tratta di evitare pericolose anticipazioni.

Nell’esempio che ho citato quel “Prese in mano le redini del suo destino” è sputare in faccia al lettore tutta la storia che segue, i pensieri e le decisioni del personaggio e le sue azioni future. È una fine annunciata e anticipata, quando invece dovrebbe restare celata.

Lo scrittore resti fuori dalla storia

Intromissione dell’autore nella sua storia. Ma lo scrittore è il narratore invisibile, a volte, almeno lo è in quel caso. Qui però è una presenza invasiva che infastidisce il lettore e rende la lettura un’esperienza da dimenticare. Puntare alla purezza della narrativa, questo è uno dei compiti principali di chi scrive.

Per rappresentare una scena esistono tanti modi a disposizione. Si può usare la forza dei dialoghi, che sono la recitazione vera e propria dei personaggi, uno “stratagemma” funzionale che aiuta lo scrittore a non scrivere pagine e pagine di narrativa.

Oppure si fanno compiere azioni ai personaggi e quel “Prese in mano le redini del suo destino” si trasforma in pagine narrate e dialoghi e pensieri. Perché il lettore non vuole sapere adesso che il personaggio ha preso in mano il suo destino, ma vuol vederlo pagina dopo pagina.

Mostrare, non informare

Non solo: si tratta di un errore perché costui o costei immagina di comunicare, mentre in realtà è solo informazione.

La verità, dunque, dietro lo storico “show, don’t tell”, è proprio questa: evitare di dare informazioni al lettore. Evitare di suggerire al lettore come si svolgerà una parte della storia. Non si tratta, in questo caso, del tanto criticato infodump, ma di qualcosa di peggio, di più grave.

È un errore in cui forse è facile cadere. Quando scriviamo, dobbiamo pensare che il lettore non sa nulla della nostra storia. Noi dobbiamo raccontargliela, sì, ma senza servirgli un sunto della trama. E dobbiamo farlo con tutti gli elementi della narrazione, dai dialoghi alle descrizioni, dalle azioni ai pensieri dei personaggi.

C’è solo un modo per raccontare male una storia: dare la pappa pronta al lettore. No, credo che il lettore debba sudarsela la storia che abbiamo scritto, così come noi l’abbiamo sudata scrivendola.

Siete invasivi come scrittori?

Dite pure nei commenti come vi comportate quando scrivete una storia. Ma, soprattutto, se avete mai “sconfinato”, intromettendovi nella storia e anticipando.

20 Commenti

  1. Calliope
    20 dicembre 2013 alle 09:12 Rispondi

    Questo è uno dei più begli articoli che hai scritto. Il senso dello scrivere con il suo significato più vero. Si scrive così un libro ed ė bellissimo perchè anche chi scrive è come se fosse in suspence per il proseguo della storia :)
    Ciao!

  2. Salvatore
    20 dicembre 2013 alle 09:55 Rispondi

    Stephen King è molto bravo a fare una cosa: egli parte con un ingrandimento dall’alto, come guardare con google map la terra da un’altezza divina, per poi stringere il fuoco dell’ottica fino ad arrivare al personaggio principale e alla situazione attuale della storia che sta raccontando. Nella prima parte egli racconta come sia la situazione pregressa e tutti quegli elementi che serviranno poi al lettore per giudicare l’azione successiva. In questa fase non sta mostrando, sta informando. Poi, quando l’ottica si restringe sul personaggio e sulla situazione “presente”, egli smette di informare e inizia a mostrare, attraverso l’azione, ciò che succede e come reagisce il personaggio. In questa fase egli sta mostrando.

    Le due cose, soprattutto nei racconti più che nei romanzi, non possono essere scisse. Vanno solo utilizzate a dovere. Stephen King utilizza il suo metodo; ce ne possono essere altri.

    • Daniele Imperi
      20 dicembre 2013 alle 09:59 Rispondi

      C’è però da dire che Stephen King allunga parecchio il brodo. Questa, almeno, è la mia impressione.

  3. Valeria
    20 dicembre 2013 alle 10:47 Rispondi

    Secondo me il segreto sta tutto qui, nel mostrare e non nel raccontare, e solo quando provi realmente a mostrare e non raccontare scopri che non è per niente facile.

    • Daniele Imperi
      20 dicembre 2013 alle 12:45 Rispondi

      Non è facile, certo, perché viene più naturale raccontare.

  4. Fabrizio Urdis
    20 dicembre 2013 alle 11:26 Rispondi

    Ciao Daniele,
    Quello di “mostrare e non dire” è un argomento molto discusso.
    Non trovo che la frase che viene citata sia “sbagliata”, banale magari, ma visto che la scrittura è una forma d’espressione le uniche regole che lo scrittore dovrebbe rispettare sono, salvo eccezioni GIUSTIFICATE, quelle grammaticali.
    Qualche giorno fa ho guardato “un giorno di ordinaria follia”.
    La frase presa in esame, magari usata in maniera sarcastica visto che a me ricorda un po’ i cow boy stile John Wayne, potrebbe evidenziare la radicalità della scelta che fa il protagonista quando decide di abbandonare la sua auto bloccata in un ingorgo per andare ad augurare a sua figlia buon compleanno malgrado un’odinanza del giudice glielo impedisca.
    Questo secondo me farebbe nascere la curosità nel lettore.

    L’unica regola che penso sia valida è quella di riuscire a far compiere al lettore il viaggio che noi vogliamo che compia, le nostre parole devono essere una sorta di lente con cui il lettore può condividere il nostro punto di vista.

    PS: magari non sempre condivido le tue opinioni ma ti ringrazio ancora una volta per i tuoi articoli che mi permettono di confrontare i miei punti di vista con te e coi tuoi lettori. Come tu stesso avevi scritto in un altro post, quando leggo i tuoi articoli ho un po’ l’impressione di sedermi nel divano di un caffè letterario a chiacchierare con altre persone che condividono la mia stessa passione.

    • Daniele Imperi
      20 dicembre 2013 alle 12:48 Rispondi

      Sì, dobbiamo certamente fargli compiere quel viaggio, ma resta il fatto che non possiamo anticipare la storia.

      Grazie a te per i commenti utili, Fabrizio :)

      • Fabrizio Urdis
        20 dicembre 2013 alle 13:34 Rispondi

        Perché no?
        Se ci pensi lo fa anche Dante con La Divina Commedia, quando dice che passerá attraverso inferno, purgatorio e paradiso.
        In un certo senso anche nelle Mille e una notte sappiamo che Sherazad dovrà riuscire a raccontare ogni notte una storia più interessante di quella del giorno prima per salvarsi la vita.
        Questo più di annoiare il lettore lo mette in uno stato di curiosità vorace, io per primo mi sono chiesto come potrà l’autore tener fede alla sua promessa?

  5. Kentral
    20 dicembre 2013 alle 11:27 Rispondi

    Concordo sul pezzo, però vorrei pure sfatare un mito che rischia di rovinare generazioni di aspiranti scrittori, cioè lo Show, don’t tell.

    Sono d’accordo sul mostrare anziché raccontare, però tutto va preso con le giuste pinze. Mi è capitato di incontrare gente che seguendo il dettame, mostra tutto con dialoghi ed azioni col solo risultato di appesantire il testo. Inoltre, se andiamo a cercare nei grandi capolavori della letteratura del passato ma anche contemporanei, il raccontato spesso la fa da padrone.

    Infatti ti domandi, ma come? I grandi scrittori raccontano ad iosa ed a noi studenti di manuali e corsi creativi ci dicono che dobbiamo solo mostrare?

    La verità come sempre sta nel mezzo. Nella capacità di seguire il flusso della storia. A volte serve raccontare, a volte mostrare, a volte una via di mezzo. La discriminante a mio giudizio è nella capacità tecnica di saper gestire la storia nel suo complesso.

    Riguardo alla frase d’apertura “prese le redini del suo destino”, credo che l’unica pecca sia la banalità.

    Quando scrivo spesso mi vengono riflessioni e prendo appunti.
    L’altro giorno ho scritto:

    “La scrittura disdegna l’ovvio e le banalità. Se mentre scrivi ne hai sentore cancella tutto senza esitazione”.

    Quella frase è, appunto, ovvia e banale. Ma non è sempre sbagliato anticipare al lettore come andrà la storia. Ci sono film e romanzi di grande successo che cominciano dalla scena finale. E noi fruitori stiamo ad emozionarci solo per capire come e perché è finita in quel modo.
    Hitchcock, il più grande autore cinematografico di suspense, diceva che lui otteneva il suo effetto proprio con la tecnica dell’anticipo. Dava allo spettatore più informazioni di quante ne sapesse l’attore. Lui ci mostra il pericolo a cui corre il personaggio e stiamo lì in tensione non per cosa succederà, ma se e come accadrà.

    • Daniele Imperi
      20 dicembre 2013 alle 12:50 Rispondi

      Anch’io sono d’accordo che non sempre si può mostrare: appunto come dici, il rischio è di appesantire la storia.

      Iniziare dalla scena finale non è sempre anticipare la storia, perché si tratta di un espediente per creare curiosità.

  6. Pawn371
    20 dicembre 2013 alle 14:35 Rispondi

    Da aspirante scrittore, mi ritrovo molto nel tema dell’articolo. Credo di cadere spesso nell’errore di informare invece di mostrare, e me ne rendo conto quando inizio a chiedermi, mentre scrivo, “ma si capisce cosa intendo?” oppure “chi leggerà penserà quello che voglio fargli pensare o altro?”. In questi casi finisco per informare in maniera forzata. Credo sia anche una questione di sicurezza nelle proprie doti narrative ed espressive. In pratica è facile scrivere “il personaggio si arrabbiò” ma è molto più difficile trasmettere la rabbia del personaggio senza renderla troppo esplicita.

    • Daniele Imperi
      20 dicembre 2013 alle 16:02 Rispondi

      Ciao e benvenuto nel blog.

      In effetti leggo spesso frasi del tipo da te citato, “il personaggio si arrabbiò” e a pensarci bene è proprio informare, quello. Chissà quante volte ci sono finito io in quell’errore.

      Ora starò più attento. Trasmettere le emozioni non è per niente facile.

  7. Marco
    20 dicembre 2013 alle 17:54 Rispondi

    Grazie della citazione!

  8. Tenar
    20 dicembre 2013 alle 22:21 Rispondi

    Concordo sia con l’articolo che con i commenti. La regola è quella espressa da Daniele nel post, ma in letteratura tutte le regole, devo dire comprese quelle grammaticali,sono frangibili. La difficoltà è proprio dosare regole e infrazioni con la dovuta maestria…

    • Daniele Imperi
      21 dicembre 2013 alle 07:30 Rispondi

      Hai ragione, le regole vanno conosciute e poi sapere con precisione quando infrangerle.

  9. franco zoccheddu
    21 dicembre 2013 alle 16:11 Rispondi

    No, niente anticipi: i “soldi” a “lavoro finito”.

  10. Michele Scarparo
    27 dicembre 2013 alle 12:56 Rispondi

    Come anticipava giustamente Tenar, le regole sono buone perché bisogna imparare prima a rispettarle, per poi avere il gusto di romperle. Come da bambini: prima con le macchinine ci gioco, poi però le smonto per vedere come funzionano. Il primo romanzo che ho scritto ho seguito la regola di non svelare per lasciare il gusto dello “shock” finale.
    Nel secondo invece ho iniziato proprio con un’anticipazione. Perché? Perché l’inizio era più lento, ed io volevo “buttare” il lettore nella storia. In fondo, al buio, per le scale, cosa procura più brivido se non il sapere che lì davanti c’è un gradino mentre il piede che tasta l’oscurità continua a non trovarlo? :)

  11. Il rischio dell’infodump
    13 gennaio 2014 alle 05:01 Rispondi

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