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Il cimitero delle tombe vuote

Il cimitero delle tombe vuote

Requiescat in pace

1.

La carrozza lo lasciò a Valle Renia. Poche case, un anonimo agglomerato che si chiudeva nel silenzio della campagna. Visani scese, pagò. Il cocchiere ringraziò con un cenno, afferrò le redini, si fermò in tempo.

«Dove posso alloggiare?», chiese Visani.

«Dal Ferrandi», rispose l’uomo.

«Il Ferrandi.»

«Sì. Emilio Ferrandi, ha una locanda lungo la strada. Mangerete bene.»

Ringraziò. Vide la carrozza allontanarsi e sparire nelle ombre della sera. Se mangerò bene, pensò, dovrò pur accontentarmi. È l’unica taverna in paese, scommetterei.

S’incamminò, stringendosi addosso il mantello d’ordinanza. Giunse alla locanda in pochi minuti. Nessuna insegna, austerità ostentata pure all’interno. Ma calda, almeno. Un camino acceso e profumo d’arrosto.

«Buonasera», lo salutò con deferenza un omone.

«Siete il Ferrandi?»

«Per servirvi.»

«Sono l’ispettore Visani. Alberico Visani. Vorrei mangiare e una stanza, se ve ne sono. Domani devo raggiungere Col di Pietra.»

«Col di Pietra», ripeté l’oste, come intontito.

«È qui vicino», disse Visani. «Noleggerò un cavallo.»

«Certo, certo», s’affrettò a rispondere l’uomo. Mai deludere un cliente. «Accomodatevi, prego.»

Visani sedette. Ordinò arrosto di maiale, verdure, vino della casa, un dolce. Ferrandi tornò poco dopo con del pane e una brocca di rosso. Disse di aver dato disposizioni per la camera, comoda, al piano superiore. Poteva godersi il paesaggio della valle, aggiunse. Ne dubitava, il Visani, inviato dal Duca Della Torre in quel paese dell’Appennino centrale a indagare su Col di Pietra.

Sul suo cimitero, a dire il vero. Ispettore di polizia relegato a camposantaro.

Consumò la cena in fretta. Quell’incarico gli aveva tolto il gusto del buon cibo.

 

2.

S’alzò all’alba. Si lavò al catino, si vestì e scese per la colazione. Una donna portò in tavola del pane, frutta di stagione, un uovo sodo, alcuni biscotti e latte caldo. Visani mangiò tutto e si fece poi preparare un sacchetto con il pranzo, ché non sapeva quanto sarebbe stato fuori. Sazio, pagò e chiese all’oste dove poter prendere un cavallo.

«Al maneggio Franzolini», rispose l’uomo. «Poco più avanti c’è una stradina sulla sinistra che ci arriva. Dite ad Agostino, il proprietario, che vi mando io.»

Visani ringraziò e uscì. La mattina era fresca, il sole di fine inverno appena tiepido. Lungo la strada incontrò un pastore che lo salutò. Le pecore s’aprirono a ventaglio scorrendogli ai lati e Visani proseguì come un moderno Mosè. Ma, a differenza del patriarca, senza leggi né seguito.

Al maneggio noleggiò un maremmano, robusto ma agile. Si fece indicare la strada più breve per Col di Pietra e anche il Franzolini restò come interdetto a sentir quel nome. Visani ne dedusse un certo astio, o rivalità, fra i due paesi. Salutò e spronò il cavallo.

Giunse a destinazione dopo un’ora o poco più. Col di Pietra era arroccato su un colle quasi spoglio, ciuffi di ginestre non ancora in fiore che spuntavano fra i massi, lecci e arbusti che si facevano strada nel terreno povero e spento. Le prime case del paese erano avvolte dal silenzio, non c’era un’anima in giro. Tutti già in campagna, pensò Visani.

Proseguì attraversando il paese. Da qualche finestra notò, con la coda dell’occhio, tende scostarsi, fuggenti sguardi osservare nell’anonimato. Forse avevano riconosciuto la divisa, si disse. O forse era il consueto modo d’accogliere un forestiero.

Arrivato alla fine dell’abitato, la strada continuava verso valle, perdendosi nella vegetazione che rinvigoriva man mano che si scendeva di quota. Fermò il cavallo sul ciglio, buttò un occhio giù, nella campagna silente.

Aveva trovato il cimitero.

 

3.

Legò il cavallo a uno steccato e osservò quel luogo di riposo eterno, ultima tappa delle spoglie mortali prima dell’estrema consunzione. Da una tasca tirò fuori gli ordini del Duca. Una richiesta, in realtà, Gaetano Della Torre provava per l’ispettore una sincera amicizia, in virtù della vita che gli doveva, salvata per un soffio, anzi per un colpo di schioppo, dall’aggressione d’un brigante qualche anno prima.

E da allora l’aveva tenuto in gran conto, il Duca, con promesse di promozione, favori e quant’altro. Schivo, poco propenso ai giochi della nobiltà italiana, Alberico Visani s’era tenuto abilmente in disparte. Si prodigava di passare inosservato, di far cadere nell’oblio della licenziosità ducale la sua presenza, con l’intento di cancellare perfino il ricordo di quella notte di tempo addietro, quando rincasando scoprì il Della Torre a terra e l’aggressore, il volto coperto, pronto a menar il decisivo fendente.

Uno sparo, tempestivo quanto preciso, e i corpi a terra furono due. Ma quello del Duca, seppur imbrattato di sangue criminale, si rialzò.

Visani rilesse la richiesta. Redatta in fretta, lo vedeva dalle finali, non più svolazzanti com’erano solite nella grafia ducale, ma sfuggenti, incerte perfino, qualcuna che s’andava a congiunger con l’iniziale appresso. Il testo chiaro, però, senza tentennamenti o doppi sensi. Lo pregava, il Duca, di indagare su un’insolita scoperta occorsa al camposanto di Col di Pietra. La voce gli era giunta da un intimo amico che, passando di là di ritorno da un viaggio, aveva saputo una strana storia dal custode, che tale più non era ormai da due mesi.

Al cimitero di Col di Pietra, pareva, nessuno era più sepolto.

 

4.

Dove son finiti i morti?, si chiese Visani, mentre vagava come uno spettro in carne e ossa per i tumuli vuoti. Il cancello, appena socchiuso, al tocco della sua mano s’era spalancato cigolando sul lastricato in cui l’erbaccia era pronta a prendere il sopravvento. Le lapidi, molte rovesciate, indicavano nomi di gente che non dimorava più in quel luogo, sparita ora chissà dove.

Che se ne fanno dei morti?, si chiese ancora mentre scendeva in una tomba di famiglia, marmoreo mausoleo annerito dal tempo. Giù, dove accese un fiammifero per far luce in quella piccola tenebra, le tombe erano scoperchiate, ma non lesse effrazioni, danni. Risalì in superficie e continuò il giro.

Fu un cenotafio ad attrarre la sua attenzione. Enigmatico nella sua semplicità, nella ferrea logica.

 

Soltanto chi è morto non può più morire.

 

Visani volle sorridere ma non vi riuscì. Preferì proseguire, lasciarsi alle spalle quell’inquietante verso che conteneva tutta l’angoscia dell’umanità, intimità lucida che, inconsciamente, accompagnava i vivi lungo la strada dell’esistenza. Il pensiero della morte lo pervase, gli rafforzò una consapevolezza prima solo supposta, o forse celata, assopita, tenuta lontano dalla mente. Ora riaffiorata, vicina come una sposa novella nella solitudo nuziale.

I fiori erano secchi ovunque. Là, dove riposavano – dove avrebbero dovuto riposare, si corresse mentalmente Visani – i più, non passava nessuno da settimane.

Mortui non mordent

1.

Uscì dal cimitero. Tombe vuote, il silenzio della carne decomposta, spoglie venute a mancare al ricordo dei cari. Si chiese cosa ne pensasse Col di Pietra. Chi fosse il responsabile. Il primo passo nell’indagine era compiuto: il luogo del delitto visitato, controllato. Nulla da riferire. Seguiva ora la seconda parte: l’interrogatorio.

Si diresse verso il paese. Notò ancora movimenti di tende oltre i vetri. Omertà campagnola. Sanno chi sono e perché son qui, pensò Visani. Ma evitano d’uscire. Dunque qualcosa conoscono di tutta la faccenda.

Bussò a una porta. Sentì passi avvicinarsi, un chiavistello girare e sulla soglia comparve un’anziana nerovestita, il volto inciso dal dolore e dalla fatica.

«Buona giornata», la salutò l’uomo. «Sono l’ispettore Visani. Posso farvi qualche domanda?»

«Non so niente del camposanto», rispose la donna. Decisa, fredda.

Sapeva. Discolparsi senza neanche conoscere cos’ho da dire. Giochiamo d’astuzia, pensò Visani.

«Non ne dubito, signora», disse. «Da quando non andate al cimitero?»

«Ci son stata due mesi fa.»

Due mesi. Da quando il custode aveva abbandonato l’incarico. Impiego perduto per mancanza di lavoro.

«E… era tutto come prima?»

L’anziana lo guardò senza capire. Giusto, pensò Visani, sta recitando la parte della gnorri, quindi non può capire cosa sto dicendo.

«Intendo: avete visto qualcosa di strano?»

Che poi strano vuol dire tutto e niente, ma Visani non trovò parola migliore.

«E che ci sta di strano a un camposanto?»

Domanda pertinente. Da questa non cavo nulla, pensò l’ispettore. Ringraziò la donna e salutò.

Giunse alla bottega di un artigiano. Ceste, contenitori, utensili in legno erano esposti accanto alla porta, aperta. Dentro, un batter di martello contro legno.

«È permesso?», domandò.

«Avanti», fu la risposta. Nessun indugio, anzi.

«Buon giorno», salutò Visani. Si presentò.

«Buon giorno», rispose l’uomo. «Siete qui per il camposanto.»

Non era una domanda. Visani restò quasi interdetto, s’era aspettato reticenza e ora trovava collaborazione.

«Sì», disse. «Sapete dirmi qualcosa?»

«Lo sa il diavolo cos’è successo», rispose l’artigiano. «I morti che lasciano le tombe non son opera di Dio.»

«Già», rispose Visani. «Voi non pensate che qualcuno…»

«Chi?», l’interruppe l’altro. «Che se ne fanno di tutti quei morti? Alcuni stavano là da un secolo. Son polvere, ora.»

Deduzione condivisibile.

«Io, come uomo di Polizia», cominciò Visani, «ho il dovere…»

«Certo, certo». Di nuovo interrotto. «Ma c’è poco da fare, sapete? Qui ormai non esce più di casa nessuno quando scura. La gente ha paura di ritrovarseli davanti.»

I morti. Facile indovinare chi intendesse.

«Ma sembra che… beh.»

«Cosa?»

«Non so niente, son voci», s’affrettò a rispondere. «Io mi faccio i fatti miei e tiro avanti. E la sera sprango la porta.»

Qualcosa non quadrava. Doveva riuscire a far parlare l’uomo, anche una sola parola.

«Stavate dicendo qualcosa. Continuate.»

L’uomo scosse la testa, mentre continuava a lavorare. Pensieri che confabulavano nella sua mente come tante comari a sparlare di qualche giovane troppo sveglia.

«Dove alloggiate?», chiese invece l’uomo.

«Conto di tornare a Valle Renia entro stasera.»

«Meglio così», disse l’altro. «Qui c’era la Taverna dell’Ultimo Passo, fuori del paese. È chiusa, adesso. Evitatela. C’è qualcosa, là dentro, che non è di questo mondo. Ma si mangiava bene, una volta. Nel settantaquattro, me lo ricordo.»

«Che intendete?»

«Son voci, come v’ho detto. Ma non andate là.»

Lo disse senza convinzione, senza emozione, anzi. Come se volesse far passare un messaggio contrario.

Visani ringraziò l’uomo, che rispose con un cenno del capo senza alzare lo sguardo, e uscì.

Riprese la strada che portava al cimitero, ma lo superò.

La Taverna dell’Ultimo Passo era oltre, come aveva detto l’artigiano.

 

2.

Capì d’esser vicino alla sua destinazione quando il cavallo iniziò a imbizzarrirsi. Visani faticò a calmarlo, sussurrandogli qualcosa all’orecchio, ma l’animale non volle più muoversi. Indietreggiava. Infine l’uomo vi rinunciò. Lo legò a un albero, controllò la rivoltella Bodeo, se la rimise in tasca senza armare il grilletto e proseguì a piedi.

Aria ammorbante, pensò. Intorno era sceso un insolito silenzio. Visani osservò il paesaggio: s’era addentrato in una zona dalla vegetazione fitta. La strada, poco più larga d’un sentiero, scendeva a valle fra lecci, asparagine e arbusti spinosi. Chi apre una locanda qui in mezzo?, si chiese. Ma poi capì.

Un tempo c’era stata più vita in quella contrada. Incontrò ruderi di casali, muretti crollati sommersi da piante infestanti, oggetti corrosi dalla ruggine che non riuscì a identificare. L’artigiano aveva detto che nel milleottocentosettantaquattro la taverna era attiva. Dopo più di vent’anni com’era ridotta?

Mentre camminava rifletté sulle parole dell’uomo. Voci che circolavano. Cose che non appartenevano a questo mondo. E le collegò ai morti spariti dal camposanto di Col di Pietra. Alla ritrosia dei paesani. Al cavallo terrorizzato da qualcosa.

Cos’era in atto da quelle parti?, si chiese ancora.

Domanda destinata a restare insoluta.

Era arrivato alla Taverna dell’Ultimo Passo.

 

3.

Oltre non si poteva andare. Da qui il nome curioso, sinistro anche. L’estremo lembo a cui giungere. La locanda era addossata a una parete rocciosa. La strada finiva là dove s’alzavano i muri sbreccati, macchiati, della vecchia costruzione. Ma non pareva abbandonata, anzi. Visani s’era aspettato il tetto sfondato, finestre senza più vetri, la porta spalancata come una bocca oscura. Intorno segni di rovina, desolazione.

Trovò invece la porta chiusa. Le imposte in ordine, e oltre i vetri movimenti. Volti, che osservavano l’inatteso avventore senza nascondere la propria curiosità.

L’osteria aveva riaperto e l’artigiano non ne sapeva nulla. Poteva essere?, si domandò di nuovo Visani.

Evitatela.

Perché? L’uomo non l’aveva spiegato. O, almeno, era stato abbastanza ermetico, custode di qualche occulto segreto che non poteva divulgare.

C’è qualcosa, là dentro, che non è di questo mondo.

Che intendeva? Dunque, si disse l’ispettore, l’uomo sapeva e non voleva darlo a intendere. Si trincerava dietro strane voci che giravano, ma in realtà, Visani ne era certo, conosceva tutta la verità.

Ma si mangiava bene, una volta.

E Alberico Visani aveva fame. Si ricordò dell’incarto con il pranzo che s’era fatto preparare dalla moglie di Ferrandi, ma l’aveva lasciato sulla sella. Meglio, pensò. Forse si mangia ancora bene, qui all’Ultimo Passo.

Raggiunse la taverna e bussò.

 

4.

Gli aprì l’oste. Dalla soglia l’ispettore avvertì aromi differenti. Odori di cibo che cuoceva dalla cucina, ma nell’aria anche qualcos’altro.

«Buon giorno», disse l’uomo.

«Buon giorno a voi», rispose Visani.

L’oste indicò un tavolo. Visani entrò e sedette. Occhi lo squadrarono come se vedessero un estraneo. E lo era, in fondo, ma lesse di più in quegli sguardi indagatori, profondi. E si chiese chi fosse quella clientela, da dove provenisse, perché sapeva che la taverna era ancora aperta se a Col di Pietra la facevano chiusa da tempo.

Una donna portò lui del pane e una mezza caraffa di vino. Visani se ne versò un bicchiere, lo sorseggiò. Gli piacque.

Mentre attendeva di mangiare cercava di apparire indifferente alle continue occhiate, ai brusii che, sospettava l’ispettore, avevano lui come oggetto. Di tanto in tanto, con studiata noncuranza, buttava uno sguardo qui e là per il locale. Prendeva nota nella sua mente di tutto quanto lo circondava.

Come alcuni clienti, in fondo, vestiti con abiti fuori moda. Si tenevano in disparte, ma Visani riconobbe fogge inconsuete. Nessuno, a parte lui, parve farci caso.

La donna tornò al suo tavolo, poggiò una scodella con un brodo di manzo. Fece per allontanarsi, ma Visani la fermò.

«Pensavo fosse chiuso», disse.

La donna lo fissò senza dire nulla.

«M’avevano detto che la taverna era chiusa da anni», aggiunse Visani. «Su, al paese.»

«Siamo aperti», rispose la donna. E se ne andò.

Qui attorno nessuno vuol parlare, a quanto pare, pensò l’uomo. Cominciò a mangiare. Il brodo era buono, tipici sapori della campagna che gli diedero piacere al palato e allo spirito. Quando finì, la donna tornò e lasciò un piatto di affettati misti con formaggi e salse e si allontanò in fretta, come se temesse d’esser di nuovo interrogata. Era sicuro, Visani, che anche lì sapevano chi fosse e perché fosse venuto.

Pranzò e, mentalmente, ringraziò l’artigiano. Si mangiava ancora bene alla Taverna dell’Ultimo Passo.

Stava per alzarsi e andare a pagare quando qualcuno si avvicinò al suo tavolo e sedette, senza chiederne il permesso.

Visani riconobbe la divisa ed ebbe un sussulto.

Era un fuciliere dell’Esercito dello Stato Pontificio. Quella divisa risaliva almeno a un secolo prima.

Resurrectio carnis

1.

«Sotto Tenente Ludovico Randoni, per servirvi», disse il soldato.

«Sono Alberico Visani», rispose l’ispettore.

«Sappiamo chi siete», l’interruppe l’altro.

Visani si spiegò allora tutte quelle occhiate. Chi aveva avvisato quella gente del suo arrivo?, si chiese.

«Le voci corrono, ispettore», disse l’ufficiale, come a rispondere alla domanda inespressa di Visani. «In ispecie in campagna.»

«La vostra divisa…», cominciò l’ispettore, ma non seppe come continuare.

«Ero a Forte Urbano», disse Randoni.

Visani non conosceva quella fortezza. Osservò bene il soldato. Il giustacuore, logoro, era forato in più punti. Attorno macchie scure che s’erano allargate.

«So cosa vi state dimandando», disse l’ufficiale. «Guardatevi all’intorno. Cosa vedete?»

Visani volse lo sguardo nella taverna. Adesso lo stavano osservando tutti. Non c’era curiosità nei loro occhi, solo un vago senso di lontananza. Non parevano provare emozioni nel fissarlo. Era un estraneo, qualcuno al di là del loro mondo. Ma l’ispettore notò anche qualcos’altro. I tavoli a cui sedevano non erano apparecchiati. Nessuno di loro stava mangiando. Ogni uomo, donna, bambino era come un’immagine a sé, presa dalla sua realtà e inserita in un’altra.

Avvertì uno degli aromi sentiti poco prima. Un odore stantio di…

C’è qualcosa, là dentro, che non è di questo mondo.

Terra smossa. Legno vecchio, pietra umida.

Evitatela.

Non l’aveva fatto. Anzi, vi aveva perfino mangiato. E bene. E ora trascorreva il tempo conversando con uno degli avventori.

Un soldato che indossava una divisa non più in voga, di uno stato non più esistente. Un soldato che era stato…

«Nella battaglia di Faenza», terminò il fuciliere. «Tre colpi di quei dannati francesi e per me vi fu ben poco da fare. Qualcuno mi riportò a casa. A Col di Pietra.»

C’è qualcosa, là dentro, che non è di questo mondo.

Dov’era finito?, si chiese Visani, mentre i pensieri si mescolavano fra loro in un turbine di immagini, domande, paure, superstizioni, storie.

Son voci.

«Sembrate sempre anticipare una mia domanda», disse l’ispettore. Son curioso di conoscer la sua risposta, ora, pensò.

«Siete giustamente maravigliato», disse Randoni. «Ma son convinto che abbiate compreso l’intera quistione.»

Non ne era certo, Visani. Sospettava, questo sì. Temeva, anzi. E, ripensando alla sua missione, coi fatti di cui era venuto a conoscenza, si domandava cosa avrebbe dovuto riferire al Duca.

«La verità», l’anticipò ancora il soldato. «Non abbiate cagion di credere. Non ostante siate attento a’ doveri imposti, dovete accettare ciò che vedete. Ciò ch’è accaduto. Non dico che dobbiate cimentarvi in cose che son fuori della vostra competenza, ma né manco che dobbiate negarle.»

Visani, a quelle parole, non seppe cosa rispondere. Si ricordò in quel momento d’una frase del Vannetti, nell’opera sulla dimora di Cagliostro in Roveredo.

Alcuni poi credevano che risuscitasse i morti, e li facesse con i vivi sedere a mensa, e parlare.

«E tranquillizzate pure gl’altri», aggiunse poi Randoni. «Noi, ora, facciam vita claustrale. Niun abbia tema d’incontrarci lungo il cammino.»

e li facesse con i vivi sedere a mensa, e parlare.

Visani s’alzò, stralunato. Gli parve d’esser brillo, aveva bevuto sì, ma quel tanto cui era abituato. E a stomaco ben pieno.

«Devo pagar il conto», disse, più a se stesso che al fuciliere.

«Non v’è ragione di farlo», disse Randoni. «Siete uomo d’ingegno. Non potete pagare ciò che non avete consumato. E a noi il denaro non è più necessario.»

 

2.

Uscì dalla taverna, seguito dagli sguardi degli altri. Chiuse la porta alle sue spalle, s’allontanò. Dopo alcuni metri si voltò a guardare la vecchia costruzione. Era ancora là. Per un attimo aveva sperato che fosse svanita, che tutto fosse stato un sogno, a cominciare dalla lettera del Duca. E invece era lì e, oltre i vetri, Visani scorse movimenti.

Riprese la strada e soltanto allora s’accorse d’aver fame. Il brodo di manzo, gli affettati, i formaggi, il vino: non aveva mangiato nulla in realtà. Non nella sua, almeno. Si ricordò del pranzo che aveva lasciato col cavallo. Quello, almeno, è reale, si disse.

Trovò l’animale qualche minuto dopo. Dalla sacca prese l’incarto e sedette a mangiare. Poi montò in sella e tornò indietro. Mentre attraversava Col di Pietra, le tende si scostarono nuovamente, ma non se ne curò. Si fermò invece alla bottega dell’artigiano e chiamò l’uomo all’interno. I colpi cessarono e l’uomo s’affacciò.

«State pur tranquilli», disse Visani. «Non c’è nulla da temere. I morti non mordono.»

Voltò il cavallo e se ne andò.

L’artigiano rimase sulla soglia a vederlo allontanarsi, poi rientrò a lavorare.

Visani se la prese comoda lungo la strada per Valle Renia. Studiò cosa dire al Duca, cosa scrivere nel rapporto, ma non gli venne in mente nulla di convincente. Come poteva spiegare ciò a cui aveva assistito?

Dopo aver riconsegnato il maremmano al maneggio, fece ritorno alla taverna del Ferrandi. Salì nella sua stanza e si buttò sul letto senza neanche spogliarsi.

Egregio Signor Duca…

Nella mente di Visani si formavano e si disfacevano frasi. Decise di riposare fino all’ora di cena. L’indomani sarebbe ripartito con la carrozza e una volta a casa avrebbe pensato al rapporto da scrivere e spedire al Duca.

Di una cosa, però, Visani era certo.

Soltanto chi è morto non può più morire.

In tutta quella faccenda, per quanto inverosimile fosse, erano stati gli altri ad aver avuto la meglio.

Quelli a cui nessuno avrebbe più potuto toglier nulla.

Neanche la vita.

3 Commenti

  1. Marcello
    9 gennaio 2014 alle 10:41 Rispondi

    Bello!
    Bella l’ambientazione, belli i tempi, bello il ritmo, bello il Visani e azzeccata la maniera di comportarsi degli “altri”. Bellissimi gli intermezzi pensati del Visani mentre parla col fuciliere: sembrano da film.
    Dunque questo, assieme a Kvitoya (non ricordo mai come si scrive) è il tuo racconto più azzeccato a livello di pathos, colpi di scena, ritmo e ambientazione.

    Saludos!

    • Daniele Imperi
      9 gennaio 2014 alle 10:49 Rispondi

      Beh, grazie mille Marcello. Addirittura il più azzeccato? Non avendo ricevuto commenti, eccetto il tuo oggi dopo quasi un anno, pensavo il contrario.
      Il nome dell’isola si scrive Kvitøya :D

  2. Quale storia scrivere
    30 settembre 2014 alle 05:01 Rispondi

    […] Tre casi dell’ispettore Visani: titolo provvisorio, si tratta di una breve antologia di racconti horror, uniti da una cornice narrativa, incentrati sull’ispettore che avevo presentato nel racconto Il cimitero delle tombe vuote. […]

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