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Come scrivere una buona storia

9 elementi che rendono una storia indimenticabile

Come scrivere una buona storia

S crivere storie che rimangano nella mente dei lettori richiede conoscenze tecniche e capacità narrative. Seguendo alcuni consigli estrapolati dalle mie letture è possibile lavorare per scrivere buone storie.

Quando leggo un romanzo che mi colpisce particolarmente, cerco di scoprire cosa contenga per aver lasciato il segno, per essersi distinto da tutti gli altri, per restare, soprattutto, nella mia memoria. Per sopravvivere al tempo e a tutte le letture successive.

Un romanzo del genere è una buona storia. Una storia che ha determinate caratteristiche. Ho provato a scoprirle, a ripensare a quei romanzi indimenticabili (l’ultimo letto è Furore di John Steinbeck) e a ciò che li accomunava.

Ho voluto dividere questo lavoro in due parti: “Prima di scrivere la storia” e “All’interno della storia”. Naturalmente per autori come Steinbeck o Cormac McCarthy (e tanti altri come loro) la prima parte era fin troppo chiara. Ma per autori alle prime armi non sempre lo è.

Prima di scrivere la storia

C’è un gran lavoro da fare prima di scrivere una storia, romanzo o racconto che sia. La stesura viene (dovrebbe venire) solo dopo. Quando scrivo, inizio sempre da quello che chiamo “il progetto della storia”. Progettare ci semplifica il lavoro di scrittura.

Comprendere il significato di storia

Remember that stories are about something happening. Shawn Callahan

Le storie parlano di qualcosa che sta accadendo. Sono sempre stato d’accordo con questo pensiero. Altrimenti, cosa racconti?

Capire quale sia il vero significato di storia permette all’autore di scrivere innanzitutto una storia. Tempo fa un lettore mi fece leggere un suo racconto breve: purtroppo non era un racconto, non era una storia, ma solo pensieri sparsi. Poche centinaia di parole che non avevano inizio, né svolgimento né conclusione.

Ogni volta che decido di lavorare a una storia, ho sempre in mente l’arco drammatico, la famosa costruzione a 5 atti (o a 3, il risultato alla fine non cambia). Questo mi permette di tenere sotto controllo la trama, lo svolgersi degli eventi.

Trovare il genere narrativo più consono

Il mese scorso, nell’articolo sulla lettura della narrativa di genere, ho parlato di come i romanzi di Philip K. Dick fossero di fantascienza soltanto perché quel genere era più consono all’autore per trasmettere il suo messaggio, per scrivere dei temi che più gli stavano a cuore.

Non sono sicuro che sia così, ma leggendo i suoi romanzi si scopre come in molti la fantascienza sia stata soltanto un’ambientazione, o una scusa per parlare di certi argomenti.

Il genere letterario non dev’essere consono soltanto all’autore, ma anche alla storia che dobbiamo scrivere. Scoprire quale genere narrativo sia ottimale per la nostra storia la renderà migliore, ci faciliterà la stesura.

Inserire un tema di fondo

Premessa: non è necessario scrivere una storia che abbia un tema o scrivere una storia impegnata. Si possono scrivere storie per puro intrattenimento. Ogni storia può essere buona a modo suo.

Una storia con un tema, una storia che tratta di un argomento preciso, ha secondo me più possibilità di essere apprezzata e ricordata nel tempo.

Lavorare sull’ambientazione e sul contesto

Una storia che non si riesca a collocare cronologicamente e geograficamente è una storia scritta a metà. L’ambientazione, che più spesso nel Fantasy e nella Fantascienza è detta world building, è uno dei primi passi che uno scrittore deve compiere prima di iniziare a scrivere.

Per me ambientazione e contesto non sono limitati al genere fantastico né al romanzo storico, ma vanno estesi a ogni tipo di storia che vogliamo raccontare, anche se contemporanea e sul quartiere o paese in cui viviamo.

Devo citare ancora la magnifica opera di Steinbeck Furore, che ho letto come se davvero stessi vedendone il film. Piccoli o grandi dettagli sparsi nel romanzo che hanno lasciato nel lettore immagini vivide, tridimensionali.

Il contesto, qui, è la disperata, drammatica, penosa ricerca di lavoro e in ogni pagina si respira aria di miseria e dolore, di speranza e di determinazione.

All’interno della storia

Ciò che un autore può fare all’interno della sua storia è scriverla con passione, con tutto se stesso, credendo nella sua forza e anche nel suo successo. Tuttavia questo non basta. Ci sono elementi tecnici che vanno curati al meglio.

Tirare fuori le emozioni

Good stories help you to see what’s happening. Great stories help you to feel what’s happening. Shawn Callahan

Callahan ha senz’altro ragione, ma come creare emozioni nei lettori? Mi vengono in mente questi modi:

  • Mostrare, non raccontare: la famosa regola dello “Show, don’t tell”. Mostrare qualcosa al lettore lo fa immergere totalmente nella scena.
  • Scrivere senza inibizioni: uccidete il protagonista, se necessario. Fate del male ai vostri personaggi. Scrivete scene crude, se davvero servono alla storia. Le inibizioni dello scrittore non fanno bene alla sua scrittura.
  • Sorprendere il lettore: è brutto leggere un romanzo aspettandosi qualcosa che poi avverrà. A parte il rispetto di alcuni canoni stabiliti da precisi generi letterari, il lettore va sorpreso, altrimenti che legge a fare? Si legge una storia per sapere come evolverà e andrà a finire, dopotutto.
  • Lavorare sul linguaggio: le parole, la loro mescolanza, il ritmo, lo stile. Tutto concorre a far emozionare il lettore.

Creare suspense, conflitti e tensioni

Senza abbondare, aggiungerei. Tenere in tensione il lettore ma con garbo, alternando scene di conflitti e problemi con scene di più ampio respiro. Ma resto dell’idea che bisogna scrivere ogni capitolo creando nel lettore un senso di aspettativa.

Quando leggo, non voglio annoiarmi. Quando leggo, voglio che ci sia qualcosa in quel capitolo che non mi fa smettere di leggere. Smetto per improrogabili motivi (funzioni fisiologiche, nutrimento, lavoro, sonno).

Creare personaggi forti e riconoscibili

Ricordo la figura negativa di Mr. Crowle in Mare di papaveri, romanzo storico dello scrittore indiano Amitav Ghosh. Quando appariva quel personaggio, sapevo di aspettarmi il peggio, ma non cosa sarebbe accaduto. Quel personaggio creava attorno a sé una tensione continua.

Hondo, il protagonista dell’omonimo romanzo western di Louis L’Amour, è invece un personaggio positivo, anche se duro, selvaggio. Porta dentro di sé la rudezza della vita che ha vissuto.

Queste due figure, pescate a caso fra i libri letti quest’anno, sono due esempi di personaggi forti e riconoscibili. Gli autori hanno lavorato sul loro linguaggio e sulle azioni.

Scrivere dialoghi realistici

Non è facile. Quando scrivo un dialogo, me lo immagino come se lo ascoltassi in un film e a quel punto capisco dove non funziona e posso modificarlo per renderlo più credibile possibile.

Una storia ha bisogno di dialoghi scorrevoli e vividi. Dialoghi che potremmo sentire dal vivo, con tutte le riserve del caso.

Ricordo che in un dialogo in un romanzo autopubblicato gli interlocutori iniziavano ogni battuta con l’interiezione “beh”. Sembrava di stare in mezzo a un gregge.

Trovare un finale che funzioni

Un romanzo deve finire bene o male? Un romanzo deve finire e basta, secondo me. A tutti piacerebbe leggere storie con un finale felice, in cui tutto si sistema e i due si sposano…

Un finale dev’essere adatto alla storia. Si deve anche ricordare. E infatti ricordo ancora il finale del romanzo fantasy La Spada di Shannara di Terry Brooks: la storia finiva, ma l’autore è riuscito comunque a lasciare il lettore con delle domande.

Forse il finale è la parte più difficoltosa e impegnativa dell’intero romanzo. Anzi è così. Con il finale l’autore rischia di giocarsi tutto.

Come scrivere una buona storia secondo voi?

Su quali dei 9 elementi vi sentite d’accordo? O ne avete altri da aggiungere?

17 Commenti

  1. Leonardo
    8 novembre 2018 alle 11:46 Rispondi

    Buongiorno Daniele. L’articolo è molto interessante. Oltre a ciò che viene proposto per scrivere una buona storia, a mio parere è importante anche il “saper raccontare” quello che si vuol scrivere. Credo che sia un buon esercizio la narrazione orale come intrattenimento e modello per un proprio stile di scrittura. Mi trovo d’accordo col fatto che una storia non debba per forza avere un tema e che il finale debba essere il punto. In quanto alla ” massa” della storia anche trenta, quaranta parole, se scritte bene, sono sufficienti a colpire il lettore.
    Leonardo

    • Daniele Imperi
      8 novembre 2018 alle 11:59 Rispondi

      Ciao Leonardo, benvenuto nel blog. Sì, sono d’accordo sul saper raccontare, anzi magari ci scrivo un articolo.

  2. Grazia Gironella
    8 novembre 2018 alle 12:15 Rispondi

    Sono d’accordo su tutti i punti che hai trattato e coprono gran parte delle problematiche possibili in uno scritto, se non tutte. In particolare mi sembra giustissimo sottolineare, come hai fatto, “creare suspense, conflitti e tensioni… senza abbondare, con garbo”. A volte sembra che il lettore debba per forza saltare per aria dalla sorpresa di fronte a svolte della storia che si spingono tanto in là da diventare quasi assurde. Per fortuna l’animo umano è meno grossolano, e la moderazione è una buona dote, al momento giusto. :)

    • Daniele Imperi
      8 novembre 2018 alle 12:19 Rispondi

      Sì, un eccesso di tensione non porta a niente se non a stancare il lettore o a dargli l’impressione che la storia non finisca mai.

  3. von Moltke
    8 novembre 2018 alle 22:02 Rispondi

    Complessivamente hai ragione, e pur sembrando i tuoi suggerimenti solo frutto di buon senso, persino banali, in realtà non è mai abbastanza farli presente, vista la quantità di storie pessime, scialbe e inutili che vengono quotidianamente sfornate, sia in autopubblicazione che da editori più o meno blasonati.
    Per molto tempo mi sono accanito sugli editori, a causa dei criteri inspiegabili con cui certi autori e romanzi raggiungevano la stampa, ma ultimamente ho preso in mano uno che si era autopubblicato e mi sono trovato davanti a qualcosa di illeggibile, pieno di svarioni grammaticali, tempi verbali gettati a caso, descrizioni inesistenti e dialoghi surreali. Così ho dovuto riconsiderare il ruolo da filtro degli editori, che, al netto delle operazioni commerciali, delle raccomandazioni e dell’approccio indegno agli esordienti, almeno scremava un bel po’ di spazzatura.

    • Daniele Imperi
      9 novembre 2018 alle 08:03 Rispondi

      Devo che alcune volte ho trovato errori grammaticali in libri pubblicati da editori (e anche in qualche fumetto). Come capitano errori di stampa. In “3001: Odissea finale” della Fanucci ne erano presenti quasi uno ogni pagina. Gliel’ho anche fatto presente via email, ma non hanno mai risposto :D
      Riguardo al filtro degli editori ti do ragione e, anzi, vorrei un giorno approfondire l’argomento.

      • von Moltke
        9 novembre 2018 alle 12:41 Rispondi

        Gli errori di stampa sono un’altra peste dei libri che pare peggiorare con l’avvicinarsi a noi della data di pubblicazione. Immagino che sia perché le case editrici abbiano deciso di risparmiare sul correttore di bozze, altra spiegazione non la trovo.
        Purtroppo per molta gente non si tratta di errori di battitura, ma proprio di non conoscere la lingua italiana. Mi chiedo se alcuni di quelli che pretendono di fare lo scrittore siano, prima, mai stati lettori.

        • Daniele Imperi
          9 novembre 2018 alle 12:53 Rispondi

          Anche secondo me risparmiano sul correttore di bozze o lavorano di fretta.

  4. Emilia Chiodini
    9 novembre 2018 alle 16:07 Rispondi

    Oltre ai nove punti del tutto condivisibili, ne aggiungerei un altro così da formare un decalogo.
    Non si scrive per mestiere, si scrive per esprimere “la propria rabbia, la collera, pour cracher.”
    Sputar fuori tutto, forse è vero che serve a questo scrivere. Jean Claude Gremberg 1039

    • Daniele Imperi
      9 novembre 2018 alle 16:14 Rispondi

      In un certo senso condivido questo punto, anche se molti autori scrivono per mestiere e pubblicano buone storie (anche se non sempre).

  5. Barbara
    10 novembre 2018 alle 13:01 Rispondi

    Al di là di tutti i ragionamenti editoriali (genere, ambientazione, stile, personaggi, dialogo, trama) una buona storia ha due obiettivi: deve divertire e far riflettere. Divertimento non limitato al concetto di ridere ed emozionarsi, ma nel senso che il lettore deve sentire di non aver perso tempo in quella storia. Far riflettere perché se dopo pochi giorni di quella storia non c’è rimasto nulla, qualcosa non è andato per il verso giusto. Deve scuotere l’io. :)

    • Daniele Imperi
      12 novembre 2018 alle 07:57 Rispondi

      Più o meno sono d’accordo. Sul non aver perso tempo ok, sul far riflettere non tanto: più che riflettere a me deve restare qualcosa, ma questo non significa che io mi metta a riflettere sulla storia. Qualche volta è capitato, e infatti ci sono storie che ricordo ancora bene nonostante siano passati anche 30 anni.

  6. Bonaventura Di Bello
    11 novembre 2018 alle 10:05 Rispondi

    Sul fatto che la fantascienza venga spesso usata come “contenitore” per svariati generi letterari basta guardare i titoli pubblicati nella collana Urania, per esempio “Fluke” (e altri) di Herbert oppure “Morti e sepolti” di Chelsea Quinn Yarbro, o i romanzi di Ray Bradbury (degno di nota “Il popolo dell’autunno”, noto anche come “Qualcosa di sinistro sta per accadere” dal titolo originale) giusto per citarne alcuni che meritano una lettura e da cui sono stati anche tratti dei film tutto sommato decenti.
    Philip K. Dick, per quanto eccelso nella sua visionaria unicità, fa parte di quella categoria di autori eclettici del secolo scorso la cui poliedricità rende difficile attuare una classificazione di genere.
    Chiusa la parentesi, mi preme farti una domanda: quando leggi narrativa, applichi automaticamente l’analisi in modalità “autore” (sul viaggio dell’eroe, l’arco di trasformazione dei personaggi, la descrizione degli stessi, i dialoghi, ecc.) durante la lettura o ti riservi di farlo in seguito per non precluderti il piacere di leggere immergendoti nella storia?

    • Daniele Imperi
      12 novembre 2018 alle 08:00 Rispondi

      Mi segno questi titoli, allora :)
      Quando leggo, lo faccio in doppia e contemporanea modalità lettore-autore, purtroppo, e anche in quella correttore di bozze grammarnazi :D

  7. Bonaventura Di Bello
    12 novembre 2018 alle 08:02 Rispondi

    La modalità ‘correttore di bozze grammarnazi’ credo sia una di quelle più difficili da tenere a bada :D

  8. Luz
    12 novembre 2018 alle 18:28 Rispondi

    Scrivere senza inibizioni: ce l’ho.
    Sorprendere il lettore: ce l’ho.
    Scrivere dialoghi realistici: ce l’ho (anche per mia deformazione con la scrittura drammaturgica, che esige realismo, altrimenti la messa in scena non funziona).
    Creare suspence, conflitti, tensioni: ce l’ho.
    Creare personaggi forti e riconoscibili: ce l’ho.
    Trovare un finale che funzioni: credo di averlo.
    Insomma, credo, dico credo, di avere messo insieme tutti questi elementi. Il “cosa” non manca. Il “come” mi getta nel dubbio. Ora sono in fase di decantazione, ho preso le distanze dalla narrazione dopo una full immersion che mi ha stancato moltissimo. Sono spossata, ma anche felice e molto incerta. Sono un coacervo di emozioni, insomma. :)

    • Daniele Imperi
      13 novembre 2018 alle 08:02 Rispondi

      E tutto ciò che viene prima della storia c’è? :)

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