Ricordi di vetro

Ricordi di vetro

Il vecchio s’alzò dal letto a fatica, raggiunse il comò e guardò il proprio viso riflesso nello specchio. Immagini non più nitide proiettarono l’ombra d’un uomo giunto alla fine del suo tempo.

La stanza in cui dormiva puzzava di piscio e chiuso, ma lui non apriva mai la finestra, non ne aveva più la forza. E neanche la voglia. In terra era sporco e nessuno veniva mai a pulire. L’unico figlio che aveva lo chiamava a Natale e al suo compleanno, ma il vecchio sapeva che sarebbe venuto solo al funerale. Ci sarebbe stata parecchia gente quel giorno.

Per via di quella storia del tesoro nascosto.

Al ricordo il vecchio rise, una risata rauca e catarrosa. Tossì, sputò in terra e si pulì la bocca col dorso della mano. Tornò a guardare lo specchio. Quei giorni lontani ora gli scorrevano davanti agli occhi cisposi, attraverso lo specchio come dentro un film. I giorni della guerra, della fame. Le bombe che cadevano dal cielo e il sesso consumato di fretta dietro una casa, sotto l’ombra d’una quercia. Il convoglio tedesco che attraversava il paese, due camion, una jeep. Parole urlate in una lingua dura e fredda come le notti passate all’addiaccio. Il capitano delle SS che dava ordini a un sergente dell’Esercito italiano, la mano che colpiva il soldato, allora ventenne.

Sulla guancia non rasata e incisa dalle rughe sentì ancora quel colpo. Poi il suono d’una pistola che sparava. Rivide il capitano tedesco saltare indietro e il sangue spillare fuori come spumante da una bottiglia agitata. La sua mano che riponeva la pistola nella fondina. Urla. Spari. Qualcuno che lo buttava a terra. Una granata che esplodeva e una jeep che saltava in aria. Sul terreno i corpi dei soldati tedeschi, uccisi. Sali su quel camion! Svelto! E via, sulla strada. Lontano dal paese, da altri nemici – o erano ancora amici? – via, oltre la collina.

Tutto questo rividero i suoi occhi mezzi ciechi attraverso il vetro dello specchio. Aprì un cassetto, prese un paio di mutande pulite, due calzini rammendati e una maglia di lana logora e ingiallita dal sudore. Si spogliò nudo, davanti a quello specchio antico come la morte. Un sospiro smorzato gli morì sulle labbra a vedere com’era ridotto, la pelle rosata e i peli bianchi, il pube una massa senza vita che penzolava fra gambe denutrite. S’infilò le mutande, i calzini, la maglia e guardò ancora attraverso lo specchio.

Davanti a lui c’era il giovane sergente dell’Esercito. Guidava il camion su una strada sterrata. Buttava lo sguardo allo specchietto retrovisore, ma l’altro camion non c’era più. Continuò a guidare e portò il mezzo fino alla sua proprietà, una casa a due piani e un terreno. Dietro la costruzione alberi e cespugli avrebbero nascosto il mezzo a chi fosse venuto dalla rotabile. Scese, scostò il telo. Casse di legno, sigillate. Scritte impresse a fuoco a caratteri gotici. Ne aprì una.

Oro.

Lingotti d’oro, uno sull’altro. In tutte le casse.

Rise, tossì e sputò di nuovo in terra. E rise ancora, finché una tosse convulsa lo fece piegare in due. Si portò una mano al petto, la bava che colava dalla bocca sdentata. Guardò ancora lo specchio, il suo volto di vetro che l’osservava dall’altra parte, giovane, ben rasato, i capelli neri come la notte e lucidi come il metallo. Sorrideva. Era un uomo ricco, il sergente dell’Esercito.

Una per una sollevò le casse e le gettò dentro il pozzo dell’acqua, ormai prosciugato. Tonfi, legno che si spaccava sulla roccia. Poi con una pala buttò dentro della terra. Rimontò nel camion, raggiunse la rotabile e portò il mezzo lontano, finché trovò modo di farlo precipitare in un dirupo.

Chiuse gli occhi. S’era sparsa la voce di quell’oro. Dei camion rubati. E il suo nome veniva sussurrato. Qualcuno aveva fatto domande, aveva insinuato qualcosa. Poi i bombardamenti. La sua casa distrutta, il terreno diventato irriconoscibile, una landa confusa di pietre, terriccio, alberi sradicati e bruciati. Quanto aveva scavato, in quei lontani giorni! Ma dell’oro più nessuna traccia. Sepolto per sempre, giù, nell’inferno delle speranze estinte.

Ma non le voci, che mormoravano ancora.

Riaprì gli occhi. Davanti a lui, attraverso lo specchio, c’era adesso un vecchio. Solo e sudicio.

Che avrebbe continuato a pisciarsi addosso fino alla fine dei suoi giorni.

12 Commenti

  1. Luigi Leonardi
    domenica, 25 Novembre 2012 alle 10:42 Rispondi

    Ciao Daniele,
    questo racconto esprime il senso della desolazione.
    L’uomo cammina inesorabilmente verso la propria distruzione.

    • Daniele Imperi
      mercoledì, 28 Novembre 2012 alle 11:52 Rispondi

      Ciao Luigi, vedo che hai una predilezione per i racconti di guerra ;)

  2. Lucia Donati
    domenica, 25 Novembre 2012 alle 11:04 Rispondi

    Desolazione senza possibilità di scampo: terribile. Molto ben scritto ma, a mio avviso, il finale lascia un po’ troppo presto chi legge. Quando ho letto l’ultima frase sono rimasta a bocca aperta: mi aspettavo che ci fosse scritto altro, dopo.

    • Luigi Leonardi
      domenica, 25 Novembre 2012 alle 12:08 Rispondi

      Per la verità me l’aspettavo anch’io.

    • Daniele Imperi
      mercoledì, 28 Novembre 2012 alle 11:53 Rispondi

      Vi aspettavate altro? Mmm, pazienza, non avevo altro da dire :D

      • Lucia Donati
        mercoledì, 28 Novembre 2012 alle 14:56 Rispondi

        Guarda che anche a me capita di fare dei finali “secchi” e a me piacciono. Solo, qui mi aspettavo che ci fosse un discorso che proseguiva, tutto qui.

  3. Lucia Donati
    domenica, 25 Novembre 2012 alle 15:32 Rispondi

    Super classifica settimanale: 1) Grafia dei nomi;2) Ricordi di vetro;3)Prossimi racconti.

  4. franco zoccheddu
    domenica, 25 Novembre 2012 alle 22:57 Rispondi

    Hai mai considerato di scrivere sceneggiature? La capacità di sintesi che dimostri nei post e nei tuoi racconti mi fanno pensare a uno sceneggiatore: scegli, butti via dai discorsi tutto ciò che è inutilmente ridondante, mettendo al centro solo gli elementi essenziali. Ci vedo molto di chi “scrive” film.

    • Daniele Imperi
      mercoledì, 28 Novembre 2012 alle 11:53 Rispondi

      Grazie :) Anni fa ho provato a scrivere sceneggiature per fumetto, ma per storie mie.

  5. Romina Tamerici
    martedì, 27 Novembre 2012 alle 1:04 Rispondi

    Molto malinconico, ma fa riflettere… la solitudine, la desolazione, ricordi che si confondo tra verità e immaginazione, tra passato e futuro…

    P.S. Forse sono io che sono troppo pignola, ma dove le ha trovate delle mutande pulite da mettere? In tutto quel sudiciume, in tutta quella trasandatezza… boh, magari le lava lui, eh, ma non mi sembra il tipo, sinceramente, altrimenti pulirebbe anche per terra. Ok, fine della parentesi pignola (ogni tanto devo pur essere me stessa, no?).

    A parte questo misero dettaglio, un bel testo.

    • Daniele Imperi
      mercoledì, 28 Novembre 2012 alle 11:54 Rispondi

      Ma guarda che quesiti vai a porre :D Le mutande se le cambia una volta ogni due mesi e ha una bella scorta :D

      • Lucia Donati
        mercoledì, 28 Novembre 2012 alle 14:54 Rispondi

        Adesso siamo più tranquilli!

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