Il politicamente corretto nella scrittura

Chi decide come e cosa dobbiamo scrivere?

Il politicamente corretto nella scrittura

Il politicamente corretto non è mai morto (purtroppo) e si insinua sempre più nella scrittura e nel linguaggio parlato.

I mali della scrittura sono oggi 4, che elenco in ordine di comparsa nella lingua italiana:

  1. Burocratese/aziendalese/politichese/legalese: linguaggi contorti, scelta di termini forbiti, ambigua interpretazione dei testi.
  2. Politicamente corretto: condanna di alcuni termini ed espressioni perché ritenuti (da alcuni) offensivi.
  3. Itanglese: ricorso ingiustificato a termini inglesi con sostituzione, e potenziale scomparsa, di quelli italiani.
  4. Linguaggio inclusivo: uso di simboli al posto delle desinenze maschile e femminile, distorsione dell’ortografia, incomprensione dei testi.

Ognuno di questi mali arreca un danno enorme alla scrittura e alla lingua italiana. Se i primi 2 sono facilmente correggibili, basterebbe un po’ di buona volontà e soprattutto di tolleranza, gli ultimi 2 sono più insidiosi, perché si stanno imponendo nella lingua.

Il linguaggio politicamente corretto, pur non essendo insidioso, limita comunque la libertà di espressione e, dunque, la scrittura. Ci sono state perfino circolari comunali che vietavano alcune parole e ultimamente l’Unione europea (tanto per farsi detestare ancor più dal sottoscritto) aveva sconsigliato l’uso di altre.

Una scrittura edulcorata?

Edulcorare, quando riferito alla scrittura e al linguaggio, è un verbo pericoloso: addolcire la scrittura, renderla meno grave, mitigarla.

Conosciamo tutti l’espressione “versione edulcorata dei fatti” e ne conosciamo anche il significato: una versione purgata, meno sgradevole di quanto sia in realtà. Dunque una versione che non rispecchia la realtà reale dei fatti.

Eufemismi o politicamente corretto?

Eufemismo o il “ben dire”. Gli eufemismi sono figure retoriche che attenuano alcune parole, ma in altri casi le alterano.

Gli eufemismi sono leciti, specialmente in situazioni e ambiti particolari, perché evocano nella mente di chi ascolta o legge immagini meno dolorose. Non vanno confusi con il politicamente corretto, che è invece una sorta di imposizione.

Se l’eufemismo è un atto volontario, una scelta personale per mostrarsi rispettosi e delicati, il politicamente corretto è invocato dai nuovi moralisti, che si ergono a giudici del linguaggio e dettano regole di scrittura.

Dove l’eufemismo attenua e smorza alcune espressioni, il politicamente corretto ne cambia il significato, modificando radicalmente la percezione e operando una vera censura delle parole e delle idee.

Il bando dei significanti

Ogni parola ha due facce: il significante è quella esterna, che vediamo e leggiamo (e scriviamo); il significato è quella interna, che percepiamo nella nostra mente e ci fa addentrare nel suo contesto.

Il politicamente corretto mette al bando i significanti, cambiando, ed eliminando anche, i significati.

La scrittura e il linguaggio si svuotano di termini, di concetti, perfino di idee, che non trovano più spazio all’interno di un bagaglio precostituito di convenzioni, di neologismi creati per il mondo postmoderno.

Per una scrittura libera

Scrivere seguendo i dettami del politicamente corretto significa condire la propria scrittura di ipocrisia, neutralizzare il proprio passato culturale e aderire a ideologie che non ci sono proprie.

Quando mi trovo a leggere libri di decenni or sono o quando rievoco nella mente i giorni di scuola, mi ritrovo a fare un paragone con il mondo di oggi e mi accorgo che oggi quei testi non sarebbero stati ammessi, o quanto meno sarebbero stati fortemente criticati e attaccati. Quei ricordi, invece, non sarebbero neanche esistiti.

Il politicamente corretto ha il potere di distorcere il nostro linguaggio, infierendo sul nostro personale stile di scrittura e perfino rieducando la nostra coscienza e i nostri pensieri in favore di un pensiero e una coscienza che si autoeleggono giusti, corretti, al di sopra di ogni critica.

La scrittura – non solo come forma d’arte, ma anche come mezzo comunicativo – è l’esternazione dei nostri pensieri, delle nostre idee, dei nostri sentimenti e delle nostre emozioni.

La scrittura rappresenta la nostra visione del mondo e della realtà. Non può essere catechizzata da opinioni altrui né preventivamente censurata, perché perderebbe ciò che più la rende personale e propria: la sua spontaneità.

5 Commenti

  1. Corrado S. Magro
    giovedì, 7 Aprile 2022 alle 13:55 Rispondi

    Condivido pienamente il tuo punto di vista e se potessi cancellerei dal pianeta gli apostoli del globale che non hanno mai voluto accettare il pensiero di Haward: pensa globale, agisci locale.
    Mi permetto d’introdure la mia visione da una diversa angolatura:
    – È una legge non scritta che chi domina “fa legge”. Questo vale, non dico in assoluto ma quasi. Perché idiomi e lingue di realtà politiche secondarie fanno fatica a restare sé stessi? Proprio perché domina la cultura del più forte, potente, ricco. Se una entità non ha peso sulla bilancia, dovrà, volente o nolente, accodarsi. I tesori culturali che possiede devono contentarsi di essere custoditi e apprezzati dai pochi.

    • Daniele Imperi
      giovedì, 7 Aprile 2022 alle 14:19 Rispondi

      Esatto, è una legge non scritta, che alle volte è perfino peggio di quelle scritte.
      Il problema è che le piccole entità oggi pretendono di dettare legge. Anche su scrittura e linguaggio.

  2. Orsa
    giovedì, 7 Aprile 2022 alle 16:22 Rispondi

    Anch’io, come Corrado, condivido il tuo punto di vista (ma va’, non s’era capito) :D
    Ah, belli i tempi del politichese e del burocratese, quando c’erano solo quelli e basta, e lo spettro del linguaggio inclusivo non era contemplato neanche nella peggiore previsione catastrofica. Come dici tu gli ultimi due sono i peggiori perché molto insidiosi, il rischio è quello che quell’odioso ditino moralizzatore (ditino che solitamente appartiene a una mano chiusa a pugno) diventi dittatura. Una dittatura che censura, cancella, boicotta e impone forzature. E menomale che il male veniva da Piazza Venezia…

    • Daniele Imperi
      giovedì, 7 Aprile 2022 alle 16:30 Rispondi

      Hai ragione, bei tempi quando dovevano maledire solo politichese e burocratese! Chi avrebbe mai detto che sarebbero arrivati altri mali nella scrittura?
      Il male viene sempre dai falsi moralizzatori. Potrebbe vivere, e far vivere, in pace semplicemente non leggendo ciò che a loro non piace leggere, ma lasciar scrivere gli altri come vogliono.

    • Corrado S. Magro
      giovedì, 7 Aprile 2022 alle 19:01 Rispondi

      Orwell docet

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