
Indice delle parole da eliminare
Tagliare è il verbo più usato quando si tratta di revisionare un manoscritto. In genere si parla di tagliare intere frasi, periodi, scene o perfino capitoli – e più è consistente il blocco di testo da tagliare, più andiamo in crisi.
Meno critico è invece il taglio di una parola. O, meglio, di una serie di parole che qui e là nel manoscritto fanno la loro inutile comparsa. Inutile perché sono superflue, non comunicano nulla di più, e in alcuni casi sono perfino non corrette.
Aggettivi… soggettivi
Molti demonizzano gli aggettivi. E anche gli avverbi, se è per questo. Ma se esistono – aggettivi e avverbi – significa che vanno usati.
Un’eccessiva aggettivazione appesantisce il testo. Allo stesso modo, una scarsa o nulla aggettivazione lo impoverisce.
Gli aggettivi veramente inutili, da eliminare quindi, sono quelli soggettivi. Per esempio:
- Era una bella casetta stile baita.
- Gli presentò una splendida donna.
- Indossò un brutto abito per la cerimonia.
- Era una giornata fantastica.
Frasi del genere sono comuni, specialmente nel parlato, dove non destano stupore perché siamo noi a pronunciarle, o comunque qualcuno con cui stiamo parlando, quindi è normale che vi siano aggettivi soggettivi.
Ma in un romanzo no. Frasi del genere in un romanzo non arricchiscono la descrizione, anzi costituiscono un’intromissione del narratore. La casa era bella, la donna splendida, l’abito brutto e la giornata fantastica per chi narra, per chi sta scrivendo.
Possiamo riscrivere quelle frasi in modo che aggiungano qualcosa alla descrizione e alle emozioni e sensazioni del personaggio:
- Era una casetta stile baita. All’uomo piacque all’istante.
- Gli presentò una donna che lo lasciò senza fiato, tanto che l’amico dovette ripeterne quattro volte il nome prima che si decidesse a balbettare il suo.
- Si vestì e si rimirò allo specchio: quest’abito è orribile, pensò.
- Era una giornata luminosa, l’aria appena frizzante, profumata dei fiori e delle erbe del prato.
Avverbi inutili
Quando un avverbio diventa inutile? Quando, eliminandolo, la frase resta invariata.
Anche gli avverbi inutili in genere passano inosservati, perché si riscontrano spesso nel parlato. Per esempio:
- La casa era completamente distrutta.
- Stava letteralmente meglio.
- Passeggiava lentamente per la via di negozi botteghe locali.
- Corse velocemente fino a casa ad avvertire il padre.
- «Verrai domani?». «Assolutamente».
Se proviamo a eliminare tutti quegli avverbi, le frasi restano invariate. In realtà per l’avverbio dell’ultima frase c’è un discorso a parte.
Se una casa è distrutta, è ovvio che lo sia completamente e bisogna ricostruirla da capo. Se stava meglio, che lo fosse letteralmente decisamente visibilmente poco importa. Stava meglio e basta. Avete mai visto qualcuno passeggiare speditamente? Se si corre, si va veloci. Punto.
E adesso parliamo di quell’antipatico indigesto inascoltabile “assolutamente”. L’avverbio assolutamente non significa altro che in maniera assoluta. Non significa sì.
Riscriviamo dunque le frasi senza quegli avverbi inutili.
- La casa era distrutta. Anzi, rasa al suolo. Un terremoto avrebbe fatto meno danni.
- Stava meglio. Sorrideva, parlava di progetti futuri.
- Passeggiava per la via di negozi botteghe locali.
- Corse fino a casa ad avvertire il padre.
- «Verrai domani?». «Assolutamente sì!».
Parole riempitive
Quali sono le parole riempitive? Sono quelle parole che riempiono un testo senza alcun valore aggiunto. Brodo allungato, come si suol dire.
Vediamo alcune frasi di esempio.
- Salì su fino al piano superiore.
- «Sto giusto andando al lavoro, ti chiamo più tardi».
- Stava proprio urlando a squarciagola.
- Entrò dentro casa e si svestì.
- Uscì fuori dal locale per fumare una sigaretta.
- Appena vide l’orso, iniziò a correre come un dannato.
Avete notato le parole riempitive?
Si sale sempre su, credo sia impossibile salire giù. Fino a prova contraria. “Giusto” ha il sapore della giustificazione. Si entra sempre dentro qualcosa e si esce sempre fuori da qualcosa. Difficile l’opposto. Fino a prova contraria. L’inizio della corsa è un periodo di tempo infinitesimale che nessuno può osservare. Inoltre: come corrono i dannati?
Riscriviamo quelle frasi eliminando le parole riempitive.
- Salì fino al piano superiore. Oppure, meglio: Salì al piano superiore.
- «Sto andando al lavoro, ti chiamo più tardi».
- Stava urlando a squarciagola.
- Entrò in casa e si svestì.
- Uscì dal locale per fumare una sigaretta.
- Appena vide l’orso, corse via terrorizzato.
Gerundi inutili
Il gerundio non esiste.
D’accordo, in italiano esiste. In norvegese, invece, no. Se ci chiamano al telefono e ci chiedono “Che fai?”, noi rispondiamo “Sto leggendo”. In norvegese, invece, risponderemmo “Jeg sitter og leser”, cioè “Sono seduto e leggo”.
Ma anche in italiano non è propriamente corretto rispondere “Sto leggendo”, perché in quel momento siamo al telefono. Certo, rispondere al “Che fai?” con “Sto parlando proprio ora con te” ci farebbe guadagnare un improperio.
Io non amo molto il gerundio, proprio perché indica un’azione contemporanea. Mi sembra, quindi, impossibile da quantificare, visualizzare.
Alle volte penso che il gerundio sia una trappola, o anche una soluzione facile. Per esempio:
- Camminando per le vie, si fece un’idea della tranquillità della cittadina.
- Avendo ucciso tutti quei nemici, adesso avvertiva stanchezza, ma anche disgusto.
Non sono frasi eleganti. A me sembrano sciatte, scritte senza sforzarsi.
- Mentre camminava per le vie silenziose, si fece un’idea della tranquillità della cittadina.
- L’uccisione di tutti quei nemici, il sangue che gli imbrattava la tunica, l’odore acre della carneficina sul campo di battaglia lo gettarono in un profondo torpore, mentre il disgusto delle sue azioni annebbiava l’esultanza della vittoria.
La trappola del gerundio scatta spesso nei dialoghi:
«Hai detto a tua madre che t’hanno bocciato?» gli chiese il padre guardandolo severo.
«Non ancora» rispose il ragazzo, strofinando le mani sui pantaloni per il nervosismo.
«Che aspetti? L’inizio dell’anno nuovo?» tornò alla carica l’uomo, avvicinandosi al figlio.
«Glielo dico, dopo pranzo glielo dico» lo assicurò il ragazzo, sperando di calmare il padre.
Terribili. Illeggibili. Pesanti.
Il gerundio ci facilita le cose, quando invece il bello della scrittura è anche complicarsi le cose, cioè pensare, provare, studiare forme più eleganti e leggibili, più scorrevoli.
«Hai detto a tua madre che t’hanno bocciato?» gli chiese il padre in tono brusco.
«Non ancora» rispose il ragazzo. Era nervoso, le mani che sfregavano i pantaloni nel tentativo di calmarsi.
«Che aspetti? L’inizio dell’anno nuovo?». Si avvicinò al figlio con fare minaccioso.
«Glielo dico, dopo pranzo glielo dico» cercò di calmarlo il ragazzo, ma intanto si chiedeva come dare la notizia alla madre. Ormai s’era giocato un’estate spensierata al mare con gli amici.
Queste sono le mie parole da eliminare nella scrittura. Le vostre quali sono?
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Grazia Gironella
Condivido senza eccezioni. Sono meno d’accordo, invece, con certe rigidezze che tempo fa circolavano sui siti di scrittura creativa. Un esempio: evitare come la peste gli avverbi in -mente perché creano assonanze fastidiose. Se ne inserisci soltanto uno in quelle righe, in che modo creerà assonanze fastidiose? Non li amo particolarmente (!), ma non sento sempre il bisogno di trovare soluzioni alternative. Oppure il fatto di non poter giammai usare il termine “cosa”, quando è nell’uso comune. Per me questo significa che nei dialoghi lo si può usare, prestando attenzione a non banalizzare troppo il parlato. Come sempre, dipende… e se non si capisce da cosa dipende, male!
Daniele Imperi
Gli avverbi in -mente creano assonanze fastidiose se ripetuti varie volte in una pagina. Ma non vanno demonizzati. In che senso “cosa”? In quale contesto?
Grazia Gironella
“Ieri ho fatto una COSA di cui mi vergogno.” “Mi piacciono le COSE colorate.”
Daniele Imperi
Ah, ma nei dialoghi va bene, perché è normale che si usi.
Corrado S. Magro
Demonizzare o santificare? Niente è sacro. Ho letto da non molto il romanzo storico di una scrittrice contemporanea quotata. Di tanto in tanto mi sono imbattuto in termini che al ginnasio dei mei tempi sarebbero stati condannati all’ostracismo. Tirare due linee, una rossa e una blu e porre da uno dei due lati modi e usi di dire è difficile. Ripeto ciò che ritengo valido: “È il contesto a suggerire”. Sono d’accordo sul principio di non abusare anche se autori ben noti lo facciano a proposito.
Daniele Imperi
Che termini erano?
Sono d’accordo che sia il contesto a suggerire il giusto modo di usare certe parole.
Corrado S. Magro
Tante espressioni proprie al mio dialetto materno, alias siciliano, nel testo “L’architettrice”. L’autrice, preciso, è romana come i luoghi che tratta.
massimolegnani
Istruttive le tue osservazioni, fanno riflettere su scelte di scrittura consolidatesi nel tempo, il gerundio, per esempio, che utilizzo troppo, me ne rendo conto ora, per abbreviare le frase e per non ripetere i che.
ml
Daniele Imperi
Anche i “che” sono ripetuti spessi, infatti in revisiono nel elimino qualcuno.