Scrivere per pubblicare

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L’etica professionale dello scrittore

L’etica professionale dello scrittore

Non esistono giustificazioni alla banalità, alla scarsa cura dello stile, alla mancanza di ricerca. Un professionista non punta alla sufficienza, deve spingersi al di sopra della media, in ogni campo. “Abbiamo l’obbligo” di Simona Colombo

Quel breve articolo, che contiene una citazione di Neil Gaiman e un pensiero finale dell’autrice, mi ha fatto riflettere su quale sia, e se esista, un’etica professionale dello scrittore. Un’etica che lo accompagni lungo il percorso della sua carriera.

Sì, certo che esiste. Lo dice anche quel post. Esiste perché deve esistere. Quando si mette in vendita qualcosa, dev’esserci professionalità e non c’è professionalità senza etica.

Ognuno di noi, di noi che scriviamo, che proviamo a scrivere, che sogniamo di diventare romanzieri, scrittori a tempo pieno, ognuno di noi deve avere una propria etica.

La mia ve la racconto qui.

La mania dei racconti in ebook

Per fortuna m’è passata. Ne ho parlato quando ho discusso sulla pubblicazione di racconti singoli in ebook. Dalla fine del 2016 mi sono messo a scrivere alcuni racconti di fantascienza per spedirli a qualche editore nella speranza di vederli pubblicati.

Per come la vedo io non si ottiene nulla. Per soldi non ne vale la pena. Guadagnare il corrispettivo di una cena per tutte le ore necessarie a scrivere un racconto e revisionarlo ci vai solo in perdita.

Per la gloria neanche: quanti lo leggeranno? Quanti si ricorderanno di te? Tanto vale pubblicare i racconti gratis nel blog. E così farò.

La qualità, poi, cosa che mi sta più a cuore dei soldi, non è alta se non c’è editing.

A me non interessa ritrovarmi con una caterva di racconti in ebook pubblicati tanto per far vedere quanto scrivo, quanto sono stato prolifico. I numeri non mi interessano.

La moda del self-publishing

Non sono sicuro che l’autopubblicazione sia ancora una scelta personale e non soltanto una moda, nata dall’estrema facilità con cui si può pubblicare qualsiasi cosa su Amazon e dintorni.

Non sto generalizzando, per qualcuno è stata una scelta personale nata dalle proprie esperienze o dalla propria filosofia editoriale o da entrambe.

Il self-publishing, se fatto con professionalità, richiede un certo investimento di tempo e denaro. Io non ho ora denaro da spendere per quella che reputo una velleità. Velleità per me, s’intende, non per voi.

Per scrivere un romanzo ci vuole tempo. Tanto tempo, se quel romanzo è lungo e complesso, come quello che ho abbandonato per vari motivi e che non mi decido ancora a riprendere in mano. Per pubblicare con una casa editrice, ossia la mia scelta e la mia filosofia editoriale, occorre sicuramente ancora più tempo. E io non ho più 20 anni da un bel pezzo. Ergo, ho diritto a chiamarla velleità.

Anche pubblicare i miei racconti in self-publishing richiede soldi, per l’editing e la copertina come minimo. Soldi che io non mi sento di spendere, perché sono sicuro quasi al 100% che non venderò un numero di copie tale da rifarmi del denaro speso. Il tempo impiegato, poi, per scrivere, revisionare, pubblicizzare il racconto in ebook non viene ripagato dalle vendite. Ma, ripeto, per me non è una questione di soldi, però se devo investire, come minimo devo andarci in pari, non certo in perdita.

Pubblicare per forza e subito

Secondo me è questa la moda del momento. È fin troppo noto che gli editori non rispondono in tempi brevi ai manoscritti spediti e che solo pochissimi editori, non certo i grandi, danno una risposta anche in caso di rifiuto.

Lo sappiamo bene tutti quanti. Ma lo sappiamo per esperienza personale o per sentito dire? La seconda, ovviamente. Non dico che sia una leggenda urbana, ma credo che molti autori scelgano di autopubblicarsi per via di questa voce, che, se anche fosse vera – e alcuni editori scrivono nel proprio sito che non ci sarà risposta prima di 3, 4 o 6 mesi – questa voce è appunto una voce.

Mi domando: quanti di questi autori ha provato personalmente a spedire un manoscritto a una casa editrice? E, se l’ha fatto, perché si è arreso al primo rifiuto o alla prima risposta mancata?

Perché è meglio pubblicare per forza e subito.

A nessuno è mai venuto in mente che un rifiuto (leggi anche: una mancata risposta) fosse giustificato? Che quel romanzo davvero non fosse pubblicabile?

A me non interessa pubblicare per forza e subito. A me interessa pubblicare un buon romanzo, un romanzo che mi abbia soddisfatto sia come storia sia come stile sia come qualità di scrittura. A quel punto, e solo allora, mi sentirò di spedirlo a un editore.

La filosofia del primo romanzo

Più di due anni fa ho discusso nel blog su quale debba essere il primo romanzo da pubblicare: la storia, cioè, che ci identifica non solo come genere narrativo ma anche come tipologia di autori.

Il primo romanzo da pubblicare è decisivo, ecco perché va scelto con cura. Ho 4 trame complete di romanzi, 2 di fantascienza, un fantasy e un poliziesco. Ho scelto il più complesso, per vari motivi. È qualcosa di diverso, che quindi mi rappresenterebbe meglio come autore, un autore che scrive ciò che gli salta in testa senza badare a convenzioni o mode.

In realtà ho pronto un racconto molto lungo che per qualche editore è considerato un romanzo breve, ma per me resta un lungo racconto, che non può essere pubblicato come primo romanzo perché non mi identifica.

L’etica professionale dello scrittore inizia dal blog

Forse Penna blu cambierà ancora. Era nell’aria. Cambierà perché le cose cambiano e il tempo scorre via e non torna indietro. Ma di questo parleremo un’altra volta.

Questa è la mia idea di etica per uno scrittore. E la vostra?

54 Commenti

  1. Marco
    25 gennaio 2018 alle 07:26 Rispondi

    Quest’anno se riuscirò a finire il mio romanzo (in realtà è “quasi” finito, ma ha bisogno di un bel po’ di lavoro), vorrei spedire a qualche editore. Lo avevo già fatto anni fa, e qualcuno mi aveva risposto. Il marketing non fa per me, ci vuole tempo e un certo tipo di immaginazione. Che preferisco usare per le mie storie.

    • Daniele Imperi
      25 gennaio 2018 alle 11:14 Rispondi

      Il marketing non fa neanche per me, ecco un altro motivo per non scegliere il self-publishing. Io non mi so vendere. Posso scrivere, e già quella è una bella fatica :)
      Auguri allora per il tuo prossimo romanzo.

      • Marco
        25 gennaio 2018 alle 11:19 Rispondi

        Ne avrò bisogno ;)
        Auguri anche a te.

  2. Pierangelo Ottusi
    25 gennaio 2018 alle 07:37 Rispondi

    D’accordo con te. Ho pubblicato il mio primo romanzo. Vendute credo una ventina di copie. Speso un patrimonio.
    Continuo a scrivere per me stesso comunque. E tengo nel cassetto per ora.
    Romanzi e lunghi racconti.
    Alla mia domanda rivolta a Case Editrici, “Qual’è il confine tra racconto e romanzo? Solamente un numero di pagine diverso? ” Non ho mai ricevuto risposta.
    Solamente preventivi da me non sostenibili.
    Buon lavoro. Piero

    • Daniele Imperi
      25 gennaio 2018 alle 11:17 Rispondi

      Ciao Pierangelo, benvenuto nel blog. Hai autopubblicato il tuo romanzo?
      Sulla differenza di lunghezza fra romanzi e racconti ho scritto un articolo tempo fa: http://pennablu.it/lunghezza-testi-narrativi/
      Preventivi? Hai chiesto allora alle case editrici a pagamento, da evitare come la peste.

  3. Nuccio
    25 gennaio 2018 alle 08:19 Rispondi

    Ci vuole preparazione, approfondimento, costanza, capacità critica, duttilità mentale e una serie di altre caratteristiche. Ma se non c’è l’occasione buona (chiamatela fortuna) vi potete anche sparare o scrivere x voi . L’ambizione occorre sempre. Buona scrittura a tutti!

    • Daniele Imperi
      25 gennaio 2018 alle 11:18 Rispondi

      Sì, alla fine conta anche l’occasione, alias fortuna.

  4. andrea
    25 gennaio 2018 alle 08:30 Rispondi

    Ciao Daniele.
    Un anno fa ho pubblicato self, d’impeto, deluso da una casa editrice. Altra attesa mi avrebbe devastato (ho circa la tua età).
    Col senno di poi, ho però realizzato che nessun editore (con la E maiuscola) avrebbe mai letto il manoscritto. Quindi ho fatto bene.
    Il risultato è stato scarso, nonostante i pareri beta favorevoli, (a tal proposito valuterei bene il discorso del complicato ;-) )
    Così ho cominciato a pubblicare estratti del libro e racconti brevi su una pagina fb creata allo scopo. Ho anche pubblicato un racconto a puntate, scritto di getto… ed ha ”funzionato”. Ho delle persone che mi seguono, commentano e giudicano. Mi è stata chiesta una versione cartacea, e così ho fatto; grazie al self. Ho anche scoperto che chi interagisce direttamente, è una minima parte rispetto chi legge.
    Dipenderà dal mio stile, ma ho riscontrato che l’editing (eseguito su dei racconti) non mi ha aiutato molto (opinione delle mie lettrici).

    Etica?
    Per come la intendi te,
    sperare che un giorno qualcuno mi noti.
    Nel frattempo divertirmi, regalando qualche emozione, spendendo il meno possibile e senza dover rinunciare al mio stile.
    Superare i momenti di sconforto, leggendo anche post come i tuoi.
    Grazie

    • Daniele Imperi
      25 gennaio 2018 alle 11:20 Rispondi

      Ciao Andrea, i lettori beta sono una cosa, gli editori un’altra :)
      Un lettore giudica secondo i suoi gusti personali, l’editori secondo quelli del mercato.

  5. Andrea
    25 gennaio 2018 alle 09:53 Rispondi

    Alcuni degli errori che hai citato li ho commessi pure io, specialmente il punto “pubblicare per forza e subito”. Mi sono giocato un lavoro che ritengo il più importante. Sto parlando della cessione dei diritti dell’opera, ma per fortuna il mio caso consiste in 5 anni.
    Se avessi cominciato a leggere il tuo blog in quel periodo, forse la mia immaturità editoriale sarebbe stata soppressa in tempi brevi. Con questo dico che il lavoro che fai è molto importante. Gli aspiranti e non solo loro dovrebbero farne tesoro.
    Sono curioso di vedere come cambierà il blog.

    • Daniele Imperi
      25 gennaio 2018 alle 11:21 Rispondi

      Il blog cambierà diminuendo ancora le pubblicazioni :D
      5 anni passano presto e ti riprendi i diritti.

  6. SILVIA ALGERINO
    25 gennaio 2018 alle 11:06 Rispondi

    Secondo me l’etica dovrebbe essere la base di qualsiasi attività. Sia un’attività professionale sia pure un hobby.
    Anche se spesso lo dimentichiamo, l’etica prima di tutto è rispetto verso sé stessi. E fare le cose con intelligenza e impegno (anche qualora fosse un puro divertimento) è l’indice di quell’etica.
    Mi ricordo che un tale diceva: “A far le cose bene ci metti poco di più che a farle male. Ma risparmi molto tempo dopo”. Io aggiungo che la sciatteria non paga. Mai.
    Per quanto riguarda invece “la fregola della pubblicazione”, è un male che consuma molti aspiranti scrittori. Se confrontiamo con le altre forme d’arte, non mi pare che tra i musicisti o i pittori ci sia la stessa smania della fama. Conosco moltissimi musicisti che suonano perché vogliono suonare. Mentre il resto passa in secondo piano. Non conosco invece molti aspiranti scrittori che non abbiamo come obbiettivo la pubblicazione. Perdendo di vista così quello che dovrebbe essere il vero divertimento: scrivere.

    • Daniele Imperi
      25 gennaio 2018 alle 11:24 Rispondi

      Forse dipende dalle forme d’arte. Se suoni, puoi farlo magari davanti a un gruppo di amici a una cena, ma se scrivi? Se scrivi, hai bisogno di pubblicare per far leggere la tua arte.
      Sono due mezzi differenti che richiedono quindi differenti modalità di diffusione.
      O forse c’è anche la convinzione che pubblicare un libro ti faccia salire su un podio per guardare tutti dall’alto.

      • SILVIA ALGERINO
        25 gennaio 2018 alle 11:31 Rispondi

        Forse la musica offre un aspetto comunitario che la scrittura non può avere, ti do ragione. Io stessa da ragazza ho suonato in gruppetti la cui unica ambizione era trovarsi nel garage a strimpellare. Però non pensi che a volte la smania di pubblicare diventi l’unico obbiettivo, facendo perdere di vista il piacere di scrivere? A me sembra che spesso la scrittura passi in secondo piano. Portando poi a quella sciatteria di cui sopra.

        • Daniele Imperi
          25 gennaio 2018 alle 11:35 Rispondi

          Sì, anche per me per molti pubblicare è l’unico obiettivo che hanno in mente.

    • Von Moltke
      26 gennaio 2018 alle 10:36 Rispondi

      E non potrei essere più in sintonia con la chiusa. Scrivere è, almeno per me, una passione bruciante che, se non è precisamente”divertente”, è di sicuro qualcosa che mi dà la stessa dipendenza che dovrebbe dare la droga: un qualcosa di cui non posso fare a meno, e che mi dà un profondo appagamento. Pubblicare è importante ma più per condividere le emozioni e ricevere impressioni di lettura che per la fama o il denaro. Sarà per questo che i miei due o tre lettori mi bastano, almeno per ora.

      • Daniele Imperi
        26 gennaio 2018 alle 10:56 Rispondi

        È una passione che sento anch’io e, come te, vorrei pubblicare per ricevere impressioni, ché tanto so in partenza che non farò soldi coi libri.

  7. Von Moltke
    25 gennaio 2018 alle 11:48 Rispondi

    Scritto due romanzi a tempo di record, ‘anno scorso, ricevuto recensioni positive, quando non entusiaste da tre lettori beta (una dei quali, l’unica a non conoscermi personalmente, tanto professionale da avermi fatto sospettare fosse una professionista), e spediti immediatamente a una ventina il primo, una trentina il secondo, di editori accuratamente selezionati. Risposte pochissime, immediate e negative, anche se surreali (intanto per l’impossibilità materiale di aver letto anche solo una piccola parte dell’opera). Ultimamente sono finito nella mailing list di un’agenzia letteraria che ha avuto il secondo, il più rifinito e ‘pubblicabile’ (secondo i miei tre lettori), attendo con una certa aspettativa risposta. Comunque scrivo il mio terzo, con gusto crescente.
    La mia etica, se riferita alla pubblicazione, è che voglio un editore nazionale, grande o medio, perché voglio essere letto, e i piccoli non hanno i mezzo per raggiungere un buon numero di lettori. So dei tempi biblici per farsi leggere e rispondere dagli editori, quindi non ho fretta. E, nel frattempo, sviluppo altre storie, e continuo a scrivere.

  8. Daniele Imperi
    25 gennaio 2018 alle 11:51 Rispondi

    L’agenzia letteraria è di quelle a pagamento? Anche se pare che ormai tutte si facciano pagare.
    Anche a me piacerebbe avere un medio o grande editore per lo stesso motivo, ma non è certo cosa facile.

    • Von Moltke
      25 gennaio 2018 alle 15:01 Rispondi

      No, la sorpresa gradita è che, pur fornendo servizi a pagamento, accettino trenta proposte al mese che valutano gratuitamente. E sono loro stessi ad invitarti a spedire. Non ho idea di come siano arrivati a me, probabilmente gli ha passato la mail una delle case editrici a cui ho a suo tempo spedito i manoscritti.

  9. Gaetano Asciutto
    25 gennaio 2018 alle 12:00 Rispondi

    Belle domande, Daniele.
    Scrivi di etica, ma sia l’etica che la morale, come la politica, sono state ammazzate tempo fa, subito dopo l’assassinio della religione.
    L’unico valore rimasto oggi è il denaro (putacaso un non valore) e per raggiungerlo l’intera umanità opera ciecamente, in modo insensato, e senza sosta.
    Per come la vedo io tutti noi siamo stretti tra le morse di una tenaglia che si stringono sempre più: a destra l’ideologia mercatista, il capitalismo finanziario, il liberismo economico, a sinistra il progresso tecnologico che limita, o elimina, il bisogno di ogni intervento umano, fino a oggi manuale, ma in futuro anche intellettuale.
    E dunque, se non fai soldi vieni emarginato, dall’altro i campi dell’agire, del fare e del pensare umano si restringono ogni giorno che passa.
    Ad oggi tutto ciò che è arte viene riconosciuto solo se produce utili (il mercato dell’arte) e non per il valore in sé della creazione, quindi la domanda è: che senso ha fare l’artista, come l’artigiano, oggi? E, nel nostro caso, a cosa serve l’arte del narrare? Qual è la ricompensa al fine di tanta fatica e dedizione?
    Se la risposta è il denaro, e il riconoscimento pubblico del proprio valore, temo che il 99,99999% di noi dovrà considerarsi un fallito. Per questo motivo le fughe in avanti, i tentativi di fare da sé, e di imporre se stessi al mercato. Tentativi che, a mio parere, provocano l’effetto opposto a quello sperato.
    Ognuno di noi ha però la possibilità di creare dalla materia grezza qualcosa di bello, e dunque immortale, con le proprie mani e il proprio pensiero. Provarci costa soltanto tempo, fatica, impegno e passione. Questo impegno, e la capacità di intervenire nel mondo, è la vera vittoria, forse l’unica ricompensa.
    Ma può un arretramento su se stessi essere la sola risposta? Ed è velleitario ogni tentativo di aprirsi agli altri, al mondo? Il nostro futuro può essere soltanto
    Ovviamente no, non può e non deve esserlo, perché non dobbiamo rassegnarci a vivere il mondo come delle monadi nomadi. E forse il blog, il tentativo irrazionale di comunicare al mondo la nostra esistenza, di gridare la nostra presenza, va in quella direzione.
    Un caro saluto

    • Daniele Imperi
      25 gennaio 2018 alle 12:15 Rispondi

      Molti pensano solo a sfornare romanzi e racconti senza fermarsi a considerare se la qualità è alta o se la produzione ha mirato solo al numero di prodotti.

  10. MikiMoz
    25 gennaio 2018 alle 12:21 Rispondi

    Non so cosa dirti a riguardo (delle cose che affronti).
    Ho un saggio in cantiere e anche un romanzo (come te indeciso se sia racconto lungo o romanzo breve XD), non ho ancora pensato a nulla.
    Di recente, postando altrove qualche mio racconto precedentemente apparso sul blog, mi hanno consigliato di farne una raccolta magari in pdf o e-book. Boh.
    Io intanto scrivo, poi si vedrà :)

    Moz-

    • Daniele Imperi
      25 gennaio 2018 alle 12:35 Rispondi

      Be’, almeno spedisci il saggio :)

  11. Barbara
    25 gennaio 2018 alle 13:11 Rispondi

    Non lo so quale dovrebbe essere l’etica professionale dello scrittore, ma mi chiedo anche quale dovrebbe essere l’etica professionale delle case editrici. Cerco anche di mettermi nei loro panni: il mercato è sempre più difficile, e in calo, i lettori stanno diventando un essere in estinzione, da salvaguardia del WWF quasi. Ma gli scrittori sono in aumento vertiginoso (se la matematica non è un’opinione, qualcuno non segue il consiglio che per scrivere bisogna leggere tanto…) Quindi sono in aumento le domande e sono subissati di richieste. Come qualsiasi mercato, se posso scegliere (e con così tanta offerta, loro possono), scelgo il meglio. Ma qual è il meglio? Maggior guadagno a minor costo, con massima qualità possibile. Quindi, un testo già editato professionalmente passa avanti agli altri testi solo revisionati. Un testo “commerciale” passa avanti ad un testo per cui non hanno una collana, non hanno lettori, non sanno come venderlo. Il problema è che dovrebbero leggerli tutti i testi per valutarli, ma i lettori professionali sono un costo, e i costi sono da centellinare. Quindi il filtro si applica già nelle mail di richiesta che gli arrivano, ancora prima di aprire l’allegato col manoscritto. Qualcosa mi dice che se uno scrittore manda già la mail con evidenti errori ortografici e grammaticali, finisce direttamente nel cestino. Senza passare dal via.

    • Daniele Imperi
      25 gennaio 2018 alle 13:18 Rispondi

      Non mi spiego neanche io questa cosa: si continua a dire che si legge poco in Italia, eppure gli editori sfornano libri su libri e la gente ha questa smania di pubblicare libri.
      È più che giusto cestinare email con errori grammaticali :)

  12. Elena
    25 gennaio 2018 alle 15:00 Rispondi

    Pubblicare a mio avviso è un atto di coraggio. Significa presentarsi al mondo per ciò che si è. Qualunque cosa che scriviamo ci rappresenta, a meno che non si sia incappati nella trappola del falso sé, ma tu non mi sembri il tipo.
    Io ho scritto a moltissimi editori, mi hanno risposto solo cloro che volevano spillarmi dei soldi. Il mio lavoro era scadente? A giudicare dalle vendite dei miei titoli, direi proprio di no. Diciamo sfortuna o persona sbagliata nel momento sbagliato, chissà.
    La mia etica è fare ciò in cui credo al massimo della mia professionalità. Il resto non mi interessa. Ma se le cose vanno bene, vuol dire che l’obiettivo è colto

    • Daniele Imperi
      25 gennaio 2018 alle 15:08 Rispondi

      Vero, è un atto di coraggio pubblicare. Anche se il romanzo è una storia inventata, c’è comunque dentro una parte di noi.
      Nel mio caso nessun falso sé :D
      Tu hai trovato editori a pagamento, purtroppo, ma per fortuna non tutti sono così.

      • Elena
        25 gennaio 2018 alle 16:44 Rispondi

        Per questa ragione mi sono rivolta al self e sono molto contenta. Lo dicevo perché a mio avviso ci sono pregiudiziali ingiustificate sul self e molta approssimazione. Bisogna provare per credere

  13. Maja Urukalo
    25 gennaio 2018 alle 15:06 Rispondi

    Sono assolutamente d’accordo con tutto quello che hai detto. Ho sempre malvisto il self publishing così come le editorie a pagamento. Che gusto c’è se non c’è dietro un esperto che ti dice che la tua storia merita e che vuole scommettere su di te perché potresti vendere bene.
    Ho provato a mandare una cosetta a diverse case editrici. Non mi hanno risposto ma non mi sono mai sognata che fosse magari per farmi un dispetto. Ho solo pensato “ok, forse non è poi una così bella storia come pensavo”. L’importante è continuare a provare, se si vuole :)

    • Daniele Imperi
      25 gennaio 2018 alle 15:10 Rispondi

      O magari quella storia non era adatta a quegli editori.
      Continuare a provare sempre :)

  14. Tenar
    25 gennaio 2018 alle 15:16 Rispondi

    Cercare di scrivere al meglio le storie a cui tengo. Cercare di rendere fruibili le storie a cui tengo. Alla fine è tutto qui, per me.

    • Daniele Imperi
      25 gennaio 2018 alle 15:28 Rispondi

      E non è neanche poco :D

  15. Roberto
    25 gennaio 2018 alle 18:20 Rispondi

    Per esperienza personale, mi sono reso conto di quanto la mia scrittura fosse banale, povera di stile e carente di ricerca dopo la prima collaborazione con l’editor. Stesura dopo stesura, note dopo note sono cresciuto. Incomma, ho anche capito quanto sia necessario sudare sopra ogni singola parola per aspirare alla qualità.

    • Daniele Imperi
      26 gennaio 2018 alle 08:12 Rispondi

      L’importante è capire dove si sbaglia. Anche a me è successo con un paio di editing su brevissimi racconti di capire parecchie cose.

  16. Kukuviza
    25 gennaio 2018 alle 21:05 Rispondi

    Però a questo punto potresti fare la spesa per l’editing e tutto quanto allo scopo di autopubblicarti un romanzo e, al limite, dovessi proprio andarci un po’ in perdita (ma non dovrebbero essere grandi cifre), la puoi considerare come la spesa che si fa per un viaggetto.
    Oh, non è per farti i conti in tasca, perché è chiaro che i tuoi soldi li spendi o non li spendi come più preferisci o come devi, però magari potrebbe succedere che una volta nella vita si potrebbe fare una spesa/investimento non razionale al 100%. Che poi secondo me, non sei uno sconosciuto, parte della pubblicità te la sei già fatta.

    • Daniele Imperi
      26 gennaio 2018 alle 08:17 Rispondi

      In un certo senso hai ragione. Il mio romanzo, però, sarà di circa un milione di caratteri, il che significa almeno 2600 euro di editing. È un “viaggetto” che non mi posso permettere :)

      • Kukuviza
        26 gennaio 2018 alle 14:08 Rispondi

        Così tanti? Mi sembrava di ricordare che avevi citato una millata di meno in qualche post tempo fa. Forse era per un altro lavoro?

        • Daniele Imperi
          26 gennaio 2018 alle 14:44 Rispondi

          Sì, era per un altro lavoro. Ma comunque anche se fossero solo 1000 euro, non è mica una cifra da niente, almeno per me :)

          • Kukuviza
            26 gennaio 2018 alle 15:41 Rispondi

            Certo ma di sicuro in parte rientreresti nelle spese. Sarebbe realistico pensare che potresti guadagnare almeno 500€ dalle vendite?

            • Daniele Imperi
              26 gennaio 2018 alle 17:05 Rispondi

              Non lo so, forse sì e forse no. Con un terno al loto del genere non mi va di sacrificare 1000 euro per qualcosa di incerto come la pubblicazione di un racconto in ebook.
              Inoltre per il romanzo voglio un’edizione come si deve, che solo l’editoria può darmi.

              • Kukuviza
                26 gennaio 2018 alle 18:45 Rispondi

                OK, cmq se fai il libro (preferibilmente ebook) io lo acquisterò.

                • Daniele Imperi
                  29 gennaio 2018 alle 08:03 Rispondi

                  Grazie in anticipo, allora, ne riparliamo fra qualche anno :D

  17. Emilia
    26 gennaio 2018 alle 10:06 Rispondi

    Parli di tante cose interessanti: deontologia dello scrittore, etica del pubblicare, scrivere o non scrivere, auto-pubblicare o rivolgersi alle case editrici. Una serie di quesiti messi nella stessa
    vasca dove ognuno può pescare quello che gli è consono. Confesso che scrivo con compiacimento per dilatare il mio io, per essere creativa, per non morire di noia, nel tentativo di esprimere il mio punto di vista sulla realtà che mi circonda, senza pretese di notorietà, perché la fama è dei grandi, di quelli che con il loro pensiero, la loro maestria si sanno imporre, di quelli che conoscono a fondo le regole del comporre. A volte pubblicare e non ricevere consensi serve per ridimensionarsi, per capire che forse è meglio darsi all’ippica.

    • Daniele Imperi
      26 gennaio 2018 alle 10:18 Rispondi

      Scrivere per compiacimento proprio va bene, se è questo ciò che si vuole. Neanche io ho pretese di notorietà, però se voglio pubblicare, il mio desiderio è arrivare a più persone possibili, altrimenti non ne vale la pena.

    • Von Moltke
      26 gennaio 2018 alle 10:53 Rispondi

      Credo che se un bel po’ di cosiddetti”grandi”, ossia di quelli il cui nome è noto ai più e che in libreria fanno grandi numeri, si desse all’ippica, la letteratura e la cultura in generale ne trarrebbero gran vantaggio

      • Daniele Imperi
        26 gennaio 2018 alle 10:55 Rispondi

        Su alcuni cosiddetti “grandi” sono d’accordo :D

  18. Grazia Gironella
    27 gennaio 2018 alle 14:07 Rispondi

    Nel mio caso, come sai, sono arrivata all’autopubblicazione dopo avere conosciuto la piccola editoria tradizionale. Anche se la mia esperienza non ha valore assoluto, ha un grande valore per me. Dopo avere verificato nei fatti la carenza nell’editing e la mancanza di promozione, mi sembrerebbe strano insistere su quella scelta solo perché c’è chi ha avuto maggiore fortuna di me (o è più bravo, come si vuole). Più che altro mi è caduta definitivamente l’illusione che portare pazienza e lavorare faccia arrivare alla buona pubblicazione. Semmai, portare pazienza e lavorare è un prerequisito necessario per tentare di arrivarci. Cosa succede dopo, è solo lontanamente parente della logica e del merito. Quindi la mia etica personale è questa: se scrivo una storia e la ritengo valida, i lettori (che siano dieci o mille) potranno leggerla. C’è troppo lavoro, troppa passione nella stesura di un romanzo perché tutto finisca nel cestino senza un reale motivo. Certo in futuro proporrò quello che scrivo agli editori che ritengo interessanti, da sola o tramite agente, ma senza dare un valore assoluto all’esito. Ad autopubblicare non sento di rischiare niente; una forma di pubblicazione non esclude l’altra. Quanto al “marchiarmi” come scrittrice autopubblicata… mi faccio due risate! Magari fosse quello l’ostacolo… ;)

    • Daniele Imperi
      29 gennaio 2018 alle 08:24 Rispondi

      L’esperienza deve avere valore per chi la fa :D
      Tu hai provato l’editoria e poi sei passata al self. Qui ci sta.

  19. Andrea Venturo
    1 febbraio 2018 alle 16:37 Rispondi

    Ecco, io ero tra quelli che “pubblicare ora o morte”, poi ho optato per Orte e mi sono goduto il paesaggio.
    Ritengo che il Self sia un buon modo per crescere, a patto di avere l’umiltà di dire “l’editor non mi odia, se ha riempito la mia creatura di correzioni è perché l’ho pagato io ed è proprio quello che mi serviva. Sto imparando. In questo caso il ritorno non è la vendita dei libri, ma quel che si apprende.

    • Daniele Imperi
      2 febbraio 2018 alle 08:10 Rispondi

      Carino Orte :D
      Giusta la considerazione sull’editor.

  20. Andrea
    10 febbraio 2018 alle 19:21 Rispondi

    Non ho letto tutti i commenti, ma da molto si possono pubblicare anche su store come quello di google. Non avrà lo stesso fascino del cartaceo, ma pur sempre un modo per condividere la propria passione mantenendo un attivo con il tempo speso. Non ho mai pubblicato nulla, per il momento è un modo per me di mantenere la mente fluida e un po’ meno meccanica, anche per me scrivere ha un nesso nella auto realizzazione soprattutto nel mantenere il mio italiano comprensibile. Comunque credo che il maggior successo sia da considerare tenendo conto del mondo video ludico in cui si vive, speso si vedono trasposizioni in film e videogame, e ruotano attorno ad una psicologia temporale, saggi e introspezioni vengono accantonate per più banali ma sempre graditi esaltatori di personalità. Per mantenere l’equilibrio serve necessariamente creare una trasposizioni che faccia ponte tra reale e immaginifico, dimenticato per gusto e etica la dialettica inglese che sembra ricalco panteista di una trascendenza finita in circoli temporali troppo brevi.

    • Daniele Imperi
      12 febbraio 2018 alle 08:53 Rispondi

      Ciao Andrea, benvenuto nel blog. Non ho capito cosa intendi quando parli del successo e del mondo video ludico…

  21. Andrea
    12 febbraio 2018 alle 09:52 Rispondi

    Ciao, mi riferivo al modo di interpretare e visualizzare ciò che si legge. Film, videogiochi un tempo non esistevano, ma con l’arrivo indubbiamente hanno modificato il mondo di interiorizzare romanzi e ogni scritto. Soprattutto nei film made in usa si denota una certa ciclicità nei copioni, che risultano fin troppo prevedibili e infine pure noiosi, con una distinta sul personaggio principale zeppa di cliché dediti a esaltare lo spettatore. Si chiamerebbe empatia ma purtroppo ormai è più simile a un vecchio lavasciuga.
    Per panteista mi riferisco al voler travasare un unico ego nello spettatore in modo freudiano; dove in una logica bulimica ci si ritrova a essere ogni comparsa e attore. Ecco che il successo, ovvero la leggibilità di un libro viene drasticamente provata dalla logica consumista e ariosa che vige, in cui conta quantità e servizio e molto meno il compito di comprendere quello che si vuole comunicare e tramandare.

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