Come diventare uno scrittore prolifico

Ovvero, chi scrive i romanzi che leggiamo?

Come diventare uno scrittore prolifico

I l vero segreto per scrivere e pubblicare decine e decine di romanzi e diventare un autore best seller.

Ci sono sempre stati autori che hanno prodotto un numero impressionante di opere. Emilio Salgari (1862-1911) ha scritto oltre 80 romanzi (senza contare i tantissimi racconti) in 28 anni di attività letteraria. Quasi 3 opere l’anno. E a quel tempo non esisteva il computer per velocizzare la scrittura.

Come scriveva Salgari? Usava un linguaggio semplice, alla portata di tutti. I suoi erano romanzi d’avventura e quindi non richiedevano centinaia di pagine (come pare accada oggi). Forse il romanzo più lungo che ho letto finora è sulle 300.

Jules Verne (1828-1905) ha scritto una novantina di romanzi, un buon numero di racconti e tante opere teatrali, in quasi 60 anni di attività letteraria. Come scriveva Verne? Come Salgari. Non intendo ovviamente con lo stesso stile, ma parlo di linguaggio.

Altro autore prolifico fu Alexandre Dumas, che aveva però dei collaboratori. C’è chi dice che si limitavano alle ricerche storiche e a poco altro e chi dice che molti suoi capolavori siano invece stati scritti da uno di loro. Probabilmente non sapremo mai la verità.

Una notizia che fa inorridire

Sottotitolo esagerato, ma volevo la vostra attenzione. Giorni fa ho ricevuto una newsletter dalla Longanesi, il cui titolo anche è stato scritto per attirate l’attenzione: “Libri di Wilbur Smith presto fuori produzione”.

“Un vero peccato”, hanno scritto alla Longanesi. “E meno male”, ho pensato invece io. Ma vi faccio leggere cosa ha scatenato quel mio pensiero, che è poi il motivo per cui i libri di Wilbur Smith saranno presto fuori produzione:

Dal 2013 è cambiato ripetutamente l’editore in lingua inglese di Wilbur Smith.

Nel frattempo, non avendo la casa editrice italiana Longanesi acquisito i diritti dei suoi prossimi 8 romanzi – scritti con i coautori ai quali è affidata la stesura delle trame confezionate da Wilbur Smith

Il grassetto è mio, ma volevo ancora la vostra attenzione. Ho capito bene? Wilbur Smith confeziona le trame e altri autori le trasformano in romanzi? Mi domando quale nome compaia in copertina. Mi domando quanti romanzi passati siano stati scritti così.

Uno degli ultimi romanzi di Stephen King, Sleeping Beauties, riportava due nomi: il suo e quello del figlio. La casa del buio anche ne portava due: il suo e quello di Peter Straub. Il romanzo fantasy Urshurak (Mondadori, 1991) ne riportava 3: “Creato dai Fratelli Hildebrandt (i gemelli Tim e Greg) e Jerry Nichols.

Perché Wilbur Smith si limita a confezionare trame? Ho letto finora soltanto un suo libro, ma l’avevo comprato a un’asta di beneficenza. Uno stile che non m’ha preso, una storia che non comunica nulla del suo autore. Quando leggi Salgari e Verne, senti la loro voce.

Un altro caso di prolificità: James Patterson

James Patterson è uno scrittore americano. Ha pubblicato il suo primo romanzo nel 1976 e da allora ne ha pubblicati in tutto 195. Fanno quasi 5 romanzi l’anno pubblicati.

Soltanto nel 2016 ha pubblicato i seguenti titoli (qualcuno in collaborazione):

  1. Cross the Line
  2. Cross Kill
  3. Never Never
  4. 15th Affair
  5. Women’s Murder Club: The Trial
  6. Bullseye
  1. Private Paris
  2. Private: Missing
  3. The Games: A Private Novel
  4. NYPD Red 4
  5. Woman of God
  6. Filthy Rich
  1. Dog’s Best Friend
  2. Peril at the Top of the World
  3. Jacky Ha-H
  4. Word of Mous
  5. Stalking Jack the Ripper
  6. Humans, Bow Down

Restano comunque 18 romanzi pubblicati in un anno.

Come fa James Patterson a scrivere e pubblicare così tanto? Ce lo dice lui stesso, in un’intervista rilasciata nel 2016 al «The Washington Post». Pare che Patterson scriva “note e schemi esaustivi, a volte di 80 pagine, a coautori”. Pare che abbia una cartella piena di progetti di romanzi, da consegnare ai vari coautori.

Ghost writer, collaboratori, coautori… chiamateli come volete, ma di fatto che cosa stiamo leggendo? Se vedo il nome di Wilbur Smith in copertina, mi aspetto una sua storia: ideata, scritta e revisionata da Wilbur Smith. Se vedo il nome di James Patterson in copertina, mi aspetto una sua storia: ideata, scritta e revisionata da James Patterson.

 L’industria del best seller

Mi immagino una catena di montaggio: l’autore che invia trame e appunti al coautore, che si mette a scrivere e invia il manoscritto a… a chi? All’autore? Direttamente all’editore? No, credo lo invii all’autore, che lo spedisce all’editore. E qualche mese dopo ecco la notizia del giorno: è uscito un nuovo romanzo di Wilbur Smith (o di James Patterson). E tutti i suoi lettori a comprarlo.

E la Longanesi si dispiace che non potrà più pubblicare romanzi di perfetti sconosciuti e firmati da Wilbur Smith?

La professione di scrittore

Qual è la professione di scrittore? In cosa consiste il lavoro dello scrittore? Butto giù una lista:

  • Trovare idee per una storia da raccontare
  • Confezionare una buona trama da un’idea
  • Scrivere il romanzo a partire da quella trama

Il lavoro si svolge attraverso 3 passi, ma lo scrittore non può sceglierne uno o due dei 3 e delegare il resto ad altri. La professione di scrittore consiste di quei 3 passi insieme.

E adesso basta, lascio la parola a voi. Leggerete ancora Wilbur Smith e James Patterson?

31 Commenti

  1. Marco
    11 aprile 2019 alle 06:54 Rispondi

    Patterson: mai letto nulla. Di Smith ho dato un’occhiata a uno dei suoi romanzi (quale? Parlava di Egitto? È possibile che sia lui?). Mollato dopo due pagine. Noioso, fiacco.
    Da non dimenticare Carolina Invernizio che tra Otto e Novecento scrisse credo 80/90 romanzi definiti di “appendice”. Faceva tutto lei, e vendeva a carrettate. Ovviamente i critici la stroncavano (e sembra che buona parte della sua produzione fosse di livello piuttosto basso).

    • Daniele Imperi
      11 aprile 2019 alle 12:00 Rispondi

      Mi pare che Smith abbia scritto anche storie sull’Egitto. Carolina Invernizio non la conoscevo, ma ho visto che ha scritto 100 romanzi tondi :)

  2. Rebecca Erikkson
    11 aprile 2019 alle 07:25 Rispondi

    Se è una buona opera la si legge, indipendentemente dal nome sulla copertina (che ne influenza però la diffusione).
    Non apprezzo il concetto Ghost Writer, ma sono favorevole a lavori in gruppo lasciando che tutti i nomi dei collaboratori siano riconosciuti.

    Facendo un paragone col cinema,abbiamo visto la qualità dei film di Tim Burton calare. Perchè?
    Semplicemente perchè nei migliori film era riuscito a creare un gruppo di lavoro incredibile, ma quando i collabori hanno inziato a chiedere che il loro nome potesse apparire a fianco di Tim Burton lui si è rifiutato. Il gruppo un po’ alla volta se ne è andato e la differenza si è sentita.

    Onestamente sono più delusa dall’atteggiamento che sentirmi ingannata da autori con ghost writer.

    • Daniele Imperi
      11 aprile 2019 alle 12:02 Rispondi

      A me i lavori di gruppo non convincono invece, ho letto raramente romanzi scritti a più mani.
      Il cinema è diverso: non può fare tutto una persona. Non so quali collaboratori abbia avuto Burton: per scrivere i soggetti? Le sceneggiature?

      • Rebecca Erikkson
        11 aprile 2019 alle 17:17 Rispondi

        Il famosissimo film di Tim Burton Nightmare Before Christmas, lo vede coinvolto come creatore del soggetto e come uno dei produttori. Punto.
        La sceneggiatura è di Michael McDowell e Caroline Thompson, la regia di Henry Selick.
        Moltissimo è dovuto anche al bravissimo compositore Danny Elfman

  3. Gabriele
    11 aprile 2019 alle 07:59 Rispondi

    Se vedo il nome di Wilbur Smith in copertina, mi aspetto una sua storia: ideata, scritta e revisionata da Wilbur Smith.

    Non c’è nulla di male nel chiederlo, e certamente è un’opinione comune. Però l’idea che l’autore debba essere per forza colui che fisicamente scrive il testo è una concezione tutto sommato recente. Nell’antichità l’autore era colui che ispirava o definiva l’idea centrale del testo, mentre potevano esserci vari creatori o rifinitori del testo.

    Per questo i vangeli hanno un solo autore, ma sono stati quasi tutti rimaneggiati da più persone. Lo stesso si può dire di molti libri di filosofi greci. Addirittura alcuni libri greci, che ci sono giunti attraverso gli arabi, sono stati alterati con aggiunte dei curatori arabi. Questo quanto ritenevano di poter definire meglio l’idea dell’autore. E molti di questi libri non sono affatto di minor valore per questo.

    Credo che il discrimine sia piuttosto la qualità di controllo e direzione dell’autore. Da quel che scrivi James Pattison rimane davvero l’autore di un libro, mentre Wilbur Smith no.

    • Daniele Imperi
      11 aprile 2019 alle 12:04 Rispondi

      Non mi pare così recente che un autore scriva da sé il testo che pubblica. L’antichità non possiamo prenderla come esempio.
      Tanto più testi come i Vangeli o la Bibbia: non sapremo mai chi veramente ha scritto quelle opere.
      Patterson, come Smith, non resta il vero autore: il primo fornisce appunti e schemi, il secondo trame.

      • von Moltke
        11 aprile 2019 alle 22:29 Rispondi

        Come, “non lo sappiamo”? Li ha scritti Dio, e che diamine, con gli evangelisti a fare da ghost writer!
        Scherzi a parte, trovo agghiacciante l’idea che non conti chi scriva un libro, specie se si parla di romanzi, e non di opere dalla storia complessa come i canti epici o la Bibbia. Il romanzo è la creatura di un autore, se poi quell’autore non lo scrive, bisogna levare il suo nome dalla copertina e mettercene un altro. Chissà perché si riconosce una stessa mano nei romanzi di Dostoevskij o di Tolstoj…

  4. Marco Amato
    11 aprile 2019 alle 08:19 Rispondi

    Patterson infatti negli Usa è stato molto criticato per questo suo agire. Anche King lo ha pesantemente criticato e per porre rimedio, da qualche anno mette sempre in copertina il co-autore (in piccolo), che poi sarebbe l’autore reale del libro. Per riscattarsi Patterson (che è lo scrittore più ricco del globo) finanzia scuole di scrittura gratuite per scrittori emergenti, borse di studio o sostiene librerie fisiche dalla concorrenza online. A mio giudizio non è uno scrittore, ma un manager della scrittura.

    Riguardo invece a Salgari c’è da dire qualcosa di più. Salgari era prolifico perché doveva esserlo. La sua è una storia che conoscono in pochi.
    Ai suoi tempi non esisteva il diritto d’autore come lo conosciamo oggi e anzi, sotto il fascismo verrà varata la buona legge sul diritto d’autore italiana anche prendendo come esempio la tragedia di Salgari.
    In pratica gli editori lo pagavano una tantum e quindi non sulle vendite (lui era un super bestseller, basti immaginare che Che Guevara da bambino, in Argentina, aveva letto decine di suoi romanzi), solo quando consegnava un nuovo manoscritto. I soldi, pochi, non gli bastavano mai per mantenere la moglie malata e i quattro figli. In una lettera scrive ad un amico:

    «La professione dello scrittore dovrebbe essere piena di soddisfazioni morali e materiali. Io invece sono inchiodato al mio tavolo per molte ore al giorno e alcune della notte, e quando riposo sono in biblioteca per documentarmi. Debbo scrivere a tutto vapore cartelle su cartelle, e subito spedire agli editori, senza aver avuto il tempo di rileggere e correggere.»

    E quando la moglie è stata ricoverata in manicomio ed economicamente era rovinato, si suicida con l’harakiri, il rituale di suicidio dei samurai.
    Nella sua lettera d’addio agli editori scrive:

    «A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che io vi ho dato pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna. Emilio Salgàri.»

    Si è congedato dal mondo spezzando la pennai. Per questo mi piace ricordare il grande Salgari, perché ciascuno di noi che vuole scrivere, che firma un contratto editoriale, se è tutelato dalla legge sul diritto d’autore così com’è, e la nostra legge è migliore di quella americana, lo deve alla sofferenza materiale di Salgari nello scrivere i suoi romanzi immortali.

    • Daniele Imperi
      11 aprile 2019 alle 12:07 Rispondi

      Ho letto della valanga di soldi che fa Patterson.
      Ai tempi di Salgari venivi pagato a opera, è vero. Ma non solo da noi. Anche Poe riceveva compensi per il singolo racconto pubblicato. Come tanti altri autori americani che pubblicavano a puntate sulle riviste i loro romanzi.
      Non sapevo che la legge sul diritto d’autore fosse stata creata anche grazie a Salgari.

  5. Nuccio
    11 aprile 2019 alle 08:29 Rispondi

    Sappiamo tutti che raggiungere la notorietà è diventato sempre più difficile, moltiplicandosi anche il livello culturale medio che annovera critici e ipercritici. Ecco perché si accetta di diventare scrittori a stipendio. È una forma di sacrificio del proprio Io pur di partorire il figlio. E, poi, si guadagna bene. Anche in questo campo c’è una forma di piccola industria in cui esiste il manager e i suoi operai. Chi non ci sta fa crollare il castell
    o. Ma conviene a tutti.

    • Daniele Imperi
      11 aprile 2019 alle 12:08 Rispondi

      Bisogna prima di tutto trovare chi ti dà questo stipendio. In Italia è possibile? Credo di no.

  6. Ferruccio Gianola
    11 aprile 2019 alle 09:02 Rispondi

    Io non li ho mai letti in verità. Di Patterson non ho mai aperto un libro. Di Smith me ne è capitato uno in cui era descritta una scena talmente ridicola che mi ha fatto passare la voglia, in poche parole bastava prendere il video del computer a martellate per distruggere tutto quello che c’era dentro…
    Basta?

    • Daniele Imperi
      11 aprile 2019 alle 12:09 Rispondi

      Di Patterson qualche anno fa, quando non lo conoscevo ancora, ho letto un libro per ragazzi. Dopo aver scritto questo articolo m’è passata la voglia di leggere altro di lui.
      Quello che hai scritto basta e avanza :D

  7. Emilia Chiodini
    11 aprile 2019 alle 10:14 Rispondi

    Scarto a priori gli scrittori contemporanei prolifici: o sono grafomani o sono spinti dal bisogno di fare soldi. Gratta, gratta, anziché l’ispirazione ci trovi il materiale tornaconto. Ma non è solo una tendenza americana. I bidoni rotolano dovunque.

    • Daniele Imperi
      11 aprile 2019 alle 12:12 Rispondi

      Molti scrittori sono grafomani, è vero. Resta da vedere quante di queste opere moderne saranno ricordate in futuro.

  8. Fabio Guerrini
    11 aprile 2019 alle 14:51 Rispondi

    Smith è uno degli autori che è andato per la maggiore nella mia famiglia. I miei genitori hanno tutti i suoi presunti libri (tutti sul serio) e mi obbligarono praticamente a leggerne uno. Parlava di ricchi armatori annoiati che vivono storie improbabili da ricchi e trombano (si può dire sul tuo blog) donne bellissime che profumano di spezie orientali. Ci ripenso ora dopo venticinque anni e mi viene ancora la nausea.

    Ad ogni modo, è stata un’esperienza molto formativa, dopo quello ho respinto per intero questo tipo di romanzi. Patterson non lo conosco e pertanto non lo giudico.

    Riallacciandomi ad un discorso che facemmo tempo fa Daniele, se non arriva il successo e devi farti otto ore in miniera tutti i giorni per portare il pane in tavola ai figli, puoi essere grafomane quanto ti pare ma se sei un fenomeno confezioni al massimo un libro all’anno.

    Personalmente ho il serio sospetto che preferirei leggere il romanzo di quel minatore padre di famiglia piuttosto che tutti i romanzi di Smith e Patterson messi insieme.

    • Daniele Imperi
      11 aprile 2019 alle 14:54 Rispondi

      Preferirei leggere anche io il romanzo di quel minatore. Smith e Patterson sono ormai industrie di libri, e in questo non ci vedo nessuna arte.

  9. von Moltke
    11 aprile 2019 alle 22:43 Rispondi

    Patterson è un nome che vedo spesso in libreria o in biblioteca, ma non essendo il mio genere non mi è mai passato per la testa di leggerlo. Mi stupisce come un editore possa avere la faccia di tolla di pubblicare diciotto (DICIOTTO!!!) romanzi a nome dello stesso autore in un anno. Anzi, dopo aver conosciuto gli editori, la loro politica e la viltà verso gli esordienti, non mi stupisce mica tanto.
    Wilbur Smith lo scoprii a quattordici anni, ne rimasi affascinato, ne lessi una ventina di libri in tre anni arrivando a fare proseliti fra parenti e amici. A diciassette smisi. Così, senza un perché. Senza neppure il bisogno di ammetterlo, mi aveva stancato. Come romanzi storici erano davvero ben documentati (prediligevo quelli ambientati in Sud-Africa), ma quando, anni dopo, presi in mano uno dei suoi ultimi, che parlava di pirati, lo misi via dopo due pagine. Scontato, vuoto, non mi diceva nulla. Poi lessi una sua intervista sul “Libraio”. Disse testualmente che la sua “non è prosa d’arte. Se l’editore dice di cambiare qualcosa, la cambio”. Mi sentii offeso e preso in giro. Da allora lo evito come la peste.
    Gli scrittori prolifici che tutt’ora amo sono Dumas (che effettivamente usava i ‘negri’, all’epoca si diceva così), e Borges. Un tempo adoravo Amado, ora non più. Trovo che un vero autore sia quello che i libri se li scrive, lasciamo perdere l’aiuto che più venire nelle fasi di documentazione o correzione, ma la sostanza dev’essere sua. Sennò sono abili imbroglioni.
    P.S: ancora niente immagine del profilo

    • Daniele Imperi
      12 aprile 2019 alle 07:00 Rispondi

      E ci credo che lo vedi spesso :D
      Non so se quei 18 romanzi siano stati pubblicati dallo stesso editore, ma Patterson, guadagnando moltissimo, fa guadagnare ancor più la casa editrice.
      Se Smith ha detto così, anche a lui sta più a cuore fare soldi che scrivere romanzi che sente suoi.
      Per l’immagine del profilo ti scrivo in privato.

      • von Moltke
        14 aprile 2019 alle 21:26 Rispondi

        Ed è esattamente l’impressione che ha fatto su di me.
        Grazie.

  10. Bat
    12 aprile 2019 alle 09:12 Rispondi

    scusate, ma quando leggiamo un libro noi siamo lettori. Se sulla copertina compare il nome di un autore che nel suo lavoro si fa aiutare da qualcuno questo a mio avviso è del tutto irrilevante. Quello che conta è il contenuto del libro che quell’autore ha – mettendoci la faccia – deciso di pubblicare. Il fatto che sia qualcun altro a scrivere toglie o aggiunge nella misura in cui l’autore si è premurato di ritenere all’altezza del compito il suo aiutante. Quello che conta è il risultato finale, se leggo qualcosa che mi piace chi se ne frega, il problema semmai è la definizione del rapporto contrattuale tra l’autore e il suo collaboratore.

    • Daniele Imperi
      12 aprile 2019 alle 11:00 Rispondi

      Non sono d’accordo. Se l’autore sceglie un altro per scrivere un romanzo, uno che ritiene, come dici tu, all’altezza, significa che lui, l’autore, non è all’altezza di scrivere quel romanzo. Dunque, si dedichi ad altro.
      Se firmi un libro, il lettore è normale che si aspetti sia tu il vero autore. Non è per niente irrilevante.

  11. Grazia Gironella
    12 aprile 2019 alle 16:07 Rispondi

    Uno che confeziona trame non è uno scrittore. Magari lo è stato in precedenza, nel caso di Wilbur Smith, ma quello si definisce “passato”.

    • Daniele Imperi
      12 aprile 2019 alle 16:13 Rispondi

      Casomai è un tramaiolo :D
      Sì, di sicuro in precedenza lo è stato. Diverso è il caso dei fumetti, dove spesso c’è un soggettista (uno che confeziona le trame) e uno sceneggiatore (che descrive le vignette e scrive i dialoghi). Ma nella storia compaiono entrambi i nomi, ovviamente, oltre a quello del disegnatore.

  12. Calogero
    14 aprile 2019 alle 16:42 Rispondi

    Come Marco: mai letto Patterson e abbandonato Smith dopo 2 pagine.
    Non riesco ad avere stima per chi firma testi scritti da altri, anche se basati su un canovaccio proprio. Come farsi mettere le parole in bocca prima di fare un discorso pubblico. Roba da politicante di serie B, o nel nostro caso da scrittore di serie B.
    Una prassi odiosa. Pura speculazione.

    • Daniele Imperi
      15 aprile 2019 alle 06:54 Rispondi

      Il paragone regge, e infatti è pieno di gente che si fa scrivere discorsi da altri.

  13. Barbara
    18 aprile 2019 alle 16:51 Rispondi

    Un’altra cosa che hanno in comune Salgari, Verne e Dumas è che ai loro tempi non c’erano cinema, televisione e social media. I libri erano ancora l’unica forma di intrattenimento a basso costo. :)

    • Daniele Imperi
      18 aprile 2019 alle 16:55 Rispondi

      Sì, vero anche quello. Oggi ci sono troppe distrazioni, specialmente i social, che sono inutili distrazioni :)

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