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Il rischio del dilettantismo nel self-publishing

Stai lavorando bene per il tuo ebook?
Il rischio del dilettantismo nel self-publishing

Oggi è facile pubblicare: in rete è pieno di piattaforme che ci permettono di diventare editori di noi stessi. Basta una registrazione al sito e possiamo caricare il nostro ebook.

Ma c’è un problema. Il self-publishing non funziona così. O, almeno, questo non è un self-publishing che funziona. Gioco di parole? No, è il rischio che corriamo se proponiamo al pubblico un’opera arrangiata.

La facilità di pubblicazione spinge molti autori a gettarsi allo sbaraglio nel mondo dell’editoria. Sì, avete letto bene: se pubblichiamo un ebook, facciamo parte del mondo editoriale. Non possiamo permetterci errori, perché perderemo credibilità e, quindi, lettori.

Il self-publishing è editoria, non fai-da-te

Editore di te stesso significa soprattutto imprenditore di te stesso. È su quel termine che ci dobbiamo concentrare. Il fai-da-te indica un artigianato, ma solo dal punto di vista tecnico. E artigianato comunque non implica amatorialità.

Ecco la chiave per guardare al self-publishing come a una serie di operazioni editoriali: non c’è posto per i prodotti amatoriali, non c’è posto per prodotti realizzati in fretta.

Il self-publishing non è per dilettanti

Che cosa spinge molti autori a tentare la strada dell’autopubblicazione?

La semplicità d’uso del mezzo di diffusione? Che poi non è corretto chiamarlo così: le piattaforme per pubblicare sono solo vetrine, a diffondere l’ebook serve altro. Serve una strategia di promozione.

No, è la sensazione di potenza. Ma intendo questa parola strettamente legata al verbo potere: io posso pubblicare senza casa editrice. Accorcio i tempi. Scrivo e pubblico. È senz’altro vero.

Così però ragiona un dilettante, non un professionista. Io ogni tanto scarico le anteprime su Amazon degli autori autopubblicati e finora non ho acquistato nulla. Sono consapevole che la stessa cosa potranno fare gli altri con me, è più che lecito. Ma perché non arrivo a comprare quell’ebook?

Spesso ho trovato errori grammaticali. E per uno scrittore questo è grave. Ho trovato testi che non sono stati neanche riletti. Ma questo, purtroppo, mi è capitato recentemente con l’ebook di uno scrittore conosciuto, pubblicato da una casa editrice conosciuta. E questo, converrete, è ancor più grave.

Ho trovato un’anteprima che non mi convinceva, sia per lo stile di scrittura sia per i cliché abbondantemente inseriti qui e là. Quando troverò un nuovo autore che mi farà invogliare a leggere altro, ne parlerò qui nel blog, statene certi.

Con questo che voglio dire? Che quel maledetto editing ci vuole. Ma l’editor, lo ripeto ancora, non è il vostro più caro amico, ma un editor. C’è una bella differenza.

L’ebook che creiamo è un prodotto commerciale

Sì, anche se è gratuito. A maggior ragione, poi, se stabiliamo un prezzo di vendita. Se vendiamo qualcosa, quel qualcosa diventa un prodotto. Deve avere dunque tutte le caratteristiche del prodotto. I nostri lettori diventano nostri clienti, perché hanno speso soldi per comprare il nostro ebook.

Da questo punto di vista la bellezza della scrittura svanisce, ma è giusto che sia così. La scrittura è creazione e manovalanza: racchiude un lavoro di creatività, concetto e manualità. Il resto, però, diventa imprenditoria.

Io sto parlando del mio ebook da finire e poi vendere, ma non sono sicuro che sarà messo in vendita. Prima il mio editor dovrà dirmi se lo ritiene un prodotto vendibile. E se lo ritiene tale, dovrà convincermi a venderlo. Va beh, non esageriamo. Se mi dà l’ok, allora lo venderò. Altrimenti ne scrivo un altro.

Scrivere è arte, pubblicare è industria

La scrittura è solo la parte meccanica che porta alla realizzazione di un ebook. Quindi interviene l’editing, che ne migliora l’aspetto generale. Poi viene la parte tecnica, che prevede la trasformazione del manoscritto in un supporto leggibile da un dispositivo (ereader). Quindi si arriva al marketing editoriale.

Pubblicare un ebook significa inserirsi nei meccanismi dell’industria editoriale. Trasformarsi in una casa editrice individuale. Avete presente le società a socio unico? Uno scrittore indipendente è una società a socio unico. Proprio così: deve anche avere un capitale da versare, ma per fortuna non c’è il fisco di mezzo che ci impone i 10.000 euro, possiamo sceglierci noi la cifra da mettere da parte per produrre il nostro ebook.

Come state affrontando il self-publishing? Quanto dilettantismo pensate ci sia in voi?

60 Commenti

  1. Seme Nero
    29 maggio 2014 alle 06:18 Rispondi

    Ciao Daniele,
    Con questo post hai concluso un ragionamento che avevo già cominciato, del quale però non faceva parte l’aspetto tecnico commerciale che hai giustamente evidenziato. Ho cominciato da poco a scrivere, partecipando a concorsi e scrivendo racconti brevissimi. Visto il poco tempo che posso dedicare alla scrittura avevo già abbandonato l’idea di diventare un famoso scrittore a breve (5-10 anni) e stavo considerando di mettere online una raccolta dei miei futuri racconti con una di queste piattaforme. Ma ho pensato alla qualità del prodotto, al mio cliente ovvero il lettore? Forse non abbastanza. Credo che, se riterrò di avere del buon materiale mi affiderò al vecchio sistema: contattare una casa editrice e portare (tanta) pazienza.

    • Daniele Imperi
      29 maggio 2014 alle 07:43 Rispondi

      Ciao e benvenuto nel blog.

      Non devi per forza scartare il self-publishing. Contatta un editor e chiedi un preventivo – non ti costerà molto far leggere e revisionare i tuoi racconti.

  2. Prima di pubblicare | Certi racconti sono un tiro mancino
    29 maggio 2014 alle 08:16 Rispondi

    […] Scrivere è arte, pubblicare è industria […]

  3. Chiara Solerio
    29 maggio 2014 alle 08:46 Rispondi

    Premettendo che io non sono in possesso di un e-reader, ed utilizzo ancora i cari vecchi libri con la copertina e le pagine, mi trovi completamente d’accordo con quanto tu scrivi.
    Anche a me è capitato di leggere alcune anteprime stracolme di errori grammaticali, storie banali nate dal desiderio di “esserci” più che da quello di comunicare. È una sorta di presenzialismo, figlio di una società in cui il Gieffe è giunto alla tredicesima edizione, in cui il mettersi in mostra conta più della qualità di ciò che si fa.
    Vorrei inoltre evidenziare, anche se vado leggermente off-topic, che ho trovato diversi errori e refusi anche in volumi editi da case editrici importanti, e questo è ancor più grave. Nell’ultimo romanzo di Isabelle Allende, c’era scritto che un personaggio era del segno dei pesci (quindi febbraio-marzo), ma qualche pagina dopo che era nato in luglio. In Pioggia Battente, di Massimo Cassani, uno che si chiamava Moscardelli diventa, ad un certo punto, Moscardini. In “Le ossa della principessa” di Alessia Gazzola sono presenti un sacco di regionalismi siciliani (terra dell’autrice) anche se la vicenda è ambientata a Roma…
    Mi domando come sviste del genere siano potute sfuggire sia agli autori sia all’editor. Sono parecchio fissata quando scrivo. Rileggo sempre le mie storie con le antenne alzate. Perché questa dilagante mancanza di cura?

    • Daniele Imperi
      29 maggio 2014 alle 08:55 Rispondi

      Ciao Chiara, benvenuta nel blog.

      Anche io trovo errori e refusi in romanzi editi da grossi editori. L’ultimo in uno della De Agostini: “Dì qualcosa”…

      Oddio, quelli del segno zodiacale e del cognome sono gravissimi, stiamo a livello di rilettura…

      Regionalismi siciliani: parli di frasi dialettali e gergali? Messe in bocca al narratore?

      Non so dirti perché ci sia questa mancanza di cura. Nel caso dei nuovi autori autopubblicati, è inesperienza e mancanza di autocritica. Nel caso degli editori è mancanza di professionalità e anche fretta di voler pubblicare.

  4. Chiara Solerio
    29 maggio 2014 alle 09:38 Rispondi

    Grazie per il benvenuto, ma non sono nuova… Ho già commentato più volte, e sei anche passato dal mio blog ;)

    Sai, se un autore decide di fare l’editing completamente da solo ritengo quasi inevitabile che qualche refuso sfugga… io ne ho trovati (ovviamente ex post) anche parecchi nella mia tesi di Laurea. Dici bene quando parli di inesperienza e mancanza di autocritica. Io aggiungerei anche un pizzico di delirio di onnipotenza. Forse con il self-publishing si può anche chiudere un occhio. Ma quando questo riguarda una grossa casa editrice allora no, è una cosa che non perdono … a maggior ragione se spendo 18 – 20 euro per comprare il libro. Ci si aspetta una certa qualità. Anzi: la si pretende.

    P.S. Si, nel libro della Gazzola c’erano dei regionalismi in bocca al narratore.

    • Daniele Imperi
      29 maggio 2014 alle 11:16 Rispondi

      Sì, mi ricordo, non capisco perché sei finita in moderazione :)

      Se l’ebook lo metti in pagamento, allora io non giustifico errori gravi.

      Riguardo i regionalismi: dunque, se il romanzo è in terza persona, allora non ha senso. Se invece è un siciliano che racconta in prima persona, allora sì. Ma credo tu intenda il primo caso.

      • Chiara
        29 maggio 2014 alle 13:42 Rispondi

        Forse è successo perché per errore prima ho inserito anche il cognome, invece che solo il nome… mi si è aperto il menù a tendina, ed ho selezionato di default…

        Ovviamente si: il narratore era in terza persona, ma il punto di vista era di una ragazza romana… il che, secondo me, è ancor più grave. Ed è un peccato perché dopo tutto si trattava di un giallo con toni da commedia piuttosto carino e sicuramente molto piacevole alla lettura. Certo, non uno di quei libri che ricordi per sempre, ma comunque ottimo per passare qualche ora in serenità

        • Daniele Imperi
          29 maggio 2014 alle 14:57 Rispondi

          Allora sì, ha sbagliato il narratore.

          Se cambi qualche dato, purtroppo WordPress ti manda in moderazione :)

  5. Claudio Marra
    29 maggio 2014 alle 10:28 Rispondi

    Ciao Daniele
    Trovo molto utili queste tue guide nel mondo dell’editoria ma nonostante i tuoi consigli ne so ancora poco. Hai consigli sugli “editors”? A chi conviene rivolgersi? Orientativamente qual’è un prezzo ragionevole per una revisione-aggiustatina?

    • Daniele Imperi
      29 maggio 2014 alle 11:18 Rispondi

      Ciao Claudio, grazie e benvenuto.

      Non conosco i prezzi, ma immagino che cercando in rete troverai siti di editor a cui chiedere.

  6. GiD
    29 maggio 2014 alle 10:29 Rispondi

    Un’aggiunta che dovrebbe essere superflua ma non lo è affatto:

    Se hai deciso di autopubblicarti, per realizzare la copertina del tuo romanzo rivolgiti a un grafico. A un grafico, non a tuo cugino che fa il liceo artistico. Un grafico, non uno che “c’ha photoshop sul pc”.
    Grazie.

    • Daniele Imperi
      29 maggio 2014 alle 11:19 Rispondi

      Sì, hai ragione, la copertina è la prima cosa che si vede e questo in pochi se lo ricordano.

  7. Salvatore
    29 maggio 2014 alle 10:45 Rispondi

    Scrivere è arte, pubblicare è industria. Sono proprio d’accordo!

  8. animadicarta
    29 maggio 2014 alle 11:03 Rispondi

    Hai ragione su tutto: dilettantismo, mancanza di cura, fretta nel pubblicare e anche sul fatto che si sceglie il self per il senso di potere che dà. Insomma, hai illustrato molto bene la situazione.
    Tutto questo a me fa soprattutto rabbia, perché penso che la possibilità di gestirsi una pubblicazione in autonomia sia un’opportunità d’oro per chi vuole fare le cose seriamente, ma il settore si è già trasformato in una discarica e quei pochi autori che meriterebbero attenzione vengono sepolti dalla spazzatura che li attornia.
    La mia idea è che i veri autori indipendenti dovrebbero unire i loro sforzi per creare una specie di “bollino di qualità” in difesa del loro lavoro, qualcosa insomma che permetta a un acquirente di capire che è di fronte a un prodotto serio (almeno nelle intenzioni), in grado di competere con l’editoria tradizionale.

    • Daniele Imperi
      29 maggio 2014 alle 11:20 Rispondi

      L’idea del bollino di qualità è bella e capita proprio nel momento in cui ho avuto un’idea quasi simile ;)

      Ma è prematuro parlarne. Prossimamente su questi schermi.

      • GiD
        29 maggio 2014 alle 12:17 Rispondi

        Quella del “bollino di qualità” è un’idea che salta fuori spesso quando si parla di autopubblicati, ma non vedo come possa essere messa in pratica senza snaturare quelle che sono le prerogative dell’autopubblicazione.

        Un bollino di qualità presuppone che ci sia qualcuno, da qualche parte, che decida chi può esporre il bollino e chi non può. Un bollino presuppone una selezione, proprio come quella di una casa editrice. E da qui i tempi di attesa, proprio come una casa editrice.
        Il concetto di base dell’autopubblicazione è invece quello di poter gestire in autonomia la propria pubblicazione, senza dover affrontare i filtri dell’editoria tradizionale.

        Un bollino di qualità finirebbe per svolgere tutte quelle funzioni (selezione, editing, promozione) che sono tipiche dell’editoria, finendo per diventare l’ennesima (magari ottima) casa editrice. Ma a questo punto non stiamo più parlando di autopubblicazione, no?

        • Daniele Imperi
          29 maggio 2014 alle 14:38 Rispondi

          In un certo senso è vero quello che dici, ma io sto pensando a qualcosa che lascia la completa autonomia allo scrittore e dà una sorta di bollino.

          • GiD
            29 maggio 2014 alle 16:20

            Botte piena e moglie ubriaca, quindi? Magari! :D
            Aspetto di leggerne di più non appena vorrai parlarne qui sul Blog.

  9. Monia Papa
    29 maggio 2014 alle 11:06 Rispondi

    Vorrei concentrarmi su un punto:
    “l’ebook che creiamo è un prodotto commerciale. Sì, anche se è gratuito. A maggior ragione, poi, se stabiliamo un prezzo di vendita. Se vendiamo qualcosa, quel qualcosa diventa un prodotto. Deve avere dunque tutte le caratteristiche del prodotto. I nostri lettori diventano nostri clienti, perché hanno speso soldi per comprare il nostro ebook. Da questo punto di vista la bellezza della scrittura svanisce, ma è giusto che sia così. La scrittura è creazione e manovalanza: racchiude un lavoro di creatività, concetto e manualità. Il resto, però, diventa imprenditoria.”

    Secondo me il fatto che il libro sia un “prodotto”, che i lettori siano “clienti”, che “il resto sia imprenditoria” non è necessariamente svilente. Dipende dal modo in cui guardi a tutto ciò.

    Se sei un prodotto allora sei messo insieme a tanti altri prodotti e sei sopra uno scaffale probabilmente scomodo e con tutta probabilità non hai neanche la scatola più bella. Però sei buono. Tu sai che i cereali di parole che hai messo dentro il pacco del tuo scritto sono buoni. E allora essere un prodotto in mezzo a altri prodotti non è qualcosa che toglie poesia a ciò che sei. Anzi. Quando qualcosa è un regalo, quando qualcosa ci viene donato, noi siamo soggetti passivi che ricevono qualcosa. Quando invece siamo di fronte a dei prodotti ecco che allora dobbiamo scegliere. Dato che il nostro libro è un prodotto se il nostro libro viene acquistato allora il nostro libro è stato scelto. Perché il “lettore/cliente” ha scelto di fare un “investimento”.

    E l’imprenditoria può essere genio, creatività, intraprendenza…

    • Daniele Imperi
      29 maggio 2014 alle 11:22 Rispondi

      Infatti non deve essere svilente, anzi, stimolante.

      La parola investimento mi piace e forse farà nascere un post ;)

      • Monia Papa
        29 maggio 2014 alle 11:29 Rispondi

        Il post parlerà di tamponamenti in automobile causati dal fatto che i guidatori erano distratti dal cartellone promozionale del primo libro di Daniele Imperi? :D

        • Daniele Imperi
          29 maggio 2014 alle 12:02 Rispondi

          Ahah, non credo di poter causare tamponamenti… fossi stato una bella figliola succinta :D

  10. Andrea
    29 maggio 2014 alle 12:06 Rispondi

    Monia Papa
    Vorrei concentrarmi su un punto:
    “l’ebook che creiamo è un prodotto commerciale. Sì, anche se è gratuito. A maggior ragione, poi, se stabiliamo un prezzo di vendita. Se vendiamo qualcosa, quel qualcosa diventa un prodotto. Deve avere dunque tutte le caratteristiche del prodotto. I nostri lettori diventano nostri clienti, perché hanno speso soldi per comprare il nostro ebook. Da questo punto di vista la bellezza della scrittura svanisce, ma è giusto che sia così. La scrittura è creazione e manovalanza: racchiude un lavoro di creatività, concetto e manualità. Il resto, però, diventa imprenditoria.”
    Secondo me il fatto che il libro sia un “prodotto”, che i lettori siano “clienti”, che “il resto sia imprenditoria” non è necessariamente svilente. Dipende dal modo in cui guardi a tutto ciò.
    Se sei un prodotto allora sei messo insieme a tanti altri prodotti e sei sopra uno scaffale probabilmente scomodo e con tutta probabilità non hai neanche la scatola più bella. Però sei buono. Tu sai che i cereali di parole che hai messo dentro il pacco del tuo scritto sono buoni. E allora essere un prodotto in mezzo a altri prodotti non è qualcosa che toglie poesia a ciò che sei. Anzi. Quando qualcosa è un regalo, quando qualcosa ci viene donato, noi siamo soggetti passivi che ricevono qualcosa. Quando invece siamo di fronte a dei prodotti ecco che allora dobbiamo scegliere. Dato che il nostro libro è un prodotto se il nostro libro viene acquistato allora il nostro libro è stato scelto. Perché il “lettore/cliente” ha scelto di fare un “investimento”.
    E l’imprenditoria può essere genio, creatività, intraprendenza…

  11. Andrea
    29 maggio 2014 alle 12:07 Rispondi

    Hai centrato il punto Monia. E Daniele è sempre una fonte inesauribile di spunti, riflessioni e una grande risorsa!

  12. Tenar
    29 maggio 2014 alle 12:29 Rispondi

    Sottoscrivo in tutto il post. Proprio per questo mio non essere in grado di essere imprenditrice/grafica/editor ho deciso di percorrere la via dell’editoria tradizionale, con tutti i se e i ma (e le lungaggini) che questo comporta.
    Da quel poco che ho visto per ora dell’editoria tradizionale è un modo davvero tutt’altro che perfetto, ma un po’ meno peggio di come un autore se lo immagina (è difficile, ma non impossibile avere attenzione e non è vero che pubblicano sono i raccomandati, neppure nelle grandi case editrici). Di certo la scarsa cura dei testi editi è una cosa imperdonabile, ma non può essere un’alibi per la scarsa cura dei testi self.

    • Daniele Imperi
      29 maggio 2014 alle 14:40 Rispondi

      Immagino che da dentro le imperfezioni si vedano meglio. E anche io penso che i self non siano giustificati nella scarsa qualità dei testi.

  13. Moonshade
    29 maggio 2014 alle 12:53 Rispondi

    Ciao Daniele,
    Recentemente ho ritrovato il termine “apprendista”, sia per scrivere che disegnare (e la cosa mi ha fatto piacere perché pensavo fosse una categoria estinta), perché implicherebbe la predisposizione a realizzare il lavoro, anche il primissimo, con un approccio piú professionale, “so la teoria, la metto in pratica”; il dilettante mi sa più di qualcuno che stamattina ha deciso di buttarsi in qualcosa senza studiare cosa c’è “dietro”, basata sull’osservazione del punto di arrivo degli altri. Forse l’avevo già scritto in risposta ad altri tuoi interessanti articoli, ma personalmente vorrei ricorrere al self publish a lavoro finito (quindi passando per editing, alfalettura, illustrato, etc). Penso all’autoproduzione piú che all’editoria tradizionale per alcune cose perché so che questa obbedisce a meccaniche particolari – anche solo la stagionalità delle uscite, per esempio- e un po’ perché il pubblico delel autoproduzioni è sempre stato piu’ recettivo alle cose diverse, alle trame e ai personaggi diversi dai soliti (almeno, nel fumetto oggi il 90% delel cose che idolatriamo sono le autoproduzioni di ieri :)). A me non costa nulla di piú nel confezionare il mio prodotto e presentarlo poi ad una casa o caricarlo su una vetrina on line, in fattore di soldi/impegno per realizzarlo (a parte poi ovviamente il lato di pubblicità, che però anche nelle case editrici spesso gli autori girovagano per le fiere!). Purtroppo fa molto il fatto che non conosco nessuno che si occupa di certi aspetti a parte un’amica che sta facendo un master in editoria, quinbdi parto molto in svantaggio, ma una volta che il mio prodotto è presentato bene, resta solo vedere se le idee che ho avuto funzionano per davvero. Sbatterci la faccia da soli penso sia meglio rispetto ad un insindacabile “no” a monte.
    Ok, scusa la risposta lunghissima °-°

    • Daniele Imperi
      29 maggio 2014 alle 14:45 Rispondi

      Da come dici, anche per me è meglio apprendista che dilettante.

  14. Lapo Ferrarese
    29 maggio 2014 alle 13:25 Rispondi

    Caro Daniele, mai stato più d’accordo.
    Troppo spesso gli autori (più o meno self-publishers) pensano non solo di poter fare “tutto da soli”, ma anche di essere all’altezza di editor e grafici professionisti, magari con esperienza consolidata alle spalle. E, naturalmente, i risultati sono talvolta disastrosi.
    Alcuni invece sono sicuri che l’opera sia “già corretta” (salvo trovarsi di fronte a svarioni incredibili e dozzinali) e/o “già impaginata” (in word, ovviamente, con tutti i limiti che può avere questo programma di video-scrittura che NON è, è bene ripeterlo, un programma di impaginazione, come possono esserlo i più completi Quark o InDesign).
    Per non parlare delle copertine, montate senza alcun criterio né accorgimento, troppo spesso un’accozzaglia di elementi non centrati, non allineati, senza alcun gusto né “respiro”.
    Come ripeto sempre, un buon libro con una pessima copertina va poco lontano (sempre che il contenuto sia buono naturalmente).
    Onnipotenza? Forse. Qualcuno. Ma anche una sana ingenuità, in altri casi. Ingenuità che sfocia talvolta nell’ignoranza (con tutto il rispetto parlando) dei canoni dell’editoria. Sei un bravo medico e hai scritto un ottimo saggio di medicina? Bravo, ma se non ti intendi di editoria, meglio lasciar fare a chi invece è un professionista nel suo campo. Sei un abile creatore di romanzi d’amore, o scrivi benissimo di fantascienza? Ottimo, ma nove volte su dieci non è detto che tu riesca a vedere gli inevitabili refusi che produci, perché è proprio la tua mente che non li vede, non c’è niente da fare.
    E poi diciamo la cosa più importante che anche tu sottolineavi nel tuo post: l’editor non dev’essere un amico, e nemmeno “amico”.
    L’editor, per essere funzionale e aiutare l’autore non solo a migliorare il suo testo ma anche e soprattutto a crescere come scrittore, deve essere “cattivo”. Deve passare come un rullo compressore sulle frasi che non tornano, falciare via senza pietà i periodi troppo lunghi, cassare senza rimpianto elucubrazioni noiose, inutili o tutto ciò che rallenta la fluidità della lettura e quindi il piacere di leggere da parte di un potenziale lettore.
    Infine deve suggerire alternative, percorsi mentali diversi, che l’autore potrà fare suoi o meno, oppure utilizzare come spunti per trovare magari una “terza via” che sia un mix ottimale tra il testo originale e il suggerimento dell’editor (che appunto fa scattare qualcosa nell’autore e lo “costringe”, da esterno, a vedere con occhi diversi le righe che prima era abituato a considerare inattaccabili).
    Inutile che l’autore si “innamori” della sua opera, prima di averla fatta passare attraverso il tritacarne di un bravo e “sadico” editor. :-)
    Anzi è bene per l’autore tenere sempre un atteggiamento umile e aperto, per evitare di incorrere in delusioni (“mi ha stravolto lo stile”, si legge spesso. Bè certo, se lo stile era illeggibile, ha fatto bene). ;-)
    Se mi consenti una citazione filosofica, l’editor dovrebbe essere considerato il Popper dei testi: come il filosofo dovrebbe cercare costantemente di falsificare una teoria scientifica, al fine di renderla sempre più vera, un editor dovrebbe fare di tutto per vivisezionare un brano e portarne alla luce tutte le possibili magagne al fine di renderlo sempre più leggibile e perfettibile (meglio se in sinergia con l’autore).
    Quindi bene ricorrere al self-publishing, se si ritiene la soluzione ideale per il proprio libro o per la propria indole, ma a meno che non si sia davvero esperti di editing e grafica, meglio rivolgersi a dei professionisti.
    Per quanto riguarda gli errori nei libri di importanti case editrici, posso azzardare l’ipotesi che la crisi costringa anche i “big” a sub-appaltare i testi a editor che vengono pagati poco (leggi: sfruttati), oppure addirittura a stagisti, chissà.
    p.s. ovviamente questo lungo commento, buttato giù di getto, non ha bisogno di correzione, perché già perfetto. Se noti un refuso, ti stai sbagliando. :-)
    Un saluto!

    • Daniele Imperi
      29 maggio 2014 alle 14:55 Rispondi

      Penso più ingenuità che onnipotenza.

      Sulle copertine sono d’accordo: danno la prima impressione del libro.

      L’editing va fatto in sinergia con l’autore. Per me l’editing visto come una riscrittura del testo da parte dell’editor non è editing.

      E non mi pare di aver trovato refusi :D

      • Lapo Ferrarese
        29 maggio 2014 alle 15:33 Rispondi

        Sì, certo, forse non l’ho sottolineato bene nel mio intervento: l’editing deve essere fatto in sinergia con l’autore, dev’essere un “gioco di squadra”, non un’imposizione dell’editor.

  15. Fabio Amadei
    29 maggio 2014 alle 13:30 Rispondi

    Sottoscrivo quello che dici. Il mio timore nel pubblicare un ebook e’ quello degli eventuali errori, ripetizioni e punteggiatura. A breve comincerò un corso breve di editing e penso che la revisione sia uno degli aspetti più importanti della scrittura. Dona alla storia più scorrevolezza e una musicalità migliore.
    Ciao e grazie per gli spunti, sempre preziosi.

  16. Fabio Amadei
    29 maggio 2014 alle 15:06 Rispondi

    A Padova , per cinque lunedì. Insegnante e’ Laura liberale.
    Puoi vedere il sito dell’associazione che si chiama Fantalica.
    Ciao

  17. Marco Amato
    29 maggio 2014 alle 17:51 Rispondi

    Ciao Daniele, ottimo articolo.
    Scrivere un libro è un’operazione professionale. Non ci si improvvisa scrittori, si è. Con questo non dico che scrittori si nasce, lo si diventa in ogni senso. Molti ritengono di scrivere bene e per questa ragione si illudono d’essere scrittori. E’ come se un pittore perché è bravo, si possa equiparare di conseguenza a Picasso, Morandi o un pittore di grido.

    Scrivere un romanzo è un’attività che richiede formazione ed esperienza. Fare qualcosa di eccellente alla prima pubblicazione è così raro, che quasi nessuno di coloro che noi chiamiamo grandi c’è riuscito.

    Il self-publishing da questo punto di vista è una sfida al quadrato per un autore. Riuscire a fare qualcosa di buono senza alle spalle un’editore è un’operazione molto complessa.

    Eppure, noi autori del nostro tempo siamo molto fortunati. Il self-publishing è la più grande occasione che la tecnologia potesse regalarci. Anzi, dopo un attento studio, soprattutto dei mercati più evoluti, posso affermare, potendo argomentare pienamente, che il self-publishing è la soluzione da adottare a prescindere. L’editore, almeno nella fase iniziale, non va nemmeno cercato. Dobbiamo pubblicarci da soli. Ne va della nostra stessa carriera di scrittori. Addirittura posso affermare che l’auto-pubblicazione potrebbe darci senza voler esagerare, la piena possibilità di vivere di scrittura. Le mie non sono deduzioni campate in aria. Conosco bene l’argomento per averlo studiato. L’unica, vera e basilare discriminante è avere un prodotto editoriale perfetto. Attentamente studiato, con una trama coinvolgente, utilizzando le migliori tecniche di scrittura. La revisione da parte di un editor professionale, un correttore di bozze e un grafico specializzato in copertine è ovviamente la base. Chiaramente non parlo di un’opera puramente commerciale, ma di qualcosa che provenga dalla nostra anima e intensità emotiva. C’è una notevole differenza fra un tema scritto a scuola e un romanzo perfetto e avvincente.

    Io non mi preoccupo della bassa qualità del self-publishing attuale. Non è assolutamente uno svantaggio. Anzi, è una buona opportunità. Perché emergere e farsi notare con un ottimo romanzo è più facile se sei attorniato da mediocri che da eccelsi. Il bollino di qualità già esiste e sono i lettori con i giudizi espressi negli store online e non solo.

    • GiD
      29 maggio 2014 alle 19:57 Rispondi

      Ciao Marco,
      mi incuriosisce molto la tua visione del self-publishing, soprattutto se, come scrivi, è supportata da un effettivo studio del mercato attuale. Mi viene spontaneo chiederti, però, se i tuoi studi riguardano nello specifico il mercato italiano o se invece hai studiato il self-publishing come fenomeno generale, quindi prendendo in considerazioni anche dati di vendita esteri.
      Ti faccio questa domanda perché sono abituato a leggere di quanto il mercato delle autopubblicazioni, assieme a quello delle pubblicazioni digitali, sia limitato in Italia. Sei il primo, che leggo, a sostenere il contrario.

      • Marco Amato
        29 maggio 2014 alle 22:15 Rispondi

        Ciao GiD,
        Dopo questo mio intervento, mi è venuta voglia di scrivere un guest post per dare forma ai miei studi e magari pubblicarlo da qualche amico blogger. Così da poter chiarire cosa è realmente il self-publishing: una grande rivoluzione tecnologica che fa tremare gli editori e pone un potere enorme nelle mani degli scrittori.

        Purtroppo il guest mi ha preso la mano, sono già a 3 mila parole e non ho concluso l’argomento. Vedremo. Una cosa è certa, in futuro l’editoria sarà rivoluzionata da questa nuova possibilità. E l’unico a guadagnarci realmente sarà per nostra fortuna lo scrittore. Una vera e propria autodeterminazione. Non mi riferisco al primo che si alza al mattino scrive il romanzo nel cassetto e si crede Cormac Mccarthy. Scrivere un romanzo compiuto e vendibile è qualcosa di difficile. Richiede un’alta professionalità oltre al necessario talento.

        Una cosa però è certa. Analizzando i pro e i contro, il self-publishing attualmente supera l’editoria tradizionale.

        Riguardo la tua domanda, posso dirti, e non si scopre l’acqua calda, che il mercato degli ebook in Italia è molto indietro. Dati certi non ce ne sono. Anche perché il principale operatore del mercato, Amazon, non li comunica. Secondo i dati della Aie i lettori di libri in ebook in Italia sono circa 1 milione, contro i 19 milioni della carta.
        Ma per lo scrittore le differenze sono enormi. Se un autore vendesse 5 mila copie di carta tramite editore, sarebbe sul baratro della povertà. Se invece riuscisse a venderli in ebook vivrebbe di scrittura. Sto giusto evidenziando questi dati nel guest.
        Un’ultima cosa. Il self-publishing non è solo ebook, ma anche il cartaceo col print on demand. Questo servizio viene già offerto da alcuni operatori, ma molto male. Quello di Amazon invece, avviato dal alcuni mesi, rende concreta la possibilità di poter vendere pure la versione cartacea del proprio romanzo in maniera adeguata.
        Nel self-publishing a questo punto il grande handicap è la distribuzione in libreria. Ma molti non conosco “la legge (non scritta) dei sei mesi” che rende il passaggio in libreria come una chimera nella quasi totalità degli scrittori pubblicati.

        • GiD
          29 maggio 2014 alle 23:03 Rispondi

          Errore mio. Ho frainteso il tuo primo intervento. Ho dato per scontato che le tue affermazioni si basassero su dati reali, come dati di vendita o statistiche sui consumi, invece il tuo ragionamento, mi pare di capire, si concentra esclusivamente sulle potenzialità del self-publishing in astratto.

          Non mi dilungo oltre, anche perché il discorso è enorme e non è questa la sede per approfondirlo, ma credo che l’argomento vada trattato tenendo ben presente il reale comportamento dei consumatori e del mercato editoriale in generale. Non ci vuole molto a dire che l’autopubblicazione può, in teoria, far tremare gli editori. In teoria. Poi, nella pratica, ovunque si parli di autopubblicazione si finisce per parlare di filtri, bollini di qualità e sistemi di selezione, senza rendersi poi conto che è quello che fa ogni normale editore.

          Ripeto, il discorso è fin troppo lungo. In breve, sono convinto che una forma di editoria, un filtro tra chi vuole scrivere e chi vuole leggere, dovrà sempre esserci. Io, nel mio piccolo, mi auguro sia così.

    • Daniele Imperi
      30 maggio 2014 alle 07:52 Rispondi

      Ciao Marco, sono d’accordo su quanto dici, anche se molto perplesso sul fatto che si possa vivere di scrittura in Italia col self-publishing. Ci sono tanti fattori da considerare. Davvero si può ottenere uno “stipendio” di 1200 euro al mese fissi vendendo ebook di narrativa? Ne dubito davvero tanto, ma non dico che sia impossibile.

      • Marco Amato
        30 maggio 2014 alle 11:36 Rispondi

        Ciao Daniele, certo che è possibile. Non ti posso dare la mia esperienza in quanto io comincerò la mia carriera di scrittore pubblicato i primi mesi del prossimo anno. Ti accenno brevemente il perché del mio ragionamento. Il primo ostacolo è mentale. Occorre superare il concetto di scrittore vecchio stampo. Il self publisher è uno scrittore moderno, immerso nei social network, vicino ai propri lettori e deve essere disposto a creare un suo circuito narrativo. Cercherò di essere breve, ma non è facile, viste tutte le implicazioni.

        Quando pubblichi un ebook devi scegliere un prezzo. Chiaramente come ogni bene questo risponde alle leggi di mercato domanda/offerta. Il prezzo a 1€ consentirà di vendere molte più copie rispetto a 8€. Ma a un prezzo basso il margine di profitto è minore rispetto al prezzo alto. Occorre trovare il giusto prezzo, quello di equilibrio che mi consente di avere il miglior margine. Negli Stati Uniti ci sono numerosi studi in merito. Per quanto riguarda me ho calcolato il giusto prezzo di un ebook a 5,99€. Chiaramente sto parlando di un romanzo di oltre 300 pagine con editing e tutto. In self publishing abbiamo con un prezzo di vendita di 5,99€ il margine del 70%, quindi un profitto di circa 4€ a ebook venduto.

        Pertanto per vivere di scrittura occorre vendere 5 mila ebook l’anno. Il reddito sarebbe di 20 mila euro lordi. Il problema principale sono le tasse, ma dovresti rientrare nei 1.200€ mensili.

        Qualcuno mi dirà 5 mila ebook sono tanti, è vero, ma non impossibili. Se questo è il nostro limite iniziale coltiviamo l’illusione di un giorno diventare grandi scrittore e vendere 50 mila copie con un editore. Se vi sembra più facile ok.
        Ma la strategia dello scrittore moderno, che vuole vivere di scrittura non si esaurisce qui, nel pubblicare un libro. Tanti nel mondo ci stanno riuscendo. Come? Bisogna essere prolifici. Scrivere almeno un libro ogni anno, massimo due, così da innestare un circolo virtuoso. Se è difficile vendere 5 mila ebook in un anno col primo libro, quando pubblicheremo il secondo avremo già dei lettori fidelizzati disposti ad acquistarlo. Non partiamo più da zero. Non solo il secondo libro si farà strada da sé e rilancerà le vendite del primo. Poi ne scrivi un terzo e continuerai a vendere 3 libri. L’obiettivo dei 5 mila ebook annuali diventerà sempre più facile, anno dopo anno, costanza. Questo per sintetizzare il discorso, ma ci sono molti altri fattori che possono spingere la nostra crescita. Vivere di scrittura si può. Ma la scrittura deve essere un mestiere vero e proprio, che non si esaurisce con la il romanzo ma che continua con l’interazione sociale con i lettori.

        Quando parlo di scrittore moderno intendo questo. Resta però fondamentale non passare da un’editore. Non è il caso di rubare spazio qui. Ma posso motivarti il perché. L’editore è il più grande errore del self-publisher che inizia ad avere successo. Almeno alle condizioni contrattuali ancora in vigore. Magari se mi decido a completare il mio articolo te lo faccio leggere. Lì spiego in dettaglio perché l’editore non conviene.

        • Daniele Imperi
          30 maggio 2014 alle 13:08 Rispondi

          Vero quanto dici per il prezzo. Io per il mio primo ebook vorrei stabilire 0,99 euro, ma prima sentirò che ne pensa l’editor.

          Perché il margine è del 70%? Consideri le tasse?

          5000 copie l’anno? La vedo molto dura :D

          Il discorso su più ebook da vendere fila, nulla da dire, certo.

          Ok, appena finito il tuo post, segnalamelo pure, grazie.

  18. Attilio Nania
    29 maggio 2014 alle 18:36 Rispondi

    A giro ci sono un sacco di blogger che leggono (o dicono di leggere) una media superiore a 35 libri l’anno quindi uno ogni dieci giorni.
    Questi blogger, tra cui ci sei anche tu, Daniele, mi sembrano accreditati per valutare le opere degli autori autopubblicati.
    Il punto e’ che nessuno di voi singolarmente potrebbe mai riuscire a leggere tutto quel che viene pubblicato, ma se vi metteste insieme e vi spartiste il lavoro, magari limitandovi a dare una breve occhiata alle opere, giusto per vedere sommariamente se ci sono errori d’ortografia, scopiazzature al limite del plagio o scrittura da asilo, penso che riuscireste a trasformarvi in una comunita’ in grado di fare una scrematura fra gli autopubblicati e di dare utilissime informazioni ai lettori.
    Coasi’ se tu vuoi pubblicare in self devi fare tutto da solo, senza avere qualcuno che ti metta un bollino blu, ma se poi pubblichi una schifezza lo fai a tuo rischio e pericolo perche’ c’e’ qualcuno che controlla, e questo qualcuno ha un seguito fra i lettori.
    Pero’ c’e’ un problema di fondo: dovreste farlo gratis? Ovviamente no. E allora, chi dovrebbe pagarvi?
    Io penso che dovrebbe essere un onere di amazon e delle librerie online. In fondo, se io voglio aprire un negozio specializzato (cosa che in fondo e’ una libreria), devo in qualche modo dimostrare alla gente di essere un esperto del campo specialistico che tratto. Oppure devo assumerne uno.
    E cosi’ dovrebbero fare tutti gli store online. Il problema del self publishing, infatti, secondo me sono proprio loro, gli store. Troppo facile per amazon mettere in vendita migliaia di prodotti puntando sulla quantita’.
    A mio avviso non e’ l’editore a dover assicurare la qualita’ di cio’ che pubblica. L’editore puo’ anche, per scelta, decidere di pubblicare una schifezza, e nessuno puo’ biasimarlo. Lo stesso vale per l’autore autopubblicato. Ma il fatto che poi queste opere vengano messe in vendita dalle librerie e’ un altro discorso.
    Sta alle librerie, prima di esporre qualcosa sui propri scaffali, assicurarsi di non star vendendo schifezze.
    E se le librerie non lo fanno, in un paese civile dovrebbero fallire.
    Cosi’ come e’ il macellaio che se vende carne avariata e” costretto a chiudere, indipendentemente da chi quella carne l’ha prodotta e glie l’ha fornita.

    • Daniele Imperi
      30 maggio 2014 alle 07:57 Rispondi

      Dal 2011 a oggi la mia media è di 42 libri l’anno.

      Non mi sento qualificato per stabilire se un’opera sia valida o meno. Lo sono come lettore e basta.

      Sui pagamenti hai ragione: le librerie online dovrebbero garantire la qualità del prodotto. Il tuo discorso in quel sendo fila. Il nome di una casa editrice non è per forza sinonimo di qualità.

  19. Il rischio del dilettantismo nel self-publishin...
    29 maggio 2014 alle 20:46 Rispondi

    […] Il self-publishing è editoria, non fai-da-te Il self-publishing non è per dilettanti  […]

  20. Carla
    29 maggio 2014 alle 20:55 Rispondi

    Proprio oggi sul mio blog ho pubblicato un articolo sul self-publishing in cui metto in evidenza, tra le varie cose, che l’editoria tradizionale non è garanzia di libri scritti in un italiano corretto. E poi capito qui. :)

    Purtroppo il dilettantismo è una piaga dell’editoria a tutti i livelli. E i cattivi libri, per incompetenza o per scelta (perché si pensa che possano vendere), li pubblicano tutti.
    Alla fine sono proprio gli editori tradizionali che ti fregano, perché ti illudi che esista una qualche garanzia di qualità e pensi di andare sul sicuro.

    • Daniele Imperi
      30 maggio 2014 alle 08:00 Rispondi

      Bene, una bella coincidenza :)

      Io ho scritto di aver comprato un ebook di uno scrittore conosciuto e edito da un editore conosciuto: beh, era zeppo di refusi e errori di vario tipo. Un personaggio prima era femmina, poi diventa maschio, poi di nuovo femmina. Trama scadente e storia incomprensibile. Sembrava scritto di getto e pubblicato al volo. Eppure molti lettori l’hanno lodato.

      Come combatti tutto ciò?

      • Carla
        30 maggio 2014 alle 18:35 Rispondi

        Non c’è modo di combatterlo, purtroppo. Il lettore che lo loda ha un livello di conoscenza della lingua altrettanto basso. Ma ciò dimostra che la teoria secondo cui si incolpa il self-publishing di “danneggiare” la letteratura, poiché privo di controllo, è totalmente campata per aria.

        Aggiungo, anche riallacciandomi ai discorsi negli altri commenti, che per lo stesso motivo non ha senso parlare di bollino di qualità. Viste le robe che persino i grandi editori pubblicano, può esistere davvero qualcuno che abbia l’autorevolezza (super partes!) di dare un bollino a un libro piuttosto che a un altro?
        Direi proprio di no.
        E, se anche questo qualcuno oggettivamente esistesse (per assurdo, visto che non stiamo parlando di una scienza esatta), chi mai crederebbe alla sua autorevolezza?
        Io no di certo. ;)

        • Daniele Imperi
          30 maggio 2014 alle 20:25 Rispondi

          Considerazione più che giuste :)
          Io però non parlo di bollino riguardo la mia idea. Si tratta di qualcosa di diverso. Ma devo svilupparla per bene.

  21. Mara
    30 maggio 2014 alle 09:20 Rispondi

    Io ho pubblicato col self il mio primo romanzo scritto in un anno (non avevo mai scritto niente del genere prima), non per manie di grandezza ma perchè ho sentito che dovevo farlo. Vi è mai capitato di sentire che una determinata cosa va fatta? A me è successo con questo libro. Non l’ho fatto da incosciente, ho passato ore ed ore a informarmi su come correggere, impaginare. L’ho letto e riletto, di certo il mio libro avrà il sapore artigianale, ma non ha errori grammaticali. Lo hanno letto quattro insegnanti di italiano per le presentazioni e nessuna ha trovato errori. Intendo dire che non è detto che un libro fatto con il self debba per forza essere improvvisato. Magari avessi trovato qualcuno che mi faceva l’editing, i costi on line poi non sono così bassi e io non ho soldi da buttare. Le alternative erano due: o lo lasciavo nel cassetto e continuavo a farlo leggere ai miei conoscenti (premetto che un mio libro di termini dialettali è stato per 20 anni nel cassetto e quando ne è uscito è andato esaurito in un anno), o decidevo di crederci e diventavo imprenditrice di me stessa. Ho scelto la seconda non senza dubbi e difficoltà, ma in fin dei conti ho rischiato sulla mia pelle, ho fatto un finanziamento per pubblicarlo e non mi piace che tutto venga risolto semplicemente come una mania di grandezza. Vi dico una cosa da lettrice accanita, io amo il libro, il libro ha una vita sua, chi l’ha scritto è un inciso, non è importante, perciò io non voglio proprio apparire se potessi non mi sarei minimamente fatta vedere. Inoltre non con tutti gli esempi che avete fatto non mi sembra che con le case editrici si sia al sicuro da errori, potrei segnalarvene un bel pò anch’io, per non parlare di libri che con la grammatica italiana hanno ben poco a che fare. Un pò di fiducia verso una nuova possibilità non sarebbe male, come non capisco perchè chi si auto pubblica poi è mal visto da tutti, forse è quello che si mette in gioco più di tutti. Ciao
    P.s. per chi volesse controllare quello che ho scritto, potete andare a leggere su google books il mio libro

    • Daniele Imperi
      30 maggio 2014 alle 13:47 Rispondi

      Intanto diciamo che i soldi per un editor non sono buttati e che non basta che un libro non abbia errori grammaticali: quello è il minimo, insomma.

      Vero che uno scrittore che si autopubblica rischia di più.

      Almeno dicci il titolo del libro, se no la vedo dura andare a leggerlo :)

      • Mara
        30 maggio 2014 alle 16:46 Rispondi

        Scusa non intendevo da buttare nel senso che sono inutili, ma che sono soldi che si aggiungono e non sono una cifra facile da ammortizzare. Il titolo è “L’odore del mare sulla montagna” di Mara Cristina Dall’Asén, ciao.

  22. Grazia Gironella
    30 maggio 2014 alle 17:16 Rispondi

    L’idea del bollino qualità era venuta anche a me, ma mi sono fermata all’idea. So che negli States c’è un sito specifico (che ora non ricordo) dove i libri self vengono valutati, e molti lettori lo usano come appoggio per non prendere fregature. Come siano organizzati non so, ma se trovo qualche dettaglio te lo mando. Certo il bollino si baserebbe su una valutazione sempre opinabile, ma in fondo sarebbe lo stesso tipo di servizio al pubblico che si offre quando si scrive una valutazione su Amazon o su Goodreads, solo meglio organizzato. Purtroppo la presenza di troppi dilettanti allo sbaraglio fa perdere credibilità anche agli autori migliori.

    • Daniele Imperi
      30 maggio 2014 alle 18:27 Rispondi

      È da valutare bene questa storia del bollino, mandami pure info se trovi quei dettagli, grazie.

      La mia idea era un po’ diversa, credo, ma per ora è solo appunto un’idea.

  23. Kinsy
    2 giugno 2014 alle 16:34 Rispondi

    Già, è davvero difficile pubblicare da soli. Ci vuole davvero competenza, per lo strumento e per la promozione. È un mercato troppo ampio ed è davvero difficile emergere…

  24. Il rischio del dilettantismo nel self-publishin...
    2 giugno 2014 alle 18:46 Rispondi

    […] Oggi è facile pubblicare: in rete è pieno di piattaforme che ci permettono di diventare editori di noi stessi. Basta una registrazione al sito e possiamo caricare il nostro ebook. Ma c'è un problema. Il self-publishing non funziona …  […]

  25. Luca.Sempre
    3 giugno 2014 alle 22:54 Rispondi

    La più grande conquista del self-publishing non è l’opportunità di pubblicare quando vuoi, ma l’opportunità di prenderti tutto il tempo di cui hai bisogno per pubblicare.

  26. Severance
    7 giugno 2014 alle 20:25 Rispondi

    @Daniele: Ti leggo da un bel pezzo ma non avevo modo di commentare.
    Colgo in questa l’occasione di farti i più vivi complimenti per due cose: come amministri i contenuti del blog e l’ottima guida per scrivere sul web, che non ha eguali in Rete.
    E saluto tutti gli altri utenti.

    Il problema non è il bollino (alcuni utenti hanno sollevato le giuste obiezioni… si torna là, come mi conosci e mi applichi il bollino se non quando sono già notissimo?), il problema è smetterla di cercare di diventare milionari ciascuno per conto proprio, e sfruttare la libertà della condivisione per una promozione e produzione aggregata. Se il web è principalmente share, bisogna iniziare ad usare questa logica invece del “ti cito così attiro traffico”, che è sempre una logica individuale, da infomarketer.Creare qualcosa come fu la IMAGE per i comics: autori consociati (questo dovrebbe dare forza concettuale).
    Ancora ciao a tutti, e spero di leggere altre discussioni così interessanti!

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