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Scrittori consapevoli

Scrittori consapevoli

Se intendi fare lo scrittore devi essere conscio dei tuoi pregi e dei limiti, pure. Non puoi dedicarti alla scrittura solo per egoismo. In fondo è per i lettori che si crea una storia. Quindi credo sia fondamentale porsi delle domande: “Vale davvero la pena che qualcuno mi legga?”, “Quanto vale la mia scrittura?”, “Ho davvero qualcosa da dire e, soprattutto, sono in grado di esprimerlo al meglio?”. Cristiana Tumedei su Quanto è difficile scrivere?

Questo commento mi ha fatto pensare, al punto che ho segnato subito l’idea per svilupparla più avanti. Sapete cosa penso dei racconti che ho pubblicato nel blog? Che forse era meglio non pubblicarli. Ogni volta che scrivo una storia, il piacere, la soddisfazione, durano qualche giorno, per poi sparire e lasciare il posto a un’insoddisfazione, invece.

Prendendo la prima parte del commento, sinceramente non so quali siano i miei pregi nella scrittura, ma di sicuro so quali siano i miei limiti. Più che limiti, però, io li chiamerei difetti, uno principalmente: la costanza. Poi altri, come la determinazione. La fiducia.

Ma forse anche questi sono limiti, in fondo, perché limitano il mio campo d’azione, anzi riducono l’azione dello scrivere e del pubblicare a zero.

Scrittori egoisti?

Una storia si crea per i lettori. Sono d’accordo in questo. Se decidi di pubblicarla, sia nel blog sia in ebook sia con un editore, è per i lettori che hai scritto quella storia, no? O è solo per il piacere di vedere il tuo nome pubblicato su una dannata copertina?

Perché io ho sempre avuto questo sogno: quello di leggere il mio nome su una copertina, ma parlo di copertine col prezzo esposto, non di ebook gratuiti. Non è egoismo, questo? Certo che lo è.

Ecco, dunque, che un altro passo indietro va fatto. Ecco che, se davvero si vuol essere scrittori, bisogna cambiare modus cogitandi, bisogna pensare al lettore prima di scrivere la nostra storia, perché dopo, una volta pubblicata, è troppo tardi.

Vale la pena che qualcuno mi legga?

Bella domanda, questa. Quanti se la pongono? Nessuno, scommetto. Neanche io me la sono mai posta, prima di rileggere quel commento. Ma è bene iniziare a porsela. Perché da quella risposta dipende la nostra storia. È quella risposta che ci farà decidere se scrivere la storia o lasciar perdere.

Quanto vale la mia scrittura?

Non parliamo di denaro, che non ha valore nella letteratura. Ci sono opere che sono lette ormai da secoli e ancora per secoli saranno lette: quanto vale la scrittura di quegli autori?

Io ho la risposta, ma non so se dirvela o aspettare che ci arriviate da soli.

Quella scrittura vale il tempo.

È una scrittura che sopravvive allo scrittore e è sopravvissuta a migliaia di lettori. È una scrittura che nessuna guerra o cataclisma ha potuto cancellare. È una scrittura che ha ispirato gli scrittori di tutte le epoche.

È una scrittura che non conosce la morte.

È una scrittura eterna.

E adesso poniti quella domanda: quanto vale la tua scrittura?

Ho davvero qualcosa da dire e so esprimerlo al meglio?

Queste domande mi hanno bloccato per diversi minuti, ma forse è un bene. Potrei rispondere di no, anche se in questo modo me la caverei con poco, perché lascerei perdere le mie idee per racconti e romanzi e tutto finirebbe lì.

Il problema è che io credo davvero di aver qualcosa da dire. Forse è egoismo anche questo, forse è supponenza, forse invece è soltanto la verità. Perché la risposta deve essere per forza negativa?

So esprimere al meglio ciò che voglio scrivere? Non lo so, ma ci provo. Ci ho provato. Ho però notato che più ho scritto, più sono migliorato e allora forse anche comunicazione ed espressione dei concetti sono migliorati.

Conclusione

Non c’è una conclusione in tutto questo, semmai, anzi, deve esserci un inizio. Quello di nuove scritture, nuove storie, nuovi tentativi.

E un inizio anche per voi che avete letto fin qui:

  • vale la pena che qualcuno vi legga?
  • Quanto vale la vostra scrittura?
  • Avete qualcosa da dire?
  • Sapete esprimerla al meglio?

38 Commenti

  1. Emanuele
    12 ottobre 2013 alle 07:43 Rispondi

    Ciao Daniele, questa volta mi permetto di dissentire dalla tesi dell’articolo (tra l’altro, condivisa da molti sul web e sui social), perché è un argomento al quale tengo molto.
    Io, non dico di pensare esattamente il contrario, ma quantomeno una via di mezzo.
    Credo, infatti, sia sbagliato scrivere solo per il lettore come sia sbagliato farlo soltanto per sé.
    Personalmente, scrivo per passione e per necessità. Ovvio che mi piacerebbe che gli altri mi leggessero, ma se non lo fanno non è che non ci dorma la notte.
    La mia idea è che non si possa scrivere soltanto pensando a chi ti leggerà, quella non è più scrittura, ma opera su commissione.
    Si dovrebbe scrivere per il piacere di farlo, per l’attrazione che si prova nel battere sui tasti e nel dare forma alle nuvole di pensieri che girano vorticosamente nella testa.
    Mi rendo conto che questo dipenda anche dal tipo di testo a cui ci si riferisce: un blog, un romanzo, un comunicato stampa. Ma il succo, per me, rimane quello: sarò anche egoista, ma l’idea di scrivere solo per il lettore non mi convince.
    Molto spesso, il fatto che i lettori non ti leggano non coincide con la qualità della tua scrittura ma (banalmente) con la loro volontà di leggerti o meno, con i loro gusti, col fatto che leggano solo i contenuti più diffusi, o quelli di soggetti autorevoli che si scambiano favori tra loro condividendo i propri articoli sui social.
    Credi che la migliore letteratura, quella alta davvero, per dirla con le tue – bellissime – parole “quella scrittura che non conosce la morte” sia frutto di ciò che volevano leggere i lettori o puro istinto, creatività e bravura dello scrittore nel lasciarsi guidare solo da sè stesso? Io opterei più per la seconda delle ipotesi.
    In definitiva, no, non voglio convincermi del fatto di dover scrivere per il lettore. Tutt’al più scrivo (anche) per lui.

    • Daniele Imperi
      12 ottobre 2013 alle 07:57 Rispondi

      Non volevo dire che bisogna scrivere solo per il lettore. Volevo puntare sulla questione della qualità di ciò che scriviamo.

      E su come leggano i lettori siamo d’accordo: spesso, specialmente nel web, molti tendono a leggere per il nome della persone e non vanno magari a leggere nomi nuovi.

      E sì, quelle parole che ti sono piaciute sono proprio come le hai intese.

  2. Gioia
    12 ottobre 2013 alle 08:15 Rispondi

    Non so per quale ragione, ma son tornata indietro nel passato, a quando gli scrittori, con puro egoismo infantile, scrivevano, spesso gratuitamente piccoli racconti che pubblicavano periodicamente nei giornali locali (lo paragono all’ebook dei nostri giorni o al racconto pubblicato in un blog).
    Certo per chiunque, anche per un semplice blogger, è importante essere apprezzati dagli altri, se così non fosse, non pubblicheremmo i nostri post!
    Ma pensi veramente di poter scrivere solo per gli altri?
    Dimmi come fai ad accontentare tutti, ma proprio tutti! ;) Io faccio fatica ad accontentare i componenti della mia famiglia!
    Credo che bisogna scrivere innanzittutto per se stessi, col cuore, con ciò che hai dentro. “Se tu non apprezzi te stesso, non puoi pensare di essere apprezzato dagli altri!”
    Nel momento in cui tu fai ciò che ami, scrivi ciò che ami, ci sarà sempre chi lo amerà come te.
    Capisco come può essere il tuo stato d’animo (ci sono dentro), secondo me è molto attinente al discorso della felicità nel blog della Tumedei. Manca l’imput per poter andar avanti, quello che ti da la forza, che carica il tuo egoismo e il tuo narcisismo letterario.
    O sbaglio?

    • Daniele Imperi
      13 ottobre 2013 alle 18:57 Rispondi

      Ciao Gioia, purtroppo ho espresso male il mio pensiero. Principalmente io scrivo per me stesso. La prossima settimana è già pronto un post in cui mi spiegherò meglio ;)

  3. Scrittori consapevoli | Bricciole d'informazion...
    12 ottobre 2013 alle 08:18 Rispondi

    […] scrittori egoisti, che vivono per la scrittura  […]

  4. Fabrizio Urdis
    12 ottobre 2013 alle 08:47 Rispondi

    ( Mi sento in dovere di scusarmi per il commento titanesco)

    Daniele, questo articolo mi piace proprio parecchio!
    Nel contesto sopracitato sono in completo accordo con te e con Cristiana: si scrive per il lettore.
    Non per noi stessi anche se, passando soprattutto attraverso zone dolorose, la nostra persona trae beneficio dalle analisi fatte.
    Come sai sotto tuo sconsiglio sto leggendo uno dei tuoi ebook, purtroppo sono fermo a pagina trenta ma non per colpa tua, appena ritrovo il mio equilibrio psico-fisico riprendo ( mi ci vorrà qualche anno)
    Non posso espormi più di tanto sui tuoi pregi e difetti perché come ho detto sono solo all’inizio ma una cosa che mi piace della tua scrittura è la semplicità, cosa su cui lavoro come un disgraziato.
    Mi spiego meglio, per esprimere un concetto che può essere definito in una riga, tu non ne usi 4 o 5.. ma una.
    Questa è una qualità molto importante che forse hai sviluppato a furia di scrivere post.
    I difetti… te li dico in privato ma dopo che finisco l’ebook e ovviamente, visto che non sono Dio, sono opinioni personali.
    Vale la pena che qualcuno mi legga?
    Con tutto il tempo che ci ho speso spero proprio di sì ma lo saprò solo quando l’eletto, il salvatore del mondo, dirà che da piccolo è stato ispirato dai miei scritti. :-)
    Scherzi a parte, penso che si debba scrivere se si ha qualcosa che per noi è molto importante esprimere, se non servirà a nessuno pazienza.
    L’importante è saper accettare le critiche, un lettore è uno sconosciuto che inspiegabilmente ha deciso di accordarti la sua fiducia, il suo tempo, pagando, ha dunque tutto il diritto di dire ciò che vuole, in toni educati o meno, su quello che hai fatto.
    È molto dura, perchè magari per terminare il tuo manoscritto hai perso momenti di vita preziosi, perché ci hai messo sudore e lacrime, ma è giusto che sia così ( se un muratore ti fa una casa bellissima con un piccolissimo difetto, cioè che crolla dopo un secondo, tu te ne freghi se l’ha costruita col cuore)
    Dici che ti penti di aver pubblicato i tuoi primi racconti, ma penso che ad ogni modo siano una parte di te importante e, ammettiamo che non siano dei capolavori anche se ancora non posso saperlo, quando un giorno pubblicherai il libro che resterà nei secoli dei secoli il lettore potrà vedere tutta la strada che hai fatto.
    Purtroppo, come ben sappiamo, lo scrittore è nudo.
    È con questo ragionamento che ho deciso di aprire il mio sito di racconti.

    • Daniele Imperi
      13 ottobre 2013 alle 19:02 Rispondi

      Grazie, Fabrizio, ma sai che non ricordo neanche che ebook stai leggendo? Sospetto il peggiore, Diario ultimo :)

      Fammi sapere pure i difetti, ma non farmi aspettare qualche anno :D

      Hai ragione sul lettore che ha diritto a dire la sua, ma dissento sui modi non educati.

      D’accordo sull’ultima parte, invece. In fondo, anche quei racconti rappresentano un percorso fatto.

      • Fabrizio Urdis
        13 ottobre 2013 alle 19:17 Rispondi

        Eh si, trattasi di Diario ultimo, prometto che appena posso mi rimetto a leggerlo anche perché sono molto curioso di vedere che succede ;-)

  5. MikiMoz
    12 ottobre 2013 alle 11:12 Rispondi

    Siamo tutti egoisti, quindi non ti porre il problema su questo.
    E’ vero che quando si pubblica qualcosa, l’entusiasmo dura poco e poi quasi ci si pente. Ho sentito dire la stessa cosa dal mio fumettista preferito, che è anche scrittore della sua stessa opera. Dice che quando riguarda i disegni dei volumi passati, gli si stringe il cuore perché non li trova così belli. Eppure, credimi, secondo me qualsiasi altro fumettista vorrebbe poter disegnare così.

    In ogni caso, provo a rispondere alle tue domande…
    Vale la pena che qualcuno mi legga? Non so che dirti, non credo che senza le mie due righe il mondo non sopravviverebbe. Spero che invece, nella loro futilità, possano divertire qualcuno, così come mi diverto io a crearle :)

    Quanto vale la mia scrittura? Anche qui, non credo che possa sopravvivere al tempo, essere come quella di un Dante… Vale per me, innanzitutto. Vale perché mi aiuta in determinate cose. Se poi riesce ad essere utile pure ad altri (anche solo per un minuto di divertimento, ripeto) è già tanto.

    Ho qualcosa da dire? Posso affermarlo con sicurezza, questo: sì. Ho qualcosa da dire, altrimenti non farei quel che faccio.

    So esprimerlo al meglio? Penso di aver trovato (o sempre avuto?) una via che si affina man mano…, insomma, ci si prova volta per volta… il meglio deve sempre ancora arrivare, dopotutto ;)

    So long, baby!^^

    Moz-

    • Daniele Imperi
      13 ottobre 2013 alle 19:04 Rispondi

      Se è per questo, Miki, il mondo sopravvive lo stesso anche se non ci fosse nessuno a scrivere, anche se mai nessuno avesse scritto qualcosa :D

      Hai risposto bene. bravo ;)

  6. Cristiana Tumedei
    12 ottobre 2013 alle 11:35 Rispondi

    Salve a tutti :)

    Mi sento di dover intervenire sia per precisare la mia posizione sia per sottolineare un aspetto della questione che mi pare passato in secondo piano.

    Quando mi riferisco alla consapevolezza parlo di scrittori che vogliono essere pubblicati. Stiamo scegliendo di fare un mestiere – quello dello scrittore – che ci porterà a mantenerci grazie ai nostri prodotti letterari.

    Sì, la scrittura si trasforma: da mera espressione creativa e artistica individuale, si fa prodotto e diventiamo necessariamente imprenditori di noi stessi. Capiamoci, è magnifica la visione romantica dello scrittore che, penna alla mano, ricalca se stesso su un foglio di carta. Magnifica, sognante, per molti appagante.

    Ma se vogliamo vivere di scrittura, allora non possiamo non considerare il nostro operato ai fini della vendita di un libro.

    Una visione troppo cinica? Forse, ma provo a riportarvi qui il mio esempio, ché magari aiuterà a chiarire quanto detto sopra.

    Come molti di voi, scrivo da quando sono bambina e sogno di fare la scrittrice. Negli anni ho continuato a mettere nero su bianco la mia fantasia, producendo scritti personali, racconti, poesie. Insomma, ho sempre scritto e so di aver qualcosa da dire e che, nel farlo, sarei efficace.

    Il punto è che, allo stesso tempo, sono consapevole di non essere ancora un buon prodotto editoriale. Non sono sufficientemente matura, come scrittrice, per ambire alla pubblicazione. E lo so perché studio il mercato editoriale e mi impegno a capire se le mie produzioni potrebbero consentirmi di abbandonare il mio mestiere attuale e mantenere mia figlia.

    Quindi continuo a scrivere, a fare stimolanti esercizi di espressione creativa, ma mi fermo qui. Non mi concedo alle masse, perché so che non sarei ancora un prodotto adatto al mercato editoriale italiano.

    Immagino che ognuno abbia un approccio diverso alla scrittura. Sì, insomma, c’è chi preferisce abbandonare i timori e autopubblicarsi senza porsi alcun problema sugli eventuali riscontri. Forse la mia posizione è estremamente rigida e me ne pentirò in futuro.

    Anzi, è molto probabile che questo accada considerando il grado di frustrazione a cui porta. Se non fosse che ho fatto della scrittura una parte centrale del mio mestiere ;)

    Ecco, sarebbe interessante capire come chi ambisce davvero a vivere di scrittura riesce a fare il salto. Mi spiego: in fin dei conti, siamo in molti a dire che si dovrebbe scrivere e pubblicare senza remore eccessive. Ma quanti di noi lo fanno?

    Insomma, mi piacerebbe sapere – se posso – come siete riusciti a decidere di pubblicare (sia mediante self-publishing, che editore). Cosa vi ha spinti a saltare? :)

    • Daniele Imperi
      13 ottobre 2013 alle 19:12 Rispondi

      Io aggiungo, ché forse sono stato frainteso, che intendevo parlare di scrittori che vogliono pubblicare.

      Non concordo sul fatto che ci possiamo mantenere con la narrativa, a meno che non ti pubblichi un grosso editore che ti fa un contratto per altre opere. Ma se pubblichi coi piccoli nomi, beh, scordati di campare coi romanzi che scrivi.

      Basta che ti fai due calcoli: guadagni il 4% sul prezzo di copertina. Per guadagnare 5.000 euro su un libro che ne costa 14 devi vendere 10.000 copie. Non credo si possa aggiungere altro.

      D’accordissimo sul punto successivo: dobbiamo essere imprenditori, il romanticismo va lasciato all’azione dello scrivere.

      Sui tuoi racconti vorrei dissentire un po’: tu dici di non essere pronta ancora per il mercato editoriale. Ma ti dico una cosa: puoi studiarlo quanto ti pare, ma finché non fai leggere a qualcuno ciò che scrivi, non saprai mai con certezza se sarai apprezzata o meno. Il mio consiglio, che non accetterai mai, suppongo, è di pubblicare qualcosa che hai scritto in qualche forum letterario e vedere come va. Senza impegno, senza aspettative: una prova.

      Non bisogna essere rigidi, Tumedei :D

  7. franco zoccheddu
    12 ottobre 2013 alle 12:09 Rispondi

    Ecco le mie risposte alle tue quattro domande finali:
    NO – NIENTE – NO – NO.
    D’accordo: è un momento di stanchezza e forse sono un po’ giù, passerà certamente. Provo a pensarci ancora un po’ su, con calma. Magari non è così male come penso adesso.

  8. Paola
    12 ottobre 2013 alle 12:16 Rispondi

    Le domande che ci poniamo possono arricchire il nostro pensiero o limitarlo. Le domande a risposta chiusa (come quelle che hanno guidato la costruzione di questo articolo) tendono ad incistare il pensiero.
    Mi permetto di suggerirne qualcuna, con la stessa finalità.

    In che modo la mia scrittura può arricchire la vita del lettore?
    Quali parametri determinano la qualità della mia scrittura?
    Come posso migliorare la mia scrittura al fine di emozionare il lettore e trasmettere il mio messaggio?

    • Daniele Imperi
      13 ottobre 2013 alle 19:15 Rispondi

      Intanto, Paola, grazie per il suggerimento di un post che farò uscire la prossima settimana, cercando di rispondere alle tue domande.

      Mi puoi spiegare perché le ritieni domande a risposta chiusa?

      • Paola
        13 ottobre 2013 alle 19:36 Rispondi

        Certo Daniele!
        Le ritengo “a risposta chiusa” perché, mentre te le poni, è come se dovessi rispondere ad un test con delle “soluzioni” già preparate e quindi non arricchiscono il pensiero intorno all’argomento (anzi, spesso generano delle situazioni di stallo).
        Per farmi capire meglio, seguo la tua traccia.
        “Scrittori egoisti?” sì/no/non so/
        “Vale la pena?” sì/no/non so/
        “Quanto vale la mia scrittura?” poco/tanto/non so
        “Ho davvero qualcosa da dire?” sì/no/non so
        Inconsciamente ti trovi di fronte a queste soluzioni (anche se non le vedi in modo palese).

        • Daniele Imperi
          13 ottobre 2013 alle 19:49 Rispondi

          Grazie, credo di aver capito. :)

          Quindi è come se fossero le classiche domande a risposta multipla, a differenza delle tue che, invece, ti costringono a elaborare un pensiero.

          Prossima settimana: “3 domande sulla scrittura”. E vediamo se e come risponderò :D

  9. franco zoccheddu
    12 ottobre 2013 alle 12:16 Rispondi

    Scusate: volevo anche dire qualcosa a proposito dell’interessante intervento di Cristiana. Solo questo: sono uno prudente, lo sonosin da piccolo, lo sarò fino in punto di morte. Accidenti a me! Odio la mia prudenza, ma è ciò che mi sostiene, è il mio mondo fatto di equilibrio, calma, tranquillità, e un po’ di vuoto. Sono di quelli a cui piace giudicare tutto e tutti, con calore e comprensione, ovvio, ma giudico e dico a tutti cosa fare, come farlo, etc. Un classico: faccio perennemente il maestrino di scuola, in un eterno equilibrio di fissità e saggia superiorità.
    Ho paura che uno così avrà non poche difficoltà a fare il “salto” proposto da te, Cristiana, anche se tutto me stesso, ogni mia cellula, no, che dico, ogni mio elettrone mi urla a squarciagola: Franco, esci, buttati, non aspettare che il mondo bussi a casa tua, cerca tu il mondo.
    Fosse facile… ! Se conoscete un segreto per farlo, please: tell me!!!!

    • Paola
      12 ottobre 2013 alle 13:34 Rispondi

      Ciao Franco!
      La prudenza non è sbagliata in sé. Ha una finalità protettiva che va rispettata anche se in modo costruttivo (e non limitativo come avviene nel tuo caso, bloccandoti).
      Prova a leggere questo, magari ti aiuta: http://storiedicoaching.com/2013/09/02/realizzare-obiettivo-equilibrio-ruoli/

    • Daniele Imperi
      13 ottobre 2013 alle 19:17 Rispondi

      Questo tuo atteggiamento richiede una riflessione. In settimana ti scrivo in privato e vediamo cosa fare, ok?

      • franco zoccheddu
        13 ottobre 2013 alle 20:08 Rispondi

        Grazie, Daniele. Ma ti inviterei a tentare di ignorarmi un po’, perchè mi sembra di leggere interventi che vanno ben al di là delle mie momentanee lamentele. Anzichè continuare questa tiritera del “sono bloccato, non credo in me” forse dovrei semplicemente tacere e apprezzare con umiltà i tentativi degli altri, che trovo interessanti e degni di attenzione. Il suggerimento di confrontarsi in un forum, ad esempio. Se comunque trovi cinque secondi davvero, ok.

  10. Massimo Vaj
    12 ottobre 2013 alle 13:22 Rispondi

    Prendendo la prima parte del commento, sinceramente non so quali siano i miei pregi nella scrittura, ma di sicuro so quali siano i miei limiti… Uno di questi è: …ma di sicuro so quali sono i miei limiti. Ripetere “siano” è sgradevole…

    • Daniele Imperi
      13 ottobre 2013 alle 19:18 Rispondi

      Sgradevole o meno, forse il congiuntivo neanche ci andava lì… anzi credo di no, mi informo e in caso correggo. Però se ci va, va lasciato.

  11. Luca Sempre
    12 ottobre 2013 alle 13:38 Rispondi

    Quando sarò finalmente pronto?
    Mai.

    Quando due settimane fa ho messo on line il nuovo blog e un nuovo racconto in realtá erano almeno quattro mesi che tutto era giá pronto. Dovevo solo fare click e un attimo dopo sarei stato “visibile”.

    Quattro mesi.
    Quattro.

    Il motivo? Semplice: tendo a rileggere innumerevoli volte ciò che scrivo. Amo i dettagli (dettagli che forse noterò soltanto io), ho standard decisamente elevati, e quando hai standard decisamente elevati puoi solo scendere, farti male, cadere e rialzarti.
    Sempre se ce la fai.

    Oltretutto, secondo me, è anche impossibile rispondere alla domanda: ho veramente qualcosa da dire? Il mio prodotto è veramente adatto al mercato italiano?

    Nessuno può saperlo, e se lo sai giá, allora vuol dire che forse (forse) avrai scritto l’ennesimo polpettone medioevale della Newton & Company, o l’ennesima saga fantasy di vampiri in calore/clamore, o le nuove 102 sfumature di celestino.

    Ovvio, ci sono alcune regole su cui è impossibile transigere (vedi l’uso corretto della grammatica, questa sconosciuta), ma per il resto “fare il salto” non vuol dire necessariamente abbandonare il tuo lavoro attuale per vivere solo di scrittura.

    Pochi lo fanno.
    Pochi sono così ben pagati da poterselo permettere.

    Quindi il primo passo da fare è prendere atto che al mondo, dopo tutto, non gliene fregherá nulla di te (e nel mondo ci metto dentro anche il mercato editoriale) fino a quando non gli avrai detto che esisti (come autore).

    Le storie insegnano. Le storie raccontano. Mi piace leggere le storie degli “altri” che ce l’hanno fatta perchè ognuno ce l’ha fatta a modo suo. Sono ormai 20 anni che navigo tra editor, agenzie letterarie e case editrici. Un po’ per passione, un po’ per lavoro. E la regola è che non c’è una regola. Occorre sperimentare sia col mercato tradizionale (agenzie letterarie e case editrici) sia col self-publishing.

    Sperimentare, ad esempio, nel mio caso ha voluto dire: ricevere molte lettere di rifiuto dalla agenzie letterarie che smontavano i miei romanzoni/polpettoni immaturi, fare tesoro dei suggerimenti, continuare a scrivere, leggere, guardarsi intorno.
    Sopratutto: non prendersi troppo sul serio.

    Ma non puoi – NON PUOI – continuare a rimandare eternamente il confronto col mondo esterno.

    Quando la rigiditá e la severitá verso se stessi diventano una prigione, vuol dire – semplicemente – che sei tornato nella tua zona di “comfort” (quella che insegnano ai corsi di vendita) dove potrai continuare all’infinito a “raccontartela”. Per poi scoprire che alla fine, in fondo, al mondo non gliene frega niente della tua rigiditá.

    Vero è (e su questo ho pochi dubbi) che se a distanza di tempo non ti piace ciò che pubblichi allora vuol dire che non hai ancora trovato la tua voce, il tuo stile. Che però non necessariamente debbono coincidere in ambiti diversi. Ad esempio, la voce che ho sul mio blog è profondamente diversa da quella che utilizzo nelle mie opere destinate al mercato editoriale.

    Puoi essere umile e al tempo stesso orgoglioso dei tuo scritti. In fondo… Che male c’è?

    E poi, per concludere: secondo voi Tolkien avrebbe mai pubblicato il “Signore Degli Anelli” o David Foster Wallace “Infinite Jest” o De Lillo “Underworld” se avessero continuato a pensare al mercato editoriale?

    E se lo avessero fatto, non avrebbero mai pubblicato! E cosa ci saremmo persi?

    Certo, non diventeremo tutti grandi scrittori, ma in fondo… Chissene frega? Io scrivo perchè è meraviglioso. Perchė sto bene con me stesso. Perchè dá un senso alle mie giornate.

    Esco, mi faccio una corsetta, respiro.
    Fuori dai miei cortocircuiti mentali.
    Che tanto ce li abbiamo tutti.
    I cortocircuiti, dico.

    Scusate la lunghezza.

    • Daniele Imperi
      13 ottobre 2013 alle 19:24 Rispondi

      Sai che penso, Luca? Che devi rileggere il tuo racconto al massimo un paio di volte. Poi basta. Il racconto è quello, chiudi quel capitolo e passi a un altro.

      Hai ragione sul fatto che pochi, pochissimi, posso permettersi di vivere scrivendo storie.

      Hai ragione anche sul fatto che al mondo non gliene frega nulla di noi. Della zona di comfort ti sa dire Paola qualcosa ;)

      Vero anche quanto dici su Tolkien e gli altri. Loro ce l’hanno fatta perché si sono buttati, hanno creduto in se stessi e se ne sono fregati del mondo.

  12. Attilio Nania
    12 ottobre 2013 alle 14:44 Rispondi

    Invece hai fatto bene a pubblicare i racconti nel blog. A me personalmente piacevano.

    • Daniele Imperi
      13 ottobre 2013 alle 19:24 Rispondi

      Grazie, Attilio, allora mi aspetto che leggerai anche i prossimi che usciranno, se e quando usciranno :D

  13. Tenar
    12 ottobre 2013 alle 16:16 Rispondi

    Si scrive per se stessi e si scrive per gli altri. I due aspetti coesistono sempre e hanno nel mio processo creativo la stessa importanza.
    Personalmente l’idea di vedere il mio nome su un libro è un aspetto del tutto secondario e collaterale, il mio egoismo è diverso.
    Una storia è un viaggio interiore che intendo concedermi. L’egoismo dello scrittore, per me, è prendermi il tempo per pensare a una storia, per documentari. Il tempo ha un valore enorme, per questo questa parte la vivo un po’ come egoismo, dato che sottraggo energie e risorse ai miei cari, alla cura della casa e al lavoro “ufficiale”.
    A questo punto si inseriscono i lettori. Il mio viaggio ha portato una storia che è interessante solo per me o può interessare anche altri? Qualcun altro l’ha già scritta? Ne ha già trattato gli stessi aspetti che tratterei io?
    Se ritengo che possa offrire un contributo, anche minimo, di originalità a una tematica o a un genere, la scrivo. Il dramma è che non sempre (quasi mai) ritengo le miei capacità di scrittrice all’altezza della mia storia e qui viene tutta la parte di lavoro meno romantica e più artigianale di scrittura che va fatta, secondo me, sempre pensando al lettore.
    In questa fase di solito mi avvalgo di un gruppo di lettura, ho la fortuna di avere sempre un 5/6 volontari che leggono la storia in corso d’opera e parlando con loro aggiusto il tiro nel tentativo di renderla al meglio. Per me è importante che il gruppo sia eterogeneo: appassionati del genere, esperti dell’argomento trattato, ma anche lettori forti, ma che bazzicano poco quegli argomenti. Se ciò che volevo raccontare arriva a tutti vuol dire che almeno in parte la missione è compiuta.
    Poi bisogna superare l’immensa paura di confrontarsi con un pubblico vero e col mercato editoriale, ma lì davvero è un’altra storia, con varianti che sono pochissimo sotto il mio controllo.
    Personalmente il massimo della felicità è quando uno dei miei lettori/amici (che svolgono con cura il loro ruolo di “scova difetti senza pietà”) si dice soddisfatto.

    • Daniele Imperi
      13 ottobre 2013 alle 19:27 Rispondi

      Tu hai un buon atteggiamento verso la scrittura e il lavoro che ne deriva. Non so se mi affiderei a un gruppo di lettura, sinceramente. Penso che, a lungo andare, rischi di diventarne dipendente, mentre invece devi preocedere da solo.

      • Tenar
        13 ottobre 2013 alle 21:23 Rispondi

        Per mia esperienza sapere di essere letto, che qualcuno attende i capitoli nuovi è già un buon incentivo. E se poi tutti rilevano un problema, al 99,9% il problema c’è davvero.
        Però è vero, adesso per me sarebbe difficile fare senza il gruppo di lettura

  14. Kentral
    12 ottobre 2013 alle 18:27 Rispondi

    Letto tutto. Articolo e commenti, condivido e non ma…
    Rovesciamo la medaglia.

    Io devo/voglio scrivere i miei romanzi perché sono le storie che vorrei leggere e che nessuno ha scritto.

    Sono 18 anni, una maturità intera che coltivo il desiderio e la voglia di scrivere. E per tale tempo la vita mi ha rapito i miei momenti per necessità lontane dai miei sogni.

    Ho pensato storie, accumulato appunti e migliaia di note. Io voglio le mie storie con tutta la mia forza. Fanno parte della mia vita, sono parte di me.

    • Daniele Imperi
      14 ottobre 2013 alle 08:05 Rispondi

      È vero anche questo: si scrive quello che si vuole leggere.

  15. Salvatore
    14 ottobre 2013 alle 14:55 Rispondi

    Personalmente scrivo perché amo scrivere. Per me è un esigenza che trascende tutto ciò che sta attorno alla scrittura creativa, alla pubblicazione, alla gratificante considerazione di terze persone. Poi c’è anche tutto questo. Si scrive, a mio avviso, perché si sente l’esigenza di farlo; il piacere di battere le dita sulla tastiera e vedere venir fuori le idee che si ha in testa sul monitor che si ha di fronte. Si scrive perché si ha qualcosa da dire; se non si hanno opinioni o interessi su niente è difficile trovare qualcosa da scrivere. Si scrive anche per il piacere di vedere sul volto di un’altra persona lo stupore, la meraviglia, l’interesse, la soddisfazione, ecc, verso quello che si è scritto. Considero tutto questo sano. L’unica cosa per la quale invece non si dovrebbe mai scrivere è per essere pubblicati. Attenzione, non intendo dire che non sia giusto cercare la pubblicazione, per la soddisfazione di vedere la propria opera letta da sconosciuti e anche, perché no, del conseguente riconoscimento economico, anzi; ma scrivere solo per essere pubblicati, cioè con quest’unico fine, invece lo considero sbagliato, anomalo. E’ come un ragazzo che sogna di fare il calciatore professionista per i milioni che potrebbe guadagnare facendolo. Non ci riuscirà mai… I migliori calciatori di ogni tempo, e non sono personalmente un appassionato, sono coloro che amano quello sport più di ogni altra cosa; sono quelli che non possono stare senza palla al piede, magari nel cortile di casa, o lungo i vicoli del proprio quartiere. La passione verso quello che si fa è più importante di ciò che quel mestiere potrebbe o meno dare in cambio. Poi, nel caso della scrittura in particolare, credo sia un arte avara di soddisfazioni. Tuttavia, se ho letto bene il post, quello che si dice è un’altra cosa. In questo caso credo che sia giusto, anzi sano, per riprende il filo dall’inizio, porsi delle domande. Anche delle paranoie. Perché in questo caso non ci sono dubbi sul fatto di trovarsi di fronte ad uno scrittore! Uno scrittore nell’animo, anche se non ha ancora pubblicato nulla; perché solo una persona appassionata verso quello che fa si pone delle domande essenziali come queste, degli interrogativi che qualcuno potrebbe anche catalogare come sterili seghe mentali, ma che non lo sono. Questo fa la differenza e distingue uno sterile utilizzatore di tastiera da un vero scrittore. Poi, come in ogni cosa, posti dubbi e gli interrogati verso il proprio ruolo nel mondo della scrittura, si va avanti e si ricomincia a scrivere, per se stessi. Se qualcosa di buono verrà fuori, accadrà indipendentemente dale nostre aspettative, ma solo se l’intenzione iniziale era pura. Ho letto da qualche parte che non bisogna mai mentire al lettore; il lettore lo sente se si scrive per essere pubblicati o si scrive per il piacere di raccontare una storia…

    • Daniele Imperi
      14 ottobre 2013 alle 19:24 Rispondi

      Grazie per aver apprezzato il mio post, Salvatore. D’accordo con tutto quanto hai scritto. E hai ragione: mai scrivere solo per essere pubblicati.

  16. Scriviamo per i lettori?
    15 ottobre 2013 alle 05:00 Rispondi

    […] Una storia si crea per i lettori. Sono d’accordo in questo. Se decidi di pubblicarla, sia nel blog sia in ebook sia con un editore, è per i lettori che hai scritto quella storia, no? O è solo per il piacere di vedere il tuo nome pubblicato su una dannata copertina? Io su Scrittori consapevoli. […]

  17. 3 domande sulla scrittura
    19 ottobre 2013 alle 05:00 Rispondi

    […] Le domande che ci poniamo possono arricchire il nostro pensiero o limitarlo. Le domande a risposta chiusa (come quelle che hanno guidato la costruzione di questo articolo) tendono ad incistare il pensiero. Paola Fantini su Scrittori consapevoli. […]

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