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5 regole da infrangere nella scrittura creativa

5 regole da infrangere nella scrittura creativa

Un’eccezione è un segno della falsità della regola – Il segno dei quattro, Arthur Conan Doyle

Ogni regola è creata per essere infranta. A nessuno piacciono le regole, ma tutti vogliamo che gli altri le rispettino. Oggi vediamo quali regole tanto declamate nei manuali di scrittura possono essere aggirate, infrante, dimenticate.

Leggendo, si capiscono molte cose. Soprattutto, si scoprono nuovi modi di narrare, diversi dai nostri, da quelli a cui siamo abituati, e ogni tanto si scoprono anche autori che escono dai canoni, che sono vere e proprie voci fuori dal coro. Da questi autori abbiamo tanto da imparare.

Ho quindi selezionato 5 regole, chiamiamole così – anche perché non sono tutte vere e proprie regole di scrittura – che sono state infrante da alcuni autori che ho letto. Non me ne sono venute in mente altre, ma potete segnalarle nei commenti, se ne conoscete altre.

1 – Punto di vista

Non voglio entrare nei meriti della scienza dei PdV – per un buon articolo sul punto di vista vi lascio a un guest post scritto da Alessio “LiveAlive” Montagner – perché a me parole come omodiegetico e eterodiegetico non dicono proprio nulla e non mi sono mai preso la briga di andare a capire che vogliano dire. So per certo che mai riuscirei a collegare quelle parole a concetti concreti.

Però si dice che bisogna sempre mantenere un punto di vista nella storia, così almeno è quello che ho letto da più parti. Ma il bravo George Martin ci dimostra che possiamo non tener conto di questa regola e usare nello stesso romanzo anche venti punti di vista diversi.

Nei romanzi della saga Le Cronache del ghiaccio e del fuoco Martin usa un punto di vista diverso per ogni capitolo, perché ogni capitolo ha il suo preciso protagonista e le vicende narrate sono viste con gli occhi di quel personaggio. Se non sbaglio, il punto di vista usato da Martin è quello del narratore eterodiegetico a focalizzazione esterna. Confermate?

Quando cambiare punto di vista? Non credo che la tecnica usata da Martin si adatti a ogni tipo di storia, quindi, se mai dovessi sceglierla, ci rifletterei parecchio. Anche perché comporta un lavoro in più: il narratore deve ogni volta vestire i panni di un personaggio diverso.

2 – Show, don’t tell

L’eterno dilemma del raccontare o mostrare. Che poi si racconta anche quando si mostra. Questa regola è secondo me troppo estremista: ci sono punti della storia in cui non possiamo fare altro che narrare e non mostrare.

Mostrando tutto, secondo me, si viene a creare una sorta di tensione nel lettore e tutta la narrazione può diventare monotona, come nel caso opposto, quando non si mostra nulla.

Ricordo adesso il romanzo della Rowling Il seggio vacante – che a Lisa non è piaciuto, come non piacerà quello che sto per scrivere – in cui c’erano parecchie parti spiegate, quasi commentate dal narratore esterno. Ma c’era anche azione, quindi una buona parte mostrata. Io non le ho trovate affatto fastidiose o noiose da leggere. Erano però evidenti, questo sì, perché le ho notate subito.

3 – Grammatica

Anche se mi reputo una specie di grammarnazi, io non sempre ho rispettato la grammatica. Qui ho parlato varie volte del bellissimo romanzo Le avventure di Huckleberry Finn di Twain, narrato in prima persona da Huck stesso, ragazzo semi-analfabeta. Come avrebbe dovuto scrivere?

La grammatica è quindi uno dei miti della scrittura, come ho avuto modo di scrivere tempo fa. Va rispettata, va prima conosciuta, ma va anche adattata al contesto. Diciamolo chiaramente: quando parliamo con gli amici, quanti di noi rispettano le regole grammaticali e il congiuntivo?

Nessuno, ma è normale. Ogni persona, poi, parla a modo suo, modificando il proprio linguaggio in funzione sia dell’interlocutore sia del contesto sociale in cui si trova. E uno scrittore, se vuole fare le cose per bene, deve tenere conto di tutto questo.

4 – Stile

Alla ricerca del proprio stile di scrittura è il vero viaggio dello scrittore. Io, forse, ho trovato la mia soluzione, quella più adatta a me, e l’ho trovata da tempo. La mia personalità mi porta a stancarmi presto di qualsiasi cosa – spero non di una moglie, povera donna – quindi trovare un preciso stile e mantenerlo non fa per me, mi verrebbe a noia, anzi peggio, mi farebbe sentire prigioniero.

Adatto lo stile alla storia. Se dovessi scrivere un giallo ambientato nell’800, non userei mai lo stesso stile adottato per un fantasy o per un romanzo di fantascienza. Per me questo è di una logica disarmante, ma immagino che qualcuno di voi possa pensarla diversamente.

Quando ho letto il bellissimo romanzo L’atlante delle nuvole di David Mitchell, ho ritrovato proprio questa “tecnica”: ogni storia, diversissima dalle altre, pur collegata in qualche modo, era scritta con lo stile più appropriato.

5 – Storia unica

Quante storie possiamo raccontare in un romanzo? Non parlo delle sottotrame, che hanno un’altra funzione – leggete il post di Maria Teresa, che è approfondito – né delle cosiddette backstory – digressioni, cornici narrative, analessi e prolessi – che servono per dare più spessore alla storia, per arricchirla, ma parlo proprio di storie vere e proprie.

Devo, ancora una volta, tirare in ballo L’atlante delle nuvole, che non è né un romanzo vero e proprio né tanto meno una raccolta di racconti. È qualcosa che io non avevo mai letto prima di allora e non mi è più capitato di leggere (ma mi ha intrigato al punto che ho scritto io 2 storie usando una struttura simile a quella).

L’atlante delle nuvole ha una struttura a sestetto: A, B, C, D, E, F, E, D, C, B, A, dove ogni lettera corrisponde a una storia, che è collegata alle altre. Come chiamate un romanzo del genere?

Può sempre funzionare una storia scritta in questo modo? No, naturalmente. E non è neanche detto che debba essere un romanzo fantastico, come lo è L’atlante delle nuvole, ma una struttura così può adattarsi a qualsiasi genere narrativo.

Quali altri regole di scrittura si possono infrangere?

Oltre alle cinque che ho individuato ve ne vengono in mente altre, che avete letto o infranto nelle vostre storie?

46 Commenti

  1. Salvatore
    24 dicembre 2014 alle 06:48 Rispondi

    Dei manuali di scrittura mi piace soprattutto osservare come scrittori molto diversi fra loro, e in alcuni casi molto famosi anche, si siano imbattuti nei miei stessi problemi. Questo mi conforta molto. Per il resto, li lascio perdere.

    Il punto di vista nei libri di Martin cambia a ogni capitolo perché la storia che racconta ha molti protagonisti, tutti sullo stesso livello. Non potrebbe fare altrimenti. L’unico altro modo sarebbe stato quello di usare un narratore completamente onnisciente, sempre. Tuttavia a me non ha mai dato fastidio il cambio di punto di vista, a te sì?

    Mi piace raccontare. Mi piace alternare le parti narrate a quelle “mostrate”. Che poi andrebbe fatto un distinguo chiaro: c’è narrare e narrare. Io uso molto uno stile narrato, ma non mi venire a dire che le immagini che riesco a mostrarti in questo modo non sono altrettanto vivide che se usassi uno stile più prolisso e dettagliato… Ben diverso è il caso si una narrazione giornalistica o dilettante. Lì non è una scelta, è poca preparazione o cura dello scrittore.

    La grammatica ha lo scopo di stabilire delle regole comuni per riuscire a capirsi meglio. La parola scritta ha come difficoltà quella di essere priva di sostrati non verbali. L’energia che si trasmette in un discorso verbale, l’intenzionalità dei gesti, ecc. trasmettono delle informazioni che attraverso la scrittura vengono a mancare. La grammatica serve a diminuire il divario che si viene a creare. Tuttavia lo scopo è comunicare efficacemente, giusto? Se ci riesco meglio aggirando la grammatica, non ci vedo nulla di male.

    Lo stile si adatta al contesto. È la voce narrante, la voce dello scrittore, invece a non cambiare mai. O molto raramente, comunque. È quella che devi ricercare. Poi, è chiaro che un romanzo ambientato in un’Inghilterra Elisabettiana sarà scritto con uno stile diverso rispetto a un fantasy o a un thriller ambientato nei giorni nostri.

    Non mi piacciono le raccolte di racconti e nemmeno i romanzi che collegano tante storie fra loro, come fossero una raccolta di racconti appunto. Preferisco che mi venga raccontata una sola storia, bene, anche con molte sotto trame, ma una soltanto.

    • Daniele Imperi
      24 dicembre 2014 alle 13:13 Rispondi

      No, a me non dà fastidio il cambio del punto di vista.
      Sulla grammatica, dipende da come e perché la vuoi aggirare.
      Allora non ti piacerà il romanzo che sto scrivendo, pazienza :D

  2. Banshee Miller
    24 dicembre 2014 alle 09:14 Rispondi

    Prova con “Il vagabondo delle stelle” di London o anche “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino. Sono entrambi romanzi molto particolari, indefinibili, il secondo poi è unico

    • Daniele Imperi
      24 dicembre 2014 alle 13:13 Rispondi

      Il secondo l’ho letto, il primo no. Ma London mi piace molto.

  3. Grazia Gironella
    24 dicembre 2014 alle 09:56 Rispondi

    Non so dirti se ho infranto regole e quali, perché le vedo tutte come consigli competenti e basta. Mi potrebbe capitare di andare per conto mio, se fossi convinta che è migliorativo per la storia, ma di solito mi trovo d’accordo. Martin non trasgredisce, in realtà, perché il cambio di pdv è considerato normale, se non avviene nella stessa scena. Ecco, questa è una regola che non credo infrangerò mai: mescolare i punti di vista saltellando nelle teste di tutti i personaggi, a caso. Come lettrice lo noto subito e lo trovo fastidioso. Altra cosa è se usi il narratore onnisciente, che vede tutto e sa tutto; ma allora la scelta deve essere molto chiara. Ti sembrerà strano, ma trovo sia più facile dedicare ogni capitolo a un personaggio diverso che non scrivere con il narratore onnisciente senza dare l’impressione di non sapere usare il pdv. (A proposito, auguri! :))

    • Daniele Imperi
      24 dicembre 2014 alle 13:15 Rispondi

      Sì, in una stessa scena va mantenuto il punto di vista, è vero.
      Non so perché il narratore onnisciente non piaccia. Io l’ho trovato spesso e non mi ha creato problemi.
      Auguri anche a te :)

  4. Argonauta Xeno
    24 dicembre 2014 alle 11:01 Rispondi

    L’arco di trasformazione di un personaggio, il Viaggio dell’Eroe e tutte quelle strutture che dovrebbero servire a “puntellare” una storia, non a limitarne le possibilità di sviluppo seguendone a priori la traccia. Sono strumenti utili, ma a mio parere solo se usati consapevolmente.

    • Daniele Imperi
      24 dicembre 2014 alle 13:16 Rispondi

      Secondo te può non esserci la trasformazione del personaggio?

      • Argonauta Xeno
        24 dicembre 2014 alle 14:50 Rispondi

        Qui (http://narrativefirst.com/vault/what-character-arc-really-means) c’è un video, in fondo, in cui sono mostrati personaggi cinematografici che non cambiano. Uno di questi film, The Wrestler, è tra i miei preferiti. Lì il dramma è intenso proprio perché il protagonista non riesce a cambiare, mentre in altri casi, può capitare che il personaggio resista volontariamente al cambiamento. Non sono situazioni da scartare a priori, eppure cozzano con una struttura che richiede che il protagonista (perlomeno) cresca in un certo modo, attraverso il cambiamento.

        • Daniele Imperi
          24 dicembre 2014 alle 14:57 Rispondi

          Ho capito che intendi e a quel punto condivido. Magari provo ad analizzare alcune situazioni reali, di libri letti, in cui il protagonista non cambia mai.

  5. MikiMoz
    24 dicembre 2014 alle 12:24 Rispondi

    Sulla grammatica sai che la vedo come te, lo sai.
    Un’opera dev’essere realistica, non posso ritrovarmi ragazzi di 16 anni che sembrano recitare a teatro.
    Alla fine, basta saper scrivere mediamente bene per poter scrivere tutto, infrangere tutto e non risultare asini agli occhi di chi legge :)

    Moz-

    • Daniele Imperi
      24 dicembre 2014 alle 13:17 Rispondi

      I dialoghi secondo me sono il modo migliore per capire se uno sa scrivere o meno.

  6. LiveALive
    24 dicembre 2014 alle 12:32 Rispondi

    Il punto di vista come lo usa Martin va benissimo anche secondo il “canone”: è una terza persona lievemente immersa; cioè si dice ciò che fa e pensa solo un personaggio, ma mantenendo un tono abbastanza neutrale. Quello che viene indicato come “errore” è il cambiare punto di vista senza criterio in mezzo a una scena, o paragrafo, o addirittura frase. In realtà anche questo può essere scavalcato: nella quarta parte di Fight Night, di Stefano Trucco, si cambia punto di vista ogni poche righe, eppure funziona perché è fatto con criterio. L’importante insomma è capire quali sono gli effetti di ogni tecnica, e agire di conseguenza,

    Lo SDT ha un forte oppositore in Kim Stanley Robinson: dice, in sostanza, che la bontà del suo effetto è falso, e che è roba di maniera imposta in certe scuole di scrittura solo per avere l’illusione di avere il controllo sulla materia narrata. Tutto quello che potevo dire in merito l’ho detto in un mio guest post recente: quello sulla rapidità. In sostanza: le “regole” funzionano secondo un sistema, e se ci sono libri che hanno bisogno dell’sdt, altri è meglio se cercano altro.

    Di fatto non esistono regole, solo effetti: tu scegli l’effetto che vuoi (qualsiasi, anche annoiare se vuoi), e poi provi a realizzarlo tramite tecniche. Ogni regola si può infrangere quando lo scopo dell’opera cambia.

    • Daniele Imperi
      24 dicembre 2014 alle 13:19 Rispondi

      Sono d’accordo sulla ricerca dell’effetto. Quelle che ho indicato come regole da infrangere alla fine sono una ricerca di un effetto nella narrazione.

  7. animadicarta
    24 dicembre 2014 alle 14:45 Rispondi

    Mi piace il taglio che hai dato al post, con gli esempi pratici.
    Secondo me, l’unica regola davvero infrangibile è quella della grammatica. Il caso che hai fatto è azzeccato, ma anche molto particolare. Una serie di errori o disattenzioni su di me hanno l’effetto di farmi disamorare della storia. Percepisco gli errori grammaticali come note stonate in una musica, non so se ho reso l’idea.
    Il resto è parecchio soggettivo, come hai dimostrato.
    Grazie per avermi citata e… buone feste :)

    • Daniele Imperi
      24 dicembre 2014 alle 14:54 Rispondi

      Mi piace sempre fare degli esempi, perché sono uno che ha bisogno di esempi pratici per capire meglio le cose :)
      Sulla grammatica intendo soltanto quei casi particolari, non altri. Gli errori altrimenti mi farebbero salire la bile.
      Buone feste a te :)

  8. Fabio Amadei
    24 dicembre 2014 alle 14:49 Rispondi

    Comunque. Tutto questo per dire che una casa editrice che ha fatto del refuso (voluto) il proprio marchio, le edizioni Henry Beyle (Henri Beyle, con la «i», era il vero nome di Stendhal) ha appena pubblicato, con una cura editoriale impeccabile come sempre, un breve scritto di Giovannino Guareschi del 1968 dal titolo La donna elefante , sottotitolo: «Elogio del correttore di bozze». Il quale correttore di bozze, in effetti, è qualcosa di cui non si può fare a meno, se si pensa, come ricorda umoristicamente Guareschi, che fu inventato contestualmente alla stampa a caratteri mobili, quando Johannes Gutenberg, «tirata una bozza della sua prima composizione tipografica, trovò, nella seconda riga, una signora elefante al posto di una signora elegante ». Appunto.
    (Luigi Mascheroni)
    Ho trovato questo articolo che mi è piaciuto molto che desidero condividere. Mi spiace perché è attinente al post di ieri. Ma mi scuserete…

    • Daniele Imperi
      24 dicembre 2014 alle 14:56 Rispondi

      Non conoscevo né la casa editrice né lo scritto di Guareschi, che sembra interessante.
      Non ho però capito le ultime due righe che hai scritto :)

      • Fabio Amadei
        24 dicembre 2014 alle 15:19 Rispondi

        Volevo dire che il mio commento non è attinente al post odierno, ma a quello di ieri.

  9. Fabio Amadei
    24 dicembre 2014 alle 14:55 Rispondi

    E sì che i grandi scrittori, invece, sono cattivi col correttore di bozze. «Lo maltrattano sempre quando egli dimentica di segnare una virgola, ma non lo ringraziano mai quando corregge loro la parola I taglia ». E la cosa peggiore è che magari, per il grande scrittore, non è neppure un errore.
    (Luigi Mascheroni)

  10. Lisa Agosti
    24 dicembre 2014 alle 16:33 Rispondi

    1) Mi è capitato di ampliare il punto di vista a più personaggi in sede di revisione, per dare più pepe a una storia.
    2) Daniele, non leggere “La felicità è un battito d’ali” di Wendy Wallace, perché mi sta piacendo tantissimo :D
    3) I refusi mi osservano e mi seguono ovunque. Sono braccata.
    4) Per quanto riguarda lo stile, vorrei saper cambiare linguaggio e atmosfera a seconda della storia, mi piacerebbe molto essere in grado di impersonare narratori diversi, provenienti da epoche diverse, ognuno col proprio lessico e ritmo. Per ora le mie scelte sono limitate, ma l’esercizio insegna.
    5) I sestetti sono esperimenti pericolosi che lascio volentieri ad altri :)

    • Daniele Imperi
      24 dicembre 2014 alle 17:15 Rispondi

      2) Ok, grazie dell’avviso :D
      Ma non credo avrei letto quel libro, ha un titolo che non mi attira per niente.
      4) Sì, è questione di esercizio ma anche di letture in tal senso.
      6) Dici che sono pericolosi?

      • Lisa Agosti
        24 dicembre 2014 alle 17:21 Rispondi

        2) Il titolo originale è “The Painted Bridge”, molto meglio. E’ un romanzo storico sui manicomi di Londra nel 1800.
        6) Cloud Atlas (il film) l’ho visto per venti minuti poi sono uscita dalla stanza imprecando… :D

        • Daniele Imperi
          24 dicembre 2014 alle 17:44 Rispondi

          2) Il tema mi intriga moltissimo, però. Darò un’occhiata.
          6) Niente, non capisci i capolavori :D

  11. Giuse Oliva
    26 dicembre 2014 alle 01:12 Rispondi

    Mamma mia che bel post.
    Peccato che sto malissimo e non riesco a mettere insieme una frase di senso compiuto. Si puo` stare male oggi?

    A me piace cambiare punto di vista, anche all’intenro di un capitolo. Quando si hanno tanti personaggi che mandano avanti la storia, secondo me non si puo` fare altrimenti. Anche se, alla fine sono scelte personali.

    Per tutto il resto diro` solo una cosa: l’eccezione conferma la regola.

    • Daniele Imperi
      26 dicembre 2014 alle 10:10 Rispondi

      Grazie :)
      Il male non osserva le festività, purtroppo.
      A me le eccezioni piacciono poco.

  12. enri
    28 dicembre 2014 alle 18:20 Rispondi

    Un’altra regola che a me piace vedere infranta è quella del continuum temporale. Trovo molto più interessanti racconti o romanzi con loop temporali che proiettano il lettore in un nuovo “tempo presente”. Non si può fare sempre e in ogni genere, ma a piace.

    Concordo al 1000% sul cambio di punto di vista. Adoro chi lo fa (bene). A volte mi spiazza, ma adoro venir spiazzato (bene), alimenta la mia componente masochista :D

    Al punto di vista collegherei una considerazione sullo stile. Mi viene mente in questo momento Shining e penso a quante volte SK cambia punto di vista, facendoti capire chi è il narratore (o di chi sono le considerazioni o i pensieri) senza mai dirti chi è, semplicemente cambiando stile. Quando è Danny parla e pensa come un bambino di 5 anni, con tanto di errori grammaticali e di parole mal capite e introdotte a sproposito.
    A proposito credo nessuno si mette a scrivere in gergo suburbano una novella del 700, ma ritengo che ognuno dovrebbe guardarsi allo specchio e vedere se basta una crema per le rughe o ci vuole un lifting :-)

    Per SDT non so esprimermi. Non so neanche se sia effettivamente una regola da tener da conto. Non mi sono mai posto il problema di suddividere gli scritti in percentuali di raccontato e mostrato. L’importante è che sia fluido e se c’è da descrivere, che sia almeno fatto bene. Ci sono autori che abusano narcisi delle proprie qualità narrative e lessicali…letti una volta e archiviati. Altri che non si capisce niente … neanche finiti e vai.

    La grammatica è mobile. Cambia la sintassi, come cambiano le parole, ma una cosa è la lingua parlata – istintiva e rapida – un’altra è quel cavolo di foglio bianco da riempire con fatica. Preferisco farlo in maniera anch’essa comprensibile e la grammatica è una regola per capirsi, o no?

    Bel post Daniele e ciao a tutti.

    • Daniele Imperi
      28 dicembre 2014 alle 19:28 Rispondi

      Grazie Enri.
      Non ho capito che intendi con nuovo tempo presente. Hai qualche esempio?

      • enri
        28 dicembre 2014 alle 21:49 Rispondi

        Parlo dei salti temporali e dimensionali, tipo il film Looper o Sliding Doors o il più recente Interstellar.

        • Daniele Imperi
          29 dicembre 2014 alle 07:54 Rispondi

          Ok, grazie. Piacciono anche a me quei salti.

  13. Ryo
    28 dicembre 2014 alle 21:44 Rispondi

    Sono dell’opinione che la regola possa essere infranta solo se coscientemente. Huck è sgrammaticato grazie a un “effetto speciale”, non perché Twain lo fosse ;-)
    Citando Allen: “Il vantaggio di essere intelligente è che si può sempre fare l’imbecille, mentre il contrario è impossibile”!

    • Daniele Imperi
      29 dicembre 2014 alle 07:53 Rispondi

      Sì, lo penso anch’io.
      La citazione di Allen è verissima :D

  14. Chiara (Appunti a Margine)
    30 dicembre 2014 alle 19:19 Rispondi

    Il mio romanzo utilizza diversi punti di vista perché alcuni episodi necessitano di essere osservati da più angolazioni. è un punto di vista in terza persona limitata a focalizzazione multipla. Mi hanno detto che si chiama così! :D

    Sullo show don’t tell… beh… a volte si mescolano così bene che faccio fatica a distinguere l’uno dall’altro. Ho intenzione di approfondire meglio l’argomento.

    La grammatica va scardinata se il personaggio che assume il pdv è una cozza e se serve per evidenziare un certo tipo di narrazione. è bellissimo giocare con le parole senza necessariamente correre su binari precedentemente tracciati.

    Lo stile si evolve. Secondo me è inevitabile che sia così, se non addirittura doveroso. Certo: il marchio di fabbrica non potrà mai essere completamente estirpato, ma se un autore rimane sempre uguale a se stesso è la morte sua!

    Prendi ad esempio Andrea De Carlo: bravissimo, per carità, ma sotto certi aspetti è rimasto negli anni 90! :)

    • Daniele Imperi
      31 dicembre 2014 alle 08:30 Rispondi

      Con tutta questa nomenclatura io mi perdo :)
      Per lo stile intendevo di cambiarlo in funzione della storia, non parlavo dell’evoluzione che normalmente subisce col tempo.

  15. Chiara (Appunti a Margine)
    30 dicembre 2014 alle 19:26 Rispondi

    P.S. Proprio ieri ho pubblicato un articolo, prendendo spunto da te e Renato, sulle regole di scrittura. Non ho voluto fare il classico “meme” per non scopiazzarti, dal momento che seguiamo gli stessi principi … tuttavia, ho espresso con una metafora culinaria ciò che penso delle regole. A mio avviso seguirle in modo pedissequo non sempre aiuta a scrivere un buon romanzo! ;)

    • Daniele Imperi
      31 dicembre 2014 alle 08:31 Rispondi

      Non mi è arrivata la newsletter, allora. Oggi lo leggo.
      Il meme va scopiazzato, altrimenti che meme è? :D

  16. Riccardo McOtter
    2 gennaio 2015 alle 11:28 Rispondi

    “Mostrando tutto, secondo me, si viene a creare una sorta di tensione nel lettore e tutta la narrazione può diventare monotona, come nel caso opposto, quando non si mostra nulla”

    Bisogna andarci coi piedi di piombo quando si fanno considerazioni di questo tipo. Cosa intendi per “tensione nel lettore”? E’ un’affermazione piuttosto forviante. Quando non si mostra nulla è ovvio che il lettore non si senta coinvolto nella vicenda, e credo che comunque sia meglio mostrare tutto piuttosto che raccontare tutto. In teoria, lo Show don’t tell va regolato e dosato a dovere, su questo non c’è dubbio, ma non metterei certo alla pari le due tecniche (ammesso che raccontare invece di mostrare si possa definire una tecnica), affermando genericamente che “non bisogna esagerare né con l’una né con l’altra”.

    • Daniele Imperi
      2 gennaio 2015 alle 12:51 Rispondi

      Ciao e benvenuto nel blog.
      Per tensione nel lettore – che non è proprio esatto, ma non ho trovato un modo migliore per dirlo – intendo che il lettore è continuamente coinvolto. Infatti è bene dosare i due modi di scrivere: mostrare quando occorre e raccontare quando occorre.

  17. virginia
    6 giugno 2015 alle 20:38 Rispondi

    Il mio romanzo è stato appena rivisto da un noto editor/scrittore. MI rimprovera vari errori nell’uso del punto di vista: è ondivago, il lettore ne viene spiazzato.
    In alcuni casi ho cambiato pdv nel corso della stessa scena (chiarendo però chi parla o pensa); in altri (poco numerosi) si affaccia il narratore onnisciente per informare il lettore, “scavalcando” i personaggi.
    Mi accingo alle correzioni con qualche dubbio in testa: è così grave che il lettore debba affiancare prima Tizio e poi Caio o spostarsi fuori scena?

    • Daniele Imperi
      8 giugno 2015 alle 07:52 Rispondi

      Ciao Virginia, benvenuta nel blog.
      Il problema del punto di vista credo sia molto comune, è facile sbagliarsi.
      Non ho però capito cosa intendi con la tua domanda.

      • virginia
        8 giugno 2015 alle 12:48 Rispondi

        Grazie, il blog è simpatico: lo frequenterò!
        Provo a chiarire meglio con un esempio.
        In una scena sono presenti X, Y e Z. Finché dialogano vengono individuati con facilità. L’errore interviene -dice l’editor- quando espongo i loro pensieri.
        li informò X. Era disperato, tutto gli era andato per storto ecc. (pdv di X)
        rispose Y. Aveva sempre giudicato X un tipo fragile ecc. (pdv di Y)
        Z sospirò: quei due erano davvero patetici (pdv di Z)
        Questi “salti” impedirebbero al lettore di “rimanere con il personaggio”. Peggio ancora se figurano delle considerazioni/spiegazioni da attribuire a un narratore onnisciente. Per es., proseguendo:
        La situazione era in effetti intricata perché ecc. ( pdv di nessuno dei tre)
        La domanda è: Il punto di vista deve obbligatoriamente rimanere su un solo personaggio per tutta la scena?

        • Daniele Imperi
          8 giugno 2015 alle 13:03 Rispondi

          Ho capito. In effetti credo abbia ragione l’editor. Sì, secondo me è meglio lasciare un solo pdv per scena.

          • virginia
            8 giugno 2015 alle 14:54

            Ok, grazie. Così si insegna nelle scuole e manuali di scrittura.
            Mi chiedevo, appunto, se la regola poteva essere infranta. Mantenere il pdv di un solo personaggio obbliga talvolta a “contorcimenti” narrativi e non sempre mi soddisfa.
            Nell’esempio precedente come esprimo il giudizio di Y su X?
            Potrei scrivere che X si rende conto dall’espressione di Y di essere ritenuto un tipo fragile, ma l’effetto cambia.
            E dubito che il lettore rimanga poi così spiazzato, purché, ovviamente, non si cambi il pdv in continuazione.

  18. virginia
    8 giugno 2015 alle 12:54 Rispondi

    Sono saltati i dialoghi, forse perché ho usato un carattere non riconosciuto. Riscrivo quello che manca.
    In una scena sono presenti X, Y e Z.
    “Voglio buttarmi dalla finestra!> li informò X ecc.
    “Non devi, ha tante ragioni per vivere” rispose Y ecc.

    • Daniele Imperi
      8 giugno 2015 alle 13:05 Rispondi

      Non devi usare “< " o ">“, altrimenti salta tutto quello che c’è dentro :)

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