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Mostrare o raccontare?

CinepresaSembra quasi una domanda amletica, ma secondo me è una domanda che chi scrive deve porsi. Si legge spesso – e ultimamente è tornata fuori – della regola dello Show, don’t tell, ossia mostra, non raccontare.

Ne ha parlato nel dicembre scorso il blog 31 ottobre, che ha fatto un’interessante analisi della regola.

Prima di lui ne ha parlato il blog Fantasy gamberi che l’ha definita

una fondamentale tecnica narrativa. È un’esortazione agli scrittori perché evitino l’astratto e favoriscano sempre il concreto.
La narrazione deve essere un susseguirsi di dettagli concreti; dettagli che stimolino i sensi del lettore, che richiamino immagini, suoni, odori, sapori.

In quell’articolo, che consiglio di leggere perché esaustivo, vengono fatti parecchi esempi per capire la differenza fra mostrare e raccontare.

Consiglio anche la lettura dell’articolo scritto da Dawn Copeman, How to “Show Don’t Tell”, che spiega con esempi quando usare la regola e quando no.

Un altro articolo dice invece di fregarsene (“Mostrare? Raccontare? Fregarsene” nel blog La Vera Editoria).

In questo articolo c’è una giusta osservazione su alcuni autori che hanno più raccontato che mostrato. Io stesso ricordo Lovecraft, ma anche Manzoni ha raccontato parecchio ne I promessi sposi.

Devo dire che fino a poco tempo fa non mi ero posto per niente questo dilemma, anzi nemmeno ne ero a conoscenza. E infatti, rileggendo quelle poche storie stiracchiate che ho buttato giù negli anni passati, la mia regola è stata sempre quella del Tell e basta.

In fondo, le favole e le fiabe non sono sempre raccontate? Ma forse dipende dal traguardo da raggiungere, dai propositi dello scrittore. Ho letto racconti di Oscar Wilde interamente narrati. Filavano senza problemi.

Dunque, mostrare o raccontare?

La tesi, che ho letto un po’ ovunque, è quella che penso anche io. Dipende. Dipende da cosa si sta scrivendo e quale situazione si sta trattando. Una fiaba per bambini va raccontata. Ma un intero romanzo non può essere raccontato senza mostrare nulla.

Mostrare coinvolge il lettore maggiormente che non narrare e questo è vero. Ma mostrare sempre è sbagliato. Il lettore ha bisogno di respirare, ogni tanto. Sopratutto non ha bisogno di entrare in sintonia con ogni dettaglio della storia né può leggersi migliaia di pagine perché lo scrittore ha preferito mostrare tutto.

Come ogni regola sulla scrittura, anche se a me piace guardare a queste regole come a dei consigli da fare propri in funzione di chi scrive e di precise situazioni narrative, non va presa alla lettera.

Secondo me la regola Show, don’t tell va riscritta in questo modo:

Show when the story needs to be shown and tell when the story needs to be told.

Mostra quando la storia ha bisogno d’esser mostrata e narra quando la storia ha bisogno d’esser narrata.

Come vi comportate nei vostri racconti? Raccontate o mostrate? O, com’è giusto che debba essere, dosate secondo logica queste due tecniche?

32 Commenti

  1. Marco
    9 marzo 2011 alle 08:02 Rispondi

    E’ lo stesso dilemma dell’incipit. Dappertutto si legge: mi raccomando curate l’incipit, curate l’incipit che lì vi giocate tutto. Poi ti capita in mano un romanzo, un racconto, che se ne infischia, eppure corre come una locomotiva. Garcia Marquez ha scritto degli incipit memorabili. Melville col Moby Dick ha fatto un capolavoro.
    Come hai scritto in conclusione, dipende dalla storia. Questo apre allora un’altra possibile riflessione: la storia è come il blocco di marmo di Michelangelo, basta togliere? Ogni blocco ha regole e percorsi differenti?

  2. Daniele Imperi
    9 marzo 2011 alle 09:02 Rispondi

    Riflessione interessante, quella sul blocco, Marco. Secondo me sì, ogni “blocco” ha regole sue. Magari ci torno su con un altro articolo.

  3. Gianluca Santini
    9 marzo 2011 alle 09:53 Rispondi

    Anche io non mi ero mai posto molto il problema, fino a adesso. E concordo con te che il “mostrare” e il “raccontare” debbano essere dosati nelle giuste misure a seconda di cosa si sta scrivendo. Le regole di scrittura devono poter condurre la creatività, non soffocarla con obblighi e “fanatismi”.

    Ciao,
    Gianluca

  4. Daniele Imperi
    9 marzo 2011 alle 12:13 Rispondi

    Spesso, purtroppo, molti vedono le regole di scrittura come obblighi, quando gli unici obblighi sono la conoscenza della propria lingua e della grammatica. Oltre alla creatività, alla fantasia e al talento, perché no?

  5. Michela
    9 marzo 2011 alle 14:04 Rispondi

    Il Re, che è sempre il Re, in “On Writing” dice fra le prime cose: lanciate una corda al lettore (ma non tramortitelo col lancio).

    Certe cose vanno necessariamente dette: anche nella realtà comportamenti e atteggiamenti vengono fraintesi, in un racconto il rischio è anche più alto.
    Per evitare questi problemi qualcosa ogni tanto bisogna pur dirlo esplicitamente: certo se poi sbatti in faccia le affermazioni come sportellate, giust’appunto, la leggerezza ne risente…
    Personalmente credo che il “tell” però vada usato con giudizio e parsimonia.

  6. Stefano Lazzari
    6 febbraio 2013 alle 16:43 Rispondi

    Io sarei per un 70% mostrare, perché è innegabile che un buon mostrato coinvolge mentalmente di più ma va preso cum grano salis: a nessuno interessa che il protagonista ha 5 unghie per mano (mostrate) così come a nessuno interessa se il tuo protagonista deve andare in bagno due volte al giorno. E se nelle prime pagine di un libro Fantasy ho mostrato la Spada Che Taglia A Fette 156 Orcgi E Poi si Autodistrugge, l’ho descritta nei particolari e mostrato cosa fa fare, poi è sufficente parlare di “Carmelina” invece della Spada Che Taglia ecc ecc..
    Viceversa se il mio protagonista è all’aperto non serve descrivere una carolina: basta che nei dialoghi e/o negli interventi non dialogati si inseriscono elementi del paesaggio o degli oggetti. È molto più maturale far dire al Protagonista che è una bella giornata e i rami degli alberi si muovono al vento piuttosto che fermare gli eventi e in Onniscente dire: Era una bella mattina di Primavera e i rami degli alberi si muovevano al vento”.
    Trovo molto più efficace una cosa del genere:
    – Guarda Mimmo, come si muovono quei rami laggiù
    – Dove?
    – Là
    Indicò il fondovalle. I rami dei Faggi si muovevano pigri con un rumore fresco di natura viva. Spostai lo sguardo sul suo dito ancora teso, laccato di rosso e mi tolsi il filo d’erba secca dalla bocca.
    – Se non togli il dito stormirà come un ramo. Chissà che rumore fa un dito
    Mi guardò e sorrise. Puntò il dito verso di me.
    – Tu sei stupido
    Mi baciò.

    Così ho dato informazioni al lettore senza fermare l’azione. Si può fare molto di più, chiaramente, ma credo di avere reso l’idea.
    Se volessi riassumere invece la scena avrebbe meno impatto perché un riassunto da meno emozioni.

    • Toby
      26 agosto 2015 alle 01:15 Rispondi

      “Era una bella mattina di Primavera e i rami degli alberi si muovevano al vento”
      Guarda che questa frase non è in focalizzazione zero. Se dici all’interno di una descrizione in focalizzazione interna “Era una bella mattina di Primavera” stai esprimendo una valutazione della mattina fatta dal personaggio. Comunque secondo me non c’è nemmeno bisogno di chiederselo. Il mostrato andrebbe usato al 99% perché non ti mette alcun blocco, ma ti aiuta a far vivere le tue storie al lettore e basterebbe leggere con attenzione il post di Gamberetta che è citato sull’articolo. Comunque non trovo molto efficaci due persone che dialogano come minorati mentali usciti da Heidi di cui uno sta fermo per mezz’ora con un dito teso. Semplicemente non lo immagino.
      Altra cosa: lo scambio di battute “Dove?-la” è inutile. La battuta del dito la potrebbe dire un dodicenne che non ha molto il senso dell’umorismo. Concordo con Kingo riguardo il fatto di far descrivere ai personaggi e ti dico di stare attento a non confondere le descrizioni statiche con il raccontato. Anche se sarebbero preferibili delle descrizioni dinamiche, le descrizioni statiche vengono usate e non sono raccontato poiché sono quello che effettivamente vede il POV. Ho capito quel che vorresti dire e nonstante le incorrettezze e il fatto che l’esempio riportato sia pessimo approvo il messaggio. E non venire fuori per piacere col discorso che tu vuoi “imitare vita” e che “se devo rompere un milione di regole va benissimo” perché le regole sono fatte apposta e dovresti imparare a comprendere il ragionamento che c’è dietro queste prima di “romperne un milione”.

    • Toby
      26 agosto 2015 alle 01:29 Rispondi

      Aggiungo: il mostrato non implica il fatto di dover descrivere anche i particolari più futili come le 5 dita della mano. Documentati per piacere che credo che tu non abbia capito bene cosa sia il mostrato.

  7. KINGO
    7 febbraio 2013 alle 11:28 Rispondi

    I dialoghi devono essere usati sempre in funzione della trama, per tutto il resto ci sono la narrazione e la descrizione.
    Mettere in un dialogo “guarda come si muovono quei rami laggiu'” ha senso solo se quei rami sono mossi da un fantasma, o da un vento anomalo che rischia di travolgere i personaggi, o comunque se questo movimento e’ utile alla storia. Se invece quella frase e’ messa unicamente per mostrare il paesaggio, allora lo scrittore da prova di tutta la sua incapacita’ perche’ non conosce la basilare differenza tra testo narrato, testo descrittivo e testo dialogico.
    Nella vita, e non solo nella scrittura, ogni lavoro necessita del giusto strumento. Usare i dialoghi al posto delle descrizioni e’ come usare una chiave inglese al posto del martello per piantare un chiodo, o come usare un pennino a china al posto di un gessetto per scrivere su una lavagna.
    Certo, un chiodo lo si puo’ piantare anche a colpi di chiave inglese, e anche il pennino a china riesce a scrivere sulla lavagna. Ma non e’ la stessa cosa.

  8. Stefano Lazzari
    7 febbraio 2013 alle 17:27 Rispondi

    Ho fatto solo un esempio, non mi andava di scrivere un racconto solo per mostrare una cosa… In ogni caso trovo che sia naturale descrivere così, dato che la gente, nella vita reale, lo fa. I personaggi non vivono nel vuoto e un minimo di ambientazione la devi fornire. Sì: anche se non è strettamente funzionale alla scena. Ma trovo sia molto meglio così che non fermare l’azione per mettere un cartello come nel Belvedere di un Parco.
    Francamentw mi interessa poco conoscere la differenza tra i vari tipi di testi, la trovo una questione accademica. Io voglio vita in ciò che scrivo, se per fare questo devo rompere un milione di regole va benissimo. Le regole servono ma non bisogna farsi sopraffare. La scrittura è vita artificiale, ma deve imitare la vita vera. E io voglio imitare la vita vera

    • Stefano Lazzari
      7 febbraio 2013 alle 17:50 Rispondi

      Rispondo perchè non posso editare: se noti ho costruito la descritione in modo da “lanciare” la battuta del dito al POV. E conseguentemente prendersi il bacio… Come vedi non è messa lì solo per bellezza. Bisognerebbe vedere come va avanti e cosa c’era prima, d’accordissimo, ma scrivere un romanzo solo per fare un esempio mi sembrava eccessivo ;)

  9. Francesco Barbi – blog | Io sono libero?
    22 marzo 2013 alle 11:31 Rispondi

    […] Insomma, al momento io mi considero un sostenitore dello show don’t tell… ma non un fanatico. Sebbene alle volte abbia la tentazione di esserlo, preferisco mettere le cose in discussione piuttosto che considerarle alla stregua di dogmi. Mi sembra infatti sensato anche il punto di vista, più moderato, dell’autore che scrive su Penna Blu: Mostrare o raccontare? […]

  10. Come vincere il blocco del blogger
    22 aprile 2013 alle 06:02 Rispondi

    […] Riflettere su una questione e metterla per iscritto è utile al lettore perché lo spinge a riflettere a sua volta e a dare una risposta. È discussione, l'anima del blogging. Tempo fa scrissi un articolo in cui riflettevo se era meglio mostrare o raccontare. […]

  11. Vincenzo Avagnale
    20 novembre 2013 alle 17:18 Rispondi

    Molto interessante, non avevo mai riflettuto coscientemente dell’argomento. L’unica volta che ne ho sentito parlare, ma non in questi termini, è stato leggendo un vecchio di libro di P. Souvestre e M. Allain: “Fantomas”.

    Nella prefazione Souvestre affermava di amare molto le descrizioni dettagliate, ma di aver preferito lasciare al lettore il compito di immaginarsi il ladro-assassino in quanto non ci sarebbe stata miglior descrizione “delle azioni compiute dal personaggio, delle sue espressioni nel contesto in cui le esprime”.

    Già allora la trovai un’idea molto interessante, anche se nel libro a volte si esagerava volutamente nell’omettere dettagli sul suo aspetto per non far indovinare al lettore in quale travestimento si sarebbe nascosto l’assassino.

    Personalmente protendo per il mostrare quando voglio attirare l’attenzione del lettore su qualcosa o in alternativa quando la narrazione mi sembra povera e necessita di più mordente. In proposito mi viene in mente anche una problematica della composizione poetica.

    Se si scrivono versi senza figure retoriche sembrerà quasi prosa, una sorta di saggio in versi; mentre aggiungendone troppe si finisce col perdere il senso della poesia in inutili manierismi. Allo stesso modo bisognerebbe, a mio parere, trovare un equilibrio fra mostrare e raccontare, scegliendo l’uno o l’altro a seconda del contesto. In questo sono sono davvero d’accordo con te

    • Daniele Imperi
      20 novembre 2013 alle 21:21 Rispondi

      Ciao Vincenzo, benvenuto nel blog.

      Non posso che essere d’accordo con te: trovare un equilibrio fra le due tecniche. Sarebbe troppo pesante una narrazione mostrata e troppo noiosa una solo narrata.

      • Vincenzo Avagnale
        21 novembre 2013 alle 17:21 Rispondi

        Ciao, grazie. Sto ancora iniziando a leggerti, ma fino ad ora ho trovato tematiche davvero interessanti. Complimenti.

  12. La storia è del personaggio
    24 dicembre 2013 alle 05:00 Rispondi

    […] percorso nella vita di uno o più personaggi. E questo deve far riflettere sulla famosa regola del mostrare e non raccontare. O, come ho scritto in un mio post recente, del mostrare e non […]

  13. LiveALive
    10 giugno 2014 alle 20:34 Rispondi

    Ciao Daniele.
    Ho riflettuto spesso sull’argomento. Ti propongo qualche spunto di riflessione.
    Anzitutto, l’esatto definizione di showing. Secondo alcuni inizia quando si presenta una scena, secondo altri basta usare termini specifici, secondo altri ancora invece bisogna proprio usare dati visivi. Booth e soprattutto Genette, invece, hanno detto che non esiste una vera e propria divisione: ci sono solo frasi con un più o meno alto livello di mimesis.
    Seconda cosa, sarebbe interessante riflettere sul l’inflazione semiotica. È come con la pubblicità: se una pubblicità, da sola, domina il mercato, quando finiamo per essere bombardati le diverse pubblicità si tolgono forza l’una con l’altra. Uguale cosa potrebbe accadere usando narrazione molto visiva: le troppe immagini finirebbero per stancare e togliersi energia. Anche se pare strano detto così, alcune cose mi hanno fatto riflettere su ciò: per esempio, mi capita di sentire come più “leggeri”, e quindi di leggere con più facilità, certi testi antichi come i racconti di Canterbury, e, penso, ciò è dovuto proprio alla presenza abbondante di telling. Pensavo fosse una questione solo mia, ma ci sono alcuni sondaggi, come quello tenuto dal Barbi per un suo incipit, che fanno riflettere, visto che confrontando un paragrafo di telling e uno di showing, i lettori paiono dividere le loro preferenze in modo abbastanza equilibrato.

    Una piccola nota sui risultati scientifici. In generale, i neurologi si limitano ad esporre un risultato, senza parlare dei suoi risvolti tecnici. I neurologi dicono: “il lettore tende a simulare le azioni e le sensazioni che legge”, e ciò è dato di fatto; ma non dicono, però, che ciò è cosa buona, né che l’immersione sia davvero più elevata così rispetto ad altre tecniche. Non a caso, la neuroestetica ha portato a risultati contraddittori.
    Comunque, io credo questo: in generale, lo showing è più interessante del telling da leggere, ma personalmente, se faccio fatica a leggere un testo di puro telling, faccio pure fatica a leggerne uno di puro showing. Alcuni miei amici ritengono che l’autore, per non annoiare, debba far ondeggiare non solo la tensione, ma anche il livello di immersione del lettore. Cosa sia vero non so: io tendo ad usare quasi totalmente lo showing, ma non c’è un motivo particolare… Credo in verità che ogni testo necessiti di una sua tecnica (ad esempio: un puro showing in cent’anni di solitudine era impossibile, e so che non ti è piaciuto), e soprattutto, se nella singola frase lo showing sembra sempre preferibile, nel testo complessivo credo che sia necessario ricercare un equilibrio più delicato.

    • Daniele Imperi
      11 giugno 2014 alle 07:49 Rispondi

      Io penso che bisogna alternare secondo le situazioni. A me la lettura di Cent’anni di solitudine è risultata noiosa proprio per il continuo telling, come ho scritto mi è sembrato di leggere una trama lunga 400 pagine.

      Forse un tempo si usava più raccontare che mostrare, almeno così mi pare se ricordo alcuni classici letti.

      • LiveALive
        12 giugno 2014 alle 08:33 Rispondi

        Dovrei rispondere: ni. Nonostante tutto, i neo aristotelici sono stati influenti, e così, per assurdo, certi testi come i poemi omerici oggi posso sembrare più moderni di tutti i testi scritti prima del 1800. Non vale per tutti, ma, per dire, l’Eneide mi appare oggi più moderna dei Promessi Sposi (anche se in genere sono entrambi odiati dagli studenti, vero?).
        In genere però è vero: in passato si usava più il telling, più narratore onnisciente, si fermava la narrazione nelle descrizioni… In molti credono che il cinema abbia cambiato il nostro modo di percepire una narrazione. Ciò non toglie però che ancora oggi ci sono narrazioni che riescono a usare le tecniche in modo da ottenere grandi risultati anche con gli stilemi “antichi”.

  14. Elena
    31 dicembre 2014 alle 00:09 Rispondi

    Buonasera Daniele e complimenti per il tuo blog, mi sono appena iscritta perché ho trovato spunti davvero interessanti.
    Io penso come te che le cose debbano essere bilanciate, con una storia e dei personaggi che tengano tutto in equilibrio.
    Personalmente amo e utilizzo anche uno showing “sensoriale”, dove sono odori, sapori e suoni a mostrare la storia.

    • Daniele Imperi
      31 dicembre 2014 alle 08:10 Rispondi

      Ciao Elena, grazie e benvenuta.
      Puoi farmi qualche esempio di “showing sensoriale”?

  15. Elena
    31 dicembre 2014 alle 12:05 Rispondi

    Buongiorno Daniele!
    Pensa ad esempio al linguaggio poetico e alla sinestesia utilizzata dai poeti simbolisti.

    In “Corrispondenze” di Baudelaire troviamo questi versi:
    “Esistono profumi freschi come
    carni di bimbo, dolci come gli òboi,
    e verdi come praterie; e degli altri
    corrotti, ricchi e trionfanti, che hanno
    l’espansione propria alle infinite
    cose, come l’incenso, l’ambra, il muschio,
    il benzoino, e cantano dei sensi
    e dell’anima i lunghi rapimenti.”

    Ovviamente questa è una poesia, ma anche nel racconto o nel romanzo, penso possa essere efficace utilizzare alcune figure retoriche come la “sinestesia sensoriale” che vada ad attivare nel lettore sensazioni diverse contemporaneamente.
    Certe volte le “descrizioni visive” non sono abbastanza forti e immediate per mostrare ambienti, personaggi o cose, ma con l’abbinamento di un odore, un suono o un sapore, se ne può rivelare immediatamente la natura.

    Spero di essere riuscita a spiegare bene ciò che intendevo Daniele!
    Fammi sapere che ne pensi :-)

    • Daniele Imperi
      31 dicembre 2014 alle 12:36 Rispondi

      Sì, perfetto, grazie :)
      In effetti le ho usate anche io in qualche racconto, facendo abbinamenti di parole “inusuali”. Danno un tocco poetico e anche personale allo scritto.

  16. Angelo Fabbri
    31 marzo 2015 alle 16:28 Rispondi

    Ciao Daniele. Ho trovato molto interessante la discussione sul “Show, don’t tell”, soprattutto perché riflettere sulla propria scrittura porta a correggere quegli squilibri che finiscono inevitabilmente con il nuocere alla comunicazione. Nello specifico credo che la giusta misura tra mostrare e raccontare dipenda molto dallo stile dello scrittore, dall’uso che fa del linguaggio, della punteggiatura e delle figure retoriche, sempre tenendo presente che ogni scritto è figlio del suo tempo e tende a risentire più o meno consapevolmente delle correnti stilistiche dominanti. Poi ci sono scrittori capaci di cambiare l’esistente, di proporre forme stilistiche realmente nuove o inusuali, di forzare il linguaggio alla propria espressività, ma penso che questo vada molto al di là delle capacità espressive della maggior parte delle persone.

    • Daniele Imperi
      31 marzo 2015 alle 16:39 Rispondi

      Ciao Angelo, benvenuto nel blog.
      Anche io cdredo che dipenda dallo stile dello scrittore, ma soprattutto da come vuole raccontare una storia. Vero anche che si risente dell’epoca attuale, non potrebbe essere diversamente.
      Ho incontrato rarissimi scrittori che hanno proposto modi nuovi di raccontare, che hanno stili propri e difficilmente imitabili, come Cormac McCarthy e David Mitchell, per esempio, o anche Kim Leine.

  17. maria rosaria mangano
    8 aprile 2015 alle 16:59 Rispondi

    trovo molto interessante tutto quanto descritto – Grazie – maria rosaria

  18. Valentina
    22 marzo 2016 alle 09:33 Rispondi

    Ciao Daniele, ti ringrazio per il blog e per lo spunto di riflessione sul mostrare /raccontare. Ho appena iniziato a cimentar monella scrittura e personalmente alterno le due tecniche a seconda di quanto voglio impegnare e “affaticare” il lettore. Con il mostrare lo si rende più partecipe, ma ogni tanto è necessario farlo riposare con il raccontare.

    • Daniele Imperi
      22 marzo 2016 alle 12:42 Rispondi

      Ciao Valentina, benvenuta nel blog. Anche per me le 2 tecniche vanno alternate nella stessa storia.

  19. Luca Vagnato
    13 giugno 2016 alle 14:37 Rispondi

    Ciao a tutti, scusate l’intrusione, dopo un libro di poesie poi una serie di racconti, sono alle prese con il mio primo romanzo. In fase embrionale dal punto di vista organizzativo, io e la mia editor lo stiamo correggendo. Mi fa notare spesso che mi perdo nel raccontare, e il concetto imperativo della narrativa e questo famoso Show don’t tell, del quale sono d’accodo ma, scusate, forse ne farò un abuso, e non vorrei contestare una professionista che tra l’altro ritengo sia competente e disponibile, ma se non sbaglio anche Stephen King come molti altri racconta molto attraverso i suoi pensieri e poi particolareggia attraverso i dialoghi o mi sbaglio? Forse per me il concetto non è ancora chiaro, nonostante gli svariati corsi di scrittura creativa, ma il raccontare è un diversivo che conduce la trama della storia, poi ovviamente i dialoghi creano l’azione coinvolgendo il lettore, altrimenti un romanzo diventerebbe una Bibbia, o sbaglio. In questo sono d’accordo con Valentina, dialoghi che mostrano, e narri raccontando, che non necessariamente il lettore non immagina.
    ciao a tutti.

    • Daniele Imperi
      13 giugno 2016 alle 15:08 Rispondi

      Ciao Luca, benvenuto nel blog. Lo show don’t tell funziona meglio del raccontare, ma sono entrambi utili al romanzo. Dipende ora in quale contesto ti ha detto che ti perdi.

  20. Luca Vagnato
    13 giugno 2016 alle 15:48 Rispondi

    Ciao, intanto grazie per la tempestività della risposta. Dunque, in verità in diversi passaggi, ovvero quando descrivo una scena, una situazione, se hai presente ti faccio l’esempio dello stile che ha Stephen King, prima di descrivere un’azione attraverso i dialoghi, lui racconta. Es, mi invento qualcosa:
    … certo che Jason era una persona avida, l’ambizione lo corrodeva fino alle membra, il volto una vampa rossa e nera che sfumava quando non riusciva a ottenere quello che voleva.
    “Vi farò provare quello che ho provato io” disse Jason. Era chiaro non avrebbe perso tempo, la sua voce non tremava ma era ferma come una roccia ruvida e dura.
    “Non è stata colpa nostra, tu sei stato cieco di fronte alle nostre parole e sordo nel non voler comprendere che abbiamo fatto tutto il possibile, per evitarlo” rispose Jimmy, che un tempo diceva di essere suo amico.
    Ogni volta era sempre la stessa storia, Jason era pazzo, un fuori di testa cosi, lo chiamavano in quella piccola comunità di zotici. Ma a lui non importava, sapeva di essere migliore di ognuno di loro. Li avrebbe ammazzati tutti, uno ad uno…
    “Jimmy, quante volte lo hai fatto senza che io ne venissi a conoscenza?” chiese ruvidamente Jason
    “Non è mai capitato, prima” Jason lo fissò torvo. Era ovvio che mentiva pensò lui. “E’ successo solo questa volta”
    Jason era cresciuto con quelle persone e tutti ne avevano sempre approfittato. Tra quelle praterie lui ci era nato e conosceva quei boschi meglio del piccolo orto di sua madre che più che patate e fagioli non coltivava. Ma ora, si trovava di fronte a lui, entrambi si fissavano dritti negli occhi. Lo avevano tradito lui e tutti gli altri. Jimmy e i compagni, avrebbe potuto strisciare implorare, ma lui aveva in mente una cosa sola…
    ——————————————————–
    Scusa me lo sono inventato al momento, ma era solo per farti un esempio di chiamiamolo estemporaneità durante la narrazione come la intendo io…
    grazie Daniele

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