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Lacrimae

Un racconto horror

Lacrimae

Questo racconto è apparso la prima volta a una gara su USAM nel forum di Edizioni XII e ha raggiunto il terzo posto. L’idea risale a parecchi anni prima. È stato revisionato per l’occasione. Si tratta di un racconto un po’ forte, perché parla di maltrattamenti ai bambini.

Lacrimae

Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.

Dante Alighieri – Inferno, Canto III 22-24

L’uomo s’affrettò lungo la sterrata che dal paese lo portava alla sua casa in aperta campagna. S’era attardato a una taverna a bere e speculare con alcuni amici sul vecchio Mathias e adesso le ombre sul terreno s’erano allungate tremendamente. Finché era stato in compagnia, seduto nel locale riscaldato da un grosso camino, aveva riso assieme agli altri dei rumori e delle voci che provenivano dalla casa. Il vecchio viveva solo, un uomo d’età indecifrabile, sempre impeccabilmente vestito. Si diceva fosse stato un professore, anni prima, ma adesso era divenuto una sorta di recluso che non usciva quasi mai da quel suo rifugio nascosto dal bosco. Eppure talvolta, passando vicino a quell’antica costruzione, qualcuno aveva udito piangere. Un lamento sommesso, quasi sussurrato, seguito da altri suoni. Nessuno aveva mai dato una precisa descrizione di ciò che aveva sentito, neanche l’uomo che ora si vedeva costretto a passare davanti a quella casa con la notte che l’inseguiva senza tregua.

Dicerie. Cercò di scrollarsi di dosso quelle storie senza senso, ma l’oscurità che lo stava avvolgendo non gli rendeva il compito per niente facile. Poi un ramo si spezzò sotto i suoi piedi e l’uomo trasalì, soffocando un grido. S’accorse di sudare. Inspirò l’aria fredda della sera per calmarsi e riprese il cammino. Tutta colpa della notte e del vino bevuto.

Quando la strada voltò bruscamente a sinistra, la vide. Anche se la boscaglia in parte la copriva, la casa del vecchio era visibile da quel punto. Il primo piano e il tetto si stagliavano contro il cielo che andava rabbuiandosi a oriente. Le finestre, chiuse da pesanti scuri, parevano occhi d’un dormiente in attesa del risveglio. Il silenzio era totale, nessun pianto quella notte, né insoliti rumori. Eppure quella casa così isolata, unitamente alle voci che circolavano su di essa, lo metteva a disagio. Non sapeva spiegarsene il motivo, ma ogni volta che vi passava davanti avvertiva una sensazione spiacevole e un formicolio che gli saliva dalla schiena fino a stringergli la nuca in una morsa di gelo.

Proseguì più velocemente possibile sulla strada, ma il buio andava addensandosi nella campagna attorno, finché la sterrata divenne un’informe striscia pallida che apriva la notte come una ferita mai rimarginata. L’uomo camminava cercando di resistere alla tentazione di voltarsi verso l’abitazione del vecchio, ma sapeva che sarebbe stato impossibile vincere quella battaglia. Gli occhi non sembravano rispondere ai comandi, erano come animati di volontà propria e adesso guardavano. Guardavano la casa avvolta dalle tenebre, mentre la mente ripercorreva a ritroso le storie che la gente mormorava, ripescando dagli anfratti della memoria alcuni tragici episodi accaduti nel corso degli anni nelle zone attigue al paese, episodi che l’uomo credeva d’aver dimenticato. Adesso, con la paura che quella casa gli instillava, quei ricordi erano tornati in vita, improvvisi e repentini, freddi come aghi di ghiaccio che trafiggevano la sua coscienza.

***

Il piccolo ha paura e l’uomo lo sa. Conosce suo figlio. La cinghia che tiene in mano terrorizza il bambino, perché quel cuoio lascerà segni profondi sulle sue natiche e la mano di suo padre continuerà a frustare la pelle rosata finché si squarcerà in ferite sanguinanti. E quella punizione deve svolgersi in silenzio, non un grido non un pianto deve uscire dal bambino, piegato in due sul letto coi pantaloni e le mutandine calati fino a mezza coscia. Lo schianto secco della cinghia e null’altro vuole sentire l’uomo. La voce del castigo, che parla al bambino in un suono atono e lacerante, ricordandogli le mancanze, le disobbedienze, la colpevolezza di cui s’è macchiato. Una, due, tre e ancora una e un’altra e un’altra ancora, come rintocchi d’una campana che scandiscono l’ultim’ora del condannato.

Il bambino stringe i denti, gli occhi chiusi dalle palpebre quasi conficcate nell’orbita oculare. Respinge le lacrime che sente salire fino a voler uscire e scorrere a fiotti giù per le guance. Le sente premere contro lo scudo che ha eretto. Talvolta sono troppo forti, il dolore e la disperazione oltrepassano la sua soglia di sopportazione e le lacrime allora vincono, straripando come un fiume in piena, rompendo gli argini che il bambino ha costruito con tanta cura.

E a quel punto suo padre picchia più forte, la sua voce così distante e sconosciuta nel dolore infuocato della punizione.

Non piangere! Non piangere! Non piangere!

Le piccole mani, prima serrate a pugno, si rilassano aprendosi, le dita che tremanti si schiudono. Il corpicino non sussulta più, nessun nervo si tende ad accogliere la cinghia. L’uomo si ferma, ansimando.

Il piccolo Mathias è svenuto.

***

Ormai il sole era ridotto a un occhio rosso sull’orizzonte lontano e qualche nube di passaggio pennellava il tramonto senza troppa convinzione. Il bosco era un ammasso di ombre silenti che s’amalgamava con le tenebre appena scese e soltanto il pallido biancore della strada spezzava quella buia monotonia. L’uomo aveva continuato il percorso che gli avrebbe fatto aggirare in parte la casa, sul lato occidentale dove la recinzione era stata danneggiata anni prima per aprire quella stessa strada e mai riparata. Quel varco che aveva sempre invitato a entrare, ma che nessuno aveva mai avuto il coraggio di superare. Un invito rimasto inascoltato. L’uomo sapeva che sarebbe stato tentato a entrarvi, come sapeva che la casa avrebbe continuato a catturare il suo sguardo.

Non era riuscito a scacciare i ricordi risaliti alla sua memoria come un pasto non digerito. Adesso erano tornati a galla e ristagnavano fra i suoi pensieri, a portata di mano. Adesso s’aggiungevano alle chiacchiere sul vecchio Mathias e sulla sua casa, prendevano forma in trafiletti di giornale letti di sfuggita, la cronaca di tanto, tanto tempo fa.

L’uomo sentì il cuore rimbombargli nel petto e seppe che la sua paura aveva assunto una nuova consistenza. Non era più qualcosa d’indefinito, non proveniva da antichi timori infantili, no, adesso era un terrore che scaturiva dalla consapevolezza. In quella casa c’era stato qualcosa di malvagio, ora sepolto dagli anni, qualcosa che si celava nella vita del vecchio Mathias. L’uomo ignorava se il vecchio fosse stato o meno la vittima, ma era sicuro che avesse avuto una parte in qualcosa di orribile che s’era verificato in un tempo più o meno lontano.

E in quel momento avrebbe voluto essere altrove. Avrebbe voluto non essersi attardato all’osteria coi suoi amici, non aver bevuto tutto quel vino, non aver rivangato le voci che circolavano sulla casa.

Ma purtroppo era lì e la notte avanzava. Quando raggiunse il punto in cui la recinzione della proprietà del vecchio s’apriva come un buco nero, tentò di opporre resistenza, ma sentiva come una forza prendere i suoi occhi e la sua volontà. Osservava la casa con terrore, ma anche con crescente curiosità. E una domanda sorse per la prima volta nella sua mente. Perché qualcuno aveva sentito piangere?

In un primo tempo s’era pensato a un programma televisivo. Ma Bonanzi, l’elettricista del paese e suo amico d’infanzia, gli aveva detto che Mathias Rinaldi non possedeva un televisore. Passava il tempo a leggere, specialmente la Divina Commedia. A casa sua c’erano soltanto libri, come ci si sarebbe aspettato da chi aveva insegnato per tutta la vita. Allora da chi provenivano quei pianti?

Prese la decisione quasi istintivamente, con sua grande sorpresa. La paura lo faceva sudare, ma il desiderio di conoscere la verità sulle dicerie ascoltate per anni fu più forte. Distogliendo lo sguardo dalla casa, s’abbassò, infilandosi nel varco.

Quando fu dall’altra parte, l’ombra d’una figura umana gli si parò davanti, ostacolandogli il cammino.

***

Il bambino è legato. Le corde l’avvolgono e lo tengono stretto alla sedia. Nel locale in cui è stato portato e rinchiuso da alcuni giorni fa freddo. È sempre buio, tranne quando arriva l’uomo e accende la lampadina che pende dal soffitto coperto di muffa. Ma la luce significa dolore.

Puzza. Se l’è fatta addosso più volte, sia per la paura che per necessità fisiologiche. Ha pregato l’uomo di lasciarlo andare in bagno, ma lui l’ha picchiato. E ha continuato a picchiarlo per ore, finché non aveva più lacrime da piangere.

La strana maschera che l’uomo gli ha applicato sul viso gli fa male. Il bambino non sa a cosa serva. Preme sulla pelle del suo viso, sotto gli occhi, gli tira i capelli, gli indolenzisce la testa.

Non ricorda più da quanto tempo è chiuso là sotto. Ma rammenta ancora la gita nel bosco assieme ai suoi genitori, il sole caldo di quella bella giornata, la sorellina che giocava coi fiori. E le voci. Le voci che lo chiamavano, quella di sua madre, quella di suo padre. Ma lui non poteva rispondere a quei richiami. Avrebbe voluto, oh se avrebbe voluto. E infine l’odore forte che proveniva da un fazzoletto che qualcuno gli premeva contro il naso.

Poi il buio.

***

Le ali spezzate dell’angelo conferivano a quell’immagine un’aria d’abbandono e malinconia, come quella che grava su vecchi cimiteri dimenticati. La statua pareva una sentinella messa appositamente là a sorvegliare il varco. Quando l’uomo aveva oltrepassato la recinzione, se l’era trovata davanti nera e minacciosa nella notte. A stento aveva ricacciato in gola un grido di paura. Per un momento aveva creduto di trovarsi di fronte il vecchio Mathias, che gli chiedeva conto di quella visita inattesa. Poi aveva capito ch’era la statua di un angelo dalle ali spaccate, vecchia come la residenza, vecchia e consunta come Mathias.

Si decise a proseguire. Da lì partiva un vialetto lastricato che attraversava un giardino incolto e superava un pozzo chiuso da una botola di legno che marciva da chissà quanto tempo, fino a morire a ridosso d’una siepe di lauroceraso non curata da anni. E oltre la siepe il buio. Il buio e la casa.

Adesso che era così vicina spaventava ancora di più. Nell’oscurità della notte sembrava più lugubre e maligna, sembrava nascondere verità proibite e dolori sepolti. Qualcosa, pensò l’uomo mentre avanzava circospetto, che forse non avrebbe dovuto dissotterrare.

Eppure avanzò verso la costruzione assopita nel silenzio, le finestre sempre chiuse, apparentemente inabitata. Si chiese che cosa avrebbe trovato all’interno. Si chiese come sarebbe entrato. Ma era davvero lì per entrarvi?

Si diresse verso il lato occidentale e si fermò. Non un suono proveniva dalla campagna, come se la vita si fosse zittita d’un tratto per svelare l’avanzata di quell’ospite inaspettato. L’uomo s’accostò al muro della casa, in cerca d’una finestra socchiusa, ma dubitava che col freddo di fine autunno il vecchio avesse lasciato aperto anche un solo spiraglio. Al pianterreno di quel lato vide due finestre, entrambe sigillate, come pure quelle del primo piano.

Aveva deciso di guardare sul retro quando una mano si posò sulla sua spalla e tutto divenne ancora più nero.

***

Il dolore giunge al suo risveglio. Non può sapere se sia giorno o ancora notte. Nel locale non ci sono finestre, ma soltanto quella lampadina che divide i momenti di riposo da quelli di veglia. E la veglia è la sua tortura.

L’unico suo sollievo è quando l’uomo se ne va e gli toglie quella strana maschera. Ma quando torna gliela rimette e allora il bambino sa. Sa che è giunta l’ora del dolore e del pianto. Sa che non potrà urlare, altrimenti la rabbia dell’uomo lo farà soffrire ancor di più. E sa che non resta altro da fare che piangere, piangere, piangere tutte le lacrime possibili.

Non riesce mai a vedere in faccia l’uomo. Se ne resta in disparte, a infliggere le sue torture senza mostrarsi. Talvolta rimane dietro il bambino e si diverte a vedere come lo cerchi con lo sguardo, senza mai trovarlo. E, quando il piccolo sembra rassegnato alla sua impotenza, lo colpisce.

Il dolore è straziante. L’uomo sembra conoscere alla perfezione come provocare la sofferenza, come terrorizzare una vittima. Comincia col silenzio, dopo l’applicazione della maschera. Il bambino sente un suono come di vetro contro vetro. Poi rumori metallici. Qualcosa di meccanico che scatta. Passi nel buio. Un sospiro, come di qualcuno che s’aspetti un immenso piacere.

E comincia il delirio.

***

Nel torpore onirico in cui era sprofondato ricordava appena chi fosse e cosa stesse facendo prima. Questa parola lo raggiunse come una sensazione vaga e quasi impercettibile, ma il suo significato era comunque presente in quella ragnatela di immagini che era divenuta la sua mente. Si sforzò di ricordare, ma nessun tentativo sembrava andare a segno. Stava bevendo del vino, ricordò, ma questo forse era ancora prima. Le risate con gli amici, la taverna. Poi il ritorno verso casa. La casa. Un’altra parola che suscitò in lui una reazione involontaria, dolorosa quasi, che ripescò dalla sua memoria frammenti di pensieri inarticolati.

Un dolore alla nuca lo colse impreparato. Riuscì a socchiudere gli occhi, ma vide solo buio. Poi di nuovo quel dolore e il rumore sordo d’un tonfo. I muscoli del viso che si contraevano appena, come ridestandosi da un sonno profondo. E ancora quel dolore e quel tonfo. Ancora. Poi capì. Anche il resto del corpo stava cominciando a riacquistare sensibilità. Poteva adesso avvertire qualcuno toccarlo alle caviglie. Poteva vedere una figura curva davanti a lui. Qualcuno che di peso lo trascinava giù per le scale.

Dopo un tempo infinitamente lungo si ritrovò su una sedia. Non poteva muoversi, i nervi non ancora del tutto ridestati da quello stato catatonico in cui era precipitato. Ma gli occhi erano quasi completamente aperti e vedevano. Vedevano il vecchio Mathias che lo stava legando alla sedia, sempre più stretto. Che gli infilava qualcosa sul viso, come una specie di maschera che pareva segargli la pelle sotto gli occhi. Infine sparì dalla visuale, ma l’uomo sapeva che era dietro di lui. Sentiva dei rumori, oggetti di vetro, forse bottiglie, suoni metallici, meccanismi che scattavano. E i passi strascicati del vecchio. Sentì il puzzo del suo alito dietro la testa e un sospiro di soddisfazione.

Fu allora che l’uomo urlò.

***

La morte giunge come la fine delle sue sofferenze. Il bambino non avrebbe mai creduto di desiderarla così tanto. È un bambino e il suo mondo è fatto di giochi e risate. Non c’è posto per la morte, non può esserci posto per il dolore. Ma adesso la sua vita è divenuta un dolore continuo, adesso non vive più nella sua casa, ma in un locale umido e puzzolente. Adesso non viene sua madre a baciarlo prima di coricarsi, ma un uomo malvagio a torturarlo senza tregua.

Quando il bambino piange per l’ultima volta, nella stanza cala un silenzio quasi innaturale. Come un incantesimo caduto in quel sotterraneo a fermare ogni cosa e ogni pensiero. Perfino l’uomo resta stregato da quell’insolita immobilità che spegne ogni azione.

Ma poi si riscuote. Toglie la maschera al bambino e lo slega. Il piccolo corpo crolla sul pavimento e non si muove più. È tornato alla sua famiglia, ai giorni fatti di giochi e spensieratezza. È in un mondo lontano, dove nessun altro potrà più toccarlo.

Poi l’uomo l’avvolge in una vecchia coperta, prende gli attrezzi e esce. Fuori non albeggia ancora. Nessuno lo vede scavare nel suo terreno, sul retro della casa, nessuno può udirlo. E nessuno lo vede tornare senza quello strano fagotto sulle spalle né poggiare la pala sporca di terra sul muro.

A est, dove le prime case del paese spuntano fra i campi coltivati, una fioca luce s’affaccia timidamente sulla campagna. È sorto un nuovo giorno.

***

Non seppe mai quanto durò quel supplizio. Forse giorni. Il vecchio Mathias gli portava da mangiare a intervalli prefissati, imboccandolo come un bambino, anche se lui non poteva calcolare quanto trascorresse fra un pasto e l’altro né quando fosse giorno o notte. La prima volta l’uomo gli aveva sputato in faccia il cibo, ma la reazione del vecchio era stata tale che non ci aveva provato una seconda volta.

La cosa fastidiosa era quella strana maschera. Anche il dolore, certo, ma la maschera lo terrorizzava poiché non ne capiva lo scopo. E il vecchio Mathias lo intuiva. Lo vedeva sorridere mentre con un paio di tenaglie gli torceva la pelle fino a farlo svenire. Aveva dolori in tutto il corpo. Talvolta aveva pianto e questo sembrava far felice il suo boia. L’importante era non urlare, il vecchio non lo tollerava.

Nei momenti di tregua si costringeva a pensare a un modo per fuggire, anche se non vedeva molte possibilità per riuscire nell’intento. L’unica via di fuga era la scala da dove arrivava il vecchio. Ma qualcosa doveva tentare. Nessuno sapeva dove si trovasse, nessuno l’aveva visto entrare nella proprietà di Mathias Rinaldi, anche se la polizia avrebbe forse interrogato il vecchio, cercato indizi.

Il silenzio fu spezzato dal cigolio d’una porta che si richiuse subito dopo. Passi lenti e trascinati. Una luce smorta che rischiarava l’ambiente. La figura del vecchio che scendeva verso di lui, come un carceriere lontano nel tempo.

L’uomo lo sentì armeggiare dietro di lui, dove prima che fosse legato gli era parso di scorgere uno scaffale pieno di roba. Fu allora che si decise. Non poteva aspettare oltre. Non appena sentì il vecchio arrivare dietro di lui, raccolse tutte le sue forze e, puntando i piedi sul pavimento, ondeggiò con la sedia fino a cadere all’indietro. Il vecchio fu colto di sorpresa e barcollò fino allo scaffale, perdendo l’equilibrio e rovinando sulle cianfrusaglie che vi stavano ammucchiate. Rumori metallici di oggetti che cadevano. Vetri che andavano in frantumi.

Poi accadde l’impensabile.

***

I barattoli sono sistemati con cura maniacale sullo scaffale della cantina, pieni d’un liquido giallastro e con l’etichetta che riporta una sigla e una data. Ognuno riferito a un bambino che il vecchio ha preso nel corso degli anni. Riempire quei barattoli ha richiesto tempo e dedizione, ma la maschera ideata da Mathias è unica al mondo. Adesso può vedere tutte quelle lacrime raccolte, chiuse per sempre nei barattoli polverosi, che gli richiamano alla memoria i pianti procurati dai suoi tormenti.

Per anni s’è dedicato a quella macabra collezione, sperando di seppellire ciò che suo padre gli ha fatto patire nell’infanzia. Per anni s’è illuso di poter dimenticare, ma neanche l’età ha posto fine alla sua lucida vendetta.

Poi in paese sono cominciate le chiacchiere. Anche se nessuno ha mai sospettato nulla, la gente ha parlato, ha additato casa sua come fosse stata stregata. Forse un giorno, dopo la sua morte, qualcuno scoprirà per caso ciò ch’è sepolto nel retro della casa, sotto un metro di terra, dove l’erba cresce abbondante.

E adesso è arrivato quell’uomo a curiosare. Adesso tutti i suoi barattoli sono andati in frantumi e…

***

La stanza risuonò d’una cacofonia indescrivibile. Fu come se decine di bambini piangessero all’unisono, con grida e lamenti strazianti, il loro dolore stantio di anni materializzatosi inaspettatamente.

L’uomo, terrorizzato, tentò d’allentare le corde, ma il vecchio le aveva strette bene.

«Via!» sentì il vecchio Mathias urlare dietro di lui con voce roca. «Andatevene via!» Rumori di vetri, di scarpe strascicate sul pavimento. Il vecchio che tentava d’alzarsi.

L’uomo ebbe paura che si sarebbe avventato contro di lui, ma non accadde nulla. Prese a oscillare con il corpo per girarsi e poter controllare i movimenti del vecchio, ma legato alla sedia era impossibile. Le urla dei bambini proseguirono, sempre più acute, assordanti, insistenti.

Il vecchio urlò di rimando, s’affannò ad alzarsi, cadde, ferendosi alle mani coi pezzi di vetro. L’uomo riuscì a voltare la testa quel poco che gli consentì di scorgere Mathias ai limiti del suo campo visivo. Gli sembrò di vedere qualcosa, immagini diafane, sottili come veli di nebbia, allungare le mani verso il vecchio, che invano tentava di scacciarle.

Mathias si sollevò, puntando una mano sanguinante a terra. Tentò nuovamente di rialzarsi, ma quelle figure esangui, semitrasparenti che sembravano esalare dal liquido che bagnava il pavimento, furono su di lui, forme indistinte che si trasformavano. Occhi enormi e bui che piangevano lacrime di rabbia, bocche allungate a dismisura che urlavano sofferenze subite. Il vecchio crollò a terra, le mani strette al petto. Infine l’immobilità.

Mathias Rinaldi era morto.

Tutto ripiombò nel silenzio e la visione svanì. Era finita, si disse l’uomo, era tutto finito, il terrore della casa nel bosco, gli orrori avvenuti fra quelle mura e mai scoperti, il segreto di Mathias che forse nessuno avrebbe mai conosciuto.

Anche per lui l’incubo era finito, pensò.

Ancora legato e stordito, l’uomo si ritrovò a piangere.

5 Commenti

  1. Davide Q.
    17 febbraio 2013 alle 10:02 Rispondi

    Brrividi!

  2. Cristiana Tumedei
    17 febbraio 2013 alle 20:18 Rispondi

    Ho letto il racconto tutto d’un fiato. Davvero coinvolgente, l’angoscia sembra crescere di pari passo col procedere della narrazione. Questo è il genere di storie che apprezzo di più. Davvero un bel racconto, bravo! ;)

  3. Consigli di scrittura da Stephen King
    30 luglio 2014 alle 07:27 Rispondi

    […] tempo fa ho proposto a una gara letteraria il mio racconto Lacrimae. Un lettore mi ha detto di esser stato disturbato da certi particolari perché si parlava di […]

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