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Repetita iuvant, dicevano un tempo: ma giova davvero ripetere le cose? Le ripetizioni e le ridondanze nella scrittura sono segno di sciatteria, scarsa esperienza, mancanza di revisione del testo.
Quando correggo le bozze di un manoscritto, uno degli errori più frequenti sono proprio le ripetizioni.
Ripetizioni e ridondanze: quali differenze?
Ripetizioni e ridondanze non sono sinonimi: se da una parte ripetere a volte fa bene, perché rafforza un pensiero, ridondare non aggiunge nulla al testo.
Che cos’è una ripetizione?
L’azione, l’atto di ripetere, cioè di ridire o rifare la stessa cosa, o il fatto di ripetersi, cioè di rideterminarsi di avvenimenti, fenomeni, manifestazioni.
Tempo fa ho scoperto di aver ripetuto spesso “che”, come congiunzione e come pronome. Ecco un esempio estemporaneo:
La casa che stava in città, che non veniva abitata dai coniugi che l’avevano affittata, che stavano sempre all’estero, era stata oggetto di furti, che non avevano mai portato all’arresto dei ladri.
Con un po’ di tagli e modifiche spariscono ben 4 “che”:
La casa, mai abitata dai coniugi che l’avevano affittata – stavano sempre all’estero – aveva subito parecchi furti, ma le forze dell’ordine non avevano mai arrestato i ladri.
Come scrissi un giorno, anche una serie di avverbi in “-mente” danno un senso di ripetizione nel testo, se usati spesso in una pagina, o in un articolo, perché suonano come una rima.
Che cos’è una ridondanza?
In linguistica, mancanza di contenuto informativo specifico in uno o più elementi di un testo orale o scritto, per cui quegli elementi risultano superflui (o ridondanti).
La definizione ribadisce l’inutilità delle ridondanze. Per esempio “urlare ad alta voce”: si può forse urlare a bassa voce?
Esempi di ridondanze
Ricordo che già alle medie le ridondanze mi disturbavano. Sentivo la professoressa di Matematica dire “Per due punti distinti passa una e una sola retta” e mi suonava, appunto, superfluo. Quella frase contiene sia una ripetizione (una) sia una ridondanza (sola).
Se vogliamo essere pignoli, la ridondanza è però giusta perché, togliendo la ripetizione, la frase diventa: “Per due punti distinti passa una retta”, come a dire che la retta si trova a passare lì per caso.
Ma scrivendo “Per due punti distinti passa una sola retta”, si intende che non ne possono passare due o più.
Un altro caso di ridondanza è la frase comune “Nulla da aggiungere in più sulla vicenda”, dove “in più” è ridondante. Se proprio vogliamo lasciarlo, allora bisogna cambiare verbo e scrivere “Nulla da dire in più sulla vicenda”.
In un sito viene così titolato un articolo: “207° Anniversario Annuale della Fondazione dell’Arma dei Carabinieri”. L’anniversario è, appunto, una ricorrenza annuale. Non esistono anniversari mensili o biennali.
Esempi frequenti di ridondanze
Specialmente nel linguaggio comune le ridondanze sono abituali, al punto che neanche vengono considerate tali. Eccone alcune:
- Cacofonia di suoni
- Completamente pieno
- Entrambe le due
- Esattamente lo stesso
- Fondamenti di base
- Incredibile da credere
- Interdipendenti uno dall’altro
- Mutua cooperazione
- Persistere ancora
- Pugno chiuso
- Salire su
- Scendere giù
Quante ne usate, di solito?
Le ripetizioni come figure retoriche
Alcune forme di ripetizione sono invece delle figure retoriche, spesso usate in poesia, ma a volte anche in narrativa: sono l’anadiplosi, l’epanalessi, l’anafora e l’epistrofe.
Anadiplosi. Consiste nel ripetere l’ultima parola di una frase all’inizio della successiva:
- “Siamo soldati di un esercito di morte, morte che seminiamo ovunque passiamo”.
- “L’ho detto io, io che non dico mai niente!”.
Epanalessi. Ripetizione di una o più parole in una stessa frase:
- “Salutare sempre, reclute, salutare sempre i superiori”.
- “Davvero pensi di fregarmi? Davvero pensi che sono così fesso?”.
Anafora. Ripetizione di una o più parole, presenti all’inizio di una frase o di un verso, all’inizio della frase o del verso seguente. Una poesia di Cecco Angiolieri:
S’i’ fosse morte, andarei a mi’ padre;
s’i’ fosse vita, non starei con lui
Epistrofe o epifora. Ripetizione della stessa parola o di parte di una frase alla fine della frase successiva (“Il campo vuoto” di Morio Kita, 1973, Fanucci editore):
– eppure nel terreno vuoto non ci sono cambiamenti reali: anche se, nel lontano futuro, ci costruissero i dormitori delle fabbriche o qualcos’altro, resterebbe sempre uno spazio vuoto –
– le stelle una volta avevano mistero e dignità – ora la polvere e l’inquinamento offuscano la loro luce e nessuno ci bada – la gente comunque non ha tempo per osservare le stelle –
Evitare ripetizioni nella scrittura
Bisogna davvero evitare le ripetizioni nella scrittura?
Dipende. Abbiamo visto che ripetere certi concetti aiuta nella comprensione del testo e ripetere parole può far parte del proprio stile o essere necessario per creare un certo ritmo:
Voglio andare via, voglio partire per posti lontani, voglio sentirmi libero, voglio staccarmi da tutto.
La ripetizione del verbo servile (voglio) dà non solo ritmo al brano, ma sottolinea lo stato emotivo del personaggio.
O anche:
E parlava, parlava, parlava…
In questo caso la ripetizione del verbo suggerisce ai lettori un’azione che si svolge a lungo.
Anche la ripetizione strutturale è accettata:
Fuggì, cadde, si rialzò, corse via, inciampò di nuovo, rotolò, si ferì, tentò di rialzarsi, cadde ancora.
È anche frequente in narrativa, perché accentua la velocità dell’azione con una successione di frasi brevissime.
Frequenti invece sono le ripetizioni delle descrizioni fisiche dei personaggi: se abbiamo già scritto che la nostra protagonista è bionda, non serve ripeterlo ai lettori, se non necessario:
Il sole di agosto le aveva schiarito ancor più il biondo dei capelli.
La ripetizione concettuale, forse più propria di saggi, manuali, articoli, aiuta invece i lettori a recepire e ricordare meglio l’esposto. Frequente è un riassunto o sommario a fine capitolo che riepiloga i punti più importanti trattati.
Evitare ridondanze nei testi
Perché evitare le ridondanze nella scrittura?
Infastidiscono i lettori, costringendoli a leggere lo stesso concetto espresso con diverse parole. Danno un senso di scrittura amatoriale.
Ma esistono anche altri tipi di ridondanze: le troviamo, per esempio, nel linguaggio burocratico (il ben noto burocratese) e in quello istituzionale (basti leggere qualche decreto legge), linguaggi che hanno bisogno di un enorme lavoro di semplificazione e chiarezza.
Pleonasmi, doppie negazioni e frasi inutili creano ridondanze nei testi:
- Pleonasmi: il familiare “a me mi”.
- Doppia negazione: “Non è utile non intervenire”, “Non avrei mai pensato di non riuscire a scrivere un pezzo se non dopo aver riposato”. “Non posso non credere che tu non sia andato a trovare i tuoi”.
- Frasi non necessarie: “Per quanto mi riguarda”, “A causa del fatto che”.
Evitare ridondanze nei testi ne migliora la leggibilità.
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Orsa
Ho sempre apprezzato tantissimo anadiplosi, epanalessi, anafora e epistrofe… il “pugno chiuso” invece meno

Detto questo, se da un lato mi dispiacerebbe infastidire il lettore, dall’altro mi sono sempre detta di non obbligare nessuno. Spesso pecco di ridondanza, è vero, ma leggermi e commentarmi non è un obbligo. Fortunatamente ho lettori storici che apprezzano il mio modo di scrivere (cosa reciproca), e fortunatamente possiedo anche i mezzi per accorgermi quando terzi leggono distrattamente, o non leggono proprio.
Dovrei dotare la home col banner “Attenzione, ridondanza mordace”, e scaricare il plugin per accompagnare gentilmente i lettori non interessati alla porta. Il plugin si chiama: “Se t’infastidisce leggermi, vai a giocare con Tik Tok”.
Ma nel frattempo cercherò di fare tesoro dei tuoi consigli sulla leggibilità
Daniele Imperi
Non mi pare di aver trovato ridondanze nei tuoi articoli, ma al prossimo te le farò notare
Fabio Amadei
Il post mi torna molto utile e ti ringrazio. Sto ultimando la biografia di un mio carissimo amico che fa l’agente di commercio come il sottoscritto. Sto rivedendo il testo e come un cecchino impallino le varie e fastidiose ripetizioni e ridondanze. L’articolo, come dicono i romani, mi cade a ciccio di sellero. 🙂
Daniele Imperi
Ripetizioni e ridondanze è bene scovarle durante la revisione, come stai facendo. Ma impallina solo quelle inutili
Fabio Angeli
“Una e una sola” in matematica non è una ripetizone, ovvero non puoi semplificare con “una sola”, perché “una sola” come commentavi tu vuol dire che non ne possono passare due. Ed è il secondo dei due concetti. Il primo concetto invece è che almeno una passa, ovvero che il caso “zero rette” non è ammesso, cioè ne passa sempre una e al più una, mai zero e mai più d una.
Daniele Imperi
Ciao Fabio, benvenuto nel blog.
Quindi per 2 punti possono passare anche due rette? Se almeno una retta passa per due punti, dunque per due punti distinti passa una sola retta. Questo significa che non ne possono passare due.
Corrado S. Magro
Molto interessante. Bestia nera di chi scrive se vuole farlo bene.
Daniele Imperi
Diciamo anche che ripetizioni e ridondanze sono lavoro per un correttore di bozze e al limite anche di un editor, ma è bene che chi scrive sappia riconoscerle.
Grazia Gironella
Uso spesso la ripetizione come figura retorica, mi piace. Altre ripetizioni, invece, cerco di evitarle, ma dipende dal contesto. Di certo ho fatto anch’io la lotta con il “che”. Adesso al massimo, se sto scrivendo per il blog e il tono è colloquiale, nella frase me ne permetto due, quando non vedo modo di cambiare con buoni risultati; in un romanzo, invece, non vado oltre un singolo “che” per frase, anzi a volte lo evito perché mi sembra che banalizzi. Per fortuna la lingua italiana è ricca, ci sono quasi sempre alternative cui ricorrere.
Daniele Imperi
Due “che” vanno bene, ma non vedo motivi per evitarlo in un romanzo, a meno che non suoni bene la frase.
Grazia Gironella
Evitarlo per principio no, ci mancherebbe. A volte però ho notato che spezzare la frase con un punto può essere più efficace dell’uso del pronome relativo in una subordinata. Dipende dal caso specifico, e soprattutto dai gusti personali.
Guido
Ripetizioni e ridondanze: sono in sintonia con ciò che hai spiegato molto bene.
Un solo appunto: l’endecasillabo di Cecco Angiolieri non sarebbe da citare in quanto non è possibile rovinare la metrica non essendo un testo.
Daniele Imperi
Che significa “non essendo un testo”?
Guido
Ho scritto “non essendo un testo ” in quanto è una prosa, solitamente soggetta a vincoli di rima o di cadenza, quindi la ripetizione può essere accettata.
Guido
Fabio Angeli
“La ripetizione concettuale, forse più propria di saggi, manuali, articoli…”
Aggiungo anche propria di alcuni testi sacri, vedi la Bibbia, in particolar modo l’antico testamento. Questo caso potrebbe rientrare nel già citato caso burocratico/istituzionale che hai trattato nell’articolo: cos’è l’antico testamento se non un” commento” alle dieci” leggi” di Mosè?
Daniele Imperi
Sì, anche nei testi sacri si usano la ripetizione concettuale, anche se non mi vengono in mente esempi.