
Non ricordo perché da ragazzino (tra la fine delle elementari e l’inizio delle medie) mi venne in mente di abbozzare le copertine di una serie di libri da scrivere con relativi titoli: lo scrittore di elenchi nacque dunque in quel periodo.
Da piccolo non leggevo, non mi interessava come passatempo. Quindi è insolito questo mio primo elenco di libri da scrivere. C’erano libri in casa mia e ricordo che ogni tanto li guardavo. Leggevo invece qualcosa sulla serie dei Quindici, qualche fiaba e i vari articoli su temi che mi incuriosivano. Spulciavo l’enciclopedia – conobbi il Futurismo proprio lì, sui 14 anni.
Non ho mai pensato, comunque, di diventare scrittore: a un certo punto ho iniziato a scrivere racconti di genere e poesie macabre, convinto – per quanto riguarda i racconti – che fossero dei piccoli capolavori. Erano delle schifezze, invece.
La scrittura è migliorata dopo diverse centinaia di libri letti, ma si sono anche aggiunte diverse centinaia di settimane nella mia vita. D’accordo che si può diventare scrittori a qualsiasi età, ma bisogna anche fare i conti con le aspettative di vita.
Tralasciando questo aspetto macabro – il macabro fa parte di me da sempre – oggi sono tantissimi quelli che vogliono diventare scrittori e c’è da chiedersene il motivo. Insomma, chi volete che si arricchisca o diventi benestante scrivendo libri?
Il fascino dello scrittore?
Ammettiamolo: essere scrittori ha sempre avuto un certo fascino, forse perché la gente è sempre incuriosita da chi scrive storie o anche saggi. Si viene visti come abitanti di un altro mondo, e forse è così.
Credo che questo fascino derivi da una concezione romantica del mestiere di scrittore, assolutamente anacronistica oggi. Scrivere nel 2026, nel XXI secolo in generale, non ha nulla di romantico né di fascinoso.
Forse è soltanto una velleità, che i più ostinati – come me – perseguono nonostante tutto.
Il bisogno di comunicare?
Sì, potrebbe essere proprio questo il motivo che spinge moltissimi a voler diventare scrittori: questo irrefrenabile bisogno di dire al mondo «Ehi, ci sono anch’io e scrivo cose!».
Magari si sente da lontano un chissenefrega o forse è soltanto il vento fra i rami.
Non sento il bisogno di comunicare, a dire il vero. Comunico e basta. Sento di avere qualcosa da dire e la dico attraverso la scrittura. Non fatemi parlare perché farei scena muta come a scuola.
Il prestigio sociale?
Ammettiamolo di nuovo: da tempo si pensa che gli scrittori godano di un certo prestigio sociale, che abbiano cioè una certa autorevolezza, forse perché sfornare centinaia di pagine, nella percezione degli altri, li pone a un livello più alto.
Forse occorre un cambio di prospettiva, perché oggi gli scrittori sono numerosi e credo che il prestigio sociale sia un’etichetta che spetti ai pochi, non ai molti, né tantomeno ai troppi.
Essendo asociale di natura, va da sé che a me, del prestigio sociale, importa meno che nulla.
La vocazione?
Il vocabolario Treccani – che saccheggio spesso – ci dà ottime definizioni del termine “vocazione”, ottime perché si adattano alla perfezione alla scrittura:
2. fig. Disposizione, tendenza a qualche cosa
b. Inclinazione naturale ad adottare e seguire un modo o una condizione di vita, a esercitare un’arte, una professione, a intraprendere lo studio di una disciplina, e sim.
È questo il vero motivo che dovrebbe spingere tutti a diventare scrittori: quando avvertono la tendenza che le porta a scrivere, quando ne sentono l’inclinazione come una naturale caratteristica della loro personalità, di loro stesse. Della loro stessa vita, perfino.
Quando le persone inizieranno a scrivere per pura vocazione, avremo scrittori migliori. E libri migliori, ovviamente.
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Grazia Gironella
Secondo me si scrive per un sovrapporsi di motivazioni che finiscono spesso con l’intralciarsi a vicenda. Ho sempre letto, fin da bambina, perciò per me la prima spinta deve essere stata del tipo “chissà se riesco anch’io a scrivere storie così appassionanti”. Quando ho iniziato a scrivere sul serio, diari a parte, si è però aggiunta, zitta zitta, l’idea di essere pubblicata, di avere lettori soddisfatti e anche guadagnare. Mi sembrava che fosse la naturale evoluzione del mio percorso. Ci ho messo quasi quindici anni a capire che queste sono due strade diverse, che solo occasionalmente riescono a incontrarsi. In un certo senso accorgermene ha fatto sì che si esaurisse la mia voglia di scrivere, perché ho capito che posso scrivere buone storie che piacciono ai lettori. Missione compiuta. L’altra missione è tutt’altra cosa, e per ora sono propensa a ignorarla… anche se sto per partecipare ad Amazon Storyteller con il mio ultimo romanzo. Viva la coerenza.
Daniele Imperi
La tua motivazione, secondo me, è in ogni scrittore. Poi è chiaro che si scrive per essere pubblicati. A me la scrittura fine a se stessa non interessa: deve cioè avere un obiettivo finale.
Scrivere e guadagnare, oggi e soprattutto da noi, sono due strade molto diverse, purtroppo.
Auguri per il concorso. La coerenza non fa parte degli artisti.
Cristina
Ho riflettuto sui tre concetti che proponi e m’intrufolo per dire la mia: fascino, prestigio sociale e vocazione. Mmmmmm, personalmente li sento un po’ distanti dalla scrittura di oggi.
Per me si scrive soprattutto per quattro motivi: perché ci piace, perché ci aiuta a pensare, perché vogliamo lasciare una traccia del nostro passaggio e, forse, perché desideriamo essere letti.
Il resto, almeno nel 2026, mi sembra appartenere a un immaginario un po’ romantico.
Il fascino dello scrittore non è più così universale, il prestigio sociale non è automatico e la parola vocazione la riserverei a pochi ambiti davvero speciali.
In soldoni, vedo la scrittura come un lavoro artigianale: una pratica che accompagna la vita più che un titolo da conquistare.
Buona giornata e… buona scrittura.:-)
Daniele Imperi
Dei tuoi 4 motivi mi appartengono tutti tranne il secondo.
Per vocazione intendo una sorta di richiamo e la scrittura, come forma d’arte, richiama gli artisti.
Corrado S. Magro
Dire la mia? Ci provo a quasi 87 anni.
Ho iniziato con qualche pubblicazione sul “Vittorioso” nel 1952. In vacanza estiva del collegio, nello stesso anno con i compagni di classe abbiamo dato vita a un giornalino murale su un foglio tra A3 e A2. Cinque colonne settimanali scritte a matita e a stampatello (compito mio). Siamo scesi in campo contro i liceali che nello sforzo di emularci (invidiosi) seminavano errori a manate nel loro “papiro”, tanto da indurmi a sputta…li con la replica: Le papere del papiro! Sulla mia evoluziome versiamo una lacrimuccia. Ho dovuto mettere tutto da parte e “sgobbare” per oltre dieci-dodici ore al giorno. Nonostante, ho sempre curato la lettura, spesso nelle ore notturne. Ho ricominciato a scrivere dopo i sessanta, spinto dal desiderio di comunicare. Affogate le velleità proprie allo scrittore, continuo a farlo con lo sguardo verso un futuro immaginario (niente fantascienza) senza più cercarne la ragione.
Daniele Imperi
Complimenti per l’età! Sei il lettore più grande del blog, hai vinto una riconoscenza infinita.
Hai pubblicato sul “Vittorioso”? E cosa?
“Le papere del papiro” è un bel titolo!
Un giorno anche io dovrò affogare le velleità dello scrittore e continuare a scrivere senza chiedermi la ragione per cui lo faccio.
Corrado S. Magro
sonetti e uno, due racconti brevissimi. Ero un patito di Jacovitt (il verme: qui c’è odore de morto, la sognora Carlo Magno ecc.), di Lino Landolfi ( il Cesare in manicomio che cavalca un bastone come cavallo: apro il rubinetto e passo il Rubicone a me la x legione) e via dicendo.
Maria Paola
Per vocazione, assolutamente. Avrei voluto, anzi no, avrei “dovuto” seguirla a prescindere dalle pressioni esterne. Mi volevano “ragioniera” per gestire l’attività di famiglia, ma se mi avessero “guardata” davvero bene, avrebbero notato tutti quei fumetti infantili che riproducevo ovunque e i racconti che spesso dedicavo proprio ai miei genitori, nascondendoli nei loro cassetti. Disegnavo e scrivevo storie, e mi piaceva davvero, ma mio padre (per ignoranza, immagino) diceva che quella fosse un arte che lasciava poveri (o dovevi morire per diventare famoso). Detto questo, purtroppo “morirò” segretaria a vita, non scrittrice, ma ho cresciuto i miei figli invitando almeno loro a seguire i loro sogni e il loro istinto. E nel frattempo scrivo nel resto del tempo libero che mi rimane e avvalendomi del self-publishing, per provare almeno un pochino di soddisfazione per me stessa.
P.S. Hai corretto la bozza di uno dei due libri che ho pubblicato e ti ringrazio infinitamente per tutti i suggerimenti dati.
Ciao!
M.Paola
Daniele Imperi
Ciao Maria Paola, benvenuta nel blog. Anni fa ho provato a trovare lavoro nel fumetto, ma non m’ha dato retta nessuno: è un mondo chiuso, secondo me. Più che lasciare poveri, bisogna aver fortuna e essere davvero bravi.
P.S. Ecco perché mi suonava familiare la tua email.
Maria Paola
“È un mondo difficile” (leggilo alla Carotone :D)
A presto,
M.Paola
Barbara Businaro
Quand’ero bambina i libri erano un lusso in famiglia, quindi forse allora vedevo nella scrittura il prestigio sociale. Poi con l’adolescenza ci si è aggiunto il fascino della vita da scrittore, immerso nelle storie, nell’immaginazione con tempi e modi esclusivamente propri. Ma non ho nemmeno potuto provarci, perché mi era richiesta concretezza, un lavoro serio, retribuito. Sono tornata a scrivere alla soglia dei 40 anni, come forma di terapia e al contempo di ribellione, per lasciare una traccia del mio passaggio in questo mondo. Poi ho aperto il blog, senza scommetterci troppo, ma sono ancora qua. Non sento più granché la spinta di pubblicare, sono alquanto disillusa, soprattutto osservando le esperienze degli altri intorno a me, di come la loro creatività sia stata ingiustamente soffocata da un mercato editoriale controverso. Adesso è diventata più che altro una sfida con me stessa, riuscire a finire almeno un romanzo, scriverlo, completare la storia, darle vita. Tutto il resto… sarà quel che sarà.
Daniele Imperi
Anche a me era richiesta concretezza, quindi non vedevano di buon occhio i miei tentativi di lavorare come fumettista, vignettista e web designer. Con la scrittura ho provato in tarda età.
Ormai anche io sono disilluso, ma continuo lo stesso, come te, per finire almeno un romanzo.
Guglielmo Semprini
Il tuo articolo mi ha fatto tornare le parole di mio babbo perso troppi anni fa “Sempre meglio che lavorare” la sua ironia di carpenterie mi ha sempre rallegrato e sinceramente motivato. Scrivo per diletto quindi appartengo a una categoria laterale. Personalmente nello scrivere trovo il piacere di vivere vite altre. Far nascere uno o più personaggi e vivere con loro nuove vite, se non vere almeno plausibili.
Daniele Imperi
“Sempre meglio che lavorare” è insieme vero e sbagliato, perché scrivere per lavoro è anche lavorare. E anche scrivendo per diletto è comunque un lavoro, anche se non retribuito. Di certo è meno faticoso che fare il carpentiere.