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L’avrete notato tutti: gli anglicismi sono diventati una presenza sempre più frequente nel linguaggio giornalistico, politico, istituzionale, proåfessionale, televisivo. E, di conseguenza, anche fra la gente – non tutta, per fortuna.
Basta ascoltare qualche intervista a persone comuni e ecco che vengono fuori termini inglesi, così, senza motivo, senza una valida ragione. Per sentito dire, di sicuro. Perché la lingua non si evolve dal basso – come gli anglomani vogliono farci credere – ma sulla spinta di chi detiene una certa egemonia nella comunicazione: giornalismo, politica, istituzioni, professionisti, televisione.
Espressioni inglesi sempre più presenti
Ho fatto spesso l’esempio di LinkedIn – piattaforma in cui ormai entro solo raramente perché è diventata caotica e perché non vi trovo più nulla di interessante – e lì gli anglicismi sono quasi la regola, credo più per darsi un tono (di cosa non saprei) che per mera necessità.
L’altro giorno in un breve articolo ho trovato termini come permissionless, onchain e “transistor moment”. Sa il diavolo cosa avrà voluto dire quel tipo. Senza contare che veniamo (noi tutti) etichettati come Genz, Millennials e Boomer, che ancora devo capire a cosa corrispondano in termini di generazioni.
Non mi spiego questo bisogno di parlare come gli americani che non siamo.
Noi non ci esprimiamo in questo modo, in Italia abbiamo sempre parlato di generazioni anni ’60, ’70, ecc. Per quale motivo dobbiamo abbandonare il nostro modo di esprimerci per adottare quello americano?
Ecco che da un po’ di tempo si sente in televisione “venti venticinque” – l’ho sentito su TG2 Post – anziché duemilaventicinque. Perché? Ma perché in inglese si chiamano così gli anni: twenty twenty five. Quindi perché dire duemilaventiquattro o duemilaventicinque, quando possiamo usare degli eleganti twenty twenty four o twenty twenty five?
Traduttori che non traducono
Sottotitolo volutamente esagerato, ma specialmente in casa Fanucci molti titoli di romanzi restano in inglese. Perché? Non ne ho idea. Qualcuno, invece, ha il titolo originale a caratteri cubitali e sotto, in piccolo (perché ha meno importanza), quello italiano.
Nelle moderne traduzioni sto iniziando a trovare anglicismi che anni fa non avrei trovato. Ho letto da poco l’ultimo capitolo della saga di Miss Peregrine di Ransom Riggs (il peggiore di tutti) e mi sono imbattuto in outfit, che oggi sta ormai soppiantando il nostro vestiario.
I traduttori si stanno quindi adeguando alle tendenze di oggi – o dovrei scrivere trend?
Sto leggendo il saggio Dialoghi di Robert McKee e a un certo punto si parla di “scrittura on the nose”. Che cosa significa? Non ne ho idea. Non ho infatti capito quel paragrafo. Possibile che un bravo traduttore non sappia rendere in italiano quell’espressione americana? Da loro writing on the nose ha un senso, ovvio, ma da noi no.
Un altro termine inglese non tradotto è versus. È chiaro che quel termine, come tantissimi altri inglesi, provenga dal latino – participio passato di vertere, voltare – e che significhi “contro”, ma noi parliamo l’italiano, non il latino, e versus è ormai un termine di cui s’è appropriata la lingua inglese. Di nuovo, per gli anglofoni ha senso, per noi no.
La bufala dell’«Adesso si dice così»
È una bufala, appunto.
Adesso non si dice così, piuttosto adesso i “grandi” della comunicazione hanno iniziato a dire così e la gente – ascoltando di continuo sold out, anziché il precedente nostrano “tutto esaurito”, fake news, anziché le precedenti nostrane “notizie false”, red carpet, anziché il precedente nostrano “tappeto rosso” e via dicendo – ha immagazzinato quelle parole e le ripete a pappagallo.
Come combattere gli anglicismi?
Non ho la risposta. Il problema sono il giornalismo, la politica, le istituzioni, i professionisti, la televisione: noi, dal basso, come possiamo competere contro questi giganti?
Io combatto gli inglesismi non usandoli, se non quando strettamente necessario. Da tempo – ma ci vuole tempo – ho iniziato a eliminarli dai miei vecchi articoli. Quando mi ricordo di averne usato qualcuno, lo cerco e lo elimino, come ho fatto l’altro giorno in almeno trenta articoli.
Se riesco a scrivere e a parlare senza usare anglicismi, possono farlo anche gli altri.
E in tutta questa confusione linguistica che c’è oggi, ogni tanto mi disintossico leggendo un d’Annunzio.
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Grazia Gironella
Gli anglicismi in generale non mi infastidiscono; non li percepisco come intrusi, probabilmente perché la lingua inglese per me è “casa”, sebbene io sia italiana. Altro discorso è l’adozione di termini inglesi senza necessità, quando esiste un’efficace e concisa traduzione italiana. Mi sembra una moda senza senso, di quelle che in questi anni impazzano su più fronti, bolle senza sostanza e senza logica che si mantengono in aria soltanto per l’esistenza dei social e per la diffusa superficialità degli utenti.
Daniele Imperi
Il problema è che tutti questi anglicismi si stanno adottando in sostituzione dei nostri termini, che abbiamo sempre usato. È infatti una moda senza senso.
Corrado S. Magro
Chi fa uso e strauso di anglicismi avrà mai preso coscienza del ceppo, dell’identità culturale a cui appartiene? Chiudo un occhio su termini che non trovano riscontro nella nostra lingua o che vi sono presenti da secoli e stimo che, per il resto, con una piccola dose di buona volontà le soluzioni sono a portata di mano. Pigrizia intellettuale, brama (moda) di apparire a passo con i tempi e soprattutto “ignoranza” dilagante, nascosta tra le pieghe delle toghe di tutti i colori e tra le foglie dei diademi, e la zuppa è servita: “mangia (al posto di marcia) o crepa”.
Daniele Imperi
Non credo che si preoccupino del ceppo, dell’identità culturale a cui appartengono. Le soluzioni ci sono, il fatto è che ben pochi se ne preoccupano.
Fabio Amadei
Caro Daniele, la tua sembra una battaglia persa, ma spero di sbagliare.
Qualcuno diceva che alcuni anglicismi nascondono una certa malizia come il termine spending review come se qualcuno ci volesse propinare del parmesan al posto del parmigiano. Per il cittadino spending review suona meglio: è meno indigesta rispetto a “taglio della spesa pubblica”.
Nelle faccende che investono l’interesse pubblico l’inglese dovrebbe essere bandito poiché il messaggio deve arrivare chiaro e comprensibile a tutti. Usare anglicismi il più delle volte è un modo per creare una certa distanza, è mettere le persone su un piano inferiore; è un atteggiamento subdolo per indorare la pillola, o peggio ancora per darsi un’aria di superiorità che nasconde una certa spocchia.
A me fanno più paura e sconcerto alcune espressioni come “persone femminilizzate” quando si parla di donne. Scusami se vado fuori tema.
Fai bene a leggere D’Annunzio, io mi disintossico con Guareschi e qualche aforisma di Ennio Flaiano.
Daniele Imperi
Potrebbe essere una battaglia persa, ma non sono il solo a combatterla. Aria di superiorità a volte senz’altro, ma secondo me è un adattarsi al linguaggio propinato dai grandi (politica, giornalismo, tv, ecc.).
Su “persone femminilizzate” mi trovi più che d’accordo: è un’assurdità.
Di Guareschi ho un mucchio di roba e ho ripreso a leggerlo.
Orsa
Ricordi come Totò dissacrava gli anglicismi (ma anche i francesismi) facendone delle caricature? E giù di spassosissimi doppi sensi ed equivoci. Già all’epoca gli anglicismi circolavano per via del dopoguerra e della presenza ‘mericana. Ecco, con Totò devi disintossicarsi, non con d’Annunzio… passatista che non sei altro
Daniele Imperi
Qualcosa ricordo dei film di Totò, visti più volte, poi. E bisognerebbe seguire il suo esempio quando li sentiamo. D’Annunzio mi serve per la sua enorme varietà di parole
Orsa
Lo so, scherzavo
Luciano Cupioli
Combattere si può, vincere però sarà difficile. La storia delle lingue ci mostra che quelle dominanti hanno sempre preso il sopravvento, lo stesso italiano sul fiorentino, per quanto fossero affini. Oggi l’inglese influenza tutte le altre, e quella italiana è la più colpita. Negli ambienti di lavoro ormai non viene più utilizzato l’italiano per esprimere certi concetti che sono richiesti, se non addirittura imposti, da una distorta visione della modernità in cui predomina l’estetica, anche linguistica, per cui se non suona in un certo modo non funziona. Anche tra di noi non si parla di revisione editoriale ma di editing, e chi la esegue probabilmente non avrebbe la stessa credibilità se non si chiamasse editor.
Daniele Imperi
Purtroppo hai ragione. Certi ambienti sono così forti che riescono a imporre gli anglicismi. Vincere sarà difficile, ma se mai si inizia, mai si finisce.
Marco Farulli
Personalmente sono favorevole agli anglicismi se si scrive o si parla di attualità perché esprimono concetti complessi con un termine semplice ma che ritengo sia dialettale; diverso è se si scrive un testo di contenuti elevati in cui la comprensione è necessaria e non c’è spazio per anglicismi.
Daniele Imperi
Ciao Marco, benvenuto nel blog. Non so se sia dialettale, ma resta il fatto che quegli anglicismi si radicano nella nostra lingua, mandando in pensione i termini italiani. E questo è sbagliato.
Maria Antonietta
D’Annunzio (pur non simpaticissimo 😉) è stato geniale per le sue invenzioni linguistiche e il suo bell’uso dell’italiano: è la dimostrazione che si possono creare parole italiane nuove e vive al posto delle incomprensibili o poco melodiose parole straniere (vedi “sandwich” e “tramezzino”).
Altro che i vocabolari d’italiano attuali pieni di parole straniere, ogni anno sempre di più, e “la Treccani” che fra sito e vocabolario sembra una succursale locale di una qualche accademia linguistica inglese…
Daniele Imperi
La Treccani dovrebbe essere lo specchio della nostra lingua, invece si sta adeguando alle moderne tendenze.
Daniel
Secondo me è molto più accettabile se si può utilizzare sia il forestierismo che il traducente italiano nel linguaggio comune, come ad esempio: “tunnel” e “galleria”, “tomato” e “pomodoro”, “guardrail” e “guardavia”, “aquaplaning” e “idroplanaggio”, per essere più vari e non troppo ripetitivi, dato che oggigiorno combattere contro le parole straniere è purtroppo impossibile! Che ne dite?
Daniele Imperi
Per fortuna non ho mai letto né sentito ancora tomato al posto di pomodoro…
Se parli dei sinonimi, per quanto mi riguarda non sono d’accordo, perché non cambierebbe nulla e quei forestierismi si radicalizzerebbero di più.
roberto
Buon giorno a tutti
Personalmente sono arrivato a chiedere di ripetere ” non ho capito …” location ? vuoi dire il posto la località ?… La cosa grave e che non riesco a scrivere ai vari tg ed inviati per fare notare le castronerie dette.
Ricordo solo che la colonizzazione culturale comincia dalla lingua .
Gli antichi romani, quando annettevano una nuova provincia, per prima cosa imponevano la lingua latina.
Il futuro mi spaventa ma il congiuntivo mi terrorizza, l’inglesismo mi delude e basta
saluti
Daniele Imperi
Salve Roberto, benvenuto nel blog. Scrivere a tg e giornalisti non serve a nulla: o non rispondono o tirano fuori scuse per favorire gli anglicismi. E è vero che la colonizzazione culturale inizia con quella linguistica.