20/07/69 – Un racconto di fantascienza

20 luglio 1969 – 20 luglio 2019: 50° anniversario del primo allunaggio

20 luglio 1969

Eravamo astronauti, sospesi in un universo senza stelle.
Ransom Riggs, La casa dei ragazzi speciali di Miss Peregrine

Apollo Mission Control Center, Building 30, Manned Spacecraft Center, Houston, Texas. 20 luglio 1969, ora 102:42:08 get

Bzzz.

Un ronzio continuo spezzò il silenzio all’interno della sala controllo. Decine di occhi si voltarono verso Charlie Duke, capcom della missione Apollo 11. Era teso per l’esito dell’allunaggio – e in quel momento non poteva certo immaginare che di lì a meno di tre anni sarebbe stato negli stessi panni di Armstrong e Aldrin, nella futura missione Apollo 16, e un altro capcom sarebbe stato in tensione al posto suo.

Tutti erano tesi al Mission Control. Era la prima missione con equipaggio che sarebbe sbarcata sulla Luna. L’America avrebbe fatto camminare due astronauti sul satellite naturale della Terra e tutto il mondo stava con gli occhi incollati al televisore a guardare la diretta tv o con l’orecchio attaccato alla radio, per non perdere nemmeno una parola di quanto stava avvenendo a oltre duecentomila miglia dalla Terra. Era l’evento del secolo, del millennio, anzi.

«Qui Houston», disse infine l’uomo, cercando di sopraffare, con la sua voce dall’inconfondibile accento del Sud, quel fastidioso ronzio. «Siete autorizzati ad atterrare. Passo.»

Bzzz.

«Okay», disse la voce lontana di Neil Armstrong, «3000 a 70.»

«Bene, capito», aggiunse Buzz Aldrin. «Autorizzati ad atterrare. Tremila piedi.»

Bzzz.

Luna, Mare della Tranquillità, ora 102:45:58 get

Bzzz.

«Vi registriamo giù, Eagle», disse la voce di Duke dalla Terra. Sembrava soddisfatto e anche rincuorato che tutto stava procedendo secondo il programma.

«Houston, qui Base della Tranquillità», la voce di Armstrong era calma, quasi fredda all’interno del casco protettivo. «Eagle atterrata.»

Bzzz

«Bene, Tranquillità», rispose Duke, sorridendo con sollievo. «Vi registriamo al suolo. C’è un sacco di gente qui che era diventata blu. Adesso respiriamo di nuovo. Grazie mille.»

E un accesso di euforia si scatenò al Mission Control.

Luna, Mare della Tranquillità, ora 109:23:38 get

Bzzz.

«Sono ai piedi della scala», annunciò Armstrong. «I cuscinetti del lem si sono affossati di appena 1 o 2 pollici nella superficie, anche se sembra davvero molto fine, appena ci si avvicina. Sembra quasi polvere.»

Il momento era delicato. Storico. Armstrong aveva appena posato i piedi a terra, il primo uomo nella storia dell’umanità a calpestare il suolo lunare. Le mani guantate si tenevano ancora alla scala, come se staccarsi avesse sancito qualcosa di incommensurabile, di ineluttabile anche, l’inizio di una nuova era, di un futuro ignoto, spaziale, extraterrestre.

Ormai era fatta, avevano conquistato la Luna, a dispetto della pazzesca corsa dei russi, che avevano tentato in tutti i modi di superarli in questa missione con la sonda Luna 15. Ma Apollo 11 era destinata a vincere, Armstrong l’aveva sperato con tutto se stesso. Si chiese ora quando e dove sarebbe allunata la navicella russa, che stava orbitando attorno alla Luna da qualche parte sopra di loro, poi tornò a concentrarsi sulla missione.

Ora 109:24:12 get

Bzzz.

«Okay», disse infine staccandosi dalla scaletta. «Mi allontano dal lem, ora.»

Ora 109:24:23 get

Bzzz.

«È un piccolo passo per l’uomo… un salto da gigante per l’umanità.»

Giornalisti e colleghi avevano tentato parecchie volte di estorcergli la frase che avrebbe pronunciato una volta sbarcato dal lem e posto il primo piede sulla Luna, ma Armstrong aveva sempre dato la medesima risposta: non ci aveva ancora pensato.

E era vero. Sapeva che quella frase sarebbe passata alla Storia – come, del resto, la missione Apollo 11 e i nomi dei tre membri dell’equipaggio – e che sarebbe rimbalzata per tutto il globo grazie ai media. Ma sapeva anche che doveva essere una frase spontanea: era l’uomo ad andare sulla Luna e la prima frase da pronunciare su quel suolo mai calpestato non poteva essere studiata a tavolino.

Infine, aspetto più importante, non sapeva ancora se sarebbero sbarcati sulla Luna, se Eagle sarebbe riuscita ad allunare. Troppi imprevisti erano in gioco. L’allunaggio stesso era stato ritardato: il suolo, nell’area prevista da Houston, era accidentato, cosparso di crateri e massi grossi e appuntiti, e Armstrong aveva deciso così di portare Eagle più avanti possibile, rischiando di non aver carburante sufficiente per atterrare.

Era quindi prematuro pensare a quelle fatidiche parole. Così, alla fine, aveva avuto l’idea qualche ora prima dello sbarco. Un’idea davvero immediata, anche logica, dopo tutto. “Camminerò in un luogo sconosciuto, su cui mai nessun altro uomo ha camminato”. Parlare di quel primo passo gli era sembrata una buona trovata. Il resto venne da sé.

Ora 109:24:48 get

Bzzz.

«Sì, la superficie è fine e polverosa», continuò Armstrong. «Posso colpirla liberamente con la punta del piede. Aderisce in strati sottili alla suola e ai lati degli stivali, come polvere di carbone. Vado avanti di pochissimo, forse neanche un pollice, ma riesco a vedere le impronte degli stivali e le righe delle suole nelle particelle di sabbia fine.»

«Neil, qui Houston», gracchiò la voce di Charlie Duke alla radio. «Ti sentiamo.»

«Come pensavamo», proseguì Armstrong nella sua descrizione del suolo lunare, «non sembra esserci difficoltà a muoversi. Forse è perfino più facile delle simulazioni di un sesto g che abbiamo fatto a terra. Camminare non è davvero un problema.»

Bzzz.

Un movimento, nel buio cielo lunare, ai margini del suo campo visivo. Sfrecciava nel silenzio dello spazio, come una cometa senza nome, percorrendo l’orizzonte circolare sopra di lui. Portava con sé il sogno di un popolo lontano, ora doppiamente lontano. Un sogno fatto di determinazione e tenacia.

Luna 15.

Cos’altro sarebbe potuto essere?, si domandò.

«Ehi, Buzz», chiamò Neil dalla radio. «Mi avvicino al lec. È ora di scattare qualche foto ricordo.»

«Okay.»

Neil tornò indietro. Dal portello Buzz si sporse e agganciò l’Hasselblad al congegno. Quando Neil si voltò, con la macchina fotografica in mano, alzò lo sguardo al cielo, come se si aspettasse di veder di nuovo quel puntino luminoso, lassù nello spazio. Se ciò che aveva visto prima fosse stata davvero Luna 15 nel suo volo orbitale, non l’avrebbe certo rivista così presto. Neil non sapeva quando sarebbe allunata. Quando Buzz aveva chiesto notizie della navetta robotica russa, durante il viaggio, da Houston gli avevano risposto che la tass, l’agenzia di informazione sovietica, aveva solo riferito che tutto procedeva normalmente.

Neil passò alla comunicazione privata. Da Houston non avrebbero sentito nulla. «Buzz», disse, «ho visto qualcosa lassù.»

«Forse è Mike», rispose Buzz, «si sarà avvicinato col Columbia per vedere se va tutto bene.»

«Sul serio, Buzz. C’era qualcosa nel cielo.»

«Spiegati. Che genere di cosa?»

«Luna 15.»

«Luna 15? Be’, perché no? Sta orbitando qua sopra, come ci hanno detto.»

«Lo so, ma ho preferito non farlo sentire da Houston.»

«Hai fatto bene. Le mamme si preoccupano sempre troppo. Mi preparo a scendere. Non andartene a spasso.»

Ora 109:43:24 get

«Meravigliosa desolazione», esordì Buzz dopo esser sceso dal lem.

«Già. È fantastico qui. Voglio portarci Janet e i bambini, l’anno prossimo.»

«Hai già scattato qualche foto?»

«Certamente. A te, per esempio, mentre scendi. Adesso tutti crederanno che sia io in quella foto.»

«Ci penserò io a rettificare.»

«Vado su quella collinetta laggiù a farne altre», annunciò Neil, indicando una piccola altura di fronte. «Voglio dei panorami del lem e di te. Saranno foto spettacolari.»

«Tranquillizza Houston, prima.»

Neil passò alla comunicazione condivisa. «Houston, mi allontano da Base della Tranquillità di… diciamo cinquanta iarde. Voglio delle foto panoramiche.»

Bzzz.

«Bene, ti sentiamo, Neil», rispose la voce di Charlie. «Procedi pure.»

Durante l’addestramento avevano provato vari stili di camminata. Per raggiungere la collinetta Neil adottò la “falcata lunga”, la sua preferita: gli avrebbe consentito di muoversi più velocemente.

Nonostante l’impaccio della tuta nei movimenti, Neil si stupì della leggerezza del suo zaino. Le sue ottanta libbre erano ridotte ad appena tredici sulla superficie della Luna.

In breve giunse ai piedi della piccola altura e iniziò la salita, camminando più lentamente lungo il dolce pendio. Quando fu in cima, si accorse di trovarsi invece sulla sommità del bordo di un largo cratere. Stava per scattare una foto, quando un enorme oggetto apparve in lontananza alla sua sinistra, a venti, forse trenta piedi dalla superficie.

«Neil!», la voce concitata di Buzz lo distrasse per un attimo e per poco non cadde all’indietro. «Neil, è Luna 15! Luna 15!»

Buzz aveva avuto l’accortezza di passare alla comunicazione privata, notò Neil con sollievo. «Sì, Buzz», confermò. «Ma che diavolo ci fa quassù? Non può aver percorso la sua orbita in pochi minuti.»

«Non so come diavolo abbia fatto, ma quelli sono i russi.»

«I russi sono a casa, quella è solo la loro sonda.»

«D’accordo, ma sono sempre loro. Com’è possibile?»

«S’è fermata, adesso», disse Neil. «Scatto qualche foto.»

Luna 15 se ne stava infatti sospesa nello spazio, immobile. Neil, mentre scattava alcune immagini con l’Hasselblad, si chiese cos’avessero in mente i russi da Terra. Già era strano – se non impossibile – che la navetta avesse percorso l’intero giro in una manciata di minuti, ma perché farla atterrare nell’area del Mare della Tranquillità e non nel Mare Crisium, come da loro programma?

Neil si voltò verso il lem e Buzz, inquadrandoli nell’obiettivo. Dall’alto e da quella distanza sarebbero venute ottime fotografie, panorami invidiabili da chiunque. Lanciò un’occhiata alla navetta russa: non pareva intenzionata a spostarsi da quella posizione.

«Forse ci sta spiando», disse a Buzz con tono scherzoso. «Forse sta inviando alla Terra le prime immagini del nostro allunaggio.»

«Che cosa facciamo, Neil?» La voce di Buzz tradiva una certa tensione. «Voglio dire, è un imprevisto, non trovi? Houston dovrebbe sapere cosa sta succedendo quassù.»

«Facciamo così», rispose Neil, «se Luna 15 dovesse compiere delle manovre sospette, chiamiamo Houston. C’è la possibilità che annullino la missione e ci facciano rientrare subito.»

«Okay.»

«Buzz», continuò Neil subito dopo, come per un ripensamento. «La polvere… ricordi quanta ne ha sollevata il lem a centosessanta piedi d’altezza? Perché Luna 15 non ne solleva neanche una particella a soli trenta piedi?»

Era stata tale la sorpresa di vedere la navetta russa che non aveva fatto subito caso alla mancanza di quella gran massa di polvere, che come una coltre si sarebbe estesa in orizzontale in tutte le direzioni attorno a Luna 15. Uno strato di polvere che aveva ridotto la visibilità durante il loro allunaggio di poche ore prima.

«Hai ragione», disse Buzz. «Sembra quasi che stia lassù col motore di discesa spento.»

«Non può stare a motore spento.»

«Lo so, Neil, ma se il motore non solleva la polvere lunare, significa che è spento.»

«Non mi piace», disse laconico. Poi iniziò a scendere il pendio del cratere.

Luna 15 non compì alcuna manovra sospetta. Per circa un’ora se ne rimase ferma a “mezz’aria”, apparentemente con il motore di discesa spento, come se galleggiasse grazie a una forza sconosciuta o come se la ridotta gravità lunare – anche se sopra i mari era maggiore per via dei mascon – la respingesse anziché attrarla verso la superficie.

Neil e Buzz continuarono la loro missione, eseguendo gli esperimenti previsti, piantando la bandiera e… parlando col Presidente Nixon, che invece non s’aspettavano. Tacquero entrambi, per il momento almeno, sulla presenza della sonda russa.

Fu qualche minuto dopo la telefonata di Nixon che le cose cambiarono.

Luna 15 si mosse.

Se ne accorse Neil, mentre saltellava per raccogliere nuovi campioni di roccia lunare. I due astronauti avevano smesso di tenere costantemente d’occhio la sonda. Quando la osservavano, sembrava osservarli a sua volta, appesa a un filo inesistente che si perdeva nello spazio infinito.

Era diversa dal lem, con un aspetto non tanto moderno, quanto vittoriano, come pensò Neil. Si chiese quale tecnologia riuscisse a tenerla sospesa a quel modo senza sollevare un mare di polvere. Che motore avevano escogitato i russi? No, rifletté, il loro programma spaziale era arretrato rispetto a quello americano, altrimenti, anziché una sonda robotica, avrebbero inviato sulla Luna una navetta con equipaggio.

Ma allora che cosa stava muovendo Luna 15 lungo una traiettoria orizzontale? O chi?, ebbe a chiedersi Neil, pentendosene all’istante.

«Dove sta andando?» La voce di Buzz interruppe le sue riflessioni. Dunque anche il collega se n’era accorto.

«Non ne ho idea», rispose Neil, «ma prepariamoci a chiamare il Mission Control.»

Luna 15 si fermò a circa un centinaio di iarde dal lem, ancora a trenta piedi d’altezza.

Poi iniziò a scendere.

La discesa fu impressionante. La sonda eseguì la manovra di allunaggio lentamente, ma a velocità costante, come se fosse stata calata dall’alto da un argano appeso chissà dove. Neil calcolò che la velocità di discesa dovesse essere intorno ai venti piedi al secondo. Non un granello di polvere si sollevò dalla superficie, neanche quando i cuscinetti d’atterraggio toccarono il suolo lunare. Eppure Neil, in mezzo alla coltre di polvere in cui erano immersi, non s’era nemmeno reso conto dell’allunaggio del lem.

I due astronauti rimasero immobili qualche minuto a osservare la scena, come aspettandosi di veder uscire qualcuno dalla sonda, prima o poi.

Ma nessuno uscì da Luna 15. Non v’erano portelli, non v’erano cosmonauti russi all’interno. Soltanto un braccio robotico per la raccolta di campioni rocciosi, che comunque restò al suo posto.

«Andiamo a dare un’occhiata?», suggerì Buzz.

«Meglio di no», rispose Neil. «Non sappiamo niente di questa storia. Per quanto mi riguarda potrebbe esplodere da un momento all’altro.»

«Non capisco.»

«Neanch’io, Buzz, ecco perché non intendo avvicinarmi.»

«Come la mettiamo con Houston?»

«A questo punto dobbiamo avvisarli», decise Neil. «Diciamo che è arrivata all’improvviso e è atterrata a cento iarde dal lem

Ma Neil e Buzz non raccontarono mai nulla di tutto ciò, né al Mission Control di Houston né alle loro famiglie o ai loro amici. Nemmeno Mike Collins, che li attendeva sul Columbia in orbita attorno alla Luna, seppe mai nulla di quanto videro i suoi compagni di viaggio.

Neil non ebbe il tempo di contattare il capcom. Si sentì riempire la testa da un vortice di sensazioni che lo estraniarono dal presente. Gli parve di viaggiare a velocità iperluminale verso le profondità dell’Universo. Oppure era già tornato sulla Terra e si trovava in casa dei suoi, a Wapakoneta, in Texas, e stava solo sognando. Immagini di galassie, nebulose, ammassi stellari scorsero davanti ai suoi occhi come un paesaggio di campagna che si mostri a un passeggero dal finestrino di un vagone.

Quell’esperienza surreale sembrò durare ore e Neil temette che non sarebbero mai riusciti a ripartire in tempo dalla Luna, ma il suo orologio dimostrò che erano trascorsi soltanto alcuni secondi.

«Buzz», chiamò, la voce quasi un sussurro all’interno del casco.

«È successo anche a te?», chiese l’altro.

«Che cosa… che cos’abbiamo visto? Che cos’erano quelle immagini?»

«Ne so quanto te, Neil. Ma sarà un po’ difficile spiegarlo a Houston.»

Poi giunsero le voci.

Giunsero sotto forma di pensieri, di ricordi impressi nella loro memoria da tempo, ora parte delle loro vite, del loro passato. Erano voci amichevoli, per quanto potevano supporre. Avevano lasciato una traccia di sé nella loro mente. Avevano detto loro chi erano, anche se né Neil né Buzz capirono appieno il senso di quelle informazioni.

Gli Osservatori del Grande Silenzio incontrano per la prima volta gli Uomini del pianeta Terra, venuti in pace per tutta l’umanità.

Questo dissero loro le voci, parafrasando la targa commemorativa posta sulla scaletta del lem. Una sorta di messaggio di benvenuto, pacifico, come lo era la missione dell’Apollo 11. Di chi erano quelle voci, se di voci si trattava?, si chiese Neil. E perché avevano “prelevato” Luna 15 facendola allunare proprio lì vicino?

In quel momento Neil prese una decisione, anche se non era sicuro che fosse davvero sua e non delle entità che avevano comunicato con loro. Tornò al lem, risalì per la scaletta e si infilò nel vano, scomparendo, con qualche difficoltà, dentro Eagle. Non rispose alle continue domande di Buzz, ma cercò fra gli oggetti che avevano portato dalla Terra e, non appena trovò ciò che stava cercando, ripeté i movimenti eseguiti alla sua prima uscita dal lem, finché riconquistò il suolo lunare.

L’involto che teneva in mano si rivelò a Buzz soltanto appena Neil fu a pochi passi da lui. Era una delle piccole bandiere dei Paesi del mondo che avevano stivato nel modulo lunare.

La bandiera dell’Unione Sovietica.

«È piccola, lo so», disse Neil, «ma è il pensiero che conta.»

«Sagge parole», rispose Buzz, mentre Neil si allontanava con la sua lunga falcata in direzione di Luna 15.

In un punto dello spazio a circa 174.000 miglia nautiche dalla Terra. Interno del Columbia. 22 luglio 1969, ora 148:23:13 get

L’astronave viaggiava a una velocità di oltre duemila miglia orarie. Dopo il risveglio, Neil riferì al Mission Control che l’equipaggio aveva dormito almeno otto ore.

Bruce McCandless, il capcom in quel momento, iniziò a riferire ai tre astronauti le ultime notizie dalla Terra. Come previsto, Apollo 11 dominava ancora la scena sui notiziari e sui quotidiani di tutto il mondo. Soltanto la Cina comunista, la Corea del Nord, il Vietnam del Nord e l’Albania non avevano ancora parlato dello sbarco sulla Luna.

Nixon, dopo aver assistito alla All-Star Game di baseball a Washington, sarebbe partito per l’area di recupero del Pacifico e giovedì mattina avrebbe raggiunto in elicottero la Hornet per assistere al loro rientro.

Poi McCandless riferì le ultime su Luna 15.

La navetta russa, dopo aver orbitato attorno alla Luna per cinquantadue volte, si era schiantata contro il Mare Crisium. Sir Bernard Lovell, del Jodrell Bank Observatory, aveva riferito che Luna 15 aveva colpito la superficie lunare a una velocità di trecento miglia orarie.

Nessuno commentò quella notizia e McCandless continuò la lettura delle ultime novità dalla Terra.

Lunar Receiving Laboratory, Manned Spacecraft Center, Houston, Texas. 5 agosto 1969

La quarantena stava terminando. Di lì a qualche giorno avrebbero rivisto le famiglie e la loro vita sarebbe cambiata per sempre. La Luna era un ricordo. Splendido, indimenticabile, unico, ma pur sempre un ricordo.

Neil sorrideva, guardando le fotografie ricevute dal laboratorio fotografico della nasa. Scambiò qualche commento con Buzz e Mike, poi ammutolì.

Una delle fotografie che aveva scattato era completamente nera.

«Ehi, Neil, volevi riprendere un bel cielo lunare?», scherzò Mike.

«Direi che è venuto bene, non trovi?», si unì alla battuta Buzz.

Neil scosse la testa, sorridendo, e passò alla foto successiva.

Anche quella era nera.

«Mi sembri un po’ ripetitivo come fotografo, amico», continuò Mike. «Oppure la vostra Hasselblad ha iniziato a fare scherzi.»

Quante foto aveva scattato a Luna 15?, si chiese Neil in quel momento. Tre, forse quattro immagini. E infatti erano quattro quelle venute tutte nere. Gli orari corrispondevano. Una coincidenza? No, non poteva essere una semplice coincidenza. Quella cosa… quella forza che aveva salvato la navetta russa dalla distruzione aveva in qualche modo impedito la cattura delle scene con Luna 15. Neil ne ignorava il motivo.

Avevano deciso di non dire nulla a Houston, né a Mike, della sonda russa, pregustando la sorpresa dei loro colleghi quando avessero visto le fotografie sviluppate. Ma adesso tutto cambiava e Neil lesse il suo stesso pensiero nello sguardo di Buzz. Adesso dovevano continuare a tacere. Non esistevano prove fotografiche della presenza di Luna 15 nel Mare della Tranquillità e tutto il mondo sapeva che la navetta robotica si era schiantata contro il fianco di una montagna lunare. Semmai un giorno fossero tornati sulla Luna, nel Mare della Tranquillità, avrebbero scoperto Luna 15 e Eagle, vicine come forse non lo sarebbero state mai più.

A Neil sfuggiva il significato di tutto questo. Ripensò al nome con cui si era “presentata” quella forza misteriosa quando si insinuò nella loro mente: gli Osservatori del Grande Silenzio.

Il Grande Silenzio.

Più volte, all’interno dell’isolamento di Eagle in attesa del decollo, lui e Buzz si erano chiesti che cosa intendessero quelle “voci”. Che cosa poteva essere il Grande Silenzio?

Fu in quel momento che Neil ebbe la risposta. Osservando l’ultima delle foto nere scattate. Il nero. L’oscurità dello spazio infinito.

L’Universo.

Cincinnati, Ohio, 27 luglio 2007

Era una giovane donna quella che incontrò Neil allo United Dairy Farmers in un’assolata mattina d’estate. Si era presentata al telefono come una giornalista del «Cincinnati Enquirer» e le aveva chiesto l’ennesima intervista sulla sua avventura lunare. Neil avrebbe voluto liquidarla, ma infine acconsentì all’intervista.

Dopo aver sorseggiato il suo caffè, la donna attaccò con la prima domanda.

«Che cosa ha visto sulla Luna, signor Armstrong?», gli chiese. «C’è qualcosa, nei suoi ricordi, che l’ha stupita maggiormente?»

Neil ripensò all’avventura dell’Apollo 11, alla difficoltà iniziale dell’allunaggio, allo sbarco e ai primi passi sul suolo lunare. A quel puntino luminoso che scorse nel cielo di tenebra, alla misteriosa forza che aveva preso possesso di Luna 15 facendola atterrare ad appena cento iarde da Eagle. Ai ricordi improvvisi che lui e Buzz avevano scoperto in quel momento nella propria testa. Gli Osservatori del Grande Silenzio incontrano per la prima volta gli Uomini del pianeta Terra, venuti in pace per tutta l’umanità. E alle immagini che l’Hasselblad non aveva catturato, le uniche immagini che aveva restituito completamente nere.

«Signor Armstrong?» La voce della giornalista lo ridestò dalle sue memorie lunari. «Che cosa ha visto di indimenticabile sulla Luna?»

Neil si voltò a guardarla e le sorrise. «Ho visto un sogno avverarsi», rispose.

Nota tecnica lunare

Gli orari mostrati nel racconto hanno una struttura inconsueta: la storia inizia all’ora 102:42:08 get, non certo chiara. La missione lunare è partita all’ora 000:00:00, cioè al decollo del razzo Saturn V: sono le ore 13:32 a Cape Kennedy, che corrispondono alle nostre 20:32.

get sta per Ground Elapsed Time, ossia il tempo trascorso al suolo. Quindi sulla Terra sono trascorse 102 ore, 42 minuti e 8 secondi dal lancio (poco più di 4 giorni, infatti il lancio è avvenuto il 16 luglio) quando Charlie Duke, uno dei capcom (Capsule Communicator) della missione dà l’ok per l’allunaggio.

Quando Armstrong risponde a Houston, dopo il “go” all’allunaggio, “3000 a 70”, intende che si trovano a 3000 piedi dal suolo lunare (cioè quasi 91 chilometri e mezzo) e si avvicinano alla velocità di 70 piedi al secondo (cioè circa 77 Km/h).

Nei film di fantascienza siamo abituati a vedere gli astronauti scendere dalle navi spaziali immediatamente dopo l’atterraggio, ma se controllate gli orari, Armstrong è sceso dal lem dopo quasi 7 ore dall’allunaggio (Buzz l’ha seguito circa venti minuti dopo). Chissà quanto strepitava, ma non credo. Non sembrava il tipo.

Fino allora 109:24:48 get – e prima del secondo “bzzz” – i fatti e i dialoghi sono reali (la traduzione è mia). Qualche altro “frammento” di realtà è seminato qui e là nel racconto. I pensieri dei personaggi sono ovviamente pura invenzione, così come tutto ciò che è accaduto sulla Luna dopo il minuto 24 della 109° ora dal lancio.

Il lec è il Lunar Equipment Conveyor, un congegno che permise agli astronauti di trasferire equipaggiamento e materiali da Eagle al suolo e viceversa. Fu chiamato scherzosamente da Armstrong “Stendibiancheria di Brooklyn”.

Luna 15 era la navetta robotica senza equipaggio inviata dai russi sul satellite per battere gli americani nella famosa “corsa alla Luna”, ma poco prima dell’atterraggio ha smesso di inviare segnali alla Terra. Si pensa che si sia schiantata sul fianco di una montagna nel Mare Crisium, a nordest del mare della Tranquillità. Secondo i piani sarebbe dovuta allunare circa 2 ore dopo l’Apollo 11, ma i controllori, incerti sul terreno sottostante, posticiparono l’atterraggio di 18 ore.

L’intervista a Neil con il quotidiano «The Cincinnati Enquirer» non è mai avvenuta.

L’illustrazione di copertina è Man’s First Step on the Moon di Norman Rockwell, dipinto a olio apparso per la prima volta nella rivista «Look» il 10 gennaio 1967.

Nota finale

Ho creato il file di questo racconto il 1° settembre 2012, con l’intenzione di scriverlo e pubblicarlo nel blog quanto prima. 5 anni dopo, nel 2017, mi sono ripromesso di scriverlo e così è accaduto nel 2018, quando mi sono detto che il momento giusto per scriverlo e pubblicarlo era quando sarebbe caduto il 50° anniversario del primo allunaggio. E così è stato.

Non avevo la più pallida idea di cosa scrivere. Non ho scritto una trama. Non ne ho avuto… ehm… il tempo. Sapevo soltanto che doveva succedere qualcosa d’inaspettato, anche se prevedibile: una qualche forma di vita extraterrestre che appariva agli astronauti. A metà giugno, dopo 3 pagine scritte, l’idea è giunta dal cielo. Anzi dalla stessa Luna. E da Luna 15.

Il mio primo racconto sull’allunaggio risale ai primi di dicembre del 1994, quando scrissi una storia dall’improbabile titolo “Moonlight: un racconto di fantascienza?”. Parlava della teoria complottista secondo cui gli americani non sono mai sbarcati sulla Luna.

Così misi in campo un giornalista americano che ne parlava, i servizi segreti che cercano di ucciderlo, i russi che lo salvano e lo portano a Mosca. Da lì assiste al lancio di un razzo che porterà i russi sulla Luna, scoprendo che le denunce del giornalista sono… fondate. Alla fine si sposano. Sì, il giornalista con Marija Grigor’evna, un’agente dell’SMG, non ben identificata agenzia di servizi segreti russi.

2 libri da leggere sull’avventura lunare del 20 luglio 1969

  1. Il primo uomo di James R. Hansen, biografia autorizzata di Neil Armstrong
  2. La Luna di Oriana, raccolta di articoli scritti dall’inviata Oriana Fallaci tra gli anni ’60 e ’70

9 Commenti

  1. Michela Milani
    18 luglio 2019 alle 14:44 Rispondi

    Wow, è la prima volta che leggo un tuo racconto! :-) Mi piace il tuo stile di scrittura, lo trovo molto scorrevole.
    Dato il tema del racconto, avrei una curiosità: fai parte anche te della cerchia dei complottisti, che pensano che l’uomo in realtà non sia mai sbarcato sulla luna? :-)

    • Daniele Imperi
      18 luglio 2019 alle 15:26 Rispondi

      Grazie, spero che la prima volta non sia stata scioccante :D
      No, assolutamente, non faccio parte di quei complottisti. Avevo scritto quel primo racconto sulla missione lunare nel 1994 solo perché avevo saputo di quella teoria.

      • Michela Milani
        23 luglio 2019 alle 13:59 Rispondi

        Nahhhh ma che scioccante! Anzi, trovo che il tuo racconto sia bellissimo :-)

  2. Nuccio
    18 luglio 2019 alle 17:29 Rispondi

    Bel racconto. Credo tu abbia letto il mio racconto di fantascienza ambientato a Genova: No-fly zone. Sul mio wordpress. Ciao.

    • Daniele Imperi
      18 luglio 2019 alle 17:44 Rispondi

      Grazie. Non ho letto il tuo racconto. Lo farò domani.

  3. Annalisa
    21 luglio 2019 alle 19:45 Rispondi

    Brividi…
    Complimenti!

    • Daniele Imperi
      22 luglio 2019 alle 07:29 Rispondi

      Brividi addirittura?
      Grazie :)

  4. Nani
    1 agosto 2019 alle 10:17 Rispondi

    Ciao, Daniele!
    Come al solito il tuo stile narrativo mi ha tenuto incollata al racconto fino alla fine. E’ un piacere leggerti.

    • Daniele Imperi
      1 agosto 2019 alle 12:01 Rispondi

      Ciao Nani! Ben ritrovata e grazie :)

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