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Le infinite applicazioni dello storytelling

Uso dello storytelling
Pochi giorni fa ho finito di leggere un libro trovato su Twitter. Mi aveva incuriosito la presentazione fatta da Monia Papa nel suo tweet e anche la copertina mi aveva colpito: lasciava intendere un viaggio lontano che, forse, non avrebbe avuto una fine certa.

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, uno dei libri del neurologo Oliver Sacks – qualcuno ricorderà il film Risvegli con Robert De Niro, tratto dal libro omonimo (comprato al volo) dell’autore – è un viaggio nella mente dell’uomo, una raccolta di casi clinici che secondo me insegna molto sullo storytelling.

Non solo storytelling aziendale

Siamo abituati a leggere di storytelling applicato all’identità aziendale. Ogni volta che leggo di questa tecnica di comunicazione la vedo riferita all’azienda e al suo prodotto: creare una storia che leghi il prodotto alle persone è una delle soluzioni più efficaci per fidelizzarle e fin qui siamo d’accordo.

Che cosa succede dentro di noi quando ci troviamo di fronte a una storia di quel genere? Sappiamo che è finzione, ma anche che dev’esserci un fondo di verità. L’azienda non può permettersi di mentire. La storia deve raccontare il prodotto e la sua effettiva e reale utilità per il cliente.

In questo video realizzato da Skype – come era anche accaduto in quello di Google – l’azienda ha una piccolissima parte nella storia, passa quasi inosservata e l’attenzione del pubblico è concentrata interamente sulle due amiche.

Finzione+prodotto=storytelling aziendale

La ricetta di uno storytelling di successo applicato ai prodotti di un’azienda si fonda sulla creazione di una storia che colpisca e in cui il prodotto stesso giochi un ruolo marginale e allo stesso tempo fondamentale.

Ma non è tutto qui il campo di applicazione dello storytelling. E se raccontassimo una storia vera per diffondere un messaggio, fare informazione, divulgare?

Lo storytelling in medicina

La lettura del libro di Sacks mi ha permesso di conoscere problemi che prima ignoravo. Storie vere, studiate dalla neurologia e raccolte in un libro: storie che ci fanno entrare in mondi a volte impossibili da immaginare, ma esistenti, fin troppo reali per chi li vive.

Il metodo di scrittura di Oliver Sacks è semplice quanto efficace. Nelle sue parole si leggono la passione e la dedizione con cui si è preso cura dei suoi pazienti e dell’opera di divulgazione di disturbi che possiamo osservare ogni giorno ma a cui non diamo peso.

Sacks ha raccontato le sue storie – quelle vissute assieme ai suoi pazienti – e in questo modo ha potuto svelare al mondo una serie di problemi troppo spesso ignorati. Certo, avrebbe potuto limitarsi a descrivere i sintomi e le terapie, ma il risultato sarebbe stato un trattato di medicina accessibile solo agli addetti ai lavori.

Quelle storie invece sono ora patrimonio del mondo. Lo storytelling applicato alla medicina permette di sensibilizzare il pubblico su problemi mentali che i più tendono a liquidare catalogandoli nella stranezza, nella pazzia anche, ma che invece posso colpire ognuno di noi.

Lo storytelling nell’educazione

Ricordiamo tutti, bene o male, le favole di Fedro. Quale fu il loro scopo? Una narrazione dal duplice aspetto: intrattenere il pubblico e educarlo. Un fine educativo per uno storytelling dell’antichità.

Nel libro Narrare con il digital storytelling a scuola e nelle organizzazioni (di C. Petrucco e M. De Rossi) c’è una parte interessante dedicata proprio a questo aspetto didattico dello storytelling: la narrazione di storie per favorire l’apprendimento.

Risorse

Un articolo di Giuseppe Palomba, Immagine di un Eroe… secondo Agostino, ci mostra come lo storytelling didattico si possa applicare alla vita reale unendo narrazione, gioco e studio.

Quanti usi per lo storytelling?

Pensate anche voi che i campi di applicazione dello storytelling non abbiano confini? Potete fare altri esempi che avete incontrato?

4 Commenti

  1. Andre
    26 marzo 2014 alle 08:55 Rispondi

    Che dirti Daniele? Lo storytelling è una pratica vecchia come il mondo e usata bene, nella giusta misura è applicabile con incredibile efficacia in ogni campo, tanto per “far passare” un messaggio, quanto per trasmettere nozioni. Ma in fondo lo hai già spiegato esaurientemente tu.

    • Licia
      26 marzo 2014 alle 18:31 Rispondi

      una pratica vecchia come il mondo“: proprio per questo mi fa un certo effetto che per descriverla da qualche anno anche in italiano si usi esclusivamente una parola inglese. Ma prima come si chiamava?!?
      Mi sembra che per lo
      storytelling in ambito aziendale sarebbe stata perfetta la parola affabulazione, “il procedimento con cui l’autore organizza il soggetto narrativo o scenico, in modo da svolgere nei confronti del lettore o dello spettatore un’opera di persuasione” (Devoto Oli).

      • Daniele
        26 marzo 2014 alle 18:42 Rispondi

        Ciao Licia, benvenuta nel blog.

        Prima si chiama, credo, semplicemente narrazione :)
        “Affabulazione” è interessante e credo che in futuro tratterò quest’argomento, grazie dell’idea.

    • Daniele
      26 marzo 2014 alle 18:40 Rispondi

      Vero, ma spesso ci si ferma a considerare lo storytelling sono in ambito commerciale e lavorativo.

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