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Il protagonista del tuo romanzo sei tu

Il protagonista del tuo romanzo sei tu

In un certo senso credo che bisogna essere i protagonisti assoluti di quello che si crea, vale a dire: bisogna fare emergere fino in fondo il proprio punto di vista che sta alla base della narrazione proposta. Giuseppe Palomba su Capire se l’idea per un romanzo è valida.

In questo commento Giuseppe mi ha fatto riflettere su una questione importante della narrazione: come riuscire a far recitare un personaggio in modo credibile, in modo cioè che il racconto funzioni, come funziona un film grazie alla bravura degli attori?

Qual è il vero ruolo del narratore, ossia dello scrittore? Più in là tornerò con un post dedicato al narratore, o meglio alle varie figure di narratore che esistono nella scrittura. Ma oggi voglio puntare le luci su un compito importante dello scrittore: quello di essere il protagonista del suo romanzo.

Il protagonista è bravo perché fa emergere il suo punto di vista nell’interpretazione del racconto e quindi aggiunge quel guizzo in più che permette alla rappresentazione di “fare il salto”.

C’è una parola che forse in narrativa non è mai stata considerata o magari è entrata in gioco inconsapevolmente: interpretazione. Anche se non siamo al teatro né al cinema, tuttavia dobbiamo pensare al nostro protagonista – e ai personaggi in generale – come a degli attori che conoscono una parte e la devono interpretare.

Questo è vero e falso allo stesso tempo, secondo me. Perché? Perché un personaggio va visto anche come una persona reale, che quindi ignora gli eventi futuri. Conoscere la parte, dunque, saperla interpretare, ma anche saper recitare la parte, quindi dare forza e attendibilità alle sorprese che via via nascono nel corso della storia.

Immedesimarsi nel protagonista

Ecco che lo scrittore deve vivere appieno la sua storia, riuscire a entrare nel mondo che ha creato, perché in fondo è suo, come abbiamo già visto: lo scrittore è un creatore di mondi e deve viverci mentre scrive la sua storia.

Immedesimarsi nel protagonista e nei personaggi per dare vitalità e spessore al racconto. Ma come? Non ho la risposta pronta, non offro una soluzione che sta dentro di voi, dentro voi che scrivete: il mondo che avete creato è vostro e soltanto voi potete sapere come fare.

Sdoppiamento della personalità?

Nessun dottor Jekyll e signor Hyde, ma soltanto uno sforzo per entrare realmente nella storia che si sta scrivendo, perché soltanto creando quella vivida connessione autore-personaggio lo scrittore riuscirà a dargli più spessore, specialmente se si tratta del protagonista, figura sotto i riflettori.

Entra in scena, scrittore!

Possiamo quasi dire che la storia diventi una sorta di palcoscenico in cui non giocano soltanto gli attori-personaggi, ma deve anche giocare lo scrittore-protagonista. Entrare in scena e recitare la sua parte, non più un autore distaccato, ma un autore partecipe.

Autore, Narratore, Attore!

Penso che si debba creare un percorso che deve diventare automatico, attivarsi durante la scrittura senza accorgercene. Da autori siamo di fatto narratori, ma dobbiamo anche essere attori.

Il protagonista è bravo perché fa emergere il suo punto di vista nell’interpretazione del racconto e quindi aggiunge quel guizzo in più che permette alla rappresentazione di “fare il salto”.

Questa è la parola da tenere a mente: il guizzo che ci permette di far compiere alla nostra storia il salto che merita. E quel guizzo è dovuto all’interpretazione del protagonista e quindi dello scrittore.

Pronti per essere protagonisti della vostra storia?

Rileggete l’ultimo racconto che avete scritto. Quanto vi sembra credibile? Quanto tridimensionale? Prendete il protagonista e osservate il suo comportamento nel corso della storia: siete sicuri che non si poteva fare di meglio? Siete sicuri che, se foste voi stessi entrati in scena, quel protagonista non avrebbe dato alla storia quel guizzo che adesso manca?

47 Commenti

  1. Massimo Vaj
    4 ottobre 2013 alle 06:58 Rispondi

    La validità del raccontare non è misurabile attraverso il punto di vista di chi racconta. Ovviamente quest’ultimo, se dovesse esserci, dovrà essere portato, nel migliore dei modi possibili, alle sue estreme conseguenze, ma un romanzo non può ruotare esclusivamente attorno a una sola visuale, a meno che esso non sia un manuale tecnico su come non sia il caso di smontare un computer portatile quando non si hanno gli attrezzi opportuni. I punti di vista ai quali un racconto deve il proprio svolgersi sono tanti quanti sono gli attori che lo inscenano, cani randagi, vento e batteri compresi, e all’autore è riservata la responsabilità di farli collidere tra loro, in dinamiche che spetta alla sua fantasia creare, altrimenti si tratterebbe di una narrazione monocorde tesa ad affermare le ragioni dello scrittore, in una sorta di auto affermazione che risulterebbe noiosa nella misura in cui è noioso lo scrittore. L’arte del saper raccontare non è riducibile a uno schema prestabilito, come non lo è la vita. In realtà chi scrive deve evitare come la peste il punto di vista, perché esso è, per sua natura, esclusivo e limitante nel suo voler prevalere su tutto. L’autore dovrebbe, ma occorrerebbe intelligenza per farlo, adottare la visuale che si ha dal centro della circonferenza nella quale è inscritta la storia, perché quella è l’unica posizione che consente di valutare e confrontare, in una chiara visione totalizzante, tutti i punti di vista che stanno su quella stessa circonferenza. Quello centrale non è, propriamente, definibile come punto di vista, perché per definizione ogni visuale specifica ne deve avere un’altra che le è correlativa, dunque opposta, mentre il centro non ha opposizione neppure nella circonferenza, perché è lo stesso centro a determinarne la possibilità e, essendo essa contenuta in principio in quanto estensione irradiata dal punto privo di estensione e di limiti, essa non può opporvisi. La vista centrale ha, invece, una natura universale, e non parteggia per gli interessi dell’uno o dell’altro dei punti di vista, perché il suo unico partito preso è rivolto al guadagno che la consapevolezza contiene in sé, guadagno centrale che è a favore dell’intera circonferenza, e cos’altro deve essere il raccontare se non l’illustrazione della creatività la quale è consapevole della verità di ciò che sta narrando?

    • Daniele Imperi
      4 ottobre 2013 alle 07:55 Rispondi

      Diciamo che in parte condivido quanto hai detto sui punti di vista e infatti vorrei a breve scrivere qualcosa a riguardo. Si tende spesso a definirne uno, ma io sento l’esigenza di cambiarlo in funzione del personaggio.

      La parte sulla circonferenza è interessante. Non ho però capito tutto. Tu dici che normalmente lo scrittore si pone al centro della circonferenza e, così facendo, non ha opposti quel punto di vista.

      Che cosa intendi, invece, per vista centrale?

      • Massimo Vaj
        4 ottobre 2013 alle 08:31 Rispondi

        La visuale è centrale quando, non costituendo uno speciale quanto particolare “punto di vista”, si trova a essere nella posizione data dall’universalità che tutto ama perché tutto comprende, quindi visione non personale e mai tesa alla propria convenienza. Lo scrittore deve narrare senza mettersi in mezzo all’avventura narrata, perché lui già è presente in tutti i punti di vista che affida ai suoi personaggi, ma dei quali deve essere consapevole dei limiti che sono propria a ciascuna visuale, se non lo fosse la sua narrazione sfuggirebbe al controllo della sua intelligenza. Qui sta la perfezione dell’intento che ogni causa deve avere sui propri effetti…

      • Massimo Vaj
        4 ottobre 2013 alle 09:15 Rispondi

        Per essere ancora più preciso farò un esempio attraverso i numeri: il numero 1 è centrale a tutti gli altri perché rappresenta l’unità che si divide, moltiplicandosi nella molteplicità composta dalle indefinite diversità che sono uniche. Ogni nuovo numero è composto dalla stessa unità, dunque dall’uno che si replica in modi sempre diversi, perché la differenziazione è legge universale. Il centro, allo stesso modo dell’unità principiale (del principio quindi), si posiziona sulla circonferenza composta da tutti i punti che determinano la circonferenza stessa attraverso la somma dei segmenti che sono definiti dalle distanze infinitesimali che separano un punto dal successivo. Il punto non ha forma né dimensione, non è esteso e costituisce il mistero della manifestazione della realtà, perché dalla distanza tra due punti che non hanno forma nasce il segmento formale che dà origine al piano, delimitandolo dall’esteriorità che lo circonda, e che è costituito a sua volta dallo spazio compreso tra i segmenti, piani che poi compongono il solido attraverso la loro somma. Così è per tutti i componenti la realtà, intesa tanto nella particolarità che nella sua generalità. Tutte le forme devono il loro esserci al punto che non c’è. Analogamente, nello scorrere della durata temporale è l’istante immobile che svolge la stessa funzione che ha il punto nei confronti dell’estensione. Come non dovrebbe essere difficile da vedere in questo si ripropone l’analogia che lega il microcosmo contenuto nell’istante al macrocosmo dei cicli cosmici. La dimensione, ottimale perché sferica, nella quale uno scrittore deve mettersi non può essere unilaterale e aderente al proprio punto di vista, ma dovrebbe essere distaccata e lucidamente consapevole della creazione che sta plasmando, analogamente a quanto è stato fatto dall’Intelligenza universale nei confronti della sua grande opera… ;)
        P.S: in uno dei miei blog, quello delle microstorie macroscopiche, pubblico alcuni dei mie commenti fatti qui, ma prima commento qui e successivamente, se trovo di un qualche interesse ciò che ho scritto, lo metto sul mio blog.

  2. Massimo Vaj
    4 ottobre 2013 alle 07:00 Rispondi

    Lo so che sono una spina nel fianco della banalità, ma si sappia che me ne compiaccio… :D

    • Daniele Imperi
      4 ottobre 2013 alle 07:55 Rispondi

      Le spine nel fianco stimolano il confronto e la discussione :D

  3. Kentral
    4 ottobre 2013 alle 12:17 Rispondi

    Credo che per il narratore l’essere più o meno protagonista dipende dalla storia stessa. A me piace molto dosare livelli diversi di partecipazione a seconda del romanzo o del racconto che sto progettando o scrivendo.

    Quando si scrivono più libri diventa a volte quasi essenziale vivere da narratore secondo sfumature diverse. Nel romanzo che sto scrivendo adesso sono coinvolto con i personaggi. A volte la voce narrante è sarcastica, a volte bonaria, a volte partecipata o di biasimo. In altri scritti preferisco non emergere ma lasciare i personaggi al loro destino come biglie impazzite che si incontrano e scontrano l’un l’altra. Ma la cosa più affascinante dei personaggi è che non devono assomigliare a te. Sono altre vite, altre possibilità. Non devono pensare quello che pensi tu, non si comportano come ti comporteresti tu. Da un certo punto di vista sono un’espansione della tua stessa vita.

    • Massimo Vaj
      4 ottobre 2013 alle 13:13 Rispondi

      Ci sono aree della narrazione che danno ragione a Kentral, per citarne una a casaccio una sarebbe occupata dall’autobiografia, e l’altra dall’auto denuncia. Entrambe rientrerebbero nella categoria che ha, come principale protagonista, lo scrittore stesso. Resta da ricordare che queste due zone solo occasionalmente scatenano l’inventiva dell’autore – protagonista, e solo quando quest’ultimo mente… Comunque e sorprendentemente, Kentral qualche ragione ce l’ha in ciò che ha scritto, a conferma che ogni esistenza ha come minimo una sola ragione d’essere anche se quella stessa esistenza pensa che quel motivo sia un altro ;)

    • Daniele Imperi
      4 ottobre 2013 alle 18:21 Rispondi

      Penso che sia la cosa più difficile creare altri modi di pensare per i vari personaggi, ma è una cosa da fare.

  4. Massimo Vaj
    4 ottobre 2013 alle 12:26 Rispondi

    Appena Kentral inizia a scrivere un romanzo i suoi personaggi si fiondano a prenotare una visita dallo psichiatra… :D ;)

  5. Kentral
    4 ottobre 2013 alle 12:29 Rispondi

    Grazie lo prendo come complimento. Si vede che sono personaggi complessi, con un vissuto importante.

  6. Massimo Vaj
    4 ottobre 2013 alle 12:33 Rispondi

    È noto che i premi Nobel siano assegnati su indicazione degli psichiatri… ;)

  7. Kentral
    4 ottobre 2013 alle 12:45 Rispondi

    Imperi suggerirei di creare un’apposita sezione dove spostare i commenti miei e del signor Vaj, perché rispondergli sarebbe succoso e divertente, ma non è minimamente corretto svolgerlo sui suoi post. Quindi desisto dal replicare.
    Certo, altra soluzione sarebbe se il signor Vaj facesse articoli interessanti sul suo blog che valgano la pena d’essere commentati. Ma su questo fronte rischio la delusione costante.

  8. Massimo Vaj
    4 ottobre 2013 alle 12:50 Rispondi

    Prova con uno degli altri blog che tengo, noi troll non ci lasciamo mancare niente… digita vajmax+metafisica, chissà che tu non ne riesca a trarre una delusione più succosa ancora :D

  9. MikiMoz
    4 ottobre 2013 alle 13:08 Rispondi

    Ottimo articolo, as usual.
    Che dire?
    Io, per cercare di dare sempre un senso di “tridimensionalità” aggiungo qua e là delle “digressioni” al carattere, piccolissime cose che esulano dall’inquadratura dello stesso, decisa quando si costruisce il personaggio.
    E’ anche vero che spesso i personaggi prendono da sé queste direzioni, e si comportano “da soli” nei modi più consoni.

    In ogni caso, spesso inserisco pensieri e situazioni di vita vissuta, robe mie o di gente che conosco, proprio per tentare di ottenere il guizzo di cui parli. Una sorta di “veridicità”.

    Mamma mia quante parole “così” che ho messo, ‘sta botta! XD

    Moz-

    • Daniele Imperi
      4 ottobre 2013 alle 18:23 Rispondi

      Grazie :)

      Il passato infatti è da inserire, contribuisce a rendere credibile e tridimensionale il personaggio.

  10. franco zoccheddu
    4 ottobre 2013 alle 14:58 Rispondi

    Parafrasando il noto detto “meglio pochi ma buoni”, proporrei un antitetico “meglio molti (commenti) ma sintetici”. Però io per primo so molto bene quanto sia facile parlarsi addosso, pertanto è ingiusto lamentarsene.

  11. Fabrizio Urdis
    4 ottobre 2013 alle 15:29 Rispondi

    “In un certo senso credo che bisogna essere i protagonisti assoluti di quello che si crea […]”
    Prendendo questa frase in maniera generale posso anche essere d’accordo
    Secondo me, però, la figura dello scrittore è molto diversa da quella dell’attore anche se per entrambi è necessario essere degli ottimi osservatori e conoscere molto bene il comportamento umano.
    Lo scrittore crea (o più precisamente ricrea) dei personaggi mentre l’attore li interpreta.
    Improvvisarci attori potrebbe essere utile quando il protagonista ha un carattere simile al nostro ma altrimenti temo possa togliere coerenza al personaggio.
    Penso sarebbe più corretto parlare di visualizzazione ( o come tu scrivevi in un post precedente “farsi il proprio film”) e conoscere nel dettaglio ogni personaggio.

    • Daniele Imperi
      4 ottobre 2013 alle 18:24 Rispondi

      Bisognerebbe fare qualche prova: rendersi attori e poi visualizzare. Un attore, però, deve saper interpretare qualsiasi parte.

      • Fabrizio Urdis
        4 ottobre 2013 alle 22:28 Rispondi

        Hai perfettamente ragione ma gli attori che riescono a interpretare (bene) qualsiasi ruolo sono molto rari.
        Recitare è un’arte complessa e mi sembra che diventi qualcosa di dispersivo.
        Magari, però, ci sono persone che sono portate e alle quali questa tecnica può essere congeniale per capire meglio il carattere del protagonista principale.
        Riflettendoci su, forse potrebbe essere indicato per storia scritte in prima persona.

    • PaGiuse
      4 ottobre 2013 alle 20:09 Rispondi

      Salve Fabrizio :)
      Credo di essere stato travisato e ci può anche stare perché qui viene riportata una parte di un commento lunghissimo che avevo fatto al post di Daniele.
      Assodato che essere scrittore è una cosa ben diversa dall’essere attore, il mio era un intervento legato all’impronta che l’artista decide di dare alla narrazione, non a come gestire i personaggi, attenzione: narrazione.
      Nel commento facevo riferimento ad Eduardo de Filippo, le cui commedie funzionavano alla grande, poiché era circondato da tanti attori che non si limitavano a recitare una parte. Nelle loro interpretazioni ci mettevano il loro vissuto, la fame che hanno patito, le sofferenze che la guerra gli ha portato. Questo permette alla narrazione di avere una timbrica particolare, unica, poiché il punto di vista di quell’attore, consente di raccontare un evento in maniera diversa da come lo racconterebbe un’altra persona che non ha vissuto la stessa situazione. E credo che gli scrittori si distinguano tra loro proprio perché ognuno ha il suo modo di vedere le cose: la soggettività è una cosa che non si può negare. La soggettività distingue lo scrittore, l’attore, il pittore, il musicista.. insomma, l’artista è protagonista assoluto della sua arte. Questo gli consente di avere una visione e un controllo assoluto dell’opera che genera, perché è sua: questo intendevo per interpretazione e punto di vista. Padronanza della assoluta della tecnica.
      Poi se si vuol discutere sul fatto che un attore è mero interprete di una parte, quindi non crea nulla di nuovo “anzi ricrea”realtà preconfezionate, pensando ad Eduardo de Filippo o altri grandi attori, credo che sia una visione un po’ distorta dell’arte della recitazione: perché è Arte anche quella e l’Arte si sa, crea sempre qualcosa di nuovo.
      Di certo non spetta a me e non mi permetterei minimamente di elargire perle di saggezza su come un artista debba sviluppare la sua opera dal punto di vista tecnico, anzi credo che queste competenze non spettino a nessuno. Altrimenti saremmo tutti grandi artisti.

      Buona serata a tutti :)

      • Daniele Imperi
        4 ottobre 2013 alle 20:24 Rispondi

        Ho preso solo quella parte perché mi aveva fatto riflettere su una questione. Quindi ho usato il tuo commento per dire la mia su come potrei narrare una storia.

        • PaGiuse
          4 ottobre 2013 alle 20:50 Rispondi

          Ciao Daniele! :)
          Tu hai fatto molto di più! Hai linkato il mio commento, quindi chi vuole capirci qualcosa di più non deve far altro che fare una cliccata di mouse e leggere quello che ha generato il confronto. In genere così faccio quando voglio capire bene le argomentazioni: vado da link a link, ma pecco di pignoleria, lo so! :)
          Ad ogni modo il post che hai scritto mi piace moltissimo, perché si collega a tutto un percorso che stai realizzando, davvero molto interessante e stimolante!

          Ti auguro di trascorrere una buona serata :D

          • Fabrizio Urdis
            5 ottobre 2013 alle 12:48

            Ciao PaGiuse,
            effettivamente non avevo letto il tuo intervento ed è per questo che all’inizio del mio commento l’ho citato specificando che se la tua frase veniva presa in termini generali secondo me poteva anche essere corretta.
            Quando ho parlato di ricreare dei caratteri non mi riferivo agli attori ma allo scrittore, perchè riprende la realtà mettendola su una storia di sua invenzione.
            Sono d’accordo con te quando dici che gli attori possono dare qualcosa di più al personaggio creato dallo scrittore perché la loro grandissima arte secondo me consiste nel riuscire a portare nella realtà ciò che l’autore ha messo su carta.

  12. Massimo Vaj
    4 ottobre 2013 alle 15:30 Rispondi

    La sintesi è l’obiettivo dell’analisi, e pretendere che un’analisi debba essere sintetica significa non sapere analizzare, e chi non sa analizzare non può ottenere alcun tipo di sintesi. Franco è un fisico, e mi meraviglia molto che un fisico possa sintetizzare il risultato di una ricerca prima di aver fatto la ricerca. Che sia questa la ragione del degrado dell’attuale stato in cui si trova a soffrire questa nostra inciviltà?

    • Massimo Vaj
      4 ottobre 2013 alle 15:39 Rispondi

      Ripensandoci ci sarebbe un modo, ed è anche l’unico, per adire alla sintesi senza la necessità che questa sia preceduta da un’analisi: è dato dalla consapevolezza immediata e diretta alla quale si ha accesso quando si è illuminati spiritualmente, ma a dirla tutta quello di Franco non ha l’aria di essere una situazione che accarezza questa così rara possibilità.

      • franco zoccheddu
        4 ottobre 2013 alle 19:37 Rispondi

        Gentile Kentral, qualche volta ho sospettato di essere un po’ simile a una zucca, di non starci troppo col cervello. Però so di sicuro di chiamarmi “zOccheddu”, non “zUccheddu”. In realtà se mi vedessi vedresti che sto ridendo: anche dalle mie parti (e qui abbiamo Zùddas, Urru, Maninchedda, etc etc) il mio cognome genera tutta una divertentissima serie di “refusi”: Ziccheddu, Zaccheddu, Zoncheddu, il suo Zuccheddu.
        Io rido, chiedendomi sempre perchè mi sia stato concesso dalla provvidenza un cognome così bello, soave e musicale!
        Grazie per la solidarietà in quanto “provocato”.

        • Kentral
          4 ottobre 2013 alle 21:18 Rispondi

          Chiedo venia Franco.
          Sono in debito di una birra. Dici va beh era solo una ‘u’ al posto di una ‘o’. Caspita ho sbagliato una intera identità. Riguardo al nome non mi pare male il tuo. Eccelle anzi in scarsa diffusione e quindi in originalità. Il mio primo nome ad esempio non lo sopporto da sempre. Bene. Una buona scusa per usarne un altro. Metti quelli che hanno nomi o cognomi belli: che sfiga. Non hanno nemmeno la scusa di fregiarsi di un nome d’arte.

  13. Kentral
    4 ottobre 2013 alle 15:36 Rispondi

    Signor Vaj,
    Le do atto che lei è un ottimo provocatore. La trovo brillante in certe affermazioni, ma francamente trovo i suoi blog discretamente mediocri. Inoltre come molti le hanno fatto notare i suoi commenti spesso chilometrici sono degli sproloqui portatori a volte si di interessanti argomentazioni, ma decisamente mediocri nello stile. Il suo periodare è confuso, ridondante. Fa un pessimo uso della punteggiatura e non le nego che difficilmente si riescie a completare la lettura del suo commento.

    Ma putroppo lei non si sta rendendo conto di sciupare l’ottimo blog di Daniele Imperi, il migliore sul campo a mio parere.
    Lei continua a commentare smisuratamente apportando poco o nulla alla qualità della discussione. Da quando i suoi commenti sono diventati massivi mi sta togliendo il piacere della lettura del blog, dove seppur intervenendo di rado, leggo con piacere quotidianamente. Oltre all’ottimo post di Imperi il blog è interessante anche per i commenti di qualità che riceve. Cosa rara le assicuro nel blogging.

    Non so se è un caso, ma da quando lei da perfetto Troll interviene sistematicamente vedo meno commenti di utenti di alto spessore come la Tumedei o la Donati per citarne due, che arricchiscono enormemente l’articolo del giorno.

    Non sta a me censurare il suo comportamento, però la invito a riflettere che è ospite e non padrone del blog.
    Pertanto eviti di commentare miei commenti. Non le rispondo non per mancanza di argomenti o di sarcasmo ma per educazione nei confronti di Daniele Imperi.
    Pertanto controlli se attorno ai princìpi universali che lei afferma di aver compreso è inclusa il buon comportamento quando si è ospiti.

    • Massimo Vaj
      4 ottobre 2013 alle 15:42 Rispondi

      riesce si scrive senza la “i”…

    • Massimo Vaj
      4 ottobre 2013 alle 15:52 Rispondi

      Ma poi, mi perdoni Kentral, ma lei continua a tirare in ballo i miei blog. Mi chiarisca il perché, dal momento che qui ci troviamo nel blog di Daniele. La sua ha tutta l’aria di un soffocamento per l’invidia tipica che, di solito, anima le zecche verso i politici…

    • Massimo Vaj
      4 ottobre 2013 alle 15:59 Rispondi

      Lei, Kentral, ha uno stile espositivo che si avvale di un lessico così banale e spoglio che nemmeno al mercato del pesce riuscirebbe ad attrarre delle mosche.

    • Massimo Vaj
      4 ottobre 2013 alle 16:03 Rispondi

      Kentral crede che *** a Daniele riuscirà a convincerlo che sia il caso di cacciarmi… mai incontrata tanta finta innocenza malevola :D

      • Daniele Imperi
        4 ottobre 2013 alle 16:40 Rispondi

        Massimo, cerchiamo di chiarirci una volta per tutte: parolacce e provocazioni a me non piacciono. Qui non ce ne sono mai state e non ne voglio né ora né in futuro.

        Si commenta liberamente, ma sempre nel rispetto dei lettori, di chi partecipa alla discussione e del tema del post. Mentre con questi battibecchi si finisce solo per andare fuori tema e per accendere gli animi.

        Non credo ci sia da aggiungere altro, giusto?

        • Massimo Vaj
          4 ottobre 2013 alle 17:24 Rispondi

          Non ho detto parolacce a nessuno, ma ho solo usato un’espressione di uso comune per sottolineare ciò che, in effetti, è fino troppo evidente. La realtà di quelle leccate è la vera volgarità, e non venirmi a dire che ne sei compiaciuto…

        • Massimo Vaj
          4 ottobre 2013 alle 17:45 Rispondi

          Come mai non dici nulla a chi mi dà continuamente del troll? Credi non sia un’offesa? Io motivo sempre quello che affermo, e lo faccio con la pignoleria necessaria a chi non vuole che il proprio dire sia frainteso, mentre il vero troll è chi non motiva le proprie ragioni, ma si accontenta di accusare senza ragioni. Resta inteso che se la mia presenza qui fosse di peso basterà dirmelo e leverò le tende.

          • Daniele Imperi
            4 ottobre 2013 alle 18:29

            Massimo, è innegabile che tu provochi, così come tendi sempre a sminiure gli altri. Questa storia deve finire ora :)

            O commenti quanto scrivono gli altri in modo decente, educato, rispettoso oppure non commenti. La situazione è peggiorata e a me questa situazione nel mio blog non piace.

            Un commento deve arricchire la discussione, non far scappare i lettori o offenderli o trasformare i miei post in una guerra. Le discussioni fuori argomento non sono gradite.

          • Kentral
            4 ottobre 2013 alle 18:52

            Le chiedo scusa signor Massimo per quanto da me scritto.
            Chiedo scusa anche a lei ed ai suoi lettori Daniele.

  14. Massimo Vaj
    4 ottobre 2013 alle 15:48 Rispondi

    Non assegni la colpa dei suoi limiti intellettuali e la sua boria alla mia responsabilità, e spogli il suo interloquire della falsa gentilezza con la quale tenta di camuffare le sue reali intenzioni. Io uso puntualizzare, in tutti i miei commenti, le ragioni di principio delle mie critiche, diversamente da lei che si relaziona con me come fanno le persone che non avendo argomenti a disposizione né l’intelligenza per definirli, si limita ad accusare offendendo. Auguri, dunque, ma non me ne andrò perché lei non è all’altezza di dialogare dialetticamente. Dovrà dirmi Daniele che la mia presenza qui non è più gradita. Lei continui pure a spezzarsi le unghie contro il muro dei limiti che le sono propri e che non può scavalcare.

  15. Kentral
    4 ottobre 2013 alle 16:16 Rispondi

    Torno a ripetere signor Vaj,
    Provochi quanto vuole. Io nel post di oggi mi ero limitato ad esprimere il mio pensiero. Lei non mi interessa.

    E’ invece interessante, da analisi sociologica, capire il suo atteggiamento.
    Nel post Creatori di mondi, lei ha offeso Imperi asserendo opinatamente che l’articolo era pieno di banalità ed inutile. Non cito a memoria.

    Sia io che il Signor Franco Zuccheddu abbiamo fatto degli appunti al suo interloquire. Da quel momento siamo diventati, stranamente, suoi bersagli.

    Si rilassi, non abbiamo compiuto nessun atto di lesa maestà. Lei manifesta continuamente la supponente superiorità intellettuale.
    Mi lasci dire. Tali atteggiamenti sono da sfrustrato che non trova riconoscimento dagli altri e siccome nessuno ti loda provi disperatamente a farlo tu da solo.
    Finiamola qui. Mi ha insultato abbastanza. Io le ho detto le mie.
    Va bene così.

  16. Tenar
    4 ottobre 2013 alle 17:01 Rispondi

    Torniamo all’argomento di oggi.
    Io sostengo la tesi delle personalità multiple. Lo scrittore deve immedesimarsi in tutti i personaggi, non solo nel protagonista. Col protagonista, però deve convivere più a lungo, davvero come fosse un altro se stesso e saper guardare il mondo con i suoi occhi. Ma lo scrittore non è il protagonista, quando le due figure si sovrappongono spesso la narrazione ne risente. E ancora di più ne risente quando il protagonista è un’idealizzazione del protagonista.
    In sostanza, quando scrivo mi sento un po’ un caso clinico, ma credo che non ci siano altri modi per creare personaggi credibile

    • Daniele Imperi
      4 ottobre 2013 alle 18:58 Rispondi

      Vero, deve immedesimarsi in tutti. Hai tirato fuori altre problematiche con la storia del protagonista :D

  17. Massimo Vaj
    4 ottobre 2013 alle 19:05 Rispondi

    Questa volta smetterò di “provocare” e lo faro definitamente. Saluto tutti.

  18. franco zoccheddu
    4 ottobre 2013 alle 19:52 Rispondi

    Tempo addietro immaginai la seguente storia: il protagonista viveva una situazione normale, ordinaria. Da un certo momento in poi iniziava a percepirsi fuori fuoco, estraneo alla sua realtà. Dopo varie peripezie, capiva di essere il personaggio di un romanzo, cosa che lo prostrava e quasi lo portava al suicidio. Ma a quel punto magicamente la sua prospettiva cambiava: prendeva in mano la sua situazione e la rivoltava a suo vantaggio, impadronendosi pian piano del mondo del suo autore.
    Voglio dire: potrebbe accadere il contrario di ciò che discutiamo, il personaggio che impersona il suo creatore.

  19. franco zoccheddu
    4 ottobre 2013 alle 19:56 Rispondi

    Intendevo: il personaggio che porta nella vita dello scrittore quel “guizzo” che gli manca.

  20. franco zoccheddu
    4 ottobre 2013 alle 20:29 Rispondi

    Mi piacerebbe, Daniele: per ora cerco di terminarne uno. [A proposito: il post lo scrivo domani.]
    Se tutti noi riuscissimo a scrivere romanzi alla velocità con cui li immaginiamo, quanto sarebbe bello…

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