La libertà d’immaginazione nella scrittura creativa

Mappa del mondo di Lovecraft
Creare luoghi immaginari per esigenze narrative

Come, quando e perché inventare luoghi nelle storie

L’ambientazione nella narrativa occupa un posto rilevante, perché definisce in un certo senso l’intera storia, come nei film la scenografia permette allo spettatore di entrare nel vivo delle vicende che sta guardando. Ecco allora che una buona ambientazione permette al lettore di focalizzare meglio ciò che lo scrittore sta raccontando.

Ma nelle nostre storie dobbiamo sempre mantenerci fedeli alla geografia reale? In un romanzo fantasy – dove siamo in una Terra alternativa in un’era altrettanto alternativa – questo problema non si pone: siamo tenuti a inventare di sana pianta un mondo.

In un romanzo realistico, però, quanta libertà è concessa all’autore? La storia è finzione, i personaggi sono individui fittizi, ma tutto si svolge all’interno di una realtà geografica vera, riconoscibile.

Le città inesistenti

Ci sono autori che non hanno avuto esitazione nell’inventare delle località e inserirle in un contesto regionale reale. Vediamo due esempi.

  1. La città di Vigata di Andrea Camilleri: è la città in cui si svolgono le vicende del commissario Montalbano e che si trova in una provincia altrettanto inventata, Montelusa.
  2. La città di Arkham di Howard Phillips Lovecraft: si trova nel Massachusetts e è la città in cui lo scrittore americano ha ambientato alcuni suoi racconti.

Città inesistenti, dunque, create per pure esigenze narrative.

Inserire l’invenzione in un contesto reale

Quelle due città funzionano e talmente bene che il lettore crede alla loro esistenza. Vigata si trova davvero in Sicilia, come Arkham si trova davvero negli USA. Lovecraft la descrive molto bene, così come Camilleri ne parla con così grande familiarità che siamo portati a credere che queste due città esistano davvero.

Forse è più semplice inserire una città inventata in un contesto reale che non inventare tutti i luoghi all’interno di un continente immaginario.

Il problema non indifferente dei luoghi reali

Ambientare un poliziesco a Roma o a Palermo implica parlare di questure, commissari e altri funzionari. Se la storia avviene in tempi futuri è un conto, ma se le vicende sono odierne, allora il lettore tenderà a chiedersi se quel commissario citato esiste realmente o meno?

Io sono un lettore che si pone domande del genere, lo confesso, ecco perché preferisco crearmi un mondo mio o non lasciar intendere il periodo storico cui mi riferisco. Forse quello dei luoghi reali, se svolgono una funzione fondamentale nella storia – come può essere appunto un commissariato, una scuola, ecc. – è un problema solo mio, però mi domando perché gente come Lovecraft e Camilleri e chissà quanti altri abbiano sentito l’esigenza di inventare città.

Storie che inventi, luoghi che crei

Come giustificare la creazione di una località fittizia in un contesto reale? Intanto voglio dire che quest’invenzione non deve sostituire il lavoro di documentazione geografica che l’autore è tenuto a fare prima di scrivere la sua storia.

Abbiamo creato Arkham, le abbiamo dato un’identità urbana, coi suoi tetti spioventi e gli abbaini, ma l’abbiamo inserita nello stato del Massachusetts. Stesso discorso per Vigata, che vive in mezzo a località reali e che può benissimo somigliare alla città in cui viviamo. È quindi importante che tutto il contesto geografico in cui abbiamo inserito le nostre località inventate sia reale e ben riconoscibile.

Storie e personaggi che inventi, luoghi che crei, dunque. Non poniamoci domande sulla credibilità di una città fittizia, se in ogni nostra storia inventiamo persone che non esistono e mai esisteranno.

L’esigenza letteraria deve essere una facoltà prima dello scrittore. Una facoltà che facilita il lavoro di scrittura. Città, laghi, montagne, fiumi inventati non tolgono nulla alla stabilità della storia: sono soltanto nomi. Nulla più. Mi riesce più difficile credere che esista un Bruce Wayne, che non una Gotham.

Realismo creativo

Se parliamo di realismo magico o fantastico, allora possiamo anche parlare di una forma di realismo creativo, che vede contesti geografici reali e realistici uniti a località inventate. La mia Bang City, nel Montana, in cui si svolgono le vicende di Barbara Stone, non esiste. Valle Renia, paesino in cui arriva l’ispettore Alberico Visani a indagare sulle tombe vuote, non esiste, ma entrambe esistono nei contesti in cui le ho inserite.

Come creare località in realtà geografiche?

Seguendo l’esempio dei grandi nomi, come Lovecraft e Camilleri, esattamente come ho fatto io. Conosciamo la grafia delle nostre località, non ci sarà dunque difficile creare una città o un paesino nostrani. Osserviamo le caratteristiche linguistiche dei nomi delle località estere e inventiamo luoghi credibili.

Leggete queste località prese a caso sul mappamondo:

  • Narashtra, città dell’India
  • Daghuri, distretto afgano
  • Al-Khazif, città dell’Egitto
  • Szegárecske, città ungherese
  • Köyräjälo, comune della Finlandia

Che cosa vi suggeriscono? Spero proprio nulla, perché le ho inventate per l’occasione.

Avete mai creato luoghi immaginari in realtà geografiche? Che procedimento avete seguito?

P.S.: questo post è per Micaela. Spero di aver fugato i suoi dubbi in proposito.

Categoria postPublicato in Scrittura - Data post6 gennaio 2014 - Commenti13 commenti

DanieleDaniele Imperi

Sono blogger e web writer e scrivo e leggo ogni giorno. Oltre a Penna blu, ho creato e gestisco i siti su Cormac McCarthy e Edgar Allan Poe. Leggi di più nella mia biografia.

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Commenti
  • Ivano Landi 6 gennaio 2014 at 12:09

    Io per ora mi sono limitato a inserire in una delle vie del centro della città dove vivo e dove è ambientato il mio Solve et Coagula (Il mio romanzo a schegge pubblicato su Il dedalo delle storie di Romina Tamerici, N.d.A.) un immaginario pub di nome Ragnarock. Poi, in seguito, frugando in internet, ho scoperto che un pub con questo nome esiste realmente ma a Campobasso.

    • Daniele Imperi 7 gennaio 2014 at 07:48

      Un pub ci sta bene, vista anche la frequenza con cui aprono e chiudono. E che esista in un’altra città è più che normale.

  • Ivano Landi 6 gennaio 2014 at 12:10

    P.S. Ho dimenticato di scrivere il nome della mia città: Firenze.

  • Vale 6 gennaio 2014 at 12:45

    Sto leggendo un interessante trhiller di Romano De Marco ambientato in un paesino in provincia dell’Aquila, a 1328 metri, che non esiste.

  • MikiMoz 6 gennaio 2014 at 13:06

    Ahaha, parlando di polizieschi a Roma, sai che il Decimo Tuscolano -il commissariato di Distretto di Polizia- (non) esiste?
    Nel senso che in realtà c’è davvero un X° Commissariato Tuscolano, il nome è quello, ma non si trova dove l’Italia l’ha visto per 11 stagioni e non è come si è visto in tv…
    Ma che importa? Roma è Roma, il quartiere è quello, il distretto è credibilissimo…
    Nemmeno Twin Peaks esiste eppure in qualche modo c’è…
    Idem Clerville e il suo omonimo stato (europeo).
    Preferisco comunque -per gusto personale- invenzioni simili piuttosto che Terre di Mezzo che non si fulminano tutte XD

    Moz-

  • Salvatore 6 gennaio 2014 at 13:48

    Per rispondere alla tua domanda, no, il lettore in genere non si chiede se quel determinato commissariato esista davvero, almeno a me non capita. Si tratta di sospensione della realtà e si crea quando il lettore, leggendo, decide automaticamente di dare fiducia allo scrittore prendendo per buone e realistiche le sue descrizioni.

    Un altro esempio di località inventata inserita in un contesto reale, cioè appartenente al nostro mondo, è Yoknapatawpha County in cui Faulkner ambienta alcuni dei suoi romanzi più riusciti; mentre un esempio di località reale, ma reinventata per l’occasione dall’autore, è Salem di “Le notti di Salem” di Stephen King.

    Secondo me ogni autore inventa, almeno in parte, le proprie ambientazioni. Rara e forse anche poco opportuna è l’attinenza estrema con la realtà nella narrativa. L’ambientazione nella narrativa va vista come la scenografia nel cinema; dove anziché girare le scene, ad esempio, all’ombra della Tour Eiffel si preferisce ricrearla in studio.

    • Daniele Imperi 7 gennaio 2014 at 07:52

      A me la sospensione del dubbio sembra tanto un artificio di cui si serve uno scrittore che non sa creare storie credibili.

      Non tendo mai a dare questa fiducio agli autoti. Voglio, pretendo anzi, che la storia appaia credibile e logica, a prescindere da cosa si stia racconrando.

  • Tenar 6 gennaio 2014 at 16:01

    Scelta davvero difficile, quella dei luoghi, reali o no. Per il mio romanzo edito, dopo molte esitazioni, ho deciso di usare luoghi realissimi per personaggi fantastici.
    Il protagonista è il parroco del paese e indaga, tra l’altro, su ombre del suo predecessore. Avevo chiesto al sindaco cosa ne pensasse, ma quando sono andata a fare la presentazione alla presenza del nuovo parroco, che non conoscevo, ero in panico. Per fortuna al parroco il libro era piaciuto e gli abitanti erano fieri che il loro paese fosse entrato in un romanzo, anche se, essendo questo un giallo, faceva da sfondo a un delitto.
    Al di là dell’episodio personale, la scelta va davvero ben meditata. L’ambientazione non è uno sfondo, è un altro protagonista delle vicende, quindi non si può approssimare. Che sia reale o inventata deve essere un valore aggiunto, che l’autore conosce nel dettaglio.

    • Daniele Imperi 7 gennaio 2014 at 07:53

      Bella l’ambientazione vista come un altro protagonista come punto di vista. Condivido in pieno.

  • Marcello 9 gennaio 2014 at 10:32

    Orca boia, sto leggendo il racconto e Valle Renia e Col di Pietra sembrano fighissime! E l’ambientazione mi fa pensare a un Maine di Stefano Re ma tutto italiano!
    Magari potrei chiederti di utilizzare queste città… o inventarmene di nuove!

    Saludos!

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