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L’aspetto tecnico della scrittura creativa

L'aspetto tecnico della scrittura creativa
#Scrivere non significa solo creatività, ma anche e soprattutto revisione

La scrittura non è solo invenzione, fantasia, creatività. Ok, si chiama scrittura creativa e allora qualcuno pensa che lo scrittore stia lì, sguardo perso nel vuoto e penna in bocca, ad attendere l’ispirazione come la manna dal cielo.

Quando scrivo, io sono seduto alla scrivania cigolante, davanti al portatile, le dita che si muovono sulla tastiera, lo sguardo sulle parole che si formano al comando istantaneo dei tasti. Sì, in quel momento sto creando, le parole escono da sole. Vorrei sapere come fanno, come in chiunque si attivi questa connessione iperveloce fra pensiero e dita.

In quel momento qualsiasi scrittore crea. Mette a frutto la sua fantasia. Inventa frasi e periodi che, insieme, formano una storia.

Ecco il gusto, la poesia, la magia della scrittura creativa!

Ecco il niente che abbiamo creato, l’opera grezza, opaca, spinosa. Ecco il momento in cui dobbiamo abbandonare la creatività e armarci di tecnica per perfezionare l’imperfezione imperfezionabile. Gioco di parole che ha un senso. E il senso è quello di donare qualità alla nostra scrittura.

La cura dello stile e del linguaggio

Quante volte rileggo quello che scrivo? In continuazione. Qualcuno dice che non va fatto, che bisogna buttare giù le idee e tornare poi sullo scritto. No, io rileggo sempre, ogni frase e periodo, ogni paragrafo. Li conosco quasi a memoria.

Il linguaggio va curato, perché è comunicazione. La parte creativa c’è stata, sta lì e nessuno ce la tocca. Ma dobbiamo dare alla nostra storia un preciso stile e un linguaggio consono.

La definizione di ambienti e personaggi

Lo scrittore si fa architetto, urbanista, geografo, psicologo, sarto a volte, perché come un pittore deve dipingere i quadri della sua storia. Non c’è molto di creativo qui, sì, magari nella creazione, appunto, dei personaggi, ma per dar loro un significato, una parte, un perché, allora deve essere un tecnico, un regista.

Il perfezionamento della scrittura

Ho appena finito di leggere un bel thriller. Si intitola Senza dirsi addio di Linwood Barclay. Leggiamo un brano di pagina 169, che chissà come è sfuggito all’editor italiano della Piemme, visto che in originale non esistono ripetizioni (i grassetti sono miei).

Qualcosa in uno di quei ritagli attirò la mia attenzione.

Era stato ritagliato dalle pagine dell’Hartfort Courant. Era un pezzo sulla pesca a mosca sul fiume Housatonic. Chiunque avesse tagliato la pagina…

Calo il classico velo pietoso e vado avanti. Questo brano va benissimo in fase creativa. Abbiamo dato al pezzo la giusta suspense, né troppo marcata e nemmeno invisibile. Il lettore vuole saperne di più e noi proseguiamo con le spiegazioni. Ma in fase di rilettura va revisionato. Due di quei termini taglienti vanno tagliati via. Sapete qual è la trama di quelle righe? Qualcuno taglia la pagina ritagliando un ritaglio. Questo significa.

Il mostro delle ripetizioni si affaccia spesso per le strade dello scrittore. A ogni pagina. Io uso un metodo, specialmente con gli avverbi. Ctrl+F e si apre la casella di ricerca di Writer. Inserisco la parola e clicco su “Cerca tutto”. E poi ammazzo tutte le ripetizioni. Sì, tutte. O quasi, almeno cerco di non inserirne nella stessa pagina, errore che alcuni scrittori autopubblicati commettono. Se sono avverbi soprattutto: tutte quelle rime in -mente fanno supporre uno scrittore che mente… sulle sue capacità narrative.

Ritmo e musicalità

Sono due elementi della scrittura che aiutano il lettore, secondo me. Il ritmo è dato dalla disposizione di parole e frasi, dalle pause di virgole e punti. La musicalità dalle parole stesse e dalla loro vicinanza.

Lo scrittore è un musicista? Perché no? Io non capisco nulla di musica, anche se in latino leggevo in metrica a orecchio, ma mi accorgo quando un periodo non scorre bene, non suona bene al mio udito. Ci sono parole che è meglio non stiano vicine, non si amano troppo, altre invece sono fatte una per l’altra. “Questo matrimonio s’ha da fare”, direbbe un don Abbondio davanti a simile abbondanza di musicalità.

Il mantenimento della coerenza

La storia deve funzionare, proprio come una macchina. Se spingo sul pedale dell’acceleratore e ho la quarta innestata, la macchina deve rispondere in modo appropriato: scattare avanti a tutta velocità. Se frena, qualcuno nella catena di montaggio non è stato molto coerente.

Fra scene e personaggi bisogna mantenere la giusta coerenza. E non credo sia facile. Alcune volte, rileggendo, mi accorgo che ho scritto una cosa a pagina 2 e a pagina 6, invece, l’esatto contrario. E succede per racconti brevi. Mi domando cosa accadrà per il mio romanzo di 1000 pagine.

Non conosco un metodo infallibile per la coerenza e non credo che dire “tanto poi ci pensa l’editor, se no che ci sta a fare?” possa essere una valida soluzione. Voi che metodo usate?

La costruzione dei dialoghi

Ecco, i dialoghi. Il parlato. I personaggi che recitano. Che recitano, appunto. Sapete cosa significa? Che sì, i dialoghi devono essere naturali, la gente parla come mangia, almeno se non fa l’avvocato, altrimenti se ne esce col giudice che ha escusso i testimoni e tu pensi che li abbia massacrati a suon di sganassoni.

Recitare non è parlare. Punto. Pensate che nei film i personaggi parlino? E nei romanzi? No, recitano sempre. Perché? Il discorso per me è puramente tecnico, tanto per restare in tema col post. Nel cinema specialmente c’è poco tempo a disposizione per comunicare un messaggio, quindi il dialogo deve essere stringato ed efficace. Dire tutto nel più breve tempo possibile e nel miglior modo possibile.

Nel romanzo abbiamo più tempo, anzi più pagine di copione a disposizione. Però non possiamo certo scrivere un intero Amleto per ogni dialogo. Dobbiamo fare una mediazione, secondo me, e lo dico proprio io che odio i compromessi. Linguaggio colloquiale ma allo stesso tempo ben costruito, curando anche in questo caso, forse soprattutto, ritmo e musicalità.

La creazione di scene noiose ma utili

Quanto le odio! Sono quelle che io chiamo scene di raccordo. Per esempio: Jim ha ammazzato un tipo in garage e deve andare di sopra a prendere stracci e lenzuola per portarlo via e pulire. Dobbiamo descrivere Jim che va di sopra a prendere questa roba. Ok, a volte possiamo cavarcela scrivendo “Andò di sopra e tornò con stracci e due grosse lenzuola per impacchettare il cadavere”, ma non possiamo fare sempre così.

Ne leggo spesso nei romanzi, sono scene che filano lisce senza problemi, ma immagino, almeno per me, la seccatura dello scrittore nello scriverle. Ho un metodo? No, speravo nel vostro suggerimento, a dire il vero.

Qualche volta il “trucco” del tell, don’t show funziona, anzi, va usato anche abbastanza spesso, altrimenti 200 pagine di romanzo se ne vanno con la descrizione di Jim che va dappertutto a fare qualsiasi cosa, pure i bisogni. Ma di scene come quelle, o anche come altre che devono unire scene importanti, è piena la nostra storia.

Di sicuro va trovato un metodo. Perché per quanto io possa amare scrivere di come George non trovi più il suo cinema sulla 3° Avenue e mi riesca anche facile, è stato abbastanza arduo scrivere di come sua moglie entrò nella stanza di Sacks – credo di aver riscritto quella scena 2 o 3 volte.

Come curate la parte tecnica della vostra scrittura?

Perché non scrivete e lasciate tutto così come l’avete partorito, vero? :)

24 Commenti

  1. franco battaglia
    3 aprile 2014 alle 06:59 Rispondi

    Io ricorreggo in continuazione. Una volta dato invio rileggo e trovo almeno qualcosa ogni rigo da poter impostare diversamente. Per questo il fatidico “invio” spesso tarda. Ma conoscendomi, e sapendo che non ci sarà mai una stesura definitiva, invio con più leggerezza ultimamente. Che fenomeno rappresento? Instabilità emotiva? Inappagamento cronico? Autoscassamento di ‘uallere?

    • Daniele Imperi
      3 aprile 2014 alle 07:48 Rispondi

      Non si è mai soddisfatti, magari dipende da scarsa fiducia in se stessi. Credo sia una questione propria di chi è alle prime armi, intendo in materia di opere pubblicate.

  2. Fabrizio Urdis
    3 aprile 2014 alle 07:44 Rispondi

    Ciao Daniele,
    Ottima analisi.
    Una piccola riflessione sulle scene di raccordo.
    “Dobbiamo descrivere Jim che va di sopra a prendere questa roba.”
    Secondo me li avresti dovuto mettere un punto di domanda, perché tranne in casi particolari credo che non sia necessario.
    Una scena che noi troviamo noiosa probabilmente lo sarà anche per chi ci legge, mi sono imbattuto in molti scrittori che per ovviare la banalità del ” prese due stracci e si mise a pulire quello schifo” hanno optato per cose del tipo ” la scalinata non era mai stata così lunga” o, ancora meglio, la scoperta di un particolare mai notato prima tipo ” proprio quando si apprestava a prendere due stracci e a pulire quello schifo la sua attenzione si fissò sui motivetti impressi nella sua carta da parati”.
    In una scena successiva troverei normale che la casa sia tirata a lucido e non mi sarebbe difficile pensare senza che nessuno me lo dicesse che “Jim prese due stracci e pulì quello schifo”

    • Daniele Imperi
      3 aprile 2014 alle 07:52 Rispondi

      L’esempio non è proprio calzante, ma non mi veniva in mente altro :D

      Parlavo comunque di quelle scene che devono esserci, per esempio quando il tizio sale in auto per raggiungere un posto e non possiamo scrivere solo “Prese l’auto e arrivò a Londra”.

      O magari anche la scena della polizia che interroga i passanti che hanno assistito a un omicidio: serve, ma è noiosa., almeno per me, da scrivere. Da leggere di meno, se lo scrittore ha saputo renderla interessante.

      Però quella scena fa da collegamento tra il fatto e le successive mosse della polizia per arrestare il colpevole.

      • Fabrizio Urdis
        3 aprile 2014 alle 19:08 Rispondi

        Scusami, pensavo ti riferissi a tutt’altra cosa ( c’è chi dice che bisogna scrivere qualsiasi cambiamento avviene nella storia, quindi far vedere la casa pulita senza spiegare che fosse stato Jim a munirsi di stracci, mastrolindo e olio di gomito sarebbe un errore )
        Ad ogni modo penso che le scene in questione non siano semplici da scrivere e bisogna dedicarvi molta cura.
        A volte si potrebbero fornire informazioni al lettore senza raccontare la scena, mi era piaciuto molto “I folli muoiono”, di Mario Puzo, proprio per il modo in cui comunicava le informazioni al lettore.
        Le diceva in maniera indiretta, magari contenuta in un articolo di giornale o simili, poi riusciva a fartela completamente dimenticare per ripescarla vicino alla fine.
        Non penso, però, che come soluzione possa essere sempre valida.

  3. ferruccio
    3 aprile 2014 alle 08:39 Rispondi

    Non finisco mai niente perché continuo a revisionare all’infinito, ma un giorno mi stancherò e pubblicherò dieci romanzi in un botto solo

  4. franco battaglia
    3 aprile 2014 alle 08:55 Rispondi

    Non saprei dirti se trattasi di scarsa autostima o, al contrario, la convinzione che chi (ri)legge è più bravo dell’ultimo che ha scritto, e di conseguenza la vede meglio del precedente. Un inquietante caso di moltiplicazione delle personalità… :)

  5. Alessandro C.
    3 aprile 2014 alle 11:08 Rispondi

    Non riuscirò mai a capire il perché dell’aggettivo “creativa”.

    • Daniele Imperi
      3 aprile 2014 alle 11:27 Rispondi

      Guarda che se mi provochi ci scrivo un post :D

    • Attilio Nania
      3 aprile 2014 alle 11:27 Rispondi

      Per distinguerla da quella dei giornalisti, che non creano nulla perché fanno cronaca (in teoria).

  6. Tenar
    3 aprile 2014 alle 15:17 Rispondi

    Ho apprezzato molto il post. Da dislessica, ovviamente, il mio incubo sono gli errori di ortografia. So che nonostante le millemila riletture e Santo Correttore Ortografico, ne rimarranno sempre. Alla fine credo che questo mi abbia insegnato anche che si arriva a un punto in cui il testo è il meglio che noi possiamo offrire. Non è ancora perfetto, ma è quanto di meglio possiamo fare e oltre deve intervenire un editor.
    Per il resto concordo su tutto quello che hai scritto. Io non sono così drastica sulle ripetizioni, se mi serve proprio quella parola posso ammettere che si ripeta a una distanza di 3/4 righe.
    Invece amo gli avverbi in -mente. So che appesantiscono il testo, come so che i grassi saturi fanno male. Li tratto come il burro, so che mi devo limitare e ci sto attenta, ma mi concedo qualche sgarro ogni tanto.

    • Daniele Imperi
      3 aprile 2014 alle 17:16 Rispondi

      Grazie :)
      Sulle ripetizioni dipende: se devo riusare “strada”, allora va beh, la uso di nuovo. Ma se è una parola non troppo comune, allora magari cerco un sinonimo, se esiste.

  7. Grazia Gironella
    3 aprile 2014 alle 16:19 Rispondi

    Io sto provando metodi un po’ diversi a ogni romanzo (ho smesso di scrivere racconti), ma in generale cerco di suddividere la correzione del testo in fasi, in modo che ogni “passata” si concentri su un aspetto specifico della storia. Prima aggiusto la trama, poi le ambientazioni, poi i dialoghi e così via fino allo stile, con la limata finale. Naturalmente non è un lavoro a compartimenti stagni, per cui un minimo le cose si mescolano, ma aiuta a non trascurare gli elementi meno vistosi. Alla fine rileggo tutto a mezza voce. Che le frasi abbiano un loro ritmo e una loro musicalità è verissimo, e mi affascina molto. Certe volte basta sostituire una parola per cambiare tutto l’effetto, e non sempre si capisce perché.

    • Daniele Imperi
      3 aprile 2014 alle 17:17 Rispondi

      Mi sembra un buon metodo, magari te lo copio :D
      Sì, in quel modo credo che la correzione sia più focalizzata e ordinata.

  8. franco zoccheddu
    4 aprile 2014 alle 12:50 Rispondi

    Trovassi un cent per ogni rilettura del mio romanzo!
    Correggere, affinare, rimodellare il lessico, la sintassi. Sono ossessionato dall’obiettivo della fluidità, voglio che il lettore legga senza fatica, che il tutto sia coerente e senza “attrito”.
    Ho cambiato talmente alcune parti che in pratica sono ormai storie diverse.
    Sai che ti dico? Mi viene il sospetto che potrei fare l’editor.
    La prima impressione che ho sui libri che leggo è sempre sulla forma, sul linguaggio. Ho un’idea chiarissima di cos’è per me una buona scrittura: se non scorre è da buttare via, fosse anche la Santa Bibbia.

    • Daniele Imperi
      4 aprile 2014 alle 12:56 Rispondi

      Anche io ho quella fissa della fluidità. Beh, prendi atto di questa tua attitudine e prova a fare l’editor :D

  9. Monia Papa
    4 aprile 2014 alle 19:35 Rispondi

    “Ecco il niente che abbiamo creato, l’opera grezza, opaca, spinosa. Ecco il momento in cui dobbiamo abbandonare la creatività e armarci di tecnica per perfezionare l’imperfezione imperfezionabile.”

    Che bello pensare all’opera che abbiamo creato come qualcosa di “spinoso”. Forse la tecnica di cui ci armiamo deve servire proprio a questo: a cercare di togliere quelle “imperfezioni imperfezionabili”, le spine inevitabilmente presenti nelle rose dei propri pensieri.

    Penso inoltre che quel momento di perfezionamento sia un necessario momento di raccoglimento. Un momento importante in cui occorre anche essere disposti ad ammettere che magari quello scritto che credevamo fiorente di immagini straordinarie è in realtà un rovo di spine senza rosa alcuna.

    “Il linguaggio va curato, perché è comunicazione.”

    La comunicazione è come un’aiuola: se vogliamo che il nostro scritto inebri e che tanti lettori siano pronti a ficcare il naso (benevolmente, eh) nel nostro libro allora ogni parola che decidiamo di piantare sul foglio deve essere accuratamente selezionata, i periodi vanno opportunamente potati e in genere la qualità del linguaggio deve essere coltivata. (chissà perché oggi mi sento così pollice verde).

    “Lo scrittore si fa architetto, urbanista, geografo, psicologo, sarto a volte, perché come un pittore deve dipingere i quadri della sua storia.”

    Questo guardare allo scrittore come a un diamante con tante facce… È una trovata che mi è piaciuta proprio tanto! Bravo Daniele!

    “Il ritmo è dato dalla disposizione di parole e frasi, dalle pause di virgole e punti. La musicalità dalle parole stesse e dalla loro vicinanza.”

    Quando scrivo oltre alle dita e agli occhi anche l’orecchio fa la sua parte quindi non posso che concordare: anch’io penso il ritmo e la musicalità abbiano il loro peso.

    “Ecco, i dialoghi. Il parlato. I personaggi che recitano. Che recitano, appunto. Sapete cosa significa?… Recitare non è parlare. Punto.”

    Tra le tante parti per cui lo scrittore veste i panni del muratore i dialoghi sono tra le stanze più ostiche da costruire. Immaginare i personaggi dello scritto che si sta mettendo in piedi saltare in piedi dalla pagina e mettersi a recitare… Mi sembra un’idea proprio interessante! Hai mai provato a farlo realmente? Cioè a far recitare i dialoghi che avevi scritto a qualcuno in carne e ossa?

    • Daniele Imperi
      4 aprile 2014 alle 19:43 Rispondi

      Belle anche le tue similitudini :)

      No, non ho provato a far recitare i dialoghi che ho scritto a persone vere, non saprei proprio a chi proporlo. Però sì, sarebbe interessante sentire come suonano. Penso che possiamo renderci conto meglio di come li abbiamo scritti.

      • Monia Papa
        4 aprile 2014 alle 19:44 Rispondi

        Per la cronaca: io li reciterei volentieri :)
        Ma devo ben capire che ruolo dai in genere alle donne nei tuoi scritti…

  10. Salvatore
    7 aprile 2014 alle 16:28 Rispondi

    In realtà, tutti gli addetti ai lavori e i “grandi” scrittori (nel senso di mostri sacri) raccomandano in fase di bozza di scrivere il più velocemente possibile, per poi riscrivere e correggere solo quando questa è ultimata. Tutti gli aspiranti scrittori invece dichiarano l’esatto opposto, cioè di tornare indietro a rileggere quello che si è scritto, continuamente, falciando e sforbiciando di volta in volta avverbi, ripetizioni, d eufoniche e quant’altro. Questo dovrebbe chiarire su quale sia la strada giusta da seguire, ammesso che ce ne sia una. Io, alla faccia dei mostri sacri, torno a rileggere e correggere. Non lo faccio per amore della precisione, sono troppo caotico e disattento, tanto che necessiterei di uno stuolo di editor a portata di mano per ogni riga che scrivo. Lo faccio perché trovo nella rilettura l’ispirazione che dopo qualche pagina normalmente si assopisce e la chiarezza di intenti che era, sì, chiara all’inizio, ma che purtroppo si scurisce man mano che si procede nella narrazione.
    A ognuno il proprio metodo.

    • Daniele Imperi
      7 aprile 2014 alle 17:13 Rispondi

      Io penso non ci sia un metodo giusto e uno sbagliato, dipende da come ti trovi meglio a lavorare.

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