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4 elementi importanti di una storia

4 elementi importanti di una storiaOvvero cosa può insegnare “Il giro del mondo in 80 giorni” a uno scrittore

Anche se alcuni classici andrebbero letti da ragazzi, io da ragazzo non leggevo e così ho iniziato da qualche mese a mettermi in pari, leggendo un libro moderno e un classico insieme. Verne mi piace come scrittore, assieme a Salgari è un pilastro della narrativa d’avventura.

Il giro del mondo in 80 giorni è un romanzo che mi ha fatto capire alcuni aspetti della scrittura creativa, a cui non avevo pensato. Mi chiedo se siano funzionali a tutte le storie, ma credo di no. Però sono elementi che si possono prendere in considerazione in una storia, sia insieme sia separati.

1 – La motivazione del desiderio

Si parla spesso dell’incidente scatenante come della miccia che innesca tutta la storia. Quando ne avevo parlato, avevo individuato 4 tipi di incidenti scatenanti e il desiderio del protagonista faceva parte di quell’elenco.

Mentre leggevo il romanzo di Verne, mi sono chiesto: ma è davvero sufficiente avere un desiderio, un sogno da realizzare per giustificare una storia? No, Verne ha motivato quel desiderio e la storia ha avuto diversi risvolti interessanti.

Volete conoscere questa motivazione? Allora leggete la parte nascosta. Non è comunque una parte della storia che vi rovinerà la sorpresa.

Tutto è nato al Reform Club di Londra, quando Phileas Fogg in tutta tranquillità sostenne che fosse possibile in soli 80 giorni compiere il giro del mondo, elencandone le varie tappe. Già questo – espresso come desiderio, come sogno e non come semplice opinione personale – sarebbe bastato come incidente scatenante.

Ma la storia sarebbe stata ben diversa: un ricco inglese che si mette in testa di girare il mondo in meno di 3 mesi. Verne, però, ha inserito una motivazione “sonante”: ventimila sterline in palio. Una scommessa. E questa motivazione ha dato alla storia una connotazione differente.

Adesso, rientrare a Londra entro quel tempo massimo di 80 giorni era fondamentale per vincere quei soldi – e per non perderli! E fare economia era una scelta logica, per non rendere vana la vincita.

La funzione della motivazione

È come il peperoncino sulla pasta: rende il piatto piccante, stuzzica di più. Quella piccola, ma non troppo, motivazione ha davvero fatto la differenza nel romanzo. Che ne pensate?

2 – I comprimari protagonisti

In una storia dobbiamo distinguere fra protagonista, comprimari e comparse. Il comprimario è dunque una sorta di personaggio a metà fra il protagonista e la comparsa. Nei vecchi film di Zorro, se li ricordate, lui era il protagonista, mentre il servitore muto e il sergente Garcia erano comprimari. I soldati che le prendevano sempre di santa ragione erano solo comparse.

Nel romanzo di Verne, invece, Passepartout, servitore di Phileas, diviene una sorta di comprimario protagonista: ha una parte fondamentale nella storia e funge da personaggio portante. Il rischio è che adombri il vero protagonista, ma nel caso di Verne non s’è verificato.

3 – La doppia conclusione

La storia procede secondo la strada indicata dall’incidente scatenante, ma Verne inserisce qualcosa che poi tornerà utile. In un certo senso è stato abile a non svelare troppo, così ho avuto la sorpresa finale.

La doppia conclusione non è certo sempre necessaria, ma forse in un romanzo d’avventura funziona. Se non ricordo male, anche in qualche storia di Salgari l’ho trovata. Ma ora passiamo allo spoiler.

Come sapete, se avete letto il romanzo, e come ora saprete, rovinandovi la sorpresa per colpa della vostra curiosità, Phileas vince la scommessa. Ma il romanzo si chiude anche con il matrimonio fra lui e Auda, la donna indiana salvata.

Un doppio lieto fine, dunque, lieto fine che in una storia d’avventura sta bene, è proprio ciò che si aspetta il lettore. Raddoppiare non fa che aumentare la soddisfazione dei lettori, o almeno quelli che amano combinare matrimoni fra i personaggi dei libri che leggono (come del resto faccio io, qualche volta).

La funzione della doppia conclusione

Nel romanzo di Verne è stato qualcosa di inevitabile o quanto meno, considerata l’epoca, era davvero l’unica cosa da fare. Ha snellito lavoro allo scrittore, anche, che altrimenti avrebbe dovuto trovare nuove soluzioni, una meno credibile dell’altra.

4 – Il bilanciamento fra ostacoli lievi e forti

Sappiamo anche che in una storia non deve filare tutto liscio come l’olio, ma qualche attrito qui e là deve esserci: i famosi ostacoli, gli intoppi, i personaggi che ti mettono i bastoni fra le ruote, i rompiscatole di turno, la macchina che si spegne quando 200 zombi ti stanno per raggiungere e così via.

Leggendo il romanzo di Verne ho visto che c’è stato un bel bilanciamento fra ostacoli di poco conto e ostacoli di difficile soluzione. Come al solito, parliamone nello spoiler.

L’agente Fix è uno dei più grandi ostacoli nella storia: il suo intento è quello di arrestare Phileas e, se riuscisse nell’impresa, addio vincita. È un ostacolo costante, che dà quindi alla storia mordente e suspense.

L’attacco dei nativi al treno è invece un ostacolo lieve, anche se non tanto per il povero Passepartout, ma tutto si risolve nel giro di un capitolo e non ha alcuna conseguenza sulla storia.

Nel romanzo c’è anche un ostacolo voluto dai personaggi: il salvataggio di Auda dal rogo. È una sorta di storia nella storia e cambierà anche qualcosa nel romanzo.

Sugli ostacoli tornerò a parlare in futuro con un post specifico, perché ricordo di averli individuati quando ho letto La spada di Shannara, libro che ha scatenato la mia passione per la lettura e per la scrittura di fantastico.

Ma ora ditemi: come vi sembrano questi quattro elementi? Li avete già utilizzati in una storia?

28 Commenti

  1. Sylvia Baldessari
    15 gennaio 2015 alle 07:57 Rispondi

    Buon giovedì Daniele,
    Post molto interessante, complimenti.
    Mi viene da aggiungere solo questo: bravo a rimetterti alla pari con la lettura dei libri. Per me, ce ne sono alcuni che solo durante la mia adolescenza avrei potuto leggere e fortunatamente l’ho fatto.
    Ora, alcuni romanzi, non riuscirei proprio a leggerli, nonostante la loro importanza…

    • Daniele Imperi
      15 gennaio 2015 alle 13:57 Rispondi

      Ciao Sylvia, grazie.
      Quali romanzi non riusciresti più a leggere ora?

  2. Giuseppe Vitale
    15 gennaio 2015 alle 09:11 Rispondi

    Ricordo a proposito i consigli del buon Vincenzo Cerami riguardo ai personaggi secondari, quali gli amici del protagonista e quelli dell’antagonista.Entrambi hanno la loro importanza perché portatori di tanti elementi notevoli della storia e perché permettono, alle volte, di uscire dai vicoli ciechi: un espediente artigianale niente male. Tra l’altro sono questi ultimi che popolano il subplot: il sistema di relazioni del personaggio su cui si poggia il plot: amori, parenti, amici, colleghi, maestri, mentori, ecc. Come tali tutti gli appartenenti al subplot possono apportare anche quegli ostacoli, più o meno lievi, che sono funzionali all’avventura a seconda del momento e della necessità. Non per forza ogni problema deve essere difficile: alle volte basta una scaramuccia.

    • Daniele Imperi
      15 gennaio 2015 alle 13:59 Rispondi

      Vero, anche gli amici dell’antagonista, in Mondo senza fine sono ben rappresentati.

  3. Chiara
    15 gennaio 2015 alle 10:05 Rispondi

    Penso che la motivazione del protagonista sia fondamentale soprattutto per dare veridicità e credibilità alla propria storia. Un personaggio può fare le cose più assurde, l’importante è che il lettore sappia il perché e possa condividerlo.
    Sul mio blog qualche mese ha ho scritto un articolo che si intitola “Un piccolo gesto crudele e le sue motivazioni sballate”, nel quale prendevo di mira un romanzo in cui i personaggi sembrava agissero a casaccio.

    So praticamente poco e nulla sulla doppia conclusione. Ti andrebbe di approfondire in un post futuro? :)

    • Daniele Imperi
      15 gennaio 2015 alle 14:00 Rispondi

      Ok sulla doppia conclusione, adesso che ci penso anche in un altro romanzo c’è. Ci ragiono su e scrivo un post :)

  4. Salvatore
    15 gennaio 2015 alle 10:28 Rispondi

    Adoro questo romanzo! Lo ricordo poco, ma mi è piaciuto molto. Anche la doppia conclusione mi è sempre piaciuta. Io sono per una conclusione carica, intensa, anche tripla se serve; dipende da quanti personaggi principali o importanti si sta gestendo. Nel mio romanzo sto lavorando in questa direzione.

    La motivazione, l’incidente scatenante, è ciò che dà senso alla storia e non se ne può fare a meno. In un thriller questo corrisponde anche con il taglio che l’autore vuole dare alla storia, cioè il modo in cui decide di suggerirne la lettura al lettore. Quindi è fondamentale.

    I comprimari, cioè le spalle, invece mi sanno di antiquato come concetto. Nella vita vera nessuno è comprimario di qualcun altro. Ognuno cerca di vivere semplicemente la propria vita meglio che può e, nella propria realtà, ciascuno è il protagonista. Chiaro, poi, che come ruolo si possa anche svolgere un compito secondario o essere in una posizione subordinata rispetto a un altro. Semmai, la spalla, la vedrei in quest’ottica, cioè depurata dalla caricatura un po’ retrò.

    Sul bilanciamento degli ostacoli, invece, non credo di aver capito bene cosa intendi.

    • Daniele Imperi
      15 gennaio 2015 alle 14:21 Rispondi

      Non come i comprimari come antiquati. Nella vita reale è vero che nessuno è comprimario di un altro, ma dipende da come vedi la situazione. Anche in un romanzo è così: la figura del comprimario è solo quella di un personaggio che non ha la stessa importanza del protagonista in quella precisa storia.
      Per bilanciamento degli ostacoli intendo che non esiste soltanto il grande ostacolo che impedisce al protagonista di arrivare alla sua meta, che lo rallenta pagina dopo pagina, ma esistono anche ostacoli più lievi, problemi di piccola portata che comunque il protagonista deve superare.

  5. LiveALive
    15 gennaio 2015 alle 10:50 Rispondi

    Esistono testi (e film, e qualsiasi cosa su basi generalmente su una narrazione) che distruggono le basi stesse della trama, arrivando magari a puntare tutti i riflettori sull’allegoria, o sulla struttura, eccetera. Ciò nonostante creare una trama tradizionale senza un desiderio alla base è molto difficile: perché il personaggio dovrebbe agire, altrimenti? …la motivazione del desiderio non credo sia quella che indichi tu. Quella è indichi è il rischio, la posta in palio. Anche questo è un cardine: perché dovrei interessarmi alla storia se il personaggio tanto non rischia nulla? Come faccio a condividere il suo desiderio?
    Il comprimario protagonista non mi convince più di tanto per il semplice fatto che le classi di personaggi non sono compartimenti stagni, e dunque è normale trovare figure intermedie. Un po’ come Sonja in Guerra e Pace, che sta a mezza via tra Natasha e i servitori? Però mi chiedo: non è che lo definisci comprimario solo perché è un servitore? (il servo di Padrone e Servitore di Tolstoj è protagonista lo stesso) Oppure, non è che lo definisci protagonista solo perché ha una parte sostanziosa nella storia? (anche Bertuccio nel Conte di Montecristo ha la sua storia personale, ma rimane un comprimario)

    • LiveALive
      15 gennaio 2015 alle 11:55 Rispondi

      La doppia conclusione mi pare estremamente comune: basti pensare all’episodio secondo (quinto film) di star wars… Semplicemente ci sono più premi, uno dei quali magari – proprio il matrimonio in genere – serve a dare un sugello disteso e rilassato.
      Il bilanciamento degli ostacoli è sempre fondamentale, già. Credo però che ogni cosa dovrebbe avere il suo scopo: tutto ciò che accade dovrebbe avere una conseguenza sulla storia. Anzi, può anche non avercene, ma comunque deve fare qualcosa: può anche essere solo una allegoria, o fare da bilanciatore per la struttura. Pensa agli eventi senza conseguenze del libro: forse creano un particolare ritmo? Forse servono a rendere, per contrasto, più forti o più rilassati quelli che vengono dopo?

      • Daniele Imperi
        15 gennaio 2015 alle 14:26 Rispondi

        Non tutti gli ostacoli di quel romanzo avevano uno scopo. Se ne togli qualcuno, la storia funziona lo stesso. Forse hanno uno scopo per l’autore, che io non vedo.

    • Daniele Imperi
      15 gennaio 2015 alle 14:24 Rispondi

      Secondo me invece quella era una motivazione: c’è una scommessa di mezzo e quella scommessa ha dato il via alla storia.
      Non definisco comprimario Passepartout perché era il servitore, ma perché non era il vero protagonista del romanzo.

  6. Lisa Agosti
    15 gennaio 2015 alle 17:06 Rispondi

    Mi piace moltissimo l’idea dello spoiler a tendina, da aprire solo in caso di previa conoscenza degli avvenimenti citati (o in caso di curiosità patologica):)

    • Daniele Imperi
      15 gennaio 2015 alle 17:20 Rispondi

      Si usa nei forum, anche se con un sistema diverso. Questo si chiama “toggle”. Deduco che sei andata a sbirciare :D

      • Lisa Agosti
        15 gennaio 2015 alle 20:13 Rispondi

        Ovviamente. Non credo di aver mai letto l’intero libro di Verne, né di aver visto il film da capo a fine. Però tra scuola e tv conoscevo già la storia. Mi è venuta voglia di rileggerlo per intero.

  7. Tenar
    15 gennaio 2015 alle 17:32 Rispondi

    Bello questo post! E poi amo Verne!
    Questi quattro elementi funzionano alla grande. La doppia motivazione, esterna e interna. Una è puramente psicologica “voglio dimostrare che ce la posso fare” l’altra è pratica “se non ce la faccio finisco in miseria” quando hai una partenza così è tutto in discesa, il protagonista è super motivato. Ottimo anche il resto. Anche la doppia conclusione non è da sottovalutare. Spesso la uso in chiave agrodolce, qualcosa è riuscito, ma qualcos’altro no. Considerato come vanno le storie d’amore nelle mie narrazioni, mi sa che Adua avrebbe detto no…

    • Daniele Imperi
      15 gennaio 2015 alle 18:12 Rispondi

      Grazie :)
      Non avevo pensato alla duplice natura della motivazione, esterna e interna. Vero! In quel modo funziona di più. Credo che nei prossimi romanzo mi concentrerò proprio su questa doppia motivazione.

  8. Grazia Gironella
    15 gennaio 2015 alle 18:45 Rispondi

    La motivazione del protagonista è bene che sia più che solida. Con tutto quello che gli facciamo capitare, se non è solida il lettore si domanderà perché non molli tutto. Anche il susseguirsi di problemi, ostacoli e contrattempi è importante, perché non si riuscirebbe a reggere la lunghezza di un romanzo solo su pochi punti importanti; resterebbe troppo spazio per i riempitivi… e la noia.

    • Daniele Imperi
      15 gennaio 2015 alle 18:49 Rispondi

      Proprio sugli ostacoli voglio scrivere un articolo, facendo anche un raffronto con il fantasy. Sulla motivazione hai ragione, ecco perché vorrei studiarmela bene prima di iniziare un romanzo.

  9. Giuseppina Oliva
    16 gennaio 2015 alle 13:24 Rispondi

    Mmmh… sono elementi essenziali. Non mi sono mai soffermata a pensarci, ma credo che siano gli elementi base per ogni genere di storia… certo il doppio lieto fine no… ultimante se ce ne è già uno è un miracolo.

    :D

    • Daniele Imperi
      16 gennaio 2015 alle 13:38 Rispondi

      Forse la doppia conclusione no, non l’ho sempre trovata, così come un comprimario che avesse tanto spazio.

  10. Renato Mite
    16 gennaio 2015 alle 14:21 Rispondi

    Io credo che a parte il doppio finale, gli altri elementi siano tutti necessari, soprattutto gli ostacoli.

    • Daniele Imperi
      16 gennaio 2015 alle 14:33 Rispondi

      Sì, gli ostacoli lo sono, io parlavo di una giusta misura fra quelli veramente necessari e altri minori che danno un po’ di condimento alla storia.

      • Renato Mite
        16 gennaio 2015 alle 14:38 Rispondi

        Hai ragione, l’equilibrio serve anche fra i momenti difficili e momenti di rilassamento dopo aver superato gli ostacoli. Riuscire a dosare tutto nella giusta misura fa la differenza e rende un libro un buon libro.

  11. Ryo
    16 gennaio 2015 alle 16:13 Rispondi

    Dobbiamo fare Flic-flac: io per lo stesso motivo ho appena letto 20000 leghe sotto i mari!

    • Daniele Imperi
      16 gennaio 2015 alle 16:57 Rispondi

      Bello anche quello, l’ho letto qualche anno fa. Prima o poi rimedio l’opera completa di Verne. Piano piano :)

  12. Kinsy
    17 gennaio 2015 alle 18:12 Rispondi

    Sto proprio rileggendo questo romanzo alle mie bambine, un capitolo a sera, prima di dormire. A parte la gioia per avere una scusa per rileggere questo libro favoloso e approfittare per fare un po’ di geografia extra con la primogenita (6 anni), ora avrò un occhio di riguardo in più. Sicuramente i quattro punti da te evidenziati sono stati determinanti per garantire il successo che ha avuto e che ancora ha il romanzo. A me, poi, piace molto come Verne ha mostrato il protagonista, descrivendo solo quello che gli altri vedono di lui ed invogliandoti a proseguire la lettura per capire cosa c’è sotto la corazza dell’inglese rigido ed impassibile, che improvvisamente decide di fare un viaggio così avventuroso, senza dimostrare particolare interesse…

    • Daniele Imperi
      18 gennaio 2015 alle 10:15 Rispondi

      Come romanzo può essere adatto anche a un pubblico di bambini, in effetti. Hai ragione sul protagonista, è l’unico dipinto poco alla volta e con pochi tratti.

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