
Indice degli argomenti
Un giorno dei primi di agosto, avendo quasi concluso gli ultimi lavori da consegnare, ho deciso di trascorrere un’intera giornata lavorativa per portare avanti il mio romanzo storico.
Otto ore di scrittura.
Più volte, nelle biografie di autori famosi o in qualche loro intervista, ho letto di sessioni di scrittura di 8 ore, quindi una tipica giornata lavorativa. Spesso parlavano di riuscire a scrivere 2000 parole al giorno.
Il mio obiettivo, anzi la mia speranza, era di emulare quelle corpose e fruttuose sessioni di scrittura. Infine, però, mi sono scontrato con la realtà, una realtà che dipende anche e soprattutto dal genere di romanzo da scrivere.
Un’esperienza immersiva nella scrittura
C’è da chiedersi se sia sostenibile per la mente scrivere per otto ore al giorno, mai consecutive perché bisogna pranzare e… andare in bagno. Quindi essere creativi per un’intera giornata.
Gli scrittori americani sono più fortunati di noi: hanno un anticipo, sono famosi, quindi per loro è un lavoro come un altro: meraviglioso quanto volete, ma pur sempre un lavoro.
La mia è stata un’esperienza immersiva nella scrittura di narrativa, utile anche per saggiare i propri limiti. Il risultato, come leggerete, è stato decisamente inferiore alle aspettative, ma comunque non mi lamento.
Immergersi per un’intera giornata nella scrittura significa portare la mente ben oltre il consueto. Come dico sempre, un conto è scrivere un articolo per il blog e un altro è scrivere narrativa: nel primo caso si tratta di documentazione + tecnica, nel secondo di documentazione + creatività.
Nella scrittura creativa inventiamo da zero, quindi lo sforzo mentale è superiore rispetto alla scrittura di articoli.
8 ore di scrittura sono meno di 8 ore
La matematica non è un’opinione: e questo è ancora valido. Tuttavia credo sia impossibile scrivere di continuo per due blocchi di 4 ore ciascuno.
Quindi otto ore di scrittura, alla fine, non equivalgono a otto ore effettive di scrittura.
Ho detto che molto dipende dal genere di romanzo da scrivere. Quando pensavo alla scrittura di romanzi storici, immaginavo di avere una documentazione di base sul periodo storico: leggere una serie di libri, insomma, prima della stesura.
Ma non è così, come ho potuto vedere. Conosco già il periodo storico di cui scrivere, ma finora – al sesto capitolo da poco iniziato – ho già letto/consultato 97 opere fra saggi, biografie, carteggi, archivi di quotidiani d’epoca, articoli, riviste (escludendone altrettante o più che non mi sono state utili). E sono quasi a metà del romanzo.
Per ogni scena da scrivere devo documentarmi, sfogliare carteggi, saggi, biografie, fare ricerche su internet o in biblioteca e infine confrontare le fonti, perché spesso c’è chi la racconta in un modo e chi in un altro. I ricordi dei personaggi storici (reali, quindi) si sovrappongono ad altri ricordi, si deformano per via del tempo trascorso, le date si scoprono errate, i dettagli sfumano, ma si ritrovano altrove.
Le ore passano e non sono tutte ore di scrittura, perché molte si consumano nella ricerca.
Non so immaginare il lavoro che occorra per scrivere un romanzo storico sul Medioevo o sull’Evo antico.
Un risultato magro, ma non troppo
Non mi lamento del risultato, anche se è stato la metà delle aspettative: 1000 parole.
Quel giorno ho avuto di sicuro bisogno di una documentazione maggiore, poiché ricordo che tempo prima in meno della metà delle ore scrissi oltre 700 parole.
Se avessi potuto scrivere ogni giorno per 8 ore – togliendo il fine settimana – avrei scritto i cinque capitoli e mezzo in 3 mesi o poco più.
Ma la storia, né la vita, non si fa con i “se”, come diceva sempre mio padre.
Scarica il post in PDF
Orsa
La produttività letteraria non si misura con la stessa metrica di un lavoro d’ufficio: la creatività non è una catena di montaggio, e ogni scena, ogni dettaglio – soprattutto nel romanzo storico – pretende un suo tempo di maturazione. Alla luce di questo 1000 parole non rappresentano affatto un bottino magro. Mille parole nate così valgono più di duemila buttate giù di corsa. Tuttavia sì… anch’io sarei rimasta delusa
Daniele Imperi
Sono d’accordo sulla produttività letteraria, che richiede immaginazione, ripensamenti, aggiustamenti, quindi non si può misurare come un comune lavoro d’ufficio. Però, comunque, romanzieri e saggisti si danno un orario di lavoro, altrimenti non concluderanno nulla. È quanto ho voluto provare io.
Un giorno proverò le 8 ore di scrittura su un racconto che non richieda documentazione o ne richieda pochissima.
Grazia Gironella
Otto ore… Hai tutta la mia ammirazione, soprattutto per il mix documentazione-stesura. Non ho mai pensato di scrivere un romanzo storico, in parte perché non corrisponde ai miei gusti (anche di lettura, con eccezioni), in parte perché la mole di informazioni da raccogliere mi mette soggezione, anzi, mi terrorizza. Di certo scrivere usando soltanto la fantasia rende le otto ore molto più abbordabili.
Daniele Imperi
La mole di informazioni da raccogliere mette soggezione anche a me… ma piacendomi il genere storico, me ne faccio una ragione. Sicuramente scrivere una storia ambientata nel nostro tempo, magari di vita familiare, permette in otto ore di accumulare anche ben più di 2000 parole.
Luciano Cupioli
Ci sono giorni in cui rimango per ore su una frase, riscrivendola o rivedendola fino a quando non mi convince appieno, e altri un cui, ispiratissimo, butto giù un mare di parole che non necessitano quasi di revisione. Un giorno intero da dedicare alla scrittura, svincolato da qualsiasi impegno e necessità, non credo mi sia mai capitato, ma non sono certo che scriverei di più perché avrei più tempo continuativo. Nella mia memoria ho sempre il record di un sabato pomeriggio in cui mi sedetti al pc e in poche ore, quasi senza accorgermene, scrissi ben tre capitoli: li rivedetti, certo, ma che soddisfazione! Da allora ho capito che più del tempo conta la vena ispirativa. Se hai otto ore ma non ci sei, è meglio lasciare perdere…
Daniele Imperi
3 capitoli in un solo pomeriggio mi risolverebbero parecchio!
Comunque sono d’accordo che conta anche essere ispirati, invogliati a scrivere, altrimenti sarebbero 8 ore buttate.
maria cristina
Trovo sempre argomenti e spunti interessanti in questo blog (che seguo da un pò), complimenti!
L’argomento di oggi mi porta alla mente quel che scrisse Gabriel Garcìa Marquez in alcune delle sue lettere spedite all’amico Mendoza negli anni dal 1966 al 1968, durante la stesura e dopo il successo (straordinario e meritatissimo!) del suo monumentale romanzo ‘Cent’anni di solitudine’. Ne condivido alcuni passaggi: ‘[…] Scrivo dalle nove di mattina alle quattro del pomeriggio, pranzo, dormo un’ora e poi correggo i capitoli iniziali, a volte fino alle due o alle tre di notte. Non mi sono mai sentito meglio: mi esce tutto a fiumi. […] Quando parli della mia “disciplina di ferro” mi fai un complimento immeritato. La verità è che la disciplina te la dà il tema stesso. Se quel che stai facendo ti sta davvero a cuore, se ci credi, se sei convinto che è una bella storia, non c’è nulla che ti interessi di più al mondo e ti siedi a scrivere perché è l’unica cosa che vuoi fare […]. Per me è quella la chiave decisiva per capire cos’è che sto facendo: se non ho voglia di sedermi a scrivere, è meglio lasciar perdere e aspettare che arrivi una storia migliore’.
Immenso. Non posso che condividere.
Daniele Imperi
Grazie Maria Cristina. La disciplina ci vuole nella scrittura, ma credo che il tema non sia il solo a dartela, devi riuscire a importela.