Tenere in tensione il lettore

Tenere in tensione il lettore
Come far leggere una storia dall’inizio alla fine

Ci sono libri che costringono il lettore a restare incollato alle pagine, ad andare avanti, a portarsi appresso il romanzo ovunque, a non poterne fare a meno. A me libri così sono capitati, qualcuno era un capolavoro, qualcun altro no, ma comunque dovevo continuare a leggere per sapere come andava a finire il capitolo e poi tutta la storia.

Che cosa hanno quei romanzi? Ho voluto creare una specie di ricetta per tenere i lettori in tensione e obbligarli a non separarsi dalla storia che stanno leggendo. Non è mia questa ricetta, io l’ho solo ricavata leggendo e scoprendo che in quei romanzi c’erano questi ingredienti.

Il 1° capitolo è la chiave

Io lo ripeto sempre perché ne sono convinto al 100%. Prima di comprare un libro ne leggo l’incipit. Ci sono incipit che mi fanno allontanare dai libri, magari è lo stile dello scrittore – ognuno ha i suoi gusti – magari è proprio la scena che l’autore ha scelto come inizio per la sua storia.

È differente se conosco bene l’autore. Se apro un romanzo di Salgari – che poi ha usato incipit diversi – so che cosa mi aspetterò da quella storia, quindi in quel caso, se l’incipit non è proprio di mio gradimento, continuo la lettura lo stesso.

Il primo capitolo, però, secondo me è la prima arma che ha lo scrittore per catturare i suoi lettori. Nel primo capitolo io mi aspetto:

  • di capire più o meno che storia sto leggendo
  • che fra poco succederà qualcosa di grosso
  • che la vita di uno o più personaggi cambi drasticamente
  • che ci siano elementi di mistero che saranno svelati pian piano.

Non per forza in quest’ordine e non per forza tutti questi elementi. Certo, dipende anche dal genere di storia che stiamo leggendo. In gran parte io leggo fantastico, o anche thriller, e in quei casi per forza succede qualcosa e presto. In un classico è più difficile, così come nel mainstream.

E in quei casi come tengo il lettore in tensione? Come lo convinco a leggere il secondo capitolo? Ho a disposizione una storia forte – devo quanto meno inventarmela – e uno stile di scrittura che farebbe leggere anche uno che odia la lettura.

La suspense alla fine di ogni capitolo

È una cosa che apprezzo sempre, in ogni storia in cui c’è. Finire il capitolo lasciando il lettore a bocca asciutta, senza dargli la soddisfazione di sapere cosa accadrà.

Dovrà voltare pagina per scoprirlo, dovrà leggere il secondo capitolo, poi il terzo, il quarto e così via. E alla fine, senza che se ne accorge, ha letto tutto il libro.

Parliamoci chiaro: perché devo leggere il secondo capitolo? Cosa mi spinge a farlo e a non chiudere il libro? E perché dopo il secondo dovrei leggere il terzo?

Non dico che la suspense debba essere altissima, come accade nei soliti film sui dirottamenti degli aerei. Dipende dal capitolo, ovvio. Ma io la voglio. E la sto mettendo in ogni capitolo – anche se non sono propriamente capitoli – della mia storia P.U.

La curva della tensione nel capitolo

Esiste una curva – che io non osservo mai – che rappresenta la sequenza tradizionale della trama. Nell’immagine che vedete l’ho realizzata tradotta in italiano. Esiste un inizio, in cui si espongono i fatti e comincia anche l’avventura. Quindi ecco arrivare i primi problemi – gli ostacoli! – e la tensione. C’è quindi un’azione crescente, un crescendo di emozioni fino a raggiungere il climax, il punto più alto.

Curva della storia

Da qui la curva inizia a scendere, la tensione decresce perché arrivano le soluzioni fino a sfociare nell’esito finale e nella chiusura della storia.

Ma se questa è la curva della tensione dell’intera storia, non possiamo tracciare un’ipotetica curva anche per ogni capitolo? Io credo sia impossibile, perché ogni capitolo è un tassello dell’intero puzzle e ha quindi caratteristiche differenti dagli altri.

Curve anomale, dunque, per i capitoli, anche perché ne ho letti alcuni riposanti, in cui non accadeva nulla, ma che non annoiavano, avevano una loro utilità. I personaggi hanno anche diritto di riprendere fiato e di tirare le somme, no?

I colpi di scena

Secondo voi è giusto abbondare di colpi di scena? No, almeno per me. Sono come colpi in canna da sparare al momento giusto. Però servono, rendono la storia più credibile – appunto se non se ne abusa – e più vivida.

L’astuzia: ovvero non farsi anticipare dal lettore

I due fidanzatini che litigano e poi fanno pace. Le due amiche del cuore che arrivano a odiarsi e poi il perdono. È accaduto varie volte che ho anticipato lo scrittore. C’è anche da dire che qualche volta lo scrittore non fa nulla per non farsi anticipare, nel senso che vuole che il lettore capisca.

La tecnica della carota e del bastone applicata alla narrativa: ok, ti ho ammazzato il personaggio a cui tenevi tanto, però faccio sposare quella coppietta che ti sta simpatica. Siete d’accordo?

La tensione diminuisce all’avvicinarsi della fine

Come vuole la curva della trama. Ma è normale, altrimenti la storia non avrebbe fine. E anche se la storia non finisce – saghe e trilogie infinite – comunque quella curva deve scendere. Fra una storia e l’altra deve riprendere fiato anche il lettore, non solo i personaggi.

Come tenete in tensione i vostri lettori?

Trovate gustosi questi ingredienti per la ricetta della tensione? Quali usate di solito e quali altri aggiungereste?

Categoria postPublicato in Scrittura - Data post6 maggio 2014 - Commenti35 commenti

DanieleDaniele Imperi

Sono blogger e web writer e scrivo e leggo ogni giorno. Oltre a Penna blu, ho creato e gestisco i siti su Cormac McCarthy e Edgar Allan Poe. Leggi di più nella mia biografia.

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Commenti
  • Fabio Amadei 6 maggio 2014 at 07:34

    Il genere aiuta molto. In un giallo viene naturale creare della tensione e dei colpi di scena. In un libro umoristico e’ più difficile.
    Penso che sia più importante , in tutti i generi di scrittura, rendere la storia fluida e scorrevole. Come bere dopo una lunga corsa. Il lettore deve essere coinvolto in una storia o da personaggi avvincenti e stimolanti.

    • Daniele Imperi 6 maggio 2014 at 09:12

      Sai che non credo che in un romanzo umoristico non ci possa essere questa tensione? Prendiamo alcuni fumetti, come Alan Ford e Leo Pulp o anche il mitico Nick Carter – il mio personaggio a fumetti preferito: si tratta di fumetti polizieschi e noir e anche se ti facevi 4 risate, c’era tensione, non certo come un thriller, ma c’era.

  • Fabio Amadei 6 maggio 2014 at 11:06

    Hai ragione, i grandi magnus e bunker creavano delle storie avvincenti e molto divertenti. Forse nell umoristico la tensione e’ meno appariscente ma c’è lo stesso.

  • Tenar 6 maggio 2014 at 11:33

    In generale cerco di seguire le tue linee guida. Il problema è che tra tentare e riuscire spesso c’è una bella differenza…

  • GiD 6 maggio 2014 at 12:10

    Le chiusure di capitolo con “l’aggancio” al capitolo successivo sono sempre un tocco di classe. Mi piace leggerle e mi piace scriverle. Forse, però, inserirle in ogni singolo capitolo rischia di rendere il tutto un po’ artificioso
    Le chiusure a effetto vanno alternate, credo, a chiusure più soft, fermo restando che ogni capitolo deve comunque mantenere vivo l’interesse verso la storia.

    Io, poi, sono uno di quei lettori a cui piacciono anche le anticipazioni della voce narrante. Si potrebbe pensare che smorzino la tensione ma, se ben usate, hanno esattamente l’effetto contrario. Rendono il tutto più intrigante.

    Su dove posizionare i colpi di scena si potrebbe discutere parecchio. Io credo che IL colpo di scena, quello importante, debba fare da trampolino al climax. Appena prima della scena madre, se vogliamo dire così. E’ nel momento che precede lo scontro che devi scoprire che il cattivo di turno è quello che ha ucciso i tuoi genitori. E’ prima del matrimonio che devi scoprire che Lei ti ha tradito.
    Il colpo di scena, se deve esserci, deve innescare il climax.

    Per quanto riguarda la curva della tensione, io conoscevo uno schema a doppia curva, denominato spesso “tendone sbilenco”, che in pratica prevede due punti di tensione (il primo minore, il secondo maggiore) e un “punto di morte” (il momento “tutto è perduto”) nel mezzo della storia.
    E’ uno schema che spunta spesso quando si parla di sceneggiatura di fumetti, ma applicabile anche a molti film.

    • Daniele Imperi 6 maggio 2014 at 12:21

      Sì, concordo di alternare chiusure a effetto con altre più leggere. Poi dipende sempre da cosa stiamo scrivendo, da ciò che succede in un capitolo.

      Ho visto anche io quello schema a doppia punta. Magari dipende dalla storia su quale usare.

  • animadicarta 6 maggio 2014 at 15:22

    Per mantenere la tensione, oltre a un colpo di scena ogni tanto (sono d’accordo con te che non bisogna abusarne), doso con il contagocce le informazioni. Il lettore ha bisogno di sapere cose nuove, altrimenti si annoia, ma va anche tenuto un po’ sulle spine!
    Inoltre cerco di inserire il “fattore tempo”, una dead line che metta i protagonisti sotto pressione.

    • Daniele Imperi 6 maggio 2014 at 17:08

      Giusto, non dare subito tutte le informazioni. Che intendi di preciso per fattore tempo? Fare qualcosa entro una data stabilita?

  • animadicarta 6 maggio 2014 at 17:18

    Sì, dare una scadenza precisa all’obiettivo, è la tecnica del “ticking clock”. Ho scritto qualcosa sull’argomento sul mio blog qualche tempo fa, ma non ti metto il link perché so che non è carino… :)

  • franco zoccheddu 6 maggio 2014 at 19:05

    Mi coinvolgono le storie strutturate “a spirale”, mi spiego: ti viene data una panoramica della situazione, ma superficiale. Poi si torna con un giro che inserisce altri particolari, , e così via con l’impianto che si determina sempre più chiaramente. Se è fatto con stile, senza enfatizzare il meccanismo, ti senti come ingoiare dalla trama e non puoi più fuggire alla lettura.

  • Seagal93 6 maggio 2014 at 19:13

    Ciao :)

    La curva della tensione, molto simpatica :)
    A me piacciono storie ricche di dialoghi, per me la tensione va creata con i dialoghi. Tanti e taglienti.

    Quindi: una buona storia, non svelare troppe informazioni, creare una piccola suspance ad ogni fine capitolo, e tanti dialogi decisi e senza fronzoli :)

    Questa è la mia ricetta. Se mai riuscissi a creare la giusta storia, il giusto intreccio, scriverò il mio libro seguendo queste direttive.

    Comunque grazie del post :)

    • Daniele Imperi 6 maggio 2014 at 19:27

      I dialoghi possono creare tensione, ma sicuro che ne vadano messi tanti?
      Grazie a te della lettura :)

      • Seagal93 6 maggio 2014 at 19:35

        Per tanti intendevo “una buona dose” eheh :)
        Io ho bisogno di dialoghi, mi piacciono un sacco. Infatti, quando scrivo qualcosina, principalmente sono dialoghi.

        Se i dialoghi non funzionano o sono pochi, rischio di annoiarmi XD

  • Grazia Gironella 6 maggio 2014 at 21:31

    Sto per uscire con un post di argomento molto simile.
    Mi piace chiudere i capitoli lasciandoli in sospeso (quello che in inglese definiscono cliffhanger), soprattutto quando il capitolo successivo presenta un’altra scena e altri personaggi. Però sono d’accordo con GiD che questa tecnica stufi se viene usata troppo spesso. Ma questo vale un po’ per tutto: ciò che si ripete perde di impatto. Persino le frasi sincopate, che di per sé accelerano il ritmo e aumentano la tensione, se insisti troppo fanno un effetto mitragliatrice quasi ridicolo (parere personale!).
    Crea tensione anche il personaggio che si comporta in modo strano oppure tace qualcosa; il lettore capisce che ha suoi motivi nascosti, ma quali siano lo scopre solo più avanti.

    • Daniele Imperi 7 maggio 2014 at 07:44

      No, infatti cerco di non abusarne e non credo siano efficaci e funzioni su ogni capitolo. La tensione data dal personaggio, come dici, è buona, non ci avevo pensato.

  • antonio 6 maggio 2014 at 23:26

    Non sono molto d’accordo con quanto detto a proposito dell’incipit. Bisogna considerare innanzitutto il motivo per cui si legge.
    Non vedo quindi di buon occhio il fatto che l’incipit debba essere necessariamente la chiave per la lettura di un libro, cioè non mi piace l’idea che ci debba essere un buon incipit, altrimenti il lettore va a finire che mette da parte il libro e si dedica a qualcos’altro, o si rivolge ad un libro più interessante appena dopo le battute iniziali se non sono di suo gradimento.
    Uno che scrive non è mica un catturatore di anime, e uno che legge non è che deve giudicare un romanzo solo dalle prime parole.
    Leggiamo il libro fino alla fine e poi ne discutiamo.

    • Daniele Imperi 7 maggio 2014 at 07:47

      Antonio, se a me le parole della prima pagina di un libro non mi attirano, io quel libro non lo leggo. Lasciamo da parte lo stile dello scrittore: se scrivi in un modo che a me non piace, mi dispiace ma non ti leggo, anche se hai scritto una storia bellissima.

      Se la tua scrittura non mi dispiace, ma dal tuo incipit io non capisco nulla, o non succede niente, o perfino lo trovo noioso, allora desisto e non compro quel libro.

      Io leggo per due motivi: per svago e per imparare a scrivere.

      • antonio 7 maggio 2014 at 19:52

        Penso che la lettura non sia una questione di attrazione, più o meno fatale.
        A costo di ripetermi, dico che molto dipende da cosa si cerca nella lettura, e che lo stile, per uno scrittore, è una delle cose più importanti, se non la più importante.
        Sarà per questo che, in genere, leggo autori che hanno uno stile non proprio semplice e che ai più, me compreso, può anche non piacere. Ma è proprio dalla lettura delle opere di tali autori che trovo lo stimolo a ricercare un senso in ciò che scrivono ma soprattutto ad imparare da come lo scrivono, tanto che della storia narrata spesso mi rimane poco.
        Ad un incipit che sembra poco interessante può far seguito una storia, e comunque un romanzo, più che interessante.
        Un incipit che si presenta come poco attraente dovrebbe rappresentare uno stimolo in più per continuare nella lettura, e nel dire questo ovviamente sto facendo riferimento ad autori di un certo spessore letterario, da cui posso trarre qualche insegnamento per apprendere gli strumenti ed i trucchi per imparare a scrivere.
        La lettura non lo considero affatto uno svago, anzi, al pari della scrittura, è un lavoro, un duro travaglio. E chi scrive con l’idea di far divertire o far svagare il lettore per me è qualcosa di diverso da uno scrittore.

        • Daniele Imperi 8 maggio 2014 at 07:36

          In un certo senso ti do ragione, però la lettura è sempre personale e non puoi sapere che effetto fanno le tue parole in un lettore.

          Io non faccio testo, ovvio, e parlo in base alla mia esperienza. Se in libreria apro un libro e leggo l’incipit e né stile né quello che leggo mi attraggono, non compro quel libro.

          La lettura per me è studio, certo, ma in alcuni casi anche svago.

  • Ivano Landi 7 maggio 2014 at 11:53

    Un libro da cui proprio non riuscivo a staccarmi è stato Uomini che odiano le donne, che ho avuto la fortuna di leggere nell’originale svedese (fortuna nel senso che ho potuto leggerlo prima che ne venisse tratto il film, così non sapevo chi era l’assassino, eh eh).
    Per quanto riguarda la mia di scritture, mi è stato fatto notare da più di una persona che riesco a tenere sempre ben desta l’attenzione del lettore, quindi posso ritenermi soddisfatto da questo punto di vista.
    In quanto agli ingredienti che descrivi, non li avevo mai elaborati mentalmente in modo così sistematico, ma mi accorgo che mi viene spontaneo aderirvi.
    E, per finire, i miei complimenti per l’ennesimo post impeccabile.

    • Daniele Imperi 7 maggio 2014 at 15:17

      Grazie Ivano.
      Riuscire a mantenere l’attenzione del lettore è un ottimo risultato: indice di gradimento. Tu parli svedese?

      • Ivano Landi 7 maggio 2014 at 15:40

        Ho vissuto per alcuni anni in Svezia. Comunque è meglio dire, allo stato attuale delle cose, che “leggo” svedese piuttosto che “parlo” svedese. Non avendolo più parlato, ormai sono regredito al livello del troglodita nella conversazione.

  • Ulisse Di Bartolomei 7 maggio 2014 at 20:34

    Salve Daniele.
    Anch’io se inizio un libro devo leggerlo sino alla fine, anche nel caso lo ravvisi mediocre o sgradevole per qualche motivo. Credo che sia uno dei fattori che mi ha allontanato dalla fruizione della narrativa. Leggo anzitutto roba tecnica poiché temo la delusione! L’ho capito adesso leggendo il tuo articolo. Nell’adolescenza odiavo i fumetti con le storie spezzate in due uscite e infine sono rimasto affezionato ad Alan Ford in quanto ogni storia conteneva un senso compiuto, anche se veniva ripresa in successivi episodi. Mi sembra che fosse anche un modo furbo per gestire gli ambienti. Certamente lasciare un aggancio al prossimo capitolo tiene in tensione il lettore, ma va fatto in modo che non si noti una strategia, altrimenti diventa un tedio. Tutto l’inviluppo della storia dovrebbe suscitare l’interesse a “percorrerla”, ma questo non credo che sia sempre facile da ottenere.

    • Daniele Imperi 8 maggio 2014 at 07:39

      No, io mi sono imposto di abbandonare i libri che fatico a leggere. E capisco la delusione di cui parli, anche io leggo più autori vecchi che nuovi, ma ogni tanto scopro nuovi scrittori molto validi.

      E, riguardo alla tensione, giustamente nessuna strategia forzata a fine capitolo.

  • Salvatore 9 maggio 2014 at 16:32

    Una cosa da non sottovalutare è anche la voce di chi narra. Personalmente ho sempre sottovalutato quest’aspetto, supponendo che il “super narratore”, come mezzo, andasse bene sempre e ovunque. Ultimamente invece ho presso maggiore coscienza di quanto possa essere utile scegliere una voce narrante ben precisa e usare il super narratore solo se non si trova un’alternativa migliore. Se la voce narrante è autorevole, riguardo ai fatti narrati, e dispone di un carisma intrinseco allora è probabile che il lettore sia spinto a continuare a leggere.

  • Nani 10 maggio 2014 at 03:15

    Ciao a tutti. Scusate la goffagine, ma siccome è la prima volta che scrivo, mi sembrava educato presentarmi: sono Nani. Tutto qui.
    Daniele, questo articolo lo trovo molto interessante, sai? Anche se alcune cose scritte nei vari punti mi sembra sia un po’ complicato incastrarle. Ad esempio la curva della tensione applicata ai singoli capitoli.
    Ricordo un romanzo, letto secoli fa, che usava la tecnica della sospensione tra capitoli. Non ricordo nemmeno il titolo o la trama, ma ricordo bene questa continua spinta ad entrare nel capitolo successivo. La tecnica era semplice: taglio a metà il capitolo nel mezzo dell’azione e faccio partire un altro capitolo. Del tipo “to be continued…”. Odioso! Odioso davvero. Ed alla fine cosa mi è rimasto? Questa sensazione di insaziabile curiosità e di nottate passate insonni. Certo, l’autore ha avuto soddisfazione, ha trovato quello che cercava, ma io l’ho odiato comunque.
    In un caso perfetto come questo, la curva della sospensione nel capitolo è un’eresia. Se la linea, la curva, o quello che è, deve discendere verso la fine del capitolo, la suspance viene in qualche modo saziata e il lettore si ritrova appagato, non viene spinto verso il capitolo successivo. Io non disprezzo questo metodo dell’appagamento, a dir la verità. Non mi piace che il lettore sia costretto a spingersi oltre coercitivamente, se posso usare il termine strampalato. Mi piace l’idea che egli possa fermarsi e prendere fiato, digerire il capitolo e andare avanti se e quando ha piacere.
    Allo stesso modo non sono d’accordo con te, Antonio, ma non tanto con la tua risposta, quanto con la tua visione di lettura. Per me la lettura è puro divertimento e per quanto miliardi di lettori si illudano di leggere per alti fini educativi o morali o chissà quali, sono convinta che anche loro sono mossi dallo stesso motivo. Non tutti sono scrittori in formazione e non tutti hanno la pazienza e l’allenamento di leggersi D’Annunzio, ad esempio. Che, tra parentesi, mi è venuto in mente quale esempio di incipit in cui non succede nulla e che tuttavia affascina: lui che aspetta l’amante che non vede da due anni e che non arriva (Il piacere). Ma, per tornare alla mia concezione di lettura, secondo me uno scrittore deve anche tener presente questo, se vuole essere letto. Ma probabilmente questa è una riflessione che andrebbe fatta in altri post.

    Daniele, lo sai che la regola del primo capitolo la cita anche Harry Quebert tra i suoi 31 punti per lo scrittore, nel romanzo poliziesco “La verità sul caso Harry Quebert”? Bel romanzo davvero, anche se, per un po’, ti chiedi: che faccio, lo mollo?

    • Daniele Imperi 10 maggio 2014 at 08:24

      Ciao Nani, benvenuta nel blog.

      Quando si abusa di quella tecnica a fine capitolo, risulta appunto fastidioso.

      “La verità sul caso Harry Quebert” l’ho visto di recente, è appena uscito, vero? Magari lo prendo.

      • Nani 10 maggio 2014 at 09:08

        Se non sbaglio, è uscito nel 2012, ma devo controllare. O forse quella del 2012 è la versione originale. Ma non ti aspettare di trovarci solo le regole dello scrittore, sai? Come accennavo, è un poliziesco.

        Comunque, grazie per il benvenuto. : )
        (Ce la metto lo stesso, la faccina, anche se so che non vi piace. Ma prometto che non ne abuserò. Non troppo, almeno. : D)

        • Daniele Imperi 10 maggio 2014 at 17:26

          Sì infatti mi incuriosisce proprio per questo: poliziesco con consigli sulla scrittura. E nessun problema per le faccine :)

  • Kinsy 14 maggio 2014 at 08:50

    Quei romanzi che ti rapiscono dentro le proprie pagine li porti sempre con te! Ne ho letti, li ho amati e poi odiati, perché subito dopo aver letto un libro del genere, non ce ne sono altri all’altezza, quelli che leggi dopo sono sempre un po’ insipidi!

    • Daniele Imperi 14 maggio 2014 at 12:59

      Infatti mi è capitato che alcuni romanzi non li ricordi per niente… altri ti restano per anni.

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