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Per una scrittura politicamente scorretta

Per una scrittura politicamente scorretta

Il linguaggio politicamente corretto non è l’unico nemico della scrittura e del pensiero chiari, sebbene sia probabilmente il più ovvio. Jeremiah Horrigan, What’s worse than politically correct writing?

A me è sempre piaciuto un linguaggio libero, senza alcuna costrizione, senza censure di alcun tipo, senza limiti, senza formalità, senza imposizioni. Un linguaggio schietto e diretto, che non significa scarsa attenzione all’educazione e al rispetto, ma soltanto onestà e trasparenza di opinioni.

Oggi, se diamo retta a tutte le chiacchiere che si fanno sul linguaggio, dovremmo usare un dizionario limitato, rendendo la comunicazione meno immediata e allungando il brodo con parole inutili. Si parla anche di sessismo linguistico nella lingua italiana, di cui ho già scritto e che ritengo semplicemente assurdo. Il sessismo esiste se vogliamo farlo esistere, altrimenti è soltanto una fantasia, secondo me.

Rendere chiara e comprensibile la scrittura

Il primo problema che emerge, quando si cerca di essere politicamente corretti nella scrittura, è una diminuzione della comprensibilità, della chiarezza. L’intento è quello di accontentare tutti, ma sappiamo fin troppo bene che quando scriviamo qualcosa, è impossibile riuscire in quest’impresa.

I fanatici della crociata contro il sessismo linguistico, per esempio, hanno creato un linguaggio perfino sgrammaticato, con il risultato di aver prodotto testi illeggibili e perfino ridicoli. In alcuni testi istituzionali si usano eufemismi per non urtare la suscettibilità di alcuni soggetti, creando in questo modo testi meno chiari e inutilmente lunghi.

Sono davvero utili gli eufemismi? Chiamare le cose col nome proprio è davvero così offensivo?

Figura retorica che consiste nel sostituire, per scrupolo religioso o morale o per riguardi sociali o per altro, l’espressione propria e usuale con altra di significato attenuato. Eufemismo sul dizionario Treccani.

Scrupoli, riguardi, attenuazioni: o, tradotto in poche parole, limiti e ostacoli alla comprensione.

La spersonalizzazione della scrittura

Il linguaggio politicamente corretto porta a spersonalizzare la propria scrittura, perché chi scrive rinuncia alla sua libertà di espressione, restando prigioniero di schemi preimposti e parole e frasi preconfezionate. Rischia di snaturare la propria personalità, perché assumerà comportamenti a lui estranei, per adeguarsi ad altri modi di pensare, di comunicare.

La scrittura è arte, ma come tutte le arti è strettamente personale, proviene da dentro di noi, non può ricevere obblighi, forzature, non può essere incanalata ma ha bisogno di trovare da sé i propri spazi su cui scorrere.

Vietare l’uso di parole ed espressioni danneggia la scrittura, perché pone dei limiti, dei veti, che non dovrebbero esistere in nessuna arte.

Verso un linguaggio restrittivo

Nel 2011 la casa editrice NewSouth Books ha deciso di censurare i due romanzi di Mark Twain su Tom Sawyer e Huck Finn, cambiando le parole “injun” e “negro” con “Indian” e “slave”. Il motivo? Per via dei vari studenti afroamericani presenti nelle scuole, che avrebbero sentito quel termine razzista ripetutamente.

Sarebbe stato troppo difficile spiegare agli studenti il contesto storico e geografico delle due opere di Twain?

A quel tempo quelli erano i termini usati per indicare quelle persone: sbagliato che sia, non ha importanza, quella è storia. Quella era la realtà dell’epoca. Cambiare quelle parole significa non solo mancare di rispetto all’autore – che non può più neanche contestare – ma mancare di rispetto alla Storia stessa e dare un’immagine falsa degli eventi narrati.

Se dovessimo oggi scrivere un romanzo ambientato negli Stati Uniti del XIX secolo, dovremmo forse autocensurarci per non essere presi per razzisti? Mi sembra ridicolo.

Faccio un esempio con un’opera attuale che sto leggendo: Mondo senza fine di Ken Follett. Per chi non la conosce, è ambientata in Inghilterra nel XIV secolo, nel Medioevo quindi. Leggo in continuazione di differenze di classe fra i cittadini, un chiaro esempio di discriminazione su precise classi sociali, che esistono tuttora.

Non essendo un cavaliere, né un nobile né un prete, io dovrei risentirmi per come la mia “classe” viene definita nel romanzo.

Il Collegio degli Scrittori Perbene

Se vogliamo creare un mondo ipocrita, la scrittura politicamente corretta ci spianerà la strada. A lungo andare tutti noi scrittori – e in questa categoria includo autori di narrativa e saggistica, blogger e copywriter – verremo obbligati a seguire degli standard nella comunicazione, standard decisi dall’alto.

Il risultato sarà un appiattimento nella scrittura dovuto a un processo di assimilazione che porterà a una monotonia del linguaggio, senza che riesca più a emergere una diversità di espressione nei vari scritti. Come in un collegio gli scrittori saranno educati, formati, indottrinati.

La correttezza politica nella scrittura porta alla censura

Fino a che punto si può parlare di scrittura politicamente corretta? E quando si parla invece di censura? Perché vietare l’uso di alcune parole e espressioni significa censurare.

In un articolo in inglese si diceva di fare attenzione alle parole che usiamo quando attorno a noi potrebbero esserci persone di diversa etnia. Fra i vari esempi si sconsigliava l’uso di espressioni come “grazie a Dio”, per non urtare la sensibilità di chi professa una religione diversa.

Il fatto è che ogni gruppo etnico ha una sua precisa comunicazione e non può disconoscere la propria provenienza geografica e le proprie idee quando parla e scrive. È il contesto che conta, l’individuo diviene un contesto che racchiude l’intera sua storia: il paese di provenienza, il livello culturale, l’età, le sue opinioni.

Tutto questo fa parte dell’individuo, è il suo tesoro e nessuno ha il diritto di demolire ciò che lo rende distinto dagli altri.

Considerare l’intento dello scrittore, al di là del linguaggio

Qualcuno si è mai chiesto perché uno scrittore abbia usato quella parola e non un’altra? Mark Twain non era razzista e il suo “negro” era usato perché storicamente attinente a quel contesto sociale e non con intenti razzisti e discriminatori.

Mark Twain was far from being a racist. Russell Smith, The Legend of Mark Twain.

Leggendo alcuni romanzi ho trovato frasi puramente maschiliste. A me hanno colpito e sono un uomo, così immagino che una donna possa restare colpita più profondamente. Ma qual è stato l’intento degli autori?

Il primo “caso” proviene da Arthur Conan Doyle:

Non bisogna fidarsi mai troppo delle donne, anche delle migliori! – Il segno dei quattro.

Forse questa frase fu pronunciata dallo stesso Sherlock Holmes, non ricordo ora. Ma siamo nel XIX secolo e chi parla è un uomo. Il maschilismo può essere sbagliato quanto volete, ma quella frase fa parte di un personaggio maschile, quindi attinente al contesto.

Il secondo “caso” è una lettura più recente, ancora in corso, e proviene da Ken Follett:

Una donna può rendere enormemente felice un uomo, se lui gliene dà la possibilità. Mondo senza fine.

La frase è detta da Caris, una ragazza che non vuole sposarsi perché ama restare indipendente e non vuole essere assoggettata al marito. Siamo nel Medioevo, nel XIV secolo. Sono frasi che farebbero inorridire una femminista.

A fine dicembre ho terminato di leggere Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley, un romanzo che invece piacerà alle femministe. Fin dai primi capitoli ho notato come ci fosse una sorta di preferenza per i personaggi femminili, poi parlandone con un’amica ho avuto la conferma degli intenti dell’autrice.

A dire la verità, a me non interessa nulla, anche se provo un certo fastidio per quell’intento seminascosto. Io, da uomo, non ho alcun romanzo nel cassetto con intenti maschilisti. Ma alla fine è un romanzo, una storia, non una proposta di legge.

Quanto siete politicamente corretti nella vostra scrittura?

Che cosa pensate delle mie riflessioni? Quando scrivete, fate attenzione alle parole e alle espressioni da usare per non urtare la suscettibilità di qualcuno?

39 Commenti

  1. Fabio Amadei
    13 gennaio 2015 alle 07:43 Rispondi

    Condivido in pieno. Tanto è vero che ho chiamato le mie storie racconti scorretti.
    Senza voler far politica (non è questa la sede), in questi ultimi anni ho notato un uso eccessivo e spesso sconsiderato del politicamente corretto e di un buonismo solo di facciata e decisamente ipocrita.
    L’arte, in tutte le sue forme, deve essere libera. È l’insopprimibile desiderio dell’uomo di esprimere quello che ha dentro, e di conseguenza non può essere imbrigliata e soffocata.
    Spero che questa attenzione quasi paranoica di stare attenti a non urtare la sensibilità altrui non intacchi e non influenzi la libera espressione artistica.

    • Daniele Imperi
      13 gennaio 2015 alle 13:26 Rispondi

      Rcconti scorretti è un bel titolo.
      Col buonismo sfondi una porta aperta, a me dà veramente il voltastomaco.
      Se l’individuo non si ribella a queste mode ipocrite, alla fine ne risentirà l’arte come la libertà personale.

  2. Banshee Miller
    13 gennaio 2015 alle 08:39 Rispondi

    Non c’è speranza, l’ipocrisia regna sovrana. Perché cambiare il termine “negro” con “schiavo” è ipocrisia. L’ipocrisia è dappertutto, non solo nella scrittura ovviamente, ed è in aumento. Perché il bel vestito non fa altro che nascondere, camuffare, quando sotto poi c’è il peggior straccione.
    Nel nostro caso, la scrittura, l’unica possibilità è far parlare i personaggi. Spero che almeno loro possano esprimersi come vogliono.

    • Daniele Imperi
      13 gennaio 2015 alle 13:27 Rispondi

      Vero, è solo un camuffamento.
      Per me hanno diritto sia i personaggi sia lo scrittore a parlare liberamente.

  3. Salvatore
    13 gennaio 2015 alle 09:26 Rispondi

    Io credo di essere particolarmente scorretto, nei miei scritti, e non mi faccio problemi di sorta. Tuttavia porterei la tua discussione a un livello superiore, perché credo che ti sia fermato più alla forma che alla sostanza. Le parole e la grammatica per uno scrittore sono gli strumenti del mestiere, è vero, ma li usa per raccontare una storia. Quindi più che preoccuparmi di termini al femminile, che come una moda negli ultimi anni si sta diffondendo a macchia d’olio, o per termini ritenuti offensivi (per quanto razzisti o sessisti), al di fuori del contesto, mi preoccuperei più dei contenuti. Ad esempio, ti faresti problemi a presentare un personaggio che è un prete pedofilo? Quanto riusciresti a scendere nei dettagli? Certo, c’è il rischio di affrontare un contenuto serio come questo senza la dovuta preparazione. Il lavoro dello scrittore inizia già dalle fonti, dalla ricerca, ma alla fine deve approdare lì, nei temi shoccanti. Almeno, se è il genere di cui si scrive. Non ci sono certo degli obblighi morali, non fraintendermi. Io in proposito non mi faccio problemi e se qualcuno se ne viene a male… be’, amen. Tuttavia vorrei sottolineare che c’è una certa differenza fra la libertà di espressione o il “politicamente scorretto” e la maleducazione fine a se stessa. Non mi piace chi getta m**** con il solo fine di stupire o dileggiare in virtù di una proclamata, e spesso non guadagnata, libertà. Non so se mi spiego. Forse è un tema un po’ forte per il tuo blog, ma ne parlerò certamente nel mio nei prossimi giorni, visto che è già in programma.

    • Daniele Imperi
      13 gennaio 2015 alle 13:30 Rispondi

      Di te lo so che sei politicamente scorretto :D
      Riguardo ai contenuti, non mi farei problemi, documentandomi prima, però. Devono però essere storie che mi interessa scrivere.
      L’offesa è un’altra cosa, certo. Aspetto di leggere il tuo post per sapere meglio che intendi.

  4. Ivano Landi
    13 gennaio 2015 alle 10:51 Rispondi

    A me l’anno scorso, in una traduzione, hanno chiesto di sostituire il termine ‘matrimonio interrazziale” che avevo usato, con “matrimonio interetnico”. La dice lunga sull’aria che tira…

    • Pades
      13 gennaio 2015 alle 11:53 Rispondi

      Condivido il pensiero di Daniele (è il mio primo commento ma leggo sempre) e chiedo ad Ivano: era un testo narrativo o un saggio? Nel caso di un saggio la richiesta è corretta: scientificamente l’attuale razza umana è unica, le differenze sono solo etniche (e ben più profonde di quelle genetiche). Nel caso narrativo invece poteva effettivamente essere una ingiusta distorsione del carattere del personaggio.
      Il politicamente corretto è una cosa che mi fa saltare le valvole, anche se sono così rispettoso che di più non si può, è l’ipocrisia che mi manda in crisi. Il politicamente corretto genera mostri lessicali incomprensibili. L’ormai onnipresente “diversamente abile”, ad esempio… diversamente abile in cosa? Io ad esempio non sono abile a suonare il pianoforte, sono proprio negato, ma so fare altre cose. Sono anch’io “diversamente abile”, nel mezzo di un convegno di pianisti?

      • Daniele Imperi
        13 gennaio 2015 alle 13:33 Rispondi

        Ciao Pades e benvenuto.
        Sul concetto di razza secondo me si potrebbe disquisire a volontà, ma non è questo il luogo adatto.
        D’accordo sul diversamente abile, come non vedente, non udente, ecc.

      • Ivano Landi
        13 gennaio 2015 alle 21:42 Rispondi

        Era una raccolta di discorsi, Pades, quindi né saggio né narrativa ma una via di mezzo tra le due.

    • Daniele Imperi
      13 gennaio 2015 alle 13:31 Rispondi

      Che poi è la stessa cosa. Io non avrei accettato quello scambio. Tira una brutta aria, hai ragione.

    • Lisa Agosti
      13 gennaio 2015 alle 17:27 Rispondi

      Che differenza c’è tra matrimonio interrazziale e matrimonio interetnico? Perché uno è più corretto dell’altro?
      Io di carattere sono dissacrante, troppo diretta nel mio modo di parlare e talvolta perfino maleducata. Nello scrivere queste caratteristiche si attenuano, credo, ma è solo una questione di tempo. Più mi sentirò sicura di me come scrittrice più trapelerà il mio lato oscuro. Sono preoccupata per questa tendenza? Non tanto. Mi preoccupa di più il rischio di offendere qualcuno senza farlo apposta. Se la mia ignoranza andasse a ledere i diritti di un altra persona mi dispiacerebbe molto. Per fare un esempio, se io scrivessi “disabile” perché non sono a conoscenza del fatto che ora si deve dire “diversamente abile” rischierei di offendere molte persone, senza volerlo.

      • Lisa Agosti
        13 gennaio 2015 alle 17:34 Rispondi

        Senza volere ho scelto lo stesso esempio di Pades, ma avevo la pagina aperta da stamattina e vedevo solo i primi quattro commenti al post, l’ultimo pubblicato era quello di Ivano.

      • Daniele Imperi
        13 gennaio 2015 alle 17:47 Rispondi

        Anche io tendo a essere diretto e dissacrante, sai che bella chiacchierata che esce fra noi 2, magari sui libri ;)
        Scrivere disabile o diversamente abile non cambia i problemi della persona. Io se fossi disabile non starei certo a preoccuparmi di scemenze del genere, avrei altro da risolvere.

      • Ivano Landi
        13 gennaio 2015 alle 21:40 Rispondi

        La differenza, Lisa, è tra “razza” che è considerato discriminante e “etnia” che è considerato neutro. nella nostra lingua esiste “razza superiore” e “razza inferiore” ma non “etnia” inferiore e “etnia superiore”.

  5. LiveALive
    13 gennaio 2015 alle 11:14 Rispondi

    Esistono registri con le loro regole interne. Se stai scrivendo un testo di matematica, per dire, sarebbe sconsigliato rompere l’ordine SVO; se stai scrivendo un testo molto formale per il Governo dovresti preferire lo stile nominale e l’ipotassi; eccetera.
    È chiaro che la scrittura artistica è un’altra cosa, e uno può scrivere quello che gli pare nel modo che preferisce; se è coerente può anche sbagliare grammatica.
    Una delle caratteristiche della scrittura d’oggi infatti è proprio la libertà nella scelta della forma. È ormai vecchissima e inconcepibile l’idea che debba esserci una forma “standard”. Tra il cinquecento e il settecento si è effettivamente cercata questa forma perfetta, ma già Manzoni non era così inamidato: lo zoccolo duro della nostra lingua rimarrà sempre il fiorentino aureo (anche oggi, invero, lo è), ma è comunque Manzoni a liberalizzare scelte come il pronome zero e a consolidare definitivamente l’uso di “lui”. E oggi, ormai, nella scrittura artistica, uno può anche crearsi un idioletto artificiale s nessuno si lamenta.

    • Daniele Imperi
      13 gennaio 2015 alle 13:35 Rispondi

      Ordine SVO? Io ho un’avversione tremenda per le abbreviazioni…
      Dai un’occhiata al sito governativo inglese. Le istituzioni italiane dovrebbero imparare da quello come vanno scritti i testi per i siti istituzionali.

      • LiveALive
        13 gennaio 2015 alle 17:52 Rispondi

        SVO si usa di norma: soggetto, verbo, oggetto. Una di quelle abbreviazioni che credo si possa accettare, nel senso che è più facile che uno cerchi su google “lingue SVO” che altro.

  6. MikiMoz
    13 gennaio 2015 alle 12:02 Rispondi

    Non è mica prassi dei soli romanzi! Ma tu sai che hanno eliminato totalmente scene o episodi di Tom & Jerry dove si facevano riferimenti ironici agli africani coi soliti cliché del caso (labbroni, ecc…)
    Che squallore. Il politicamente corretto ucciderà il mondo.
    Io scrivo quel che è giusto che i miei personaggi dicano. Non ho mai censurato nemmeno le loro blasfemie (ma ammetto di non aver mai fatto accostare dio al maiale, o il mestiere più antico del mondo alla madonna). Questo è l’unico limite che ancora non ho infranto, ma non per qualche motivo particolare… forse non ce n’era bisogno.
    In ogni caso, la vedo come te, gran bel post!

    Moz-

    • Daniele Imperi
      13 gennaio 2015 alle 13:39 Rispondi

      Sì, infatti volevo comprare il dvd Banned cartoons, ma è di tipo regionale, quindi non potrei vederlo in Italia. Se cerchi su Youtube ne trovi parecchi di cartoni bannati, come Duffy Duck nazista. Quella dei labbroni fa infatti parte dei cliché discriminatori.
      Neanche io metterei mai delle bestemmie nei miei romanzi, come neanche parolacce troppo forti, perché a me non piace leggerle, pur dicendone tante.
      Grazie :)

      • MikiMoz
        13 gennaio 2015 alle 13:52 Rispondi

        Sì, conosco molti cartoni banditi, e per fortuna ho vhs di Tom & Jerry (registrati da Raidue o originali) dove la gente non si faceva tutte queste pippe sul razzismo o intollerenza. Anzi, dovrei dire, sul politicamente corretto.
        Pensa che ho anche i dvd dei corti Disney dove i cartoon più “rischiosi” sono presentati a parte dopo un pippone che spiega “erano altri tempi ecc ecc”

        Moz-

        • Daniele Imperi
          13 gennaio 2015 alle 15:51 Rispondi

          Quali sono questi corti Disney?

  7. Kriss Cunego
    13 gennaio 2015 alle 12:36 Rispondi

    Caro Daniele, bentrovato!!!
    Sono d’accordo sul fatto che la scrittura “politicamente corretta” costringe a scrivere un qualcosa di diverso rispetto al periodo storico, alla classe sociale a tutto ciò che un autore vorrebbe liberamente scrivere e deve invece limitarsi a restare dentro margini pre-definiti. Insomma quante cose bisogna sapere prima di iniziare a scrivere ??? Se poi si decide di non considerare la scrittura politicamente corretta perché il periodo attuale non è uguale a nessun’altro passato e perché comunque ,a mio avviso, in fondo non si urta la suscettibilità di alcuno , allora lo scrittore ha più posdibilita di esprimersi al meglio. A questo punto mi domando :quanto la scrittura politicamente corretta può far desistere un novello scrittore nel perseguire il suo obiettivo; quanto la scrittura politicamente corretta può incidere sul piacere di scrivere e su quello di leggere e quindi sulle rispettive emozioni dello scrittore e del lettore grazie, Kriss

    • Daniele Imperi
      13 gennaio 2015 alle 13:42 Rispondi

      Ciao Kriss :)
      Secondo me prima di iniziare a scrivere devi solo conoscere la grammatica.
      Le restrizioni creano problemi nell’espressione. Se quindi una legge ti obbliga a non usare certi termini, la tua scrittura ne risente.

  8. Chiara
    13 gennaio 2015 alle 14:00 Rispondi

    Io sono la persona più politicamente scorretta che esista, quando scrivo. Chi mi conosce sa che sono profonda, che ho interessi spirituali abbastanza elevati, che sono una persona di larghe vedute, però se il mio personaggio è un omofobo o un razzista non vedo perché dovrei evitare di utilizzare i termini “frocio” o “negro”. Il lettore sa che non è il mio pensiero, né penso di essere diseducativa: leggendo il racconto/romanzo nel suo complesso, è facile cogliere un messaggio che inciti alla tolleranza.
    Sul blog ogni tanto mi è capitato di scrivere qualche parolaccia. Appunti a Margine per me è uno spazio di libertà: mi inibisce l’idea di dover per forza ricorrere a qualche eufemismo.

    • Daniele Imperi
      13 gennaio 2015 alle 15:57 Rispondi

      Sì, anche secondo me si capisce se lo scrittore voleva far passare una sua idea o meno. Uno scrittore, non ricordo chi, disse che le idee espresse dai personaggi non rappresentano per forza quelle dell’autore.

  9. Marina
    13 gennaio 2015 alle 14:40 Rispondi

    Non so se essere reticenti o edulcorare le cose sia sbagliato, perlomeno non sempre! Alla fine, credo che lo scrittore non si spersonalizzi del tutto quando si butta in una storia, ne parla, la scrive pensando a come vorrebbe viverla ma il suo modo di essere, il suo pudore, possono rappresentare un forte freno all’autenticità di quella fantasia. Se io devo descrivere una scena d’amore so bene cosa sto immaginando, ma poi uso una terminologia che prescinda dai dettagli o velo la mia profondità di intenti per timidezza, non per ipocrisia. E così per una scena di violenza o se intervengono questioni delicate: dovessi descrivere un dialogo fra integralisti islamici pronti al sacrificio (per entrare nel quotidiano!) non saprei usare toni sprezzanti come quelli pensabili in un caso del genere…boh, ma forse non sceglierei nemmeno di parlarne.
    Modificare, tuttavia, scritti altrui per rimanere nel politicamente corretto è una forzatura: puoi non condividere, ma la libertà di espressione dev’essere sempre garantita e rispettata.

    • Daniele Imperi
      13 gennaio 2015 alle 15:59 Rispondi

      Il pudore personale, come la timidezza, sono dei freni alla scrittura, in effetti. In problema è che se non cali del tutto nella parte un personaggio, rischi di non essere credibile. Allora, appunto, è meglio scegliere altre storie.

  10. Grazia Gironella
    13 gennaio 2015 alle 20:58 Rispondi

    Sul blog, oppure mentre scrivo saggistica, se sto dicendo qualcosa di opinabile e magari controverso sì, cerco di esprimermi in un modo che non susciti reazioni negative in chi legge. Non lo sento come una forzatura, perché dico comunque quello che penso, ma intanto cerco di non fare alzare lo scudo al lettore, perché in quel caso la comunicazione va a farsi friggere. Trovare il terreno comune, per me, è quasi sempre più importante del resto. Mentre scrivo narrativa, invece, il problema non me lo pongo.

    • Daniele Imperi
      14 gennaio 2015 alle 08:44 Rispondi

      Nella saggistica, in certi temi almeno, dipende da come tratti gli argomenti controversi. Ovvio che se ci metti molto trasporto, come accade quando scrivi o parli di politica, allora rischi di uscire fuori dai binari. Ma se il tuo intento è quello di riportare fatti e opinioni, per me basta scrivere in modo civile, non serve imporsi delle censure.

  11. Ivano Landi
    13 gennaio 2015 alle 21:54 Rispondi

    Io personalmente preferisco comunque che la lingua scritta non ricalchi quella parlata, neppure nei dialoghi. Secondo me esiste anche una lingua letteraria, e senza che la credibilità ne risenta minimamente. Il mio romanzo ha per protagonisti giovani degli anni ’70 ma in oltre duecento pagine di storia ci sono solo due parolacce, rese necessarie dal contesto: “m****” e “cagare”, una sola volta ciascuna.
    E non è una questione di politicamente corretto ma puramente letteraria.

    • Daniele Imperi
      14 gennaio 2015 alle 08:36 Rispondi

      In un certo senso ti do ragione. A me piace molto che i dialoghi risultino quanto più possibile vicini alla realtà, proprio per la mia mania della credibilità, ma anche io tendo comunque a scriverli in maniera più “letteraria”. Se dovessi davvero per mettere per iscritto i dialoghi che ho coi miei amici, verrebbe fuori qualcosa di illeggibile…
      Per le parolacce tranquillo, non sono pesanti quelle :)

  12. Ivano Landi
    13 gennaio 2015 alle 22:13 Rispondi

    Ops, forse non era il posto giusto per scrivere le parolacce questo? Scusa Daniele, mi sono fatto trascinare dal discorso…

  13. Tenar
    13 gennaio 2015 alle 22:17 Rispondi

    Il modo in cui scrivo una storia è determinato da tre variabili: tematica, punto di vista e lettore ideale.
    Entrambi i miei romanzi pubblicati sono pensati per un pubblico dai quattordici anni in su (cose che possano essere prese in mano dai miei alunni di terza media), il punto di vista è quello di persone garbate con un livello di istruzione medio-alto e le tematiche non mi hanno portato in lande particolarmente scabrose. Sono politicamente corretta? No, semplicemente non avevo alcun motivo in quelle storie di avere una scrittura politicamente scorretta.
    In altre storie ho dovuto mettere in scena situazioni e personaggi assai meno garbati. Se un personaggio impreca, impreca, se è maschilista farà commenti maschilisti e se c’è una scena di sesso bisognerà pure chiamare le cose col loro nome.
    Detto questo io di base ho un linguaggio generalmente corretto, non perché mi sforzi, ma semplicemente perché il turpiloquio non mi rispecchia. Al di là di dare voce ai personaggi, la mia prosa avrà per lo più il linguaggio piano che mi è proprio. Non mi piace l’ipocrisia a nessun livello, né quella di chi si sforza di non scontentare nessuno né quella di chi vuole essere trasgressivo a ogni costo

    • Daniele Imperi
      14 gennaio 2015 alle 08:39 Rispondi

      Ecco una cosa che io non considero quando scrivo narrativa: il lettore ideale. Ne parlerò in un post che voglio scrivere.
      Io quando scrivo non uso parolacce, anche se in un racconto le ho messe in bocca a un personaggio, ma era un criminale e non poteva parlare diversamente. Nel narrato no, non avrebbe senso per me. E non sopporto neanche io l’ipocrisia né tanto meno il trasgressivo patentato.

  14. Francesca Lia
    20 gennaio 2015 alle 14:00 Rispondi

    Sono del tutto d’accordo con te. Finché uno scrittore scrive per essere preciso e veritiero ( e non solo per fare il figo con una serie di volgarità a casaccio – ci sono anche quelli) secondo me è libero di usare tutte le parole che vuole. Io sono di una scorrettezza imbarazzante e non me ne pento. Per quanto riguarda la faccenda del sessismo, penso che si, l’italiano lo sia, un po’ come tutte le lingue del mondo, ma sono faccende complicate vecchie millenni, da affrontare con spirito scientifico, non campanilismo, e credo che reagire cambiando quattro parole sia una mossa ridicola).

    • Daniele Imperi
      20 gennaio 2015 alle 14:21 Rispondi

      Ci vuole coraggio a essere scorretti, che poi alla fine è anche sbagliato parlare di “scorrettezza”. Vero quanto dici sul sessismo.

  15. Cornetta Maria
    15 marzo 2015 alle 09:41 Rispondi

    Meriti un applauso. Un bellissimo articolo: democratico ed equilibrato. Hai detto che non ti piace scrivere libri di politica, ma penso che saresti efficacissimo. Ti ringrazio a nome di tanti perché è inammissibile che la cultura sia “addomesticata” da ideologie o conformismi. Ogni idea può avere la sua verità ed ognuno possiede una “tessera” del grande puzzle della conoscenza. A nessuno sia negato di collocarlo al suo posto. Bravo, ti ammiro.

    • Daniele Imperi
      16 marzo 2015 alle 07:47 Rispondi

      Grazie :)
      I libri di politica sono pericolosi, portano a polemiche e scontri.

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