Parafrasando il titolo della trilogia di Philip Pullmann, Queste oscure materie, riprendo qui una discussione a cui ho partecipato su Facebook, in cui Alfredo Mogavero si chiedeva se in un pezzo del romanzo In fondo alla palude di Joe R. Lansdale ci fossero troppi “che”.
Riporto il pezzo presente nel libro, nella traduzione italiana quindi, mettendo in grassetto i che imputati:
Considerando che il paio di acri che coltivava era tutto sabbia e che le sue gambe arrivavano sì e no alle maniglie dell’aratro, bisogna dire che qualche merito doveva avercelo anche lei.
Oltre al fatto che l’italiano non è proprio corretto, la versione originale scritta da Lansdale è:
Considering the couple of acres she plowed were deep sand and Miss Maggie had legs about the size of hoe handles, and wasn’t overall bigger than a large child, some credit had to go to her.
In questo periodo non è presente alcun “che”, mi si passi il gioco di parole. Ma il gioco può anche star bene, se diciamo che nel periodo non è presente alcunché di errato.
Nella versione italiana il traduttore ha perfino omesso il nome della donna, aggiungendo un pezzo che nell’originale non compare e tagliando una parte della frase…
Provando a fare una buona traduzione, potremmo scrivere:
Considerando che il paio di acri che arava era sabbia profonda e Miss Maggie aveva gambe delle dimensioni di un manico di zappa, e complessivamente non era più grande di un grosso bambino, qualche merito doveva andarle.
A questo punto mi chiedo: dove ha preso il traduttore la parola aratro? L’unico utensile menzionato da Lansdale è la zappa. Hoe è zappa. Il verbo to plow (o to plough) significa arare e non coltivare. Coltivare è to farm, to cultivate, to till.
Ha inoltre operato una dislocazione a sinistra scrivendo qualche merito doveva avercelo anche lei, quando, traducendo letteralmente, avrebbe mantenuto l’enfasi senza incorrere nella dislocazione.
A questo punto le domande sorgono spontanee: i traduttori quanto conoscono la lingua che traducono? E quanto conoscono l’italiano? Traducono a senso? Molto spesso sì, purtroppo. E male.
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Mary
E dire, da traduttrice, che devo forzarmi per non essere noiosamente letterale!
Scherzo, ma è vero, spesso tradurre quel che c’è, senza aggiungere troppo (qualche congiunzione o parolina per sciogliere certe frasi che non suonano bene come nell’originale ci vuole, ogni tanto), sembra banale e “potrebbe non piacere ai lettori”… Però in questo caso e simili ci vedo più l’intervento successivo del correttore/rilettore che rivede lo stile o adatta il testo italiano al misterioso pubblico dei lettori italiani. Un traduttore (nota categoria pignola e precisina ;)* non avrebbe omesso tutta una frase (“and wasn’t…”).
Daniele Imperi
Ciao Mary, benvenuta nel blog. Sono d’accordo che alle volte bisogna adattare il testo ai lettori italiani. Ogni lingua comunica a modo suo. Ma tagliare o perfino aggiungerne parti (vedi “L’atlante delle nuvole) è sbagliato.