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Scrivere è conoscere il mestiere

Scrivere è conoscere il mestiere

Questa riflessione è nata da un commento sul mio articolo in cui parlavo dell’importanza della grammatica in una storia. Ricorderete la questione del romanzo pubblicato da Rizzoli, che conteneva, prima dell’editing, errori di punteggiatura e ortografia.

Nessuna indulgenza, per me, verso chi pretende di definirsi scrittore e non conosce le regole grammaticali. Non m’interessa nulla della storia, come non mi curo del contenuto di un post se contiene errori di grammatica.

L’arte non esiste

Titolo provocatorio, lo so. Ma è così. L’arte non esiste quando non si conoscono i meccanismi, le regole di quell’arte. Io non so dipingere e non metterei mai in vendita un mio quadro, perché venderei una schifezza immonda.

E non importa quanto sia bello il tema che ho scelto di dipingere. Non posso dire ai clienti “Sì, ma guarda che ho rappresentato la Val d’Orcia” oppure “Ehi, ho ritratto Marylin Monroe!”

L’arte va conosciuta a fondo prima di metterla in vendita.

La gavetta c’è per tutti

Sono convinto che molti – ma no, credo siano di più – molti fra i self-publisher siano alle loro prime armi, cioè hanno voluto scrivere il loro primo romanzo e l’hanno venduto su Amazon, perché adesso tutti possiamo pubblicare e questo è bellissimo, davvero.

Quanta gavetta c’è stata? E per gavetta non intendo che hai impiegato 5 anni a scrivere il tuo romanzo, no, a me non frega nulla di quel tempo, quella non si chiama gavetta, ma solo scrittura. Io parlo di quanto hai scritto – e letto! – prima di scrivere e pubblicare quel romanzo. Quella è la gavetta.

Qui inizialmente non erano previsti i racconti. Non l’avevo proprio considerata come categoria del blog. Qui volevo parlare di scrittura e basta. Poi nacque in rete un progetto di scrittura collettiva, sugli zombi, e così decisi di partecipare. E nacquero i primi racconti nel blog.

Erano stati accolti bene e forse questo mi ha spinto a continuare. A fare esperimenti. Perché in fondo, se uno vuole fare lo scrittore, per lavoro o per hobby, deve comunque farsi conoscere, no? Dunque, ogni tanto, pubblicare qualche racconto breve fa bene alla salute.

C’è stato perfino un periodo in cui ogni santa domenica pubblicavo un racconto, ma è stato facile: avevo una raccolta di 80 racconti di 300 parole già pronta. Poi ho rallentato, ora escono più raramente. Ma quella è stata – e è tutt’ora – la mia gavetta.

Ma per me è stata gavetta – e lo sarà ancora – partecipare alle varie selezioni editoriali finalizzate alla pubblicazione di racconti.

Pubblicare non è una Corrida

Qui non siamo in televisione, dove i dilettanti allo sbaraglio vanno a divertirsi e a divertire e al massimo, se dice male, si portano a casa qualche fischio e scampanata. Qui siamo nel mercato editoriale, dove non c’è posto per i dilettanti.

Puoi essere un dilettante nella vendita, ok, nessun problema, c’è una prima volta per tutti. Ma non puoi essere dilettante nel prodotto che vendi. No, quel prodotto deve essere di qualità, deve funzionare. Devi averlo messo in vendita dopo che hai accumulato una buona esperienza nel creare quel prodotto.

Vuoi pubblicare un ebook per conto tuo? Vuoi evitare le case editrici? Sta bene a tutti, anche agli editori. Ma prima passa per la gavetta, è là in fondo, non puoi sbagliare.

La parola gavetta ha la stessa iniziale della parola gogna. Sai perché? Non è una coincidenza, c’è qualcuno che sostiene che le coincidenze non esistano. Perché con la gavetta ti esponi in pubblico e ricevi tutto quello che il pubblico ti lancia addosso. Pomodori marci compresi. Fanno parte del gioco.

Vuoi giocare anche tu?

Chi vende i propri libri è un professionista

Questo va capito una volta per tutte. Se metti un prezzo di copertina, se scrivi 0,99 o 2,99 euro sul tuo ebook, stai vendendo un prodotto commerciale. Non è più arte quella, è commercio.

L’arte, l’ho detto varie volte, finisce con l’ultima pagina del romanzo. Dal momento in cui inizia l’editing, non si parla più di arte, ma di marketing editoriale.

Scrivere è conoscere il mestiere della scrittura

Che poi, diciamo la verità, non è così complicato. La grammatica italiana si studia alle scuole elementari, si ristudia alle medie anche – almeno era così quando ci andavo io. Quindi neanche la metto in conto sulle 10-cosa-da-studiare-per-diventare-scrittori. Perché è di default, per usare un concetto moderno.

Il resto è solo lettura e esercizio di scrittura. Certo, anche conoscenza della storia come insieme di tecniche di narrazione e organizzazione del lavoro di scrittura, ma nulla che non si impari con la pratica.

Vi ritrovate con la mia filippica?

34 Commenti

  1. Michele Scarparo
    15 luglio 2014 alle 09:01 Rispondi

    D’accordo al 100%. Io ho cominciato da poco, ma già mi basta per capire quanto lavoro c’è dietro un testo. Avere l’idea (o l’ispirazione, come si dice) è davvero meno dell’1%. Tutto il resto è traspirazione, o sudore che dir si voglia.
    Cancellare, riscrivere, organizzare, legare. E quando pensi di aver finito meglio fare ancora un altro giro: perché un libro è un po’ come una scultura e va guardato bene da tutti i punti di vista possibili, prima di potersi permettere di metterlo a disposizione di qualcuno.

    • Daniele Imperi
      15 luglio 2014 alle 13:28 Rispondi

      Vero, l’idea è proprio il minimo. Mi sto accorgendo ora con questo romanzo di quanto sia complesso tenere tutto in piedi. E non voglio pensare alla revisione…

  2. LiveALive
    15 luglio 2014 alle 10:23 Rispondi

    Non è che l’arte non esiste, è che esiste come oggetto sociale. Non è come un pianeta o una sedia, che esistono anche senza gli osservatori; l’arte, così come il bello, il bene, il morale, esiste solo sulla base della definizione che una società le concede. È arte ciò che una società, in un dato tempo e spazio, decide esserlo.

    Io credo che l’editing sia ancora nel campo dell’arte: non tutte le decisioni di editing si fanno per vendere, anzi, la maggior parte servono proprio per ottenere maggior soddisfazione personale tramite la consapevolezza di aver realizzato un prodotto che davvero consideriamo bello,

    Sull’ultimo paragrafo qualcuno potrebbe avere a ridire. Oltre alla grammatica ci sono un sacco di stilemi e convenienze (come i classici: usa pochi aggettivi, niente avverbi, niente forme passive e negative, niente verbi di pensiero e percezione…) che, anche se si decide di non applicare, è bene conoscerne gli effetti; e non é cosa che si può notare solo leggendo. Di sicuro nessuno può insegnarti quando una data tecnica è adatta al tuo testo: tu sai l’effetto che vuoi dare, e devi scegliere le tecniche che permettono di realizzarlo.

    Ora, la gavetta…esclusi D’Annunzio e Rimbaud, che hanno pubblicato poesie degne di un grande autore già a 15 anni, non mi vengono in mente autori così precoci. In genere si debutta attorno ai 30 anni, c’è chi lo fa prima, ma c’è anche chi lo fa dopo: il Dio Defoe ha iniziato il suo primo romanzo a 42 anni, e poi c’è gente come Camilleri o Tomasi di Lampedusa che pure hanno aspettato un bel po’. Non è che prima non scrivevano, è che non hanno pubblicato.
    Però io vorrei giustificare quelli che pubblicano a 15 anni o giù di lì. Uno scrive, scrive una schifezza, ma dopo mesi di lavoro è naturale che ci provi lo stesso, così, che non si sa mai. Il problema non sta nel voler pubblicare cose cattive a 15 anni; il problema è che c’è chi li pubblica davvero.

    • Daniele Imperi
      15 luglio 2014 alle 13:31 Rispondi

      Non sono d’accordo che non bisogna usare avverbi o frasi al negativo o passivo. Un conto è dosare tutto, un conto evitarli per forza. Dipende dalle situazioni.

      Camilleri però scriveva già altro, come Faletti.

      Sì, c’è chi pubblica 15enni, ma perché fanno notizia.

  3. Salvatore
    15 luglio 2014 alle 10:27 Rispondi

    Credo che non sia complicato scrivere se devi fare l’elenco della spesa, annotare un messaggio per la tua compagna su un post-it che attaccherai sul frigo, ho scrivere una bella frase d’amore su una cartolina.
    La difficoltà aumenta proporzionalmente con una mail, una lettera o comunque un messaggio lungo (sarà per questo che vanno tanto di moda gli sms o i tweet?).
    Per scrivere una tesi o una relazione devi già conoscere la tua lingua a un buon livello (oltre a saper gestire l’argomento di cui scrivi).
    Infine, se vuoi narrare una storia, non basta conoscere la grammatica, la storia e le tecniche di scrittura creativa. C’è un qualcosa di indefinito che fa però da spartiacque tra chi scrittore lo diventerà davvero (magari senza riuscire ad approdare al successo, ma quello è anche questione di fortuna) e chi pur scrivendo bene non lo sarà mai.
    Te ne accorgi quando leggi un racconto. Al di là del gusto personale, sai distinguere subito quello scritto da uno scrittore (magari male) e quello scritto da qualcun’altro (magari bene). Tu lo chiami mestiere, dando l’idea che chiunque con molto sforzo e disciplina possa arrivarci. Io lo chiamo talento, perché parto dal presupposto che: o ce l’hai, o “nada de nada”. Sbaglierò io… ;)

    • LiveALive
      15 luglio 2014 alle 11:33 Rispondi

      Credo che qualsiasi persona riconosca che: la tecnica si può insegnare, il resto no. Forse la creatività si può allenare (anzi, senza dubbio), ma c’è gente come me che non arriverà mai a buone idee XD pure la sensibilità, l’empatia, sono caratteristiche che è naturale che qualcuno abbia più sviluppate.
      E allora,voglio riproporre una domanda che avevo fatto in un altro commento: se venisse un esperto a dirvi “oddio, tu non hai la minima capacità come scrittore… Però, accidenti, saresti una eccellente stratega militare!”, che fate? Lasciate la scrittura e vi date alla strategia militare, o continuate a fare ciò che vi piace pur sapendo che è passione senza alcun talento?

      • Salvatore
        15 luglio 2014 alle 13:27 Rispondi

        Be’ io lo faccio per passione, quindi la risposta è naturale. Anche se… adesso che ricordo, da piccolo amavo un sacco i miei soldatini! ;)

        P.S. dieci anni fa, sul finire dell’università, incontrai una donna. Era la proprietaria di una casa editrice. Lesse qualcuna delle cose che scrivevo (terribili!) e mi disse che ero bravo, ma che era molto meglio se facevo qualcos’altro. Per dieci anni non ho più scritto nulla con intento creativo. In effetti ho fatto altro. Non me ne pento un solo giorno, perché quello che scrivo oggi (e il modo in cui lo faccio) sono merito di quei dieci anni per nulla sprecati. La morale, ammesso che ci sia, è che non sempre quando ti dicono di smettere intendono per sempre, non sempre quando ti dicono bravo è perché lo sei davvero, ma soprattutto: qualunque cosa ti dicano, fai quello che pensi.

      • Severance
        19 luglio 2014 alle 21:22 Rispondi

        Uno stratega militare può scrivere un libro. Clusser era un ingegnere navale. PRESTATO al romanzo. Ed era sicuramente un bravissimo ingegnere. Non serve necessariamente avere questo grande afflato. Ora mi sovviene anche Sven Hassel, che fu tutto meno che un accademico, e scrisse di quel che visse. Porbabilmente fu un grande “sopravvissuto”, migliore in questo che come romanziere…

    • Daniele Imperi
      15 luglio 2014 alle 13:32 Rispondi

      No, non sbagli. L’ho chiamato mestiere, ma anche per me esiste il talento, che hai oppure non avrai mai :)

      Ma perché ti ha detto che eri bravo ma non dovevi pubblicare?

      • Salvatore
        15 luglio 2014 alle 15:23 Rispondi

        Be’ mi piacerebbe rispondere, ma la verità fu che una settimana dopo, quando ricevetti indietro il polpettone di roba che le avevo dato, le scrissi in risposta una lettera che non era di insulti, ma faceva capire davvero il mio talento letterario nel sminuire la sua intelligenza. La produzione migliore che possa vantare dell’epoca. :P
        Non la risentii più, come puoi immaginare. Avevo 21 o 22 anni. Oggi mi pento di averlo fatto. Non perché non sia giusto difendere i propri scritti (anche se era una produzione giovanile, a dir poco acerba), ma perché il suo consiglio mi ha aiutato molto di più che se mi avesse pubblicato. Se lo avesse fatto avrei sbattuto il muso contro una realtà davvero molto dura e forse non mi sarei rialzato per la delusione. Oggi invece scrivo con una maturità diversa, e con alle spalle cose che comunque ho realizzato e identificano la mia personalità.
        Quindi per risponderti, mi piace pensare che lo disse perché aveva visto lungo.
        La signora all’epoca aveva una settantina d’anni. È probabile che non sia neanche più viva, anche se glielo auguro. Prima di restituirmi gli scritti – c’eravamo incontrati di persona in un bar di Torino – mi fece notare tutti i difetti della mia scrittura (di allora), sottolineando il fatto che De Crescenzo aveva pubblicato molto tardi (chi vuol capire capisca) e che era importate prima di tutto laurearsi e trovare un buon lavoro.
        Non mi disse esattamente le parole: «sei bravo». Disse qualcosa come: «c’è qualcosa nella tua scrittura! – pausa riflessiva – In fondo anche De Crescenzo ha pubblicato molto tardi. Finisci di laurearti e trovati un buon lavoro». Qualcosa del genere. All’epoca l’ho interpretato come una sconfitta, una bocciatura senza appello. Oggi… Oggi no. ;)

  4. Claudia
    15 luglio 2014 alle 10:39 Rispondi

    Scrivere, riscrivere e leggere… ne so qualcosa :)
    Sono d’accordo con te nel dire che la buona padronanza della grammatica italiana deve essere alla base di uno scrittore, ancor di più se egli è un dilettante alle prime armi. Già solo per questo un manoscritto di un esordiente/dilettante viene accolto con non poche riserve, (se non cestinato per direttissima) figurarsi se il fondamentale incipit è costellato di errori da scuola elementare.
    Poi è risaputo che errori e strafalcioni capitano anche agli autori più affermati e di notevole spessore, in quanto comuni esseri umani e quindi, soggetti all’errore proprio come chiunque.
    Dunque… scrivere, riscrivere e leggere. ;)

  5. Chiara
    15 luglio 2014 alle 12:04 Rispondi

    D’accordo al 100%.
    Non mi definisco cantante perché mi piace dilettarmi con il karaoke, ma scrittrice si, quello penso di esserlo, perché la mia gavetta l’ho fatta (nell’ombra, ma c’è stata) e perché, a trentatre anni, penso di essere pronta per cimentarmi in un romanzo. Prima ci ho provato. Non sono stata in grado. Lo ammetto con umiltà. Avevo ancora molto da imparare e da studiare. Ma ora ci sto provando, sempre con l’atteggiamento di chi desidera migliorarsi giorno dopo giorno.
    I racconti non mi piacciono. O meglio: mi piace leggere quelli degli altri. Non amo scriverli. Però è fondamentale, per imparare. Non si può mettere una ferrari nelle mani di un diciottenne neopatentato. Dunque, sto partecipando a qualche concorso, divertendomi. In futuro si vedrà. Anche il blog è una bella palestra.
    Una considerazione forse off-topic: coloro che decidono di “inventarsi scrittori” la maggior parte delle volte hanno in mente una storia autobiografica, come se la loro vita fosse la più interessante del mondo. Il secondo step, altrettanto megalomane ma molto più subdolo (i primi, almeno, ci provano) è questo: “ciao Chiara voglio scrivere la mia biografia: ti va di parlarne? Così mi dai una mano”… e poi: “Oh, senti, che ne dici di metterla in forma un po’ migliore?” … Si, okay, ho capito: vuoi che te la scriva io!

    • Daniele Imperi
      15 luglio 2014 alle 13:37 Rispondi

      Concordo con quanto dici. Anche io mi sento pronto per scrivere un romanzo e lo sto facendo, anche se ovviamente non significa che ne sarò in grado :)

      I racconti fanno bene come esercizio, se proprio non li ami scrivere per pubblicarli.

      Sulla storia della propria vita hai ragione: alla fine è pur sempre una storia. Vale la pena di essere raccontata? Che hai fatto di speciale?

      • Chiara
        15 luglio 2014 alle 14:40 Rispondi

        Io penso che anche quando si scrive una storia inventata troppi riferimenti biografici impoveriscono:la prima idea di romanzo, che mi ha incatenata per anni, era piena di refusi del genere, con tanto di protagonista clone…

  6. Chiara
    15 luglio 2014 alle 12:05 Rispondi

    P.s. La frase “oh senti…” è scritta volutamente sgrammaticata per inquadrare la tipologia :D

  7. LiveALive
    15 luglio 2014 alle 14:23 Rispondi

    Che stramberia, perché ti ha detto così?
    Ti dico che a volte avrei voglia di vedere se per caso riesco bene in qualcosa che non sia la scrittura. Mi dico: mi metto un anno a studiare strategia militare. Se non combino niente passo un anno a studiare ittiologia… Alla fine dovrò pur arrivare a trovare qualcosa in cui ho talento.
    Dovrei passare un po’ di tempo a non scrivere, perché ora come ora non ho mai alcuna esperienza o conoscenza ulteriore da buttare nei testi

    P.S.: Daniele, dobbiamo fare un nuovo esperimento: prendiamo dei paragrafi scritti magari male da grandi autori e paragrafi scritti magari bene da appassionati che non hanno mai pubblicato, e vediamo se è vero che si distinguono lo stesso.

    • Salvatore
      15 luglio 2014 alle 15:34 Rispondi

      Al di là della scrittura, dovresti assolutamente tentare anche qualche altra strada. Se non provi, se non vivi, se non sperimenti, come fai a sapere di essere nato proprio per scrivere?
      Forse si potrebbe dire che gli scrittori sono uomini bravi solo a raccontare quello che sanno fare altri, ma per esserlo devi essere prima sicuro di non aver proprio alcun talento in nient’altro… ;)
      La cosa che mi lasciò sbigottito quando lessi la storia di Salinger è che lui, l’inventore del romanzo moderno americano, il cui libro trovi ancora oggi in tutte le librerie del mondo (a sessant’anni di distanza) non voleva fare lo scrittore. Certo, gli piaceva scrivere, lo faceva stare bene, ma lui voleva lavorare nell’esercito. Nel controspionaggio. E lo ha anche fatto… Sarà forse per questo che dopo “Il giovane Holden” non ha pubblicato nient’altro?

      • LiveALive
        15 luglio 2014 alle 17:00 Rispondi

        In realtà non credo proprio di essere nato per scrivere, appunto perché non riesco in alcun modo a inventare una storia. Non ho mai avuto belle idee.
        Il punto è che non mi piace neppure nient’altro. E forse non mi piace neppure scrivere… Anzi, scrivo più per una dipendenza che per una passione, un bisogno di dimostrare a tutti i costi che so farlo, e così è finita per diventare un dolore di cui non posso fare a meno. …ma se non scrivere, cosa? Non so, è l’unica cosa che ho fatto nella vita, tutto il testo è perdita di tempo.

        La reazione di quella donna mi lascia ancora perplesso. Più che altro, mi piacerebbe leggere la sua revisione… Non è che ce l’hai ancora, no?

        • Salvatore
          15 luglio 2014 alle 22:41 Rispondi

          Se ce l’avessi, la pubblicherei. Soprattutto la lettera che le scrissi in risposta. Ma credo di aver buttato tutto dalla delusione. Non ti deve stupire però, perché la reazione di quella donna è una delle più tipiche. Una delle più tipiche se escludi l’alternativa: “alcuna risposta”. :)
          Comunque non c’era niente di buono in quello che le avevo presentato, tranne il tenue sentore di un possibile talento. Motivo per il quale probabilmente ci incontrammo e motivo per il quale mi mandò a stendere. Gli editori devono pubblicare libri, non sentori di “chissachecosa”! …e poi chi dice che l’editore ha sempre ragione? Magari aveva visto male e il talento non c’è affatto. :P Di sicuro ero troppo giovane e troppo stupido. Questo sì.
          Ora, visto che la tua risposta mi piace molto, posso tentare di confortarti dicendoti che alla tua età (presumo che tu abbia una ventina d’anni) anch’io non avevo idea di cosa fare, di cosa sapessi fare e di cosa volessi occuparmi. Anzi, credo che sia “lo spirito” della gioventù. Il 95% dei ventenni attraversa quella fase. Solo il restante 5% ha già le idee chiare e li ho sempre invidiati per questo.
          Da ragazzo non sapevo di voler fare lo scrittore. Però leggevo e scrivevo e nessuno me lo aveva prescritto o mi aveva obbligato. Se poi aggiungi all’equazione il fatto che arrivassi da una famiglia proletaria, dove la persona che aveva studiato di più aveva concluso la prima media (ma la maggior parte si fermavano alla quinta elementare), be’ è un indizio rivelatore, no? Solo che lo vedi a posteriori e quando lo fai ti dici: “cazzo, quanto tempo ho sprecato! Se avessi iniziato prima. Se ci avessi messo tutto me stesso quando c’erano i miei genitori a occuparsi delle bollette…” Niente di nuovo sotto il sole. :)

          • LiveALive
            15 luglio 2014 alle 23:38

            Sì, ho 21 anni.
            Ultimamente sono confuso sull’editoria. Io ho studiato economia, so che lo scopo principale è guadagnare e non fare cultura, è comprensibilissimo. Il punto è che, da un lato, ci sono tante persone che paiono davvero sforzarsi di cercare autori di qualità; dall’altro, ci troviamo comunque un mare di testi di bassa qualità (vedi la storia di 20lines e Rizzoli). Ma allora essere pubblicati è o no riconoscimento di qualità? Sì? No? Forse solo a metà, dovendo mediare arte ed economia?

    • Daniele Imperi
      16 luglio 2014 alle 09:05 Rispondi

      Eh, ma in quel caso basta cercare il testo online e è facile che lo trovi o comunque indovini se hai letto il libro.

  8. Emilio
    15 luglio 2014 alle 14:53 Rispondi

    Sono d’accordo che arte è commercio siano strettamente legate, del resto anche Michelangelo non ha certo dipinto la Cappella Sistina per la gloria. Forse però sono meno radicale di te nel giudicare chi alle prime armi pubblica lo stesso (in self-publishing): un autore la gavetta la può fare anche scrivendo e pubblicando, e se quello che ha scritto è di bassa qualità, basteranno le scarse vendite o qualche recensione negativa a dargli il giusto impulso per migliorare la tecnica.
    Poi ovviamente sarebbe bello che ogni scritto messo in vendita fosse frutto di un impegno al 100%, ma non trovo così grave che Amazon si riempia di autopubblicati alle prime armi perché, escludendo gli autori con grossi budget per la promozione, sono convinto che le cose buone emergano da sole. Un autore con esperienza prevarrà sempre sul neofita, su questo ci metto la mano sul fuoco.

    • Daniele Imperi
      16 luglio 2014 alle 09:07 Rispondi

      Non sono molto d’accordo che autori bravi riescano a emergere su autori di scarso livello, perché poi entrano in gioco altri meccanismi, come la promozione editoriale.

    • Severance
      19 luglio 2014 alle 21:42 Rispondi

      Ti bruceresti la mano. E dimentica Amazon come esempio. E’ la discarica della letteratura proprio per quello che accade. Guarda il ciclo di “Bugie”. Esordio – temi gossip banali -superpromozione – successo.

  9. elisa
    15 luglio 2014 alle 22:33 Rispondi

    non lo so….ho qualche dubbio sulla gavetta. Almeno per come viene intesa qui.
    Elementari, medie, liceo classico (frequentati con diligenza e con la guida di validi insegnanti di italiano) non sono forse la miglior gavetta?

    Chi alle elementari ha seguito più lezioni di inglese che di italiano (e chissà com’era quell’inglese….), alle medie aveva prof. sfaccendati o troppo occupati a tener a bada la classe, al classico si è iscritto perchè il padre è avvocato, pensate davvero che scrivere raccontini o i sogni appena svegli o poesiole da ex dodicenne possa essere considerata gavetta?

    • LiveALive
      15 luglio 2014 alle 23:58 Rispondi

      Sì e no. La scuola non deve insegnare a scrivere romanzi, altrimenti perché non insegnare pure scultura? D’altro canto, è pur vero che insegniamo storia della letteratura e non storia della fisica. Immagino abbiano i loro motivi (credo sia che le materie soggette allo zeitgeist, cioè quelle che studiano oggetti sociali o ideali ma non fisici, sono studiate in relazione al tempo), ma comunque c’è molta confusione nell’insegnamento di oggi, ed è pur vero che se vogliamo metterlo dal punto di vista dell’utilitarismo assoluto allora tutta l’istruzione è inutile… Continuo a credere che la scuola non debba insegnare a scrivere. Insegnare a comunicare però potrebbe essere un’idea. Giulio Mozzi per esempio ha scritto qualcosa a proposito della possibilità di riprendere l’insegnamento della retorica. Pensiamo anche a come si insegna letteratura in America. Anche se non è diverso tanto quanto lo immaginiamo (ho consultato qualche testo scolastico straniero), comunque loro partono dall’opera per poi capire le caratteristiche del movimento (e cioè partono dal concreto, mentre noi partiamo dal movimento astratto e la concretezza neanche la vediamo), e il “creative writing” è inserito nell’insegnamento. Poi, certo, anche in America c’è chi crede che il creative writing non debba essere insegnato, ma anche la prof che avevo l’anno scorso è d’accordo nel dire che sarebbe meglio importare il metodo di studio letterario americano, e di dare più peso alle opere degli altri paesi (ti rendi conto che noi praticamente non studiamo Goethe, e che Rabelais neppure lo nominiamo?). Non è che noi non studiamo proprio nulla di tecnico, ma cosa studiamo esattamente? In sostanza, le figure di Genette, ma buona parte della tecnica di oggi è stata codificata tra gli anni 80 e 90, dopo le figure, quando la critica americana era particolarmente interessata al lato tecnico (ma secondo me lo è sempre stata, e tuttora è un elemento di discussione importante). Forse dovremmo dare una svecchiata ai testi scolastici di narratologia, se proprio vogliamo insegnarla.

    • Daniele Imperi
      16 luglio 2014 alle 09:09 Rispondi

      Il liceo non è una gavetta, pone (anzi, porrebbe) le basi per iniziare a farla.
      Ho letto testi di autori laureati pieni di errori grammaticali, quindi l’istruzione non è servita a nulla.

      La gavetta è lavoro, non istruzione.

      Che cosa intendi tu per gavetta?

      Scrivere sogni appena svegli è un esercizio di scrittura e basta. Scrivere racconti continuamente e pubblicarli è gavetta.

      • elisa
        16 luglio 2014 alle 21:02 Rispondi

        la gavetta per me è innanzitutto istruzione. Si deve partire da ottime basi culturali: la scuola primaria e il liceo ti devono fornire gli strumenti per capire un testo (cosa data erroneamente per scontata), analizzarlo (magari partendo da frasi all’apparenza banali), conoscere modi e tempi verbali, produrre un testo (temaa casa o in classe).
        Mai parlato di laurea. L’università ti fornisce soprattutto basi tecniche e informazione sui più svariati campi del sapere umano, non la capacità di ragionare (acquisita al liceo) e non la conoscenza della struttura della lingua, della sintassi e della grammatica (acquisite a elementari e medie). I laureati sgrammaticati sono persone giunte fin lì non per merito ma a forza di calci in quel posto (magari auto impressi) per poter dire a mamma e papà che nella vita si combina qualcosa.

        L’esercizio con racconti e tanto altro non serve a nulla se non hai buone basi. E avere buone basi culturali non significa essere pozzi di scienza (le conoscenze si perdono col tempo) ma persone con buona padronanza della lingua italiana e ottime capacità di ragionamento.

        • LiveALive
          16 luglio 2014 alle 23:03 Rispondi

          Secondo te la scuola attualmente insegna queste cose? Di sicuro non insegna a produrre un romanzo e neppure un racconto di qualità. I temi che si fanno in classe più che altro servono a vedere se l’alunno ha compreso le differenze tra i tipi di testo e le strutture base della narrazione, non a fargli produrre testi di qualità. Ma secondo me è anche giusto così, eh!

          Piuttosto, credo non ci sia alcun legame tra il capire il messaggio di un testo e la sua qualità. Una parte della bellezza sta nella interpretabilità, ma nell’interpretazione in sé non c’è bellezza. Ora, Manzoni: quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e golfi… Bene. Prendiamo l’alunno e gli spieghiamo: “alunno ignorante, ammira la grandezza del Dio Manzoni: nota come la sintassi arzigogolata rispecchia la complessità morfologica del territorio descritto.” Cosa ha capito l’alunno dopo che gli abbiamo detto questo? Secondo me ha finito per capire che quando parla di un terreno complesso deve scrivere frasi lunghe e complesse piene di subordinate. Cioè ha capito una boiata. Manzoni ha sicuramente usato una tecnica interessantissima, ma non credo che all’alunno sia utile sapere perché Manzoni, in quello specifico passaggio, ha scritto così, fornendogli tra l’altro non una nozione tecnica (“le frasi lunghe con tante subordinate sono complesse e possono confondere”) ma interpretativa (“le frasi lunghe con tante subordinate descrivono il terreno”). Forse sarebbe stato meglio parlargli in generale dei modi in cui si può sfruttare la sintassi, e magari gli si poteva dire che oggi gli incipit a la Manzoni non piacciono più di tanto. Ma ripeto: tutto questo per me va bene, ma, almeno secondo me, non va bene per lo scopo che tu poni all’istruzione.

          • LiveALive
            16 luglio 2014 alle 23:09

            P.S.: naturalmente stiamo parlando di due tipi di analisi: l’interpretazione è una analisi, ma anche l’analisi tecnica si può fare. Tutto dipende da cosa intendevi a proposito di capire e analizzare un testo.

  10. Salvatore
    16 luglio 2014 alle 00:48 Rispondi

    LiveALive
    Sì, ho 21 anni.
    Ultimamente sono confuso sull’editoria. Io ho studiato economia, so che lo scopo principale è guadagnare e non fare cultura, è comprensibilissimo. Il punto è che, da un lato, ci sono tante persone che paiono davvero sforzarsi di cercare autori di qualità; dall’altro, ci troviamo comunque un mare di testi di bassa qualità (vedi la storia di 20lines e Rizzoli). Ma allora essere pubblicati è o no riconoscimento di qualità? Sì? No? Forse solo a metà, dovendo mediare arte ed economia?

    Credo che non ci sia una verità. Come in ogni campo, c’è chi fa bene il proprio lavoro e chi lo fa male. Ma forse è anche sbagliato parlare di bene e male. Diciamo che gli scopi che spingono le persone o le società possono essere diversi.
    La crisi ha avuto il merito di spingere le persone (e le società) ad agire. Questo è un bene. In che modo però, dipende dai diversi obbiettivi che vogliono raggiungere. Ad esempio Neri Pozza sta puntando molto sulla qualità, dichiarando di voler pubblicare solo letteratura, di fregarsene dei guadagni e di non considerare i generi letterari (gialli, noir, fantasy, fantascienza, ecc) letteratura. Ora, non so di preciso cosa stia combinando Rizzoli, ma può essere che il suo obbiettivo la spinga a comportarsi come sta facendo. Di buono c’è che ce la sta mettendo tutta, sia con iniziative come Masterpiece, sia con 20lines. Mi auguro per loro che riescano a raggiungere l’obbiettivo; sarebbe uno spreco di risorse e di opportunità se non ci riuscissero.
    Inoltre, diversamente da quello che pensa la maggioranza, non credo che pubblicare spazzatura sia un crimine. È vero che tolgono qualità all’editoria, ma è anche vero che questo permette ai fuori classe di elevarsi più facilmente. La verità è che ognuno trova sempre quello che cerca, purtroppo. Non il contrario. Magari fosse il contrario.

    • LiveALive
      16 luglio 2014 alle 10:51 Rispondi

      Masterpiece non l’ho visto, ma da ciò che mi hanno raccontato non era granché. Cioè, dire “toh, trenta minuti per scrivere in capitolo” mi pare uno sciocchezza, c’è chi scrive un romanzo in cinquanta giorni (Stendhal) e chi in cinque anni (Flaubert).
      Ti dirò, se un testo ha la possibilità di piacere anche a pochi, si può pubblicare, secondo me, basta non esagerare e buttare l testi sgrammaticati all’urlo di “tanto non se ne accorgeranno”.
      Neri Pozza… Scelta estrema, direi. Non avrebbe pubblicato Conan Doyle, Tolkien, ecc. Se gli arrivava La Strada di McCarthy che diceva? “è genere post apocalittico: io non pubblico questa spazzatura”? …io credo che non tutti gli argomenti siano uguali, e la narrativa di genere fa spesso l’errore di concentrarsi su eventi o ambientazioni dimenticando per strada il lato umano dei personaggi… Però narrativa di qualità si trova in egual misura dentro e fuori la narrativa di genere. Che poi la divisione tra letteratura e paraletteratura, diciamolo, non dovrebbe neanche esistere, altrimenti qualcuno potrebbe dire che Dante è paraletterario solo perché ha inserito elementi fantastici.

      • Salvatore
        16 luglio 2014 alle 13:27 Rispondi

        Esatto. Infatti la differenza la fa non tanto scrivere all’interno di un genere, ma cogliere il “senso di un epoca”. In questo caso “La Strada” di McCarthy credo sarebbe stato pubblicato. In fondo in America la violenza senza un fine (o fine a se stessa) non è proprio questo? :)

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