Introduzione al personal branding per scrittori

Superman
Come iniziare a costruire la propria carriera di scrittore

Siamo in un’era che vede la fine della figura dello scrittore-eremita. A molti questo discorso non va giù, ma purtroppo bisogna considerare alcuni cambiamenti avvenuti nel mercato editoriale, cambiamenti che hanno rivoluzionato il concetto stesso di editoria, imponendo un nuovo modo di pensare e di porsi al pubblico.

  • Gli scrittori proliferano: adesso scrivono tutti. Si sente da più parti che gli scrittori superano i lettori. Sono dati che fanno pensare, perché non basta più scrivere e pubblicare, bisogna riuscire a farsi spazio.
  • Gli ebook aumentano: oggi si legge in modo diverso, oggi esistono nuove esigenze. Uno scrittore deve saper accogliere le novità, adeguarsi ai nuovi sistemi.
  • Il self-publishing avanza: scrivere pensando a diventare imprenditori di se stessi. Inventarsi e innovarsi. Non più lo scrittore che attende, ma un autore completo che propone.
  • I lettori cambiano: cercano opere da leggere sfruttando tutti i canali a disposizione. Alcuni di questi canali si chiamano social media.

Introspezione

Il personal branding per lo scrittore inizia dal suo intimo. Un’introspezione è necessaria per capire come muoversi, quale strada prendere, cosa ottenere e come ottenerlo. Scrivere non è solo un’azione meccanica: se pensate questo, allora lasciate perdere.

Mai, mai perdere di vista il vero motivo per cui scriviamo: per farci leggere. Per pubblicare. Per vedere il nostro nome su una copertina e il nostro libro in libreria.

Conoscere se stessi

Penso che uno dei grandi errori che possa commettere uno scrittore è non sapere chi è. E sono convinto che la maggior parte degli scrittori emergenti e aspiranti non sappia chi è. Scrive e basta. Come se finire un romanzo sia la sola cosa che conta.

No, non possiamo scrivere se non capiamo esattamente chi siamo e dove vogliamo arrivare. I lettori non comprano le nostre opere, ma comprano noi. E per quanto possa sembrare poco letterario o culturale tutto ciò, è l’unica verità da accettare.

Come conoscere se stessi: bisogna riuscire a capire le proprie potenzialità. Individuare la forza della propria scrittura. Sapere di poter scrivere storie che si discostano dalla massa, dal già letto.

Definire la propria narrativa

C’è stato un boom del genere fantasy. Poi sono arrivati gli zombi, i vampiri e le streghe. Opere su opere scritte nella speranza di sfruttare le mode e i successi del momento. Questa è narrativa? No, non mi sento di chiamarla così.

Un vero scrittore sa cosa scrivere a prescindere da ciò che altri, prima, hanno scritto. Un vero scrittore deve capire di cosa ha bisogno, perché la scrittura è innanzitutto un bisogno fisico e mentale e per esser soddisfatto deve avere una strada impostata.

Come definire la propria narrativa: potrei facilitare il compito chiedendo “cosa vi piace leggere?”. In realtà non basta. È vero che scrittura e lettura sono legate, ma è anche vero che scriviamo ciò che abbiamo dentro di noi, non ciò che alberga in altri scrittori.

Imprenditoria

Anche se non parliamo di self-publishing, uno scrittore deve conoscere il vero significato di un’opera letteraria. L’aspetto culturale è solo marginale. È un aspetto che non riguarda direttamente l’autore, se non dal punto di vista tecnico, ma il lettore.

Se poi uno scrittore vuole diventare imprenditore di se stesso, a maggior ragione deve sapere come funziona ciò che sta producendo e vendendo.

Considerare il prodotto-libro

Scrivere storie vendibili. Non c’è altro da aggiungere. Fa così schifo questo concetto? Però è la pura verità e è sempre meglio sputarla in faccia nel modo più diretto e con le parole più dure. Perché lasciano il segno.

Un libro è un prodotto commerciale. L’aspetto letterario e artistico vanno lasciati da parte quando si deve pensare a emergere con la propria scrittura. L’arte è la parte tecnica dell’opera. Ma chi vuole scrivere per pubblicare deve considerare l’aspetto del libro che permette di essere venduto.

Attrarre i lettori

Alla stessa maniera con cui un’azienda attrae i propri clienti, ma con la differenza che il lettore-cliente è un cliente anomalo, come il libro è un prodotto anomalo. Il lettore vede l’autore – ossia il produttore dei beni che ha acquistato – con occhi diversi con cui vedrà un produttore come Samsung, Guinness, Sony, Pixar, ecc.

Sono tutti brand, anche lo scrittore lo è. Ma è un brand umano, possiamo dire. Fra scrittore e lettore può stabilirsi un dialogo che con altri brand non è concepibile.

Come attrarre i lettori: abbattendo le barriere culturali e sociali. Evitando snobismi. Ponendosi sullo stesso piano perché, in fondo, siamo tutti uguali.

Condivisione e connessione

La scomparsa dello scrittore-eremita – in realtà non è scomparso, alcuni esemplari ancora sopravvivono, ma sono in estinzione – è dovuta al cambiamento tecnologico e sociale degli ultimi anni. È cambiato il modo di avvicinarsi alla letteratura e di cercare libri. È cambiato il modo di leggere, di proporsi.

Uno scrittore, oggi, è posto di fronte a due alternative: essere presente in rete e cercare di farsi notare oppure restare escluso dal gioco, rinchiudersi nella sua solitudine e attendere qualcosa che non arriverà.

Un blog per lo scrittore

Perché un blog e non un semplice sito vetrina? Perché un blog permette di comunicare, mentre un sito vetrina serve solo a vendere. Prima di vendere, lo scrittore deve comunicare. Questa è la mia idea, ferma e decisa.

Sapete qual è il problema? Il numero. Il numero enorme e quasi incalcolabile di opere prodotte. E di scrittori che pubblicano. Perché devo acquistare te che non offri nulla eccetto i tuoi ebook e non il tuo collega che con il suo blog mi parla, mi dà consigli, mi fornisce anteprime delle sue opere, mi permette di criticarle?

Il primo scrittore non è tanto diverso dall’eremita. Il secondo invece ha capito che oggi bisogna condividere il sapere e connettersi coi lettori.

Social media per scrittori

Scegliete i social media che più si adattano alle vostre esigenze e, soprattutto, alla vostra personalità. Credo anzi che un social medium debba scegliersi più per istinto che per altri motivi.

  • Ho scelto Twitter perché mi stimola. Mi permette di sintetizzare – e questo migliora la mia comunicazione. È discreto. È semplice trovarvi persone da seguire coi miei interessi ed essere trovato.
  • Ho scelto Instagram perché mi fa creare gallerie istantanee di scatti. È un profilo esclusivamente personale, non lavorativo. Là ci sono io, che scatto immagini dal quotidiano.
  • Ho abbandonato Facebook perché era invasivo, dispersivo, assolutamente antidemocratico. Una bolgia in cui non mi sentivo a mio agio. Da maggio 2012 in cui mi sono cancellato non ho mai avuto la tentazione di iscrivermi di nuovo.

Sono anche in Linkedin e Google+, anche se devo usarli di più e meglio.

3 parole chiave per distinguersi

Le ultime 3 parole e poi vi lascio. Sono parole da tenere a mente ogni volta che si scrive una storia. Sono anche parole difficili da ricordare e concetti non proprio facili da rendere attivi.

  1. Coerenza: siate sempre coerenti. Il pubblico non ama i pagliacci. È preferibile essere una pecora nera, piuttosto che una bianca che cambia lana al cambiar del tempo.
  2. Personalità: dalla vostra scrittura dovete emergere voi. Il lettore non sta leggendo il vostro romanzo, ma sta leggendo proprio voi.
  3. Unicità: distinguetevi dalla massa. Scrivete ciò che nessuno ha mai scritto o avuto il coraggio di scrivere. Ognuno di noi è unico. Deve solo dimostrarlo con la sua scrittura.

È davvero un caso che queste 3 parole formino la sigla CPU (Central Processing Unit), il processore dei computer, il cuore stesso dei computer. Ma le coincidenze non avvengono mai per caso. Quelle 3 parole devono essere la CPU dello scrittore-computer, se avete capito cosa intendo dire.

Come pensate di fare personal branding come scrittori?

Categoria postPublicato in In evidenza, Risorse - Data post9 gennaio 2014 - Commenti15 commenti

DanieleDaniele Imperi

Sono blogger e web writer e scrivo e leggo ogni giorno. Oltre a Penna blu, ho creato e gestisco i siti su Cormac McCarthy e Edgar Allan Poe. Leggi di più nella mia biografia.

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Commenti
  • […] Siamo in un’era che vede la fine della figura dello scrittore-eremita. A molti questo discorso non va giù, ma purtroppo bisogna considerare alcuni cambiamenti avvenuti nel mercato editoriale, cambiamenti che hanno rivoluzionato il concetto stesso di editoria, imponendo un nuovo modo di pensare e di porsi al pubblico.  […]

  • Kentral 9 gennaio 2014 at 11:53

    Ciao Daniele,
    Altre volte hai già accennato a questo aspetto dell’autore, di iniziare l’autopromozione prima ancora di scrivere qualcosa.

    Sono d’accordo quando parli di introspezione, imprenditoria dello scrittore, connessione. Non mi convince però la teoria di fondo del farsi conoscere prima. Questo consiglio lo ritengo deleterio per gli aspiranti scrittori, perché se non sono pienamente consapevoli di quel che fanno rischiano di sprecare tempo prezioso della propria vita.

    Se lo devi fare perché questa è la tua espressione di vita, perfetto. Ma se devi fare branding al solo scopo di pubblicare il tuo libro non ha senso. Diciamoci la verità, quanti aspiranti scrittori hanno le reali capacità per emergere? Morandi con la sua canzone “uno su mille ce la fa” sarebbe generoso nel mondo dell’editoria. Se riesce ad emergere uno ogni 50.000 all’anno, possiamo gridare al miracolo. E gli altri 49.999 che hanno inondato il web per farsi conoscere che fanno?

    Nella società esiste l’effetto bolla. Se io dico cose interessanti, mescolato fra migliaia e migliaia di voci nessuno prenderà sul serio ciò che dico. Ma se diventi famoso, ecco che ogni cosa che dirai catalizzerà l’attenzione di pubblico, media e social.

    Ma posto questo ragionamento ti faccio una domanda. Quanti casi puoi realmente indicare di scrittori che sono emersi facendosi conoscere ancor prima di pubblicare?

    Io seguo con attenzione l’evoluzione dell’editoria Usa. Boh. Non ho riscontri. Vedo ancora oggi, ed anzi più del passato, autori prettamente sconosciuti scrivere in self publishing e scalare le classifiche di ebook e diventare famosi. O anche i tanti casi di scrittori sconosciuti lanciati in pompa magna dalle case editrici ed emergere.

    Certo se poi parliamo che per autopromuoversi prima significhi vendere 1.000 copie appena pubblichiamo il libro, va bene. Ma chiaramente quantità così basse non valgono né la pena di spendere anni ad autopromuoversi, né per scrivere un libro.

    • Daniele Imperi 9 gennaio 2014 at 13:19

      Non intendevo fare branding, ma farsi conoscere. Il personal branding non va inteso come commercializzazione della propria persona.

      Il mercato USA funziona in modo diverso dal nostro. Non ho casi da mostrarti. È solo la mia idea :)

  • Antonella 9 gennaio 2014 at 13:00

    Anch’io amo Twitter per la discrezione e perché insegna a sintetizzare. Fingo che questo commento sia un tweet: coerenza, personalità e unicità (CPU). Sei incredibile! Grazie.

  • MikiMoz 9 gennaio 2014 at 13:44

    Ne capisco poco di queste cose…
    …per farsi conoscere devi scrivere, secondo me, senza aspirare alla fama o a vendere subito.
    Boh, per il resto non so che dire… io scrivo perché mi diverte!
    E considerato che attualmente sono pagato per divertirmi (in altri contesti), direi che niente è impossibile a questo mondo :D

    Moz-

  • Alessia 9 gennaio 2014 at 13:47

    Che dire?
    Un articolo eccellente, Daniele, una panoramica che affronta la scrittura di petto e a 360°. Secondo me è un articolo da mostrare come un manifesto, perché conosco autori che – a bizzeffe – si dichiarano intellettuali, artisti e via discorrendo.
    Non a caso ho utilizzato la parola “autore” e non scrittore.
    Il concetto è sempre lo stesso: tutti sanno scrivere, dipende da come scrivi e come affronti le tematiche.

    In questo articolo, però, noto due contraddizioni. La prima, è quella sul genere narrativo di appartenenza: non eri tu che li detestavi? =P
    Il secondo, invece, riguarda proprio il discorso che facevi a proposito dell’abuso del fantasy. Poco più sotto, dici che un libro DEVE vendere. Ovvio che l’autore emergente decide di scrivere di vampiri, se il vampiro vende, per potersi far conoscere. Secondo me le due cose sono strettamente legate e inscindibili. Se vuoi vendere devi adattarti al mercato che vende di più. Se non vuoi vendere, ritorni al punto uno e vedrai solo l’aspetto artistico e non pratico della vicenda.
    Insomma, prendiamo Anne Rice: ha scritto per trent’anni la saga dei vampiri, quanti hanno deciso di scrivere qualcosa del genere?
    Nessuno.
    Poi è arrivata la Mayers con Twilight e, guarda un po’, c’è stato il boom. Perché? Perché, come sostieni tu, i tempi sono cambiati e sia l’editore che l’autore vogliono prima di tutto vendere. E sono cambiati anche i mezzi con cui fare pubblicità e farsi conoscere. La Mayers era un’autrice di fanfictions, non dimentichiamolo.
    E “50 Sfumature di grigio” una fanfiction su Twilight.
    Potrei citarti anche esempi italiani di scrittrici di fanfictions diventate autrici, come Virginia De Winter o Lara Manni.
    Questo per sottolineare come, la rete e l’auto promozione, siano oggi fondamentali.
    A me, questo articolo, è piaciuto da matti!
    Quando il prossimo con approfondimento sui canali di promozione?
    Lo scriverai?

    • Daniele Imperi 9 gennaio 2014 at 14:34

      Sì, ero io quello contrario ai generi letterari :)
      Ma ho parlato così per specificare che comunque ognuno di noi ama scrivere e leggere di determinati temi.

      Riguardo al prodotto da vendere, io intendevo la qualità, non la spazzatura che puoi trovare in libreria come le mille saghe improbabili sui vampiri. Sono due discorsi diversi.

      Dipende a quale pubblico vuoi rivolgerti. A me non interessa quello che legge Twilight.

      Sui canali di promozione ho scritto qualcosa, che intendi di preciso? Comunque ci sarà un post sulla promozione.

    • Tenar 9 gennaio 2014 at 15:11

      Sì, anch’io concordo che la scrittura di fanfiction oggi è una vetrina da non sottovalutare. Al di là dell’autopubblicazione, ci sono editori che tengono monitorati i siti di fanfiction per trovare nuovi autori. Inoltre è anche un mondo che permette di capire come si muove il pubblico e quali storie cerca

  • Tenar 9 gennaio 2014 at 15:06

    Ho trovato tutta la parte sull’introspezione molto saggia.
    Io ho fatto fatica a capire cosa volevo fare con la scrittura, mi ci è voluto molto lavoro per capire che le storie che avevo dentro potevano uscire anche in modo diverso da come le avevo pensate in un primo momento. Ho dovuto anche capire cosa volevo dal mercato editoriale per muovermi verso una direzione precisa. Adesso non so se raggiungerò mai la mia meta, ma almeno so verso quale direzione sto nuotando (case editrici serie per le mie storie) e il fatto che trovi più aiuti che ostacoli mi rassicura.
    Quanto al fare brandig non so.
    Credo che il testo venga prima di qualsiasi promozione. Bisogna rendere i testi accessibili, in modo che possano essere notati. Per chi, come me, sceglie la strada dell’editoria tradizionale conta più arrivare in finale a un concorso prestigioso che avere 10000 seguaci sui social, perché a editore e agenti interessa ancora più la qualità e la vendibilità di un testo che la capacità imprenditoriale di un autore. Se poi c’è anche quella aiuta, certo. Se devono scegliere se puntare su due autori ugualmente bravi, scelgono quello che sa promuoversi meglio. Tuttavia non bisogna creare l’illusione che la capacità imprenditoriale conti di più di una scrittura solida.

    • Daniele Imperi 9 gennaio 2014 at 18:43

      Costruire un personal branding non significa fare promozione :)
      Vedo che questo argomento non è recepito da nessuno, ma in parte esula dal mio blog.

      Significa che devi saperti far apprezzare dagli altri per quello che sei, costruire un tuo mercato, raccogliere pubblico: ma tutto questo non è fare promozione. È creare una tua immagine online.

      • Tenar 10 gennaio 2014 at 14:03

        Sì, hai ragione. Sono un po’ lenta a capire.
        Continuo a pensare, però, che prima ci voglia il testo e poi il pubblico.

  • Kinsy 26 gennaio 2014 at 11:20

    Ho riflettuto a lungo su questo post prima di commentare. Il mio primo pensiero era completamente all’opposto del tuo, ma poi ho pensato come reagisco io. Per fare un esempio pratico, non amo molto il genere fantasy e di sicuro non leggerei un esordiente, ma nel tuo caso farei una prova, perché in qualche modo ti conosco, anche se qui affronti al temi. Lo farei per curiosità.
    Nel tuo caso, però l rischio è quello di rivolgersi solo ad un determinato pubblico, ai tuoi colleghi scrittori che approdano qui in cerca di consigli, ma non al pubblico giovane a cui, di solito, si rivolge il fantasy…

    • Daniele Imperi 27 gennaio 2014 at 07:35

      Il pubblico giovane a cui si rivolge il fantasy ama un fantasy che a me non piace e che non scrivo. Quindi alla fine non c’è nessun rischio.

      Grazie per la prova che faresti :D

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