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Come gestire il self-publishing

Come gestire il self-publishingNel mio articolo dedicato al self-publishing su Amazon un lettore ha sollevato una questione su cui bisogna riflettere se vogliamo scegliere di autopubblicare la nostra opera anziché affidarci a una casa editrice.

Io dico sempre che per me il self-publishing non rappresenta l’unica strada da percorrere, ma che continuerò a proporre i miei testi a un editore, nonostante abbia finora ricevuto solo rifiuti, anche se non nel campo della narrativa. Lì, almeno, qualche brevissimo racconto in antologie mi è stato accettato.

Come si gestisce il self-publishing?

Se avessi avuto la risposta, avreste trovato diversi miei ebook in vendita qui e là per le varie piattaforme di distribuzione. Saltiamo per un attimo le basi della scrittura, l’idea per una storia o comunque per un libro, ecc. A noi interessa la gestione, cioè come svolgere anche la parte dell’editore e non solo quella dell’autore.

Nel suo commento Ulisse ha scritto cose sensate, che voglio riportare.

Nel mio caso il self publishing ha soltanto un difetto: non si ha un contatto articolato con qualcuno che ha interesse a “importi” la chiusura di un lavoro, in quanto deve rispettare dei tempi di pubblicazione. Qualcuno che ti indichi un criterio per definire il prodotto come maturo per quella edizione e poi si pensa alla prossima. È vero che ci sono gli “editor”, ma credo che un “pratico” che sappia valutare anzitutto la “digeribilità” pagante di un testo con un occhio anche al proprio interesse a lungo termine, sia meglio. È inevitabile che l’autoeditore si ritrovi a ricoprire ruoli che non gli competono e dove trovare un equilibrio non è facile.

È vero che la chiusura dei lavori è unico interesse dell’autore. All’editor non importa: gli arriva il manoscritto su cui lavorare e poi, al limite, la revisione con i suoi consigli. Ma non impone certo date di scadenza. L’editor guadagnerà sul lavoro svolto, è solo un professionista che viene chiamato quando c’è un lavoro da svolgere.

Capire e accettare il self-publishing

Io penso che in primo luogo si debbano comprendere i meccanismi del self-publishing: è editoria indipendente. È l’autore che veste anche i panni dell’editore. È chiaro quindi che debba svolgere più ruoli, anche quelli che non gli competono.

Ma è così, altrimenti deve rivolgersi a una casa editrice e dovrà solo scrivere e rivedere il manoscritto. Al resto penseranno altre persone. Self-publishing non significa purtroppo scrivere un romanzo e poi con un paio di click metterlo in vendita su Amazon. È qualcosa di più complesso.

Scrivere con continuità

Questa è la prima regola, una volta che abbiamo capito cosa significhi veramente pubblicare per conto proprio un’opera letteraria. Forse i tre mesi per la prima bozza di cui parlava Stephen King hanno questo significato: di scrivere senza smettere, ogni giorno, finché non abbiamo terminato la storia.

Una regola che vale anche per chi voglia pubblicare con un editore. La continuità ci assicura di terminare l’opera in tempi “ragionevoli” ma, soprattutto, di poter vedere i frutti del nostro lavoro.

Fissare una data di scadenza per la revisione

Se si vuole davvero scegliere il self-publishing, allora bisogna assumere un atteggiamento “editoriale”: quindi, per prima cosa, fissare una data entro cui revisionare il testo. Non voglio stabilire tempi per la scrittura, perché secondo me è impossibile decidere a priori quanto tempo occorrerà per scrivere un romanzo. Ma per la revisione credo di sì: in fondo il lavoro più grosso è fatto.

Quella scadenza è importante perché è la data ultima per termine ogni lavoro iniziale sul nostro manoscritto. Lavoro che poi dovremmo ricominciare con l’editing.

La ricerca dell’editor

Deve avvenire prima della revisione, per accelerare i tempi. Credo che fra scrittore e editor debba esserci sintonia per poter fare un buon lavoro. Ma all’editor, comunque, a meno che non sia un vostro amico, non importerà nulla se il vostro romanzo venderà o meno, perché il suo compenso è quello dell’editing.

L’unica cosa che saltate nel self-publishing è la barriera della casa editrice. In quel caso è ovvio che abbiate delle date di consegna da rispettare, altrimenti la casa editrice rischia di non pubblicare nulla, se tutti i suoi autori se la prendono comoda.

Nel self-publishing l’editore siete voi: quindi o vi responsabilizzate e fissate quella benedetta data o andate avanti a singhiozzo, pubblicando magari un ebook ogni 5 anni.

Se l’editoria è imprenditoria – e lo è – anche il self-publishing è imprenditoria, con la differenza, non certo piccola, che a essere imprenditore è in quel caso lo scrittore.

Come gestite il self-publishing?

Siete d’accordo su queste riflessioni? Che cosa trovate più difficile affrontare nel self-publishing?

39 Commenti

  1. Salvatore
    4 novembre 2014 alle 06:31 Rispondi

    Credo che la difficoltà maggiore riguardi proprio la data di scadenza. Un libro può essere apprezzato o meno. Uno scrittore può essere più o meno bravo. Se non termina il manoscritto però, non lo saprà mai. Uno scrittore deve avere fame, fame di terminare e, possibilmente, di guadagnare. Io mi rendo conto che quella “fame” non ce l’ho, quindi me la prendo comoda. Troppo comoda.

    • Daniele Imperi
      4 novembre 2014 alle 14:19 Rispondi

      Hai ragione: me la prendo anche io comoda per lo stesso motivo. Però vorrei riuscire a darmi una scadenza.

  2. LiveALive
    4 novembre 2014 alle 06:44 Rispondi

    Ehi, dove hai preso quell’immagine? Ti diffido dal mettere in rete delle mie foto!

    Bisogna stare attenti alla ricerca dell’editor. Vediamone tre tipi:
    – l’editor tradizionale che lavora nella ce
    – l’editor freelance
    – il consulente editoriale che fa pure editing
    Il primo non lo paghi tu, ma la casa editrice, ed è chiaro che se uno non pubblica in CE deve andare a cercare in una altra categoria.
    Il consulente fa si l’editing, anche gratis, ma poi il libro deve proporlo a una casa editrice, che deve pubblicarlo. Anche il consulente, quindi, non è che se ne freghi se il lavoro viene pubblicato o no: probabilmente, anzi, prima di accettare l’editing cercherà una CE interessata al prodotto.
    L’editor freelance invece l’editing te lo fa, a pagamento, anche se non si verrà mai pubblicati. Il problema? Che il mondo degli editor freelance è come quello degli autooubblicati: il 99% non sa quello che sta facendo…

    Personalmente non capisco questa esigenza di pubblicare ogni tot, con scadenze, né capisco il problema nel pubblicare un ebook ogni 5 anni. Pasternak ha pubblicato un solo libro e con quello ha vinto il Nobel. Anche Lampedusa ha scritto un solo vero libro. Svevo di libri completi ne ha fatti tre in tutto…
    Cosa cerchi? Soldi? Fama? Donne? Non preoccuparti, che col self-Publishing non ti arrivano. Se invece vuoi dare al mondo un prodotto di qualità, ecco, è la giusta via; ma allora non c’è nulla di male nel pubblicare un libro ogni 10 anni.

    • Salvatore
      4 novembre 2014 alle 07:10 Rispondi

      “L’editor freelance invece l’editing te lo fa, a pagamento, anche se non si verrà mai pubblicati. Il problema? Che il mondo degli editor freelance è come quello degli autooubblicati: il 99% non sa quello che sta facendo…”

      Questa è probabilmente una verità su cui riflettere a lungo…

    • Daniele Imperi
      4 novembre 2014 alle 14:24 Rispondi

      Parlo di editor freelance. L’esigenza di pubblicare diversi libri è per potersi definire scrittore a tutti gli effetti. Con un solo libro, per me, non puoi essere considerato scrittore.

      Del Nobel me ne frego, per me non ha alcun valore.

  3. Carlo Armanni
    4 novembre 2014 alle 08:33 Rispondi

    Probabilmente LiveALive ha ragione,
    con il self-publishing difficilmente si potranno fare soldi a palate, ed incosciamente il self-autore ne è consapevole, quindi per tentare di tirarci fuori qualche soldino, deve puntare sulla quantità. Quantità che ovviamente non preclude qualità, a patto di servirsi di editor professionisti… ma quanti ebook devi vendere per pagare un professionista?

    • Daniele Imperi
      4 novembre 2014 alle 14:28 Rispondi

      Anche io so che non arrivano soldi a palate, ma non m’interessa quello, perché appunto so che non è possibie.

      L’editing non è costoso.

  4. Marco Amato
    4 novembre 2014 alle 10:17 Rispondi

    Invece io appartengo agli ottimisti. Il mondo dell’editoria si sta trasformando in maniera radicale. In questo contesto il self publishing è la più grande rivoluzione per un autore dai tempi dell’invenzione della carta.

    Lo so che sembra una sparata, ma è così. Spiegarlo sarebbe lungo. Ma la grande opportunità del self publishing è che permette un nuovo modello economico capace di far vivere un autore con la propria scrittura. Quando dico queste cose vengo preso per pazzo o eretico. In realtà i dati sono evidenti, le proiezioni economiche confermano e il buon senso lo ammette.

    Questo modello si sviluppa negli Stati Uniti perché un tale Jeff Bezos spacca i criteri della pubblicazione tradizionale. E la guerra in corso tra Amazon e Hachette ha radici profonde.
    Cosa ha fatto questo tizio?
    L’autopubblicazione già esisteva. Ma lui applica una formula dirompente. Ogni autore che si vuole autopubblicare, non in pescheria, ma nella sua libreria più grande al mondo, percepirà il 70% del prezzo che l’autore stesso sceglierà. (Dentro una fascia di prezzo che va da 1,99 a 9,99 dollari.)

    Immaginate lo scenario, anche qui in Italia. Posto il prezzo di vendita a 9.99 euro.

    Lo scrittore con l’editoria percepirebbe 1 euro a copia, il 10% del prezzo. (Se ti chiami Camilleri arrivi al 15%).
    Il self publisher percepisce il 70% cioè 7€ a copia. Ri-cioè il 700% in più rispetto all’editore tradizionale.

    In un mercato come quello americano questo scenario ha creato effetti dirompenti. Dove sono centinaia, forse migliaia, le stime sono discordanti, gli scrittori che vivono con la loro scrittura senza passare da una casa editrice.
    A confermarlo ecco uno studio, che io avevo letto in Inglese, ma che è stato riportato anche in Italia.
    http://www.scrivo.me/2014/08/05/le-sorprendenti-statistiche-del-self-publishing/ Scusami Daniele per il link.
    In pratica a Luglio 2014 gli Indie Published e gli autori singoli arrivano a quasi il 40% delle royalties destinate agli autori da Amazon.

    Cosa significa in termini pratici per noi autori?
    Che se tu autore in self publishing riesci a vendere almeno 5 mila copie l’anno di ebook al prezzo corretto di 5.99 euro (romanzo da 300 pagine in su, con editing e tutto). Puoi portare a casa 20 mila euro l’anno.
    Non è una cifrona, d’accordo, ma la base di partenza per vivere di scrittura. Negli Usa gli autori adottano varie tecniche per rendere il modello di sostentamento sempre più facile da gestire. Come la tecnica di programmare un libro l’anno da pubblicare, per almeno i primi tre anni.
    Il primo libro avrà fatto il suo corso, ma appena pubblicherai il secondo, sarà più facile arrivare alle tue 5 mila copie l’anno. Col terzo ancora più semplice.
    Inoltre 5 mila copie non saturano il mercato, non colmi il tuo pubblico di lettori, questo significa che i libri precedenti continueranno a vendere comunque. Non avrai un picco come accade oggi con un editore. Vendi tutto nei primi sei mesi di promozione e poi il libro si pianta.
    Man mano che fidelizzerai i lettori, ti costruirai una strada in discesa. Chi ha già acquistato il tuo primo libro, sarà più propenso ad acquistare il secondo e il terzo. A 5,99 euro si può fare. Ma nel frattempo mentre promuovi il secondo, troverai nuovi lettori che non ti conoscevano e potranno comprare il primo.
    Si può creare un circolo virtuoso dove anno dopo anno potrai crescere e affermarti, senza alcuna casa editrice.
    Il sogno di poter vivere di scrittura è a portata di mano. In Italia ancora non siamo riusciti a comprendere questo modello e a esplodere. Ancora oggi gli autori migliori preferiscono l’editoria tradizionale e anche vendendo 5 o 10 mila copie, fanno la fame.
    E’ in atto una rivoluzione i cui sceneari sono difficili da ipotizzare.
    È possibile vivere di scrittura col self publishing? Sì.
    È facile? No, senza dubbio.
    È comunque fattibile se hai talento e sai muoverti? Certo che lo è.

    • Salvatore
      4 novembre 2014 alle 10:37 Rispondi

      Condivido la tua analisi, ma il punto è arrivarci a vendere cinquemila copie l’anno in self. Mi sembrano tante, anche con tre libri. Non so in America, ma in Italia credo che le stime sia decisamente più basse. Non ho dati oggettivi, intendiamoci, ma leggendo qua e la tutti mi sembrano abbastanza insoddisfatti, se parliamo di vendite. Se invece parliamo di pubblicità e di attirare l’attenzione di un editore in modo alternativo, allora le cose cambiano.

      • Marco Amato
        4 novembre 2014 alle 11:31 Rispondi

        Certo che non è facile. Occorre essere uno scrittore vero. Non si improvvisa nulla purtroppo. Bisogna scrivere storie avvincenti, di qualità, con uno stile personale. Occorre portare caratteri di novità, essere innovativi. Esistono strumenti di marketing molto potenti per raggiungere i potenziali lettori. Ma è come il bel post di Daniele di ieri sugli editori fantasy, se ci si propone con la solita roba non si emerge. Il lettore ha bisogno di distinguerti. Cinque mila sono tanti, ma molti autori in self li hanno toccati e superati. Ma a prezzi di 0.99 o 1.99 euro. Sono i primi segnali di un mercato acerbo. Se il romanzo vale, può raggiungere queste cifre anche a prezzi un po’ più alti. È chiaro che il mercato degli ebook in Italia è lontano dall’essere maturo.

        C’è in tal senso una grafica dell’economist http://www.economist.com/blogs/graphicdetail/2014/10/daily-chart-4&usg=ALkJrhg0nrtVrr56jVKOJwHEKMnwsVs9hA (Scusami Daniele per quest’altro link. Nel caso bannami a vita, capirò :) ) che mostra il trend di proiezioni degli ebook dal 2009 al 2018. Il mercato italiano è piccolo. Ma questa infografica non tiene conto di un fattore importante per l’Italia. Non ci sono stati nel nostro paese ancora casi di autori bestseller in self-publishing. L’attenzione dei media e dei lettori è rimasta ai margini perché non si è focalizzata su casi di tangibile successo. Io ritengo soltanto che occorra che un nuovo scrittore emergente accenda una miccia per imprimere un’accelerazione anche da noi. Un nome a caso? :)

    • Daniele Imperi
      4 novembre 2014 alle 15:08 Rispondi

      Quanti autori conosci che vivono con la propria scrittura, qui in Italia? Parlo di narrativa.

      D’accordo sulla percentuale. Ma vendi un ebook a 10 euro da perfetto sconosciuto? Non venderai nemmeno una copia. Restiamo sulla metà, allora, 5 euro, prezzo già altino. Ogni copia ti fa guadagnare 3,5 euro, giusto?

      Quante ne vendere per avere un buon ritorno economico?

      Come fai a vendere 5000 copie l’anno di un ebook, se anche gli autori conosciuti non raggiungono magari quelle cifre?

      • Marco Amato
        4 novembre 2014 alle 23:28 Rispondi

        Il prezzo di un ebook non si sceglie a caso. Esistono studi che calcolano la migliore redditività possibile. Dai 4 ai 6 euro dovrebbe essere il prezzo ottimale. Sul numero di copie di ebook mi spiazzi. Quante copie vendono gli autori conosciuti? Un ebook di successo a quei numeri ci arriva. Il problema è che devi essere in cima alla classifica di Amazon e per parecchi mesi. A questo punto mi chiedo che ambizione deve avere uno scrittore? È consapevole che sta scrivendo un libro come tanti che passerà inosservato o nel proprio romanzo sta dando il massimo come stile e trama?

        Infine mi chiedi quanti in Italia vivono di scrittura e in questo caso di self-publishing. La risposta è nessuno. E nel contempo aggiungo che in Usa, Uk Germania sono sempre di più i casi di autori che si autodeterminano. A questo punto mi chiedo: libri si vendono là e libri si vendono in Italia. Perché da noi no? Semplice non siamo maturi come mercato e non si è pronti come mentalità a recepire un nuovo modello di scrittore.

        È da segnalare che chi ha avuto un minimo di successo in self-publishing scalando le classifiche di Amazon ha ottenuto un contratto con un editore. I romanzi rosa con la newton, qualcuno più intrigante con Mondadori. Gli editori stanno monitorando le classifiche del self-publishing. Potrebbe anche essere un buon volano per trovare un top editore.

        Io non so che fine farà il mio romanzo in revisione. Non so se sarà un flop totale, o potrà farsi strada imprimendo un nuovo modello in Italia. Ho novità importanti, questo lo so. Il responso sarà dei lettori. Io da parte mia posso metterci il massimo delle mie capacità nello scrivere il romanzo più sincero che la mia anima mortale sia in grado di concepire.

    • Bruno Vartuli
      8 gennaio 2015 alle 00:45 Rispondi

      Mamma mia Marco, hai proprio detto tutto cio’ che riguarda al self-publishing. Secondo me scrivere e’ un’ arte, essere commerciante della tua scrittura e un altro mestiere e non tutti possono essere muniti di visione commerciale. La possibilta’ of self publishing non e’ la via di farsi ricco ma e’ una via di publicare il tuo lavoro per soddisfazione personale specialmente quando hai qualcosa dire che puo’ essere utile a gl’altri.
      Nel mio caso ci provero’ self publishing soon. I hope.

  5. Giovanna
    4 novembre 2014 alle 10:43 Rispondi

    Ok sulle scadenze, ok all’atteggiamento imprenditoriale (indispensabile in questo caso) ma attenzione alla FRETTA. Prima di tutto la cura della qualità, che è spesso il tallone d’Achille dei libri autopubblicati. La quantità (o il tot di libri all’anno) è del tutto relativa e non certo un criterio che fa di uno scrittore un buon self-publisher.

    • Daniele Imperi
      4 novembre 2014 alle 19:23 Rispondi

      Ciao Giovanna e benvenuta.
      Sulla fretta siamo d’accordo: io infatti non ne ho. La qualità viene prima di tutto. La quantità dipende poi sempre dallo scrittore: quanto riesci a produrre di buono in un anno?

  6. Claudia
    4 novembre 2014 alle 11:53 Rispondi

    Che cosa trovo più difficile da affrontare nel self-publishing? Tutto.
    E’ un muro troppo alto da scavalcare a mani nude. Servirebbe una scala, magari una di quelle che usano i pompieri.
    Bisogna avere delle competenze, che io non ho. Sono quella che scrive ancora su carta e penna, detesta facebook e social connessi. Su Penna blu però, mi trovo benissimo :). Capisco che oggi se vuoi farti notare, senza impiegarci un secolo, ti devi mettere in gioco, ma lascerei di sicuro il lavoro agli esperti di settore.
    No, il self-publishing non fa per me. ;)

    • Daniele Imperi
      4 novembre 2014 alle 15:24 Rispondi

      Non è infatti un obbligo il self-publishing, né sei meno moderna se preferisci l’editoria tradizionale :)

      È vero però che devi avere una serie di competenze.

  7. franco zoccheddu
    4 novembre 2014 alle 12:40 Rispondi

    Sottoscrivo in pieno il primo commento al post, di Salvatore, perchè è esattamente quello che avrei scritto io sul mio modo di gestire le cose. Perciò, chiedendo scusa all’interessato, riporto come mie le sue testuali parole
    “Credo che la difficoltà maggiore riguardi proprio la data di scadenza. Un libro può essere apprezzato o meno. Uno scrittore può essere più o meno bravo. Se non termina il manoscritto però, non lo saprà mai. Uno scrittore deve avere fame, fame di terminare e, possibilmente, di guadagnare. Io mi rendo conto che quella “fame” non ce l’ho, quindi me la prendo comoda. Troppo comoda.”
    Ahimé, quando ti manca l’ambizione e i tuoi obiettivi sono sogni anzichè progetti, le cose vanno così!

    • Daniele Imperi
      4 novembre 2014 alle 15:54 Rispondi

      Il self-publishing implica degli obiettivi chiari e anche ambizione, è vero. Ma puoi sempre trasformare quei sogni in progetti, no?

  8. Alessandro Cassano
    4 novembre 2014 alle 13:15 Rispondi

    argomento interessante, vi dico la mia a costo di passar per mitomane. Se volete autopubblicarvi, considerate che un editing fatto da una persona competente – seppur “in amicizia” – non costerà meno di 1,50 euro a cartella. Se lo pagate meno, o il tizio di turno è un fesso oppure voi siete dei tirchi.
    Considerate che lo standard delle cartelle editoriali è particolare: i margini sono larghi e i caratteri pochi. Ergo, anche un racconto breve potrebbe costituire una mole da 50-100 cartelle.
    Quando ammortizzerete questi costi? La risposta è semplice: mai. Ma questo non è un buon motivo per saltare a pie’ pari questo processo. Si parla di rispetto verso i potenziali acquirenti/lettori, nonché il principale motivo per cui un editore serio non potrà mai riconoscervi una provvigione del 70% sulle vostre vendite.

    Chi ha bisogno di un editing? Tutti. Personalmente, ne ho fatto a meno in quanto mi sarebbe costato quasi 500 euro. Ma parto da un presupposto: io ho studiato correzione di bozze, ma sapevo che la “cecità dell’autore” mi avrebbe impedito di scovare i miei stessi errori. La soluzione è stata la seguente: ho messo nel cassetto il romanzo per quasi sei mesi (per la revisione bastano due settimane, ma per l’auto-editing dovete dimenticare del tutto il vostro manoscritto) durante i quali ho chiesto a due amiche di dare una lettura rapida al manoscritto e dirmi cosa ne pensavano. A quel punto ho ripreso il romanzo, l’ho riletto riga per riga (anzi, sillaba per sillaba perché nella correzione di bozze si deve far così) trovando errori che credevo non avrei potuto commettere nemmeno da ubriaco.

    Se zoppicate con l’italiano, se di tanto in tanto commettete errori/orrori di cui vi rendete conto solo con estremo ritardo, evitate il fai-da-te e rivolgetevi a una figura competente. Vi assicuro che un auto-editing serio vi farà rimpiangere di non aver speso qualche centinaio di euro, prezzo più che onesto per un racconto lungo o un romanzo.

    Ovviamente occhio alla persona a cui vi rivolgete: ci sono tantissimi siti web che propongono correzione di bozze e/o editing a prezzi stracciati, ma chi vi assicura che siano persone competenti? La miglior cosa da fare è affidarsi al passaparola. Contattate l’autore di un blog letterario (che non sia il mio) e chiedetegli un consiglio.

    • Daniele Imperi
      4 novembre 2014 alle 16:00 Rispondi

      Io uso una cartella editoriale da 1800 caratteri, 30 righe circa per circa 60 caratteri a riga.

      Correzione di bozze e editing sono due cose differenti. Io ho fatto un corso per correttore di bozze, ma non basta per l’editing.

      Puoi anche dimenticare il romanzo, ma non per questo quando lo rileggi riesci a fare l’editing.

  9. Fabio Amadei
    4 novembre 2014 alle 13:25 Rispondi

    penso che un buon editor fa la differenza sia che si usi il self publishing sia che si cerchi di pubblicare tramite un editore.
    È sottinteso che ci voglia una buona storia, un’idea originale e uno stile accattivante.

  10. Claudia
    4 novembre 2014 alle 13:51 Rispondi

    Quello dell’originalità è un altro, grosso problema. Ormai è stato scritto di tutto. Trovare nuove e accattivanti idee è come scovare il famoso ago nel pagliaio.

    • Daniele Imperi
      4 novembre 2014 alle 16:01 Rispondi

      In un certo senso sì, ma se fosse vero, non leggeremmo più nessun nuovo libro, no?

  11. Alessandro Cassano
    4 novembre 2014 alle 14:38 Rispondi

    Quello dell’originalità è un altro, grosso problema. Ormai è stato scritto di tutto. Trovare nuove e accattivanti idee è come scovare il famoso ago nel pagliaio.

    l’originalità non esiste. La cosa fondamentale è la premessa: se quella è debole, è debole tutta la storia.

    • Claudia
      4 novembre 2014 alle 18:25 Rispondi

      L’originalità non esiste?
      Vi prego, spiegatemi questa cosa che non l’ho capita.

      • Daniele Imperi
        4 novembre 2014 alle 19:10 Rispondi

        Secondo alcune fonti tutte le storie sono già state scritte. Se cerchi online, esiste un numero finito di trame, c’è chi dice siano 20, chi qualcuna in più.

  12. Lisa Agosti
    4 novembre 2014 alle 18:02 Rispondi

    Mi sono segnata le tue riflessioni per quando sarà il momento. Mi ha incuriosito il fatto di cercare l’editor prima della revisione, perché? Ci vuole molto tempo a trovarne uno? Per caso hai scritto anche post su come si cerca un editor? Non saprei proprio da dove partire. Grazie!

    • Daniele Imperi
      4 novembre 2014 alle 19:07 Rispondi

      Per velocizzare, intendevo: devi appunto cercarlo, parlarci, sapere che prezzi farà, ecc. Non ho scritto un post de genere, ma quanto prima ne uscirà uno su questo tema.

  13. Alessandro C.
    4 novembre 2014 alle 20:07 Rispondi

    L’originalità non esiste?
    Vi prego, spiegatemi questa cosa che non l’ho capita.

    o è tutto originale, o niente lo è. Le possibili situazioni sono finite (nel senso “un numero finito”). C’è la trama più scontata e quella più ricercata, ma questo non vuol dire essere originali.

    • Nani
      5 novembre 2014 alle 07:27 Rispondi

      Secondo me, Alessandro, la tua idea di originalita’ e’ strettina.
      Ok, le trame possibili si riducono ad un certo numero e se vai a vedere Propp ti dira’ anche che i personaggi sono sempre quelli e che devono entrare nella storia sempre al solito momento per essere efficaci.
      C’e’ sempre un eroe, un antieroe che pone la prova, una ricerca, un aiutante, magari magico, e cosi’ via, in questa sequenza.
      Dov’e’ allora l’originalita’?
      Non sembra, ma essa c’e’.
      L’originalita’ sta nel trovare il modo piu’ conveniente per rinnovare quello che, a forza di essere usato, e’ divantato banale.

      Esempio: Valeri Petrov (il mio poeta bulgaro tanto caro, intraducibile e intradotto) prende gli elementi che Propp elencava (Eroe, antieroe, task dell’eroe, ricerca, aiutante, etc… ) e stravolge la loro entrata in gioco. Tanto che in una delle sue favole il primo ad apparire, subito dopo l’eroe, e’ l’aiutante e nessuno, nemmeno l’eroe, sa che c’e’ ancora un ostacolo da rimuovere. Cosa ne viene fuori? Una favola con la sorpresa nel finale, in cui, tra le altre cose, si scopre che Protagonista e Antagonista coincidono. Questa e’ originalita’, anche se poi la trama nuda e cruda si riduce a questo: un bambino spedisce inconsapevolmente una lettera che non doveva essere spedita alla nonna. Arriva un magico cane che gli fa capire l’errore e l’aiuta a porre rimedio.

      Oppure, altro esempio: Il dizionario dei Cazari (letto ca’zari, non caxxari : D ), di Pavic. O altre sue opere che giocano molto sulla struttura, creando labirinti non solo concettuali e onirici, ma anche visivi e di organizzazione dei capitoli. Mancano i castelli di carta che si aprono, come i libricini per bambini, ed ecco che la sua decostruzione e ricostruzione e’ completa. :D (No, Alessio, non e’ un “semplice” strutturalista).
      E anche questo mi sembra parecchio originale. Non a caso, e’ uno dei pochi autori serbi contemporanei ad essere tradotto e apprezzato all’estero. : )

      Insomma, le trame sono finite. Ma c’e’ tutto un altro lavoro che non si riduce a porre i mattoncini della storia uno dietro l’altro, ma la struttura, la organizza in contesti nuovi o inattesi e la racconta, magari con linguaggi “originali”, appunto.

      Tutto sta nel non sottovalutare l’importanza del come la si narra, questa storia. E’ quello cha fa l’originalita’, in molti casi.

      • Nani
        5 novembre 2014 alle 07:32 Rispondi

        Ecco, ora mi e’ venuto!
        Pavic e’ Post-modernista, per chi si fosse chiesto come identificarlo. : )
        Lentina, io, ma prima o poi ci arrivo. :D

      • LiveALive
        5 novembre 2014 alle 13:10 Rispondi

        L’originalità è in parte anche una percezione soggettiva. Per uno che non ha mai letto un fantasy Tolkien è originalissimo; uno che legge Tolkien dopo aver letto i suoi mille epigoni lo troverà banale. Anche per questo non ho mai dato molta importanza all’originalità: meglio qualcosa di banale fatto bene, per il mio gusto. Poi magari mi stancherò, e inizierò a dire: meglio qualcosa che sia mal scritto ma almeno originale!

        • LiveALive
          5 novembre 2014 alle 13:15 Rispondi

          Aggiungo: l’originalità sta nella organizzazione degli elementi, non nella loro invenzione. È praticamente impossibile creare un nuovo elemento, oggi: l’uomo che ha inventato la narrativa è corso al villaggio gridando “al lupo al lupo!”, ma non ha inventato l’elemento lupo, l’ha preso dalla realtà. Ugualmente, il primo ad aver inventato il lupo mannaro non ha creato un elemento, ma ha combinato elementi (uomo e lupo) già esistenti in natura. A ben guardare, un’astronave non è diversa da un gabbiano…

  14. Ivano Landi
    4 novembre 2014 alle 20:24 Rispondi

    Secondo me per poter fissare delle date di scadenza uno dovrebbe avere la possibilità di scrivere e basta. Il mio lavoro attuale è un altro e posso scrivere solo nel tempo cosiddetto libero. Finché non si è scrittori professionisti penso sia quasi inevitabile pubblicare un romanzo ogni 5 anni. Se va bene.

    • Daniele Imperi
      4 novembre 2014 alle 20:57 Rispondi

      Hai pienamente ragione. I famosi 3 mesi per scrivere la prima stesura di cui parla Stephe King non sono da considerare per chi non può scrivere dalla mattina alla sera come fa lui. La scadenza diventa quindi un traguardo difficile.

  15. Ulisse Di Bartolomei
    9 novembre 2014 alle 03:24 Rispondi

    Salve Daniele
    Leggo soltanto adesso il tuo bell’articolo e ti ringrazio per aver preso riferimento nel mio commento. Ne sono onorato! Molto interessanti anche i commenti dei tuoi lettori, che apprezzo anzitutto nel trovarmi in un momento in cui posso considerare “chiuso” il mio testo primario. Ne ho completato la traduzione in inglese e questo mi ha aiutato in maniera inaspettatamente efficace a scovare le parti deboli del testo in italiano. La questione dell’editor per me è semplice: non me lo posso permettere! Faccio del mio meglio dunque, per approntare un testo decente. (Peraltro ho scoperto che i traduttori automatici, traducono il tedesco quasi senza errori, comportando un tempo di revisione parecchio ridotto…) Rimane che lo scrittore non può fare una correzione perfetta, in quanto è ineluttabile che scriva “per sé”, per il suo “specchio” e soltanto un interlocutore “terzo” può aiutarlo a confare il suo messaggio pienamente comprensibile ad altri. Sono mestieri diversi e c’è nulla da fare! Circa le traduzioni, ribadisco che già con i traduttori in rete (quelli che propongono degli esempi tematici), si possono fare delle traduzioni molto buone, senza essere di madrelingua. Se si ha il tempo si può tentare. Peraltro gli inglesi e ancor peggio gli americani sono di bocca buona e un testo medio(cre) non susciterebbe le loro ire! Almeno non di tutti…

    • Daniele Imperi
      9 novembre 2014 alle 12:34 Rispondi

      Se vuoi un consiglio, lascia stare i traduttori automatici: tradurre un romanzo è competenza di un traduttore professionista. Costa molto, ma a fare in quel modo non verrà un prodotto decente.

  16. Ulisse Di Bartolomei
    9 novembre 2014 alle 16:00 Rispondi

    Salve Daniele

    Hai ragione, però io non scrivo romanzi ma dissertazioni sociologiche. Nel romanzo bisogna riprodurre le emozioni in un linguaggio adatto alla cultura specifica, mentre nella saggistica si deve fare attenzione all’esposizione corretta in senso tecnico. Delle lingue inglese e tedesco ho una discreta conoscenza e pratica colloquiale e il traduttore mi occorre per disporre rapidamente di una bozza dove lavorare al rifinimento del testo, senza preoccuparmi degli errori ortografici. Certamente se si è digiuni delle lingue, anche il traduttore porta da nessuna parte. Con l’inglese c’è il problema degli eccessi allegorici (es. “puoi farlo al posto suo” diventa “puoi camminare nelle sue scarpe” e altre varianti), che ovviamente complicano la traduzione da qualcuno non di madrelingua (peraltro differente se per un pubblico britannico o americano). Se però ci si accontenta di un inglese “asettico”, limitandosi a comunicare le emozioni tramite una dovizia terminologica priva di vocaboli o vezzi idiomatici, anche un romanzo può essere tradotto con buone possibilità di farne un testo decente. Da ribadire che questo vale se non si ha altra possibilità o non si vuole una traduzione di classe “accademica”. Nel mio caso, una ulteriore correzione può farla un eventuale editore cartaceo, se lo trovo, altrimenti il testo va bene così.

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