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Lascia vivere (o morire) la tua storia

Lascia vivere (o morire) la tua storia
Metti la parola fine alla storia che stai scrivendo

Quando ho parlato delle continue riletture dei miei testi, alcuni lettori hanno detto di non riuscire a essere mai soddisfatti in pieno delle loro storie, di tendere a rimetterci mano di continuo, a riscrivere e modificare, così che la storia diventa un infinito lavoro di scrittura.

Questo, secondo me, è un problema serio, perché ci porta a non terminare mai quella storia, a rendere la parola “fine” puramente teorica, inutile, messa lì solo perché è consuetudine che una storia debba avere una fine.

Quando termina una storia?

Io non so dare una risposta, quindi mi limito a parlare di come considero io i miei racconti. Le mie storie finiscono sempre quando sono arrivato alla loro conclusione. Punto. Banale quanto vi pare, ma è così.

Forse con un esempio recente – che risale a due giorni fa – chiarisco meglio quello che voglio dire.

Un racconto come caso studio

Ho scritto un racconto per il concorso letterario “Il casello” lanciato sul sito The Ghost Writer Gang, in cui si richiedeva, nelle linee guida, di mantenersi al massimo su due cartelle, per un totale di 3000 caratteri.

All’inizio ho scritto di getto seguendo la scaletta suggerita dal sito, ovviamente rileggendo di continuo come faccio sempre. Ho riscritto la fine tre volte e ogni volta era totalmente diversa. Non mi convinceva, insomma.

Così ho deciso di non pensare più a come concludere il racconto e ho preferito farlo nella revisione totale, perché avevo superato i 4200 caratteri e dovevo tagliare un bel po’. Infine il racconto è stato ridotto a 2988 caratteri e la conclusione è venuta da sola.

Il giorno dopo, ieri, ho riletto il racconto e l’ho spedito. La storia è finita. Non m’interessa più rimetterci mano, non voglio e non posso perdere ulteriore tempo per quella storia.

Uno scrittore deve vivere altre storie

Guardate allo scrittore come a un uomo che abbia una storia con una donna. La storia può finire – perché finisce, sappiamo tutti che nulla è eterno, in un modo o nell’altro finirà – e quando finisce, beh, cari miei, ci sono tante altre donne cui correre dietro, no?

Inutile perdere tempo a modificare errori e azioni fatti in precedenza. Inutile e doloroso. Basta, bisogna chiudere e lasciarsi il passato alle spalle, ché la vita scorre e ci sfugge di mano. Troviamo un’altra donna interessante, corteggiamola, alimentiamo la nostra nuova storia e via.

Non me ne vogliano le lettrici, è solo una similitudine che può adattarsi anche alle scrittrici, ma io sono uomo e penso da uomo.

Questo per dire che, se siamo scrittori, allora non abbiamo soltanto una storia da scrivere nel nostro cassetto dei sogni che non si sa ancora in quale credenza sia. Ne abbiamo altre. Io ho 4 cartelle di file che contengono idee per:

  1. circa 80 racconti
  2. 8 storie fra racconti e romanzi per il self-publishing
  3. 14 romanzi per editoria tradizionale
  4. 4 manuali in ebook da rilasciare gratis o in self-publishing

E non ho calcolato, ovviamente, i due blog in cui scrivo. Posso continuare a perdere tempo con una storia? Direi proprio di no.

L’editing può essere una soluzione

Ora, non importa che vogliate pubblicare in self-publishing, in editoria tradizionale o rilasciare gratis la vostra storia, considerate l’editing come la soluzione alla vostra insoddisfazione.

Tanto potete essere sicuri di una cosa: se Mondadori o Longanesi o Salani – nomi a caso, per dire grossi editori – dovessero pubblicarvi un romanzo e se Hollywood ne acquistasse i diritti per farci un film interpretato da Brad Pitt, Robert De Niro, Jodie Foster e Nicole Kidman, voi continuerete a trovare difetti nella vostra storia e poi non potrete certo dire agli americani “Scusi, possiamo rivedere quelle scene, ché non mi garbano più”?

Ma torniamo all’editing. Parlando con un editor magari troverete ciò che davvero non va bene per quella storia. Anche se sono sicuro che anche dopo l’editing andrete a trovare qualcos’altro da cambiare. Insomma: datevi pace.

Lasciate vivere o morire la vostra storia

Se non vi dice di sì subito, non ve lo dirà nemmeno fra un anno. Quindi, chiudendo la parentesi femminile, se non trovate subito cosa cambiare o, peggio, se avete questa mania di cercare il pelo nell’uovo, di perfezionare l’imperfezionabile, lasciate perdere e basta.

Ma in tutti e due i casi quella storia sarà finita. Se la pubblicate, continuerà a vivere, però. Non morirà nel vostro cassetto di sogni bizzarri e inconclusi.

Trasformiamo allora le nostre storie in sogni e magari, chissà, se ci dice bene, faremo sognare qualcuno.

Che ne pensate? Lo fate questo sacrificio?

25 Commenti

  1. LiveALive
    2 luglio 2014 alle 08:40 Rispondi

    Io non capisco come fa la gente a riscrivere. Personalmente, non mi è mai capitato di prendere una scena e buttarla in blocco. Sarà perché progetto tutto prima? Mi capita a volte di modificare una scaletta, togliendo un personaggio, modificando lo svolgersi di un evento, e cose così.

    Anche io ho dei file pieni di idee per storie e racconti. Ho addirittura tre scalette di romanzi complete e dettagliate al livello della singola battuta di dialogo. Basterebbe aggiungere qualche parola per farci il libro…

    Io ho visto dei video di editor al lavoro con gli autori, e mi veniva sempre da pensare “ma non sarebbe stato meglio cambiare anche quello?”. In effetti prendo il lavoro con l’editor come una liberazione, nel senso: “beh, se un esperto ha detto che quella parte va bene, andrà bene, no?”. Però non so quanto sia corretto come atteggiamento. Anzitutto, se è vero che l’editor legge il testo da una prospettiva privilegiata, è pur vero che non conosce affondo il nostro intento comunicativo, e dargli sempre ragione solo per liberarsi dall’insicurezza potrebbe essere controproducente.

    Invero, credo che il trovare o non trovare errori dipenda non dalla nostra attenzione, ma dal nostro cambiamento. Prima una frase ci pare bellissima, poi ci fa schifo. Come mai? Forse prima ci sbagliavamo? Forse. Ma forse, è solo che ora percepiamo in modo diverso.

    • Marco Amato
      2 luglio 2014 alle 10:14 Rispondi

      I video di editor al lavoro con autori di cui parli, sono disponibili in rete? Sarebbe molto interessante.

      • LiveALive
        2 luglio 2014 alle 10:20 Rispondi

        So che su youtube ce n’è uno di Giulio Mozzi… Poi non so XD puoi cercare su Youtube, ma anche in vari siti letterari ci sono testi pre e post editing.

    • Daniele Imperi
      2 luglio 2014 alle 13:23 Rispondi

      Qualche rara volta, se la scena mi piace, la conservo in un file, magari torna utile in futuro altrove.

      Non ci sembra più bella proprio per quello che dici: c’è stato, col tempo, un miglioramento. O comunque un cambiamento.

  2. Ivano Landi
    2 luglio 2014 alle 09:44 Rispondi

    Devo dire che nonostante io sia impegnato, ormai da molti mesi, in una revisione capillare, parola per parola, del mio romanzo, non ho tuttavia cambiato, tolto o aggiunto una sola scena rispetto alla stesura iniziale. Tutto il mio lavoro di revisione ha finito per riguardare la forma, mentre dal punto di vista del contenuto è sempre stato tutto così chiaro per me, fin dall’inizio, che mi sarebbe impossibile accettare una qualsiasi proposta di modifica della storia.

    • Daniele Imperi
      2 luglio 2014 alle 13:23 Rispondi

      Beh, non è detto che si debba per forza cambiare una parte della storia. Anche a me succede che cambio solo la forma di alcuni pezzi.

  3. Marco Amato
    2 luglio 2014 alle 10:11 Rispondi

    Il non essere mai soddisfatti della storia può dipendere da mille cose. Insicurezza di fondo dell’autore, poca esperienza, complessità dello scritto, mancanza di un metodo.

    Io ci soffro poco, perché ho ben delineato tutto a mente e in genere nelle varie stesure riesco a superare i problemi. Infatti, arriva un momento in cui emerge la soddisfazione dello scrittore, cioè la consapevolezza d’aver fatto un buon lavoro da tutti i punti di vista.

    • Daniele Imperi
      2 luglio 2014 alle 13:25 Rispondi

      Quei 4 elementi che citi sono senz’altro veri. Magari ci ragiono meglio perché sarebbe il caso di approfondirli.

      La soddisfazione può giungere, a patto che non sfoci nella superbia.

      • Marco Amato
        2 luglio 2014 alle 13:54 Rispondi

        Più che alla superbia mi riferisco alla soddisfazione dell’aver fatto tutto il possibile per la propria creatura.
        Ma è vero, vanità e superbia sono due forti mali di molti scrittori. A dire il vero si riscontra molto nei mediocri, fra coloro che vorrebbero essere rinosciuti e non hanno il successo che vorrebbero. I grandi scrittori, tutti i miei preferiti, vivono con tranquillità il successo.

  4. Chiara
    2 luglio 2014 alle 15:09 Rispondi

    Con questo argomento, sfondi una porta aperta.
    Personalmente, c’è stato un periodo in cui “rimaneggiavo” continuamente le mie storie, incapace di porre la parola fine. Successivamente, confrontando le due (o più) versioni che avevo a disposizione del medesimo documento, mi accorgevo che non sempre andavo a migliorare l’opera: spesso continui rimescolii finivano per connotare il testo di un sapore artificioso e insicuro.
    L’ho risolta così: il documento finito, se è un racconto, non viene riletto più di due volte. Se si tratta di un romanzo, mi concedo una rilettura per valutare separatamente ogni argomento (punto di vista, personaggi, conflitto) e poi … tanti saluti!

    • Daniele Imperi
      2 luglio 2014 alle 15:57 Rispondi

      Fai bene, anche per me è così. Almeno in questo, io non ho mai continuato a rimaneggiare vecchie storie.

  5. Severance
    2 luglio 2014 alle 19:44 Rispondi

    “E’ meglio un buon bacio vero che sognare mille baci perfetti”, sempre per stare in metafora.
    Mi sa che nel tuo romanzo sta accadendo qualcosa tra i protagonisti XD.

  6. animadicarta
    3 luglio 2014 alle 10:13 Rispondi

    In linea generale io sono di quelle persone che continuerebbe a rileggere e revisionare all’infinito. Nella pratica però accade che arriva il momento della saturazione, quello in cui ne posso proprio più di una storia e come ne rileggo una riga mi viene la nausea! A quel punto so che è il momento di dire basta e di passare ad altro. Nella scrittura non si può essere monogami :)

  7. Pier
    3 luglio 2014 alle 12:45 Rispondi

    Nel mio caso è probabilmente l’inesperienza il freno a mano che ha ingolfato la marcia. Sto scrivendo un insieme di “racconti” che dovrebbero cadenzare un’esperienza di vita vissuta: l’attesa di mia figlia e l’attesa del suo primo, più o meno balbettato, “papà”, confini temporali della nostra doppia nascita.
    Nell’ossessione di mantenere una certa simmetria contenutistico-formale mi ritrovo a modificare, di continuo, i racconti, sia quelli terminati che quelli in corso d’opera. Ciò che più mi lascia perplesso è il fatto che a distanza di giorni, un racconto che poco prima mi sembrava perfetto, improvvisamente perde su di me ogni appeal.
    Ciò che mi disorienta è proprio questo ondeggiare fra attimi di borioso compiacimento e la tentazione di cestinare tutto.

    • Daniele Imperi
      3 luglio 2014 alle 15:01 Rispondi

      Ciao Pier, benvenuto nel blog.

      Allora, la simmetria contenutistica c’è, perché sono tutti incentrati su tua figlia, ecc. Quindi c’è un filo conduttore.
      Perché non dovrebbe esserci la simmetria formale? Sono diversi come livello di scrittura o stile?

  8. Pier
    3 luglio 2014 alle 16:36 Rispondi

    Grazie Daniele

    Dunque, i singoli racconti (o lettere, visto che nella loro narrazione mi rivolgo sempre a mia figlia) fanno parte della più ampia favola della paternità, la cui presa di coscienza ho voluto, ex ante, racchiudere entro significativi termini temporali. Essendo un vissuto che si articola attraverso tappe più o meno riflessive traspare, in alcuni di essi, una maggior ricercatezza di termini, una musicalità più elevata ed anche una profondità di concetti (in questo senso parlavo di contenuti) che, ammetto non è comune a tutti i racconti. Se da un lato è vero che faccio sempre riferimento a mia figlia, direttamente o non, è altrettanto vero che in questi mesi i temi erano diversi e si prestavano a voli di differenti altitudini.
    Tanto per capirci all’inizio tutto era incentrato sull’attesa della sua nascita, potevo per esempio descrivere le emozioni della prima ecografia o dei primissimi acquisti (culla e tutine) il tutto condito da una voluta leggerezza narrativa e da un tono scanzonato e frivolo. Ora, nell’attesa di descrivere la mia di ri-nascita (poiché ancora non sono stato incoronato papà), posso narrare di una pedalata che si trasforma in una fuga dalle proprie responsabilità di padre, il vano inseguimento a ciò che della mia vita precedente non v’è più, o della consapevolezza di esser divenuto l’ago della bilancia della mia esistenza, punto equidistante fra un inizio (mia figlia) ed una fine (i miei genitori) nella paura del tempo che scorre più veloce di quanto immaginavo. Ecco, questi ultimi racconti, hanno vissuto continue “scartavetrate” e a volte mi trovo a ricercare l’eventuale minima scheggia o spigolo da limare…gioco forza questo accanimento letterario mi porta, a ritroso, a riadattare i primi racconti al livello degli ultimi, che inoltre, anche questo a volte mi disorienta, hanno rispetto ai precedenti una quantità notevole di pagine in più, quasi che i più “leggeri”, siano qualificabili come racconti mentre gli altri come “piccoli romanzi”.

    • Daniele Imperi
      3 luglio 2014 alle 17:38 Rispondi

      Credo di aver capito. Il rischio però è che non finisci mai.

      Al limite potresti dividere il libro in due parti, così il problema della asimmetria si risolve.

  9. Claudia
    3 luglio 2014 alle 19:04 Rispondi

    La storia non l’ho mai cambiata. Quella è marchiata a fuoco nella mia mente fin dal giorno che ho deciso di sedermi e iniziare a scrivere. No, la trama, lo sviluppo non si tocca. Il finale, invece, ne avevo scritti tre scegliendo poi, quello che ho sentito nel profondo essere il solo e unico giusto “The End”.
    E’ la forma che mi manda in confusione. Ogni qual volta rileggo un capitolo, anche così preso alla cieca, trovo sempre qualche intoppo che mi fa storcere il naso. Naso che potrebbe (di sicuro)storcere anche un eventuale editore.
    Insicurezza? Inesperienza? Mancanza di metodo? Forse. Per me è anche un modo di assicurarsi che la propria soddisfazione sia anche soddisfazione del lettore. Egli è colui cui va il totale rispetto. E se per questo devo rileggere qualche volta in più, beh, me ne farò una ragione.

    Ma sono ben consapevole che infondo, è solo la paura di non farcela o il terrore, ancora più spaventoso, “di farcela”.

    “Trasformiamo allora le nostre storie in sogni e magari, chissà, se ci dice bene, faremo sognare qualcuno.”

    Questa tua frase Daniele, l’ho appuntata su un post-it al mio PC.
    Vediamo se mi dice bene. ;)

    • LiveALive
      3 luglio 2014 alle 19:14 Rispondi

      Ecco, i manuali sono utili per una cosa: per un controllo preventivo. Controlli cioè a priori che il testo rispetti le regole standard, e di caso in caso decidi se la modifica è d’uopo o se è meglio come avevi fatto tu. Così almeno non c’è il rischio di rendersi conto dopo di errori che avresti potuto evitare così.

      Per il rispetto verso il lettore, sinceramente non ci ho mai creduto. Io non conosco il mio lettore, probabilmente è un assassino,lui non mi rispetta, né io lo rispetto. IN compenso rispetto me stesso, ed è dunque naturale che cerchi di fare qualcosa di perfetto. Lo faccio per mia soddisfazione, non per fare contento il lettore. Se proprio volessi fare contento il lettore, infatti,dovrei andare a casa sua a chiedergli cosa esattamente vuole, e fare un testo diverso per ognuno… Ma più in generale, dovrei fare qualcosa che piaccia a lui, cosa che magari non piace a me, e io non ho nessuna intenzione di scrivere qualcosa che non mi piace solo perché piace al resto del mondo. In fondo, mica obbligo nessuno a leggermi: il testo è là, leggerlo è decisione del lettore, se perde tempo sopra una schifezza è colpa sua che non ha buttato via prima il libro (e comunque si può sempre rendere, eh…).

    • Daniele Imperi
      3 luglio 2014 alle 20:38 Rispondi

      Claudia

      Questa tua frase Daniele, l’ho appuntata su un post-it al mio PC.
      Vediamo se mi dice bene. ;)

      Ma dai? :D
      Speriamo bene!

  10. Giuse Oliva
    4 luglio 2014 alle 01:30 Rispondi

    Ciao, ho 25 anni e scrivo praticamente da sempre. Testi, racconti e romanzi.
    Adoro scrivere, empatizzare e creare dei mondi assolutamente vivi!

    Tra i commenti che ho letto sopra, mi ha incuriosito questo: “Ecco, i manuali sono utili per una cosa”

    Esistono dei manuali su come affrontare una stesura? Ok, scrivendo questa domanda mi sento stupida, ovvio che ci sono, ma potreste darmi qualche titolo?

    Ad aprile dell’anno scorso mi sono lanciata in un’impresa, che spero non mi seppellisca.

    Scusate per il commento, ma è la prima volta che rispondo a un blog del genere, e non vorrei aver scritto nulla di sbagliato.

    Buona notte

    P.S. per rimanere in tema. Anch’io tendo a riscrivere alcuni pezzi, che rileggendo non mi suonano all’orecchio come forma, cadenza ritmo, ma non stravolgo mai i fatti in esso raccontati.
    Solitamente rileggo il capitolo solo quando lo concludo, altrimenti non mi darei pace.

    • Daniele Imperi
      4 luglio 2014 alle 08:09 Rispondi

      Ciao Giuse, benvenuta nel blog.

      Non conosco libri sulla stesura. Qual è il tuo problema in questo senso?

    • LiveALive
      4 luglio 2014 alle 09:10 Rispondi

      Beh, nei manuali c’è scritto un po’ di tutto, ma si tratta generalmente di cose tecniche: come usare aggettivi e avverbi, come fare descrizioni, dialoghi, come ottenere una prosa concreta e sensuale, e cose così. Però, quando parli di stesura, io penso tu voglia un manuale sul metodo di lavoro, no? …personalmente di questo tipo non mi viene in mente niente di utile, perché ogni artista ha il suo metodo. Al massimo c’è “scrivere un romanzo in cento giorni”, che però trovo assolutamente inutile per lo scopo che si prefigge.

  11. Giuse Oliva
    4 luglio 2014 alle 11:30 Rispondi

    No scusatemi ho capito male. M ero incuriosita del fatto che parlavate di questi manuali ed ero curiosa di sapere di che libri stavate parlando.

  12. Dove nasce l’insoddisfazione nella scrittura e come vincerla
    10 luglio 2014 alle 05:01 Rispondi

    […] ho parlato di come sia giusto chiudere una storia e passare alla successiva, un lettore ha citato 4 motivi che possono portare un autore a essere perennemente […]

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