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Lo storytelling e il binomio fantastico

Storytelling e binomio fantastico

La parola singola (gettata lì a caso, con la sua forza evocativa di immagini, ricordi, fantasie, personaggi, avvenimenti del passato…) agisce solo quando ne incontra una seconda che la provoca, la costringe ad uscire dai binari dell’abitudine, a scoprirsi nuove capacità di significato. Una storia può nascere solo da un binomio fantastico.

Ho letto tempo fa La grammatica della fantasia di Gianni Rodari e ora, leggendo Minuti scritti di Annamaria Testa, ritrovo quel brano citato, mi immergo di nuovo nelle splendide parole di quella grammatica fuori dal mondo che ogni scrittore e, quindi anche ogni copywriter e storyteller, dovrebbe leggere e tenere sempre vicino.

Non c’è storia senza quella provocazione intuita da Rodari, perché essere creativi non significa inventare, no, mi dispiace ma qui nessuno inventa nulla, non siamo dei, ma soltanto uomini. E anche Lavoisier ce lo dice nel suo famoso postulato:

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Alla base dello storytelling

Lo storytelling non è invenzione, ma trasformazione. È riuscire a scrivere una storia mettendo insieme elementi distanti fra loro, unendoli con una forza emozionale che dà un senso al tutto e colpisce dove le nostre difese sono più deboli.

E non è proprio sul binomio fantastico che si fonda lo storytelling? Una scrittura che collega creatività e prodotto, che deve emozionare per conquistare, ma che spesso, diciamolo senza problemi, racconta personaggi ed elementi improbabili che insieme, appunto, fanno una storia.

Lo storytelling di Google

Ho trovato questo video su One Market Media. Qual è il segreto del suo successo? Vi suggerisco la risposta con le parole di Adam Westbrook:

Rendi le tue storie universali, così che raccontino qualcosa con cui possiamo trovarci tutti in sintonia.

E è proprio quello che fa quel video. Usa il binomio fantastico per creare una storia emozionante e in grado di raggiungere chiunque. In quella storia c’è un colosso, Google, ma non è lui il protagonista, bensì siamo noi, perché la storia di quei personaggi può benissimo essere la nostra storia.

Il brand, inizialmente in secondo piano – appare in un paio di scene –, diventa quell’elemento scatenante, improbabile che permette alla storia di essere. Riprendiamo le parole di Gianni Rodari:

La parola singola agisce solo quando ne incontra una seconda che la provoca.

E in quel video Google provoca l’azione, diventa strumento – in questo caso letteralmente – nelle mani dei personaggi per risolvere un loro problema, coronare un sogno, sviluppare la storia e portarla al suo compimento.

Stimolare la creatività per fare storytelling

Ho cambiato tre volte il sottotitolo di questo post e sapete perché? Le prime due definizioni non riassumevano perfettamente il concetto di storytelling in funzione del binomio fantastico.

Per raccontare storie dobbiamo tornare bambini.

Quando la nostra fantasia non aveva limiti. Quando non avevamo paura di osare perché non c’erano ancora barriere, dogmi, imposizioni. Eravamo noi con le nostre storie.

La creatività va sviluppata, alimentata soprattutto. Lo storytelling è legato alla scrittura creativa: in fondo per scrivere storie dobbiamo uscire dalla nostra realtà per entrare nel mondo immaginario in cui esse sono racchiuse.

Come stimolare la creatività per lo storytelling?

  • Esplorare il mondo e la nostra conoscenza per trovare elementi utili da usare.
  • Essere curiosi come bambini e toccare con mano il prodotto da narrare. Soltanto così ne potremmo percepire la forza e creare la giusta empatia.
  • Guardare il prodotto da diverse prospettive, perché ogni angolo può nascondere una storia.

Il binomio fantastico nello storytelling

La difficoltà – ma anche la sfida – sta nel giusto abbinamento, nell’accoppiata vincente, nell’accostamento perfetto quanto apparentemente impossibile. L’esempio di Google va studiato, secondo me, perché fa risaltare alcuni aspetti che forse sfuggono:

  • il prodotto ha pochissimo spazio nella storia, ma allo stesso tempo svolge un ruolo decisivo: non è la durata che conta, ma la forza della partecipazione;
  • il pubblico si concentra sulla storia, sui personaggi, non sul prodotto: la storia, per entrare in sintonia con noi, deve parlare di noi;
  • i personaggi vivono la storia interagendo col prodotto in modo naturale: l’esatto contrario di quanto vediamo in molti spot televisivi.

Prendiamo due elementi: Google e un’amicizia che dura una vita. Il binomio c’è, ma la storia è ancora nascosta, ci sfugge, non vediamo la connessione che può dare vita all’emozione. L’abilità dello storyteller sta in questo: trovare quella connessione per scrivere una storia che emozioni.

Risorse sullo storytelling

Lo storytelling e il binomio fantastico

Avete mai pensato all’uso del binomio fantastico di Rodari per fare storytelling? Come vi sembra come idea?

6 Commenti

  1. Alessandra
    14 marzo 2014 alle 12:40 Rispondi

    Tornare bambini, far scivolare dalla pelle gli anni che l’hanno resa più dura, restituire agli occhi quello sguardo puro e non ancora disincantato sul mondo.
    Solo così potremo abbattere quei muri che la razionalità adulta ha innalzato tra noi e l’immaginario e scoprire quella connessione di cui hai parlato…la magica connessione capace di creare storie emozionanti e universali.
    L’esempio di Google è splendido, ancor di più se riferito a quel “binomio fantastico” di Rodari che spalanca le menti e i nostri occhi…proprio come accade ai bimbi di fronte a qualcosa di meraviglioso.

    Bellissimo post, Daniele…complimenti!

    • Daniele
      14 marzo 2014 alle 13:00 Rispondi

      Grazie Alessandra :)

      Hai descritto la vera magia che c’è dietro l’invenzione di una storia.

  2. Mila
    14 marzo 2014 alle 14:54 Rispondi

    La frase che preferisco è sul finale: “in fondo per scrivere storie dobbiamo uscire dalla nostra realtà per entrare nel mondo immaginario in cui esse sono racchiuse”.
    Questa cosa è vera per la narrativa come per qualsiasi forma di comunicazione da un’adv al blogging. La nostra audience deve essere coinvolta, se no diventa un cantarsela e suonarsela da soli.

    Complimenti per il post!

    • Daniele
      14 marzo 2014 alle 15:22 Rispondi

      Grazie Mila :)
      Hai ragione, la frase si adatta a tutta la comunicazione. E spesso le aziende se la suonano e cantano da sole nei loro blog.

  3. Diego Ricci
    16 marzo 2014 alle 21:08 Rispondi

    Post coinvolgente che si legge in un fiato.

    Insegno informatica a bambini di 3 e 4 elementare e uso spesso storie e video con cartoni animati per coinvolgerli su argomenti che sarebbero noiosi.

    Ho un ricordo di bambino che vorrei condividere: “Metti un tigre nel motore” è stata una campagna pubblicitaria di una nota compagnia petrolifera che si avvaleva, tra l’altro, di un libro a fumetti con le storie fantastiche di una tigre che entrava nel motore ed aiutava il suo amico ad uscire da situazioni di pericolo o a raggiungere traguardi impossibili.

    Se racconti una storia ad un bambino e lo vuoi coinvolgere devi farlo sentire parte della storia stessa.

    Se ti parli addosso la sua attenzione svanisce in un istante…

    Complimenti ancora per il post!

    • Daniele
      17 marzo 2014 alle 07:31 Rispondi

      Ciao Diego, benvenuto nel blog e grazie dei complimenti. :)

      Mi ricordo di quella pubblicità! Hai ragione, devi far sentire il pubblico parte della storia che racconti.

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