Uso dei tempi verbali

Uso dei tempi verbali

Quanto può cambiare la forza di una frase – e a lungo andare anche quella dell’intera storia – in base alla scelta dei tempi dell’azione? Quando rileggo le mie storie, spesso mi capita di correggere il tempo che ho usato con un verbo, perché mi sembra più efficace un altro.

E la scena allora acquista più vitalità, anche più credibilità, potrei dire, perché suona meglio, suona come fosse reale.

Narrare al passato…

Vince il passato remoto, ovviamente, unito all’imperfetto, e sono anche quelli che uso spesso, perché risultano più immediati, credo, o forse per una consuetudine nella narrazione di storie. Insomma, chi si sognerebbe di scrivere una storia tutta al passato prossimo?

La polizia, come m’aspettavo, non approdò a nulla. Il vuoto intorno

C’è una consecutio: l’azione finita, certa, della polizia che non approda a nulla e quella che indica invece una continuità nell’azione, in quel caso il pensiero del personaggio, che si aspettava quel risultato. Se l’aspettava nel corso del tempo, dall’inizio alla fine dell’azione.

All’alba, immobile sui gradini gelidi della veranda, Ree Dolly fiutò nell’aria l’arrivo della pioggia e vide la carne. Pendeva dagli alberi, sulla sponda opposta del torrente. Un gelido inverno, Daniel Woodrell

Stesso discorso: Ree ha compiuto due azioni, fiutando la pioggia e vedendo la carne. La carne, invece, continua con la sua azione: quella di pendere dagli alberi.

Usare il passato prossimo?

Dicevo prima che sarebbe insolito usare questo tempo verbale in una storia. Ma facciamo qualche esempio.

All’alba, immobile sui gradini gelidi della veranda, Ree Dolly aveva fiutato nell’aria l’arrivo della pioggia e aveva visto la carne.

Così sembra funzionare, non vi pare? Ma questo è solo un periodo, siamo sicuri che un’intera storia continui a funzionare?

La polizia, come m’aspettavo, non era approdata a nulla.

Anche in questo caso funziona. Però, forse, funzionerebbe soltanto se inserita in un dialogo, in cui il personaggio racconta un episodio lontano nel tempo.

«Quando ho sposato Clara, non avevo proprio immaginato che i genitori avrebbero messo le tende a casa nostra. Più volte gli ho detto di sloggiare, ma quelli hanno persino portato il loro letto in camera nostra.»

Ora, a parte la sfiga di quel pover’uomo, a me quel dialogo suona bene, come parlerei anche io con un amico.

… e narrare al presente

È un po’ strana come narrazione, secondo me, ma nel romanzo che sto scrivendo la sto usando molto. Non so perché ma m’è venuto spontaneo così.

Il ricordo di ciò che ci ha mostrato Ong non mi abbandona ancora. Ho trascorso una notte insonne al pensiero di quell’oggetto straordinario lontano all’orizzonte, della sua inquietante luce, del mistero che l’avvolge.

In questo caso coesistono presente e passato prossimo. Secondo me usando il passato remoto al posto del prossimo non avrei reso il brano funzionale e anche credibile.

Sophie si accovaccia vicino a Mr Blank, il quale è ancora seduto sulla sedia, e per qualche istante esamina la foto in silenzio. Viaggi nello Scriptorium, Paul Auster

In questo brano – o, meglio, nell’intero romanzo – Auster ha voluto quasi creare un distacco fra narratore e lettore. L’io narrante è esterno alla storia, non c’è quindi un vero coinvolgimento emotivo, non trovate? Ma non è detto che non sia scorrevole come lettura – devo ancora leggere quel romanzo.

Efficacia del tempo

Ho scritto che spesso, rileggendo, modifico i tempi verbali e così voglio riportare un esempio dell’ultimo racconto pubblicato nel blog.

La sera, quando facevo ritorno a casa, accendevo il televisore e ascoltavo il telegiornale. Prima versione

In questa versione io deduco che il personaggio accende la TV e ascolta il telegiornale, come potrebbe ascoltare qualsiasi altro programma – a proposito, perché ho usato il verbo ascoltare e non vedere? Non lo so, ma ormai è fatta.

La sera, quando facevo ritorno a casa, accendevo il televisore per ascoltare il telegiornale. Versione corretta

Nella seconda versione, invece, si capisce che il personaggio accende la TV proprio per sentire le notizie, visto ciò che sta accadendo. Secondo me è stata la scelta migliore.

Quando la vidi per l’ultima volta, mi stava sorridendo.

Non ho pensato minimamente a usare il verbo senza l’ausiliare. Ma se avessi lasciato l’imperfetto di sorridere, il periodo non avrebbe avuto lo stesso effetto:

Quando la vidi per l’ultima volta, mi sorrideva.

I tempi verbali condizionano l’azione

Visti questi esempi, è chiaro come l’uso di un tempo piuttosto che di un altro influenzi non solo l’azione ma anche la percezione della stessa nel lettore. È un altro elemento da tenere presente quando si revisiona un testo.

Come vi comportate coi tempi verbali? Quali usate più spesso? Siete d’accordo con le mie riflessioni?

Categoria postPublicato in Scrittura - Data post14 luglio 2014 - Commenti32 commenti

DanieleDaniele Imperi

Sono blogger e web writer e scrivo e leggo ogni giorno. Oltre a Penna blu, ho creato e gestisco i siti su Cormac McCarthy e Edgar Allan Poe. Leggi di più nella mia biografia.

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Commenti
  • Chiara 14 luglio 2014 at 08:32

    Io sto alternando due piani temporali, uno al presente e l’altro al passato remoto. Uso il passato prossimo nei dialoghi perché lo trovo più realistico. Ormai “io andai in vacanza a Formentera” lo dicono solo da Roma in giù…

    • Daniele Imperi 14 luglio 2014 at 08:48

      A Roma non usiamo il passato remoto quando parliamo :)
      Diremmo: “Io so’ andato in vacanza a Formentera”, quindi passato prossimo.

  • LiveALive 14 luglio 2014 at 10:10

    Io narro sempre al presente. All’inizio l’ho scelto perché mi pareva più facile da gestire: il passato porta sempre tante possibilità, ma il presente è facile, basta pensare a ciò che accade adesso. Con il tempo poi ho notato che il presente rendeva la narrazione poi vicina, intensa, coinvolgente. O almeno così mi pare XD

    • Daniele Imperi 14 luglio 2014 at 17:29

      Secondo me il presente è molto limitante. L’ho visto ora nell’ebook che sto scrivendo. Una storia è al presente in prima persona. Il capitolo successivo narra eventi passati e ho voluto passare alla terza, ma oggi devo riscrivere quel capitolo, per rispettare un’omogeneità narrativa. E non so proprio come fare.

      • Massimo Bertarelli 15 luglio 2014 at 13:05

        Ho scritto parecchio in prima persona al presente, e grandi scrittori mi hanno insegnato a superare quello che adesso ti sembra un problema. L’utilizzo del flashback, inteso come incubo, sogno, lettera ritrovata casualmente in un cassetto, oppure un libro, un vecchio giornale, una fotografia ecc. Con quell’aggancio continui a scrivere in prima persona e, a seconda dei casi, hai la doppia possibilità di usare il passato oppure il presente.

        • Daniele Imperi 16 luglio 2014 at 09:11

          Ho capito che intendi, ma in quel mio capitolo entrano altri personaggi, quindi non posso usare flashback o sogni. Né giornali o altro.

          • Massimo Bertarelli 16 luglio 2014 at 10:44

            Vado a memoria e potrei sbagliarmi sul romanzo, ma in questo caso potrebbe esserti utile la lettura de “Il passato è una terra straniera” di Carofiglio, per verificare come prima e terza persona possano tranquillamente convivere. Buona scrittura.

  • dramaqueen 14 luglio 2014 at 10:28

    Io, anche se tento di scrivere al presente, dopo qualche riga passo senza accorgermene al passato remoto. Ormai, penso che sia entrato nella maniera naturale che abbiamo di narrare storie.
    Quando parla un personaggio, però, usa sempre il passato prossimo, per lo stesso motivo che avete spiegato anche voi (abito in Veneto, che è decisamente più su di Roma, quindi il passato remoto nei dialoghi mi suona molto artificioso).
    Invece mi sono accorta, leggendo un libro in inglese, che la storia è tutta narrata al presente… e me ne sono accorta anche dopo parecchie pagine. Ma credo che sia perché non sono così abituata alla lingua inglese, quindi mi sembrava più naturale il presente.

    • Daniele Imperi 14 luglio 2014 at 17:30

      Una volta è successo anche a me, di scrivere al presente e poi dimenticarmene.

  • Enzo 14 luglio 2014 at 12:10

    Sì, sono d’accordo.
    Mi spiego (c’è poco da dire in realtà), accostare un tempo piuttosto che un altro è una scelta ponderata e che può far la differenza in un brano. Mi fa tornare alla mente il monaco certosino e la sua infinita pazienza.

    • Daniele Imperi 14 luglio 2014 at 17:31

      La pazienza ci vuole, oggi ne devoi avete tanta per risolvere i tempi verbali del mio capitolo :)

  • Lisa Agosti 14 luglio 2014 at 12:38

    Anch’io ho il dubbio di che tempi verbali usare nei dialoghi. Una mia amica pugliese dice “Ieri andammo a far la spesa” e dopo dieci anni che la conosco mi fa ancora ridere. Il romanzo che sto scrivendo è ambientato in una piccola cittadina che vorrei potesse essere situata in qualunque parte d’Italia, secondo il gusto del lettore. Ma dovrò scegliere un tempo verbale per i dialoghi e probabilmente ci scapperà qualche inflessione emiliana o espressione dialettale di cui non sono nemmeno consapevole.

    • Daniele Imperi 14 luglio 2014 at 17:33

      Infatti devi anche considerare da dove proviene il personaggio ;)
      Se parlano due picciotti, useranno il passato remoto, ma non è detto, poi, perché ho saputo da Monia che non in tutte le città siciliane si usa quel tempo.

      La tua scelta la vedo molto difficile, sai? :)

  • Silvo 14 luglio 2014 at 12:43

    Non amo il passato remoto e utilizzo il passato prossimo anche per descrizioni di avvenimenti molto lontani nel tempo, sebbene la ” regola” dovrebbe suggerire il contrario. Dovessi scrivere qualcosa riguardo Adamo ed Eva o a Cesare Augusto, o alla visita medica di ieri mattina farei istintivamente nello stesso modo semplicemente perchè “mi piace di più”. Mi sembra che questa tendenza a ignorare il p.r. sia in aumento, forse siamo di fronte ad una lenta modificazione del linguaggio scritto ad opera del parlato.

    • Daniele Imperi 14 luglio 2014 at 17:35

      Ciao Silvo, benvenuto nel blog.

      Per parlare di eventi molto lontani nel tempo uso anche io passato prossimo, si addice di più, secondo me.

  • Emilio 14 luglio 2014 at 13:34

    Io, dopo vari esperimenti, mi sono rifugiato nel classico passato remoto in terza persona. Diciamo che lo considero un “usato sicuro”, ma altri tempi verbali mi suonano sempre forzati e poco credibili, più che altro per una questione di abitudine, dato che la maggior parte dei romanzi è scritta così.

    • Daniele Imperi 14 luglio 2014 at 17:36

      Sì, anche per me è più sicuro, più gestibile. E forse dipende anche dall’abitudine, come dici.
      Ma più abitudine, risulta appunto più credibile.

  • franco zoccheddu 14 luglio 2014 at 14:59

    Passato:
    “Il convoglio giunse strepitando alla Staroměstská. Jan aspettava da qualche parte in mezzo alla folla. André seguì il flusso e uscì a cielo aperto, sotto una coltre grigia e minacciosa di nuvole. Pensava a come riconoscere l’amico dopo quarant’anni.”

    Presente:
    “Il convoglio giunge strepitando alla Staroměstská. Jan aspetta da qualche parte in mezzo alla folla. André segue il flusso ed esce a cielo aperto, sotto una coltre grigia e minacciosa di nuvole. Pensa a come riconoscere l’amico dopo quarant’anni.”

    Non so quale esprime meglio la situazione. Io preferisco il passato remoto, ma non è detto.

    • LiveALive 14 luglio 2014 at 15:28

      In questo specifico caso il passato mi pare migliore, ma credo sia per il fatto che si è molto distanti dal personaggio. Fosse in prima persona, o comunque una terza immersa, il presente sarebbe stato migliore. Credo.

    • Daniele Imperi 14 luglio 2014 at 17:37

      Nei tuoi esempi preferisco anche io il passato remoto. Il presente mi suona come un testo di scenografia :)

    • Lisa Agosti 15 luglio 2014 at 09:27

      anch’io voto il tempo verbale passato! Dà più aria di mistero e ineluttabilità, mi ricorda “L’insostenibile leggerezza dell’essere”

      • Daniele Imperi 15 luglio 2014 at 13:24

        Non parlarmi di quel romanzo che dopo 60 pagine di noia totale ho abbandonato :D

      • franco zoccheddu 15 luglio 2014 at 20:36

        E’ vero, in effetti il mio romanzo si svolge in piccola parte a Praga (ho letto il romanzo di Kundera, ma non ricordo con precisione se si svolgeva a Praga…). Mi piacerebbe inviarti un brevissimo brano per farti sentire ancora un po’ questa sensazione di cui ci parli.

        • Lisa Agosti 17 luglio 2014 at 08:56

          Franco, non sono sicura se il tuo commento è rivolto a me o Daniele, io sarei felicissima di leggere il tuo libro, mi puoi scrivere a lisafobia chiocchiola gmail punto com (mi hanno detto di scrivere gli indirizzi email così per evitare i virus e le mail spam).

          Daniele, so che trovi “L’insostenibile leggerezza dell’essere” soporifero, l’ho citato apposta :)

  • Pier 15 luglio 2014 at 09:23

    Il presente è più capace di catapultare il lettore nella scena. E’ un tempo che si presta all’immedesimazione diretta mentre l’imperfetto avvolge ogni trama con un manto fiabesco che mantiene un distacco fra storia e lettore.
    Secondo me il passato remoto si colloca a metà strada fra questi due estremi, è una testimonianza, da una maggiore veridicità al racconto – e quindi disegna immagini immediate – pur offrendo un coinvolgimento meno “personale”.
    Io sto usando quest’ultimo tempo, mixato con un imperfetto per descrivere la continuità di eventi collocati nel passato.
    La narrazione al passato forse rende un po’ complessa la consecutio e la concatenazione di tempi quando si rievocano ricordi (passato nel passato, quindi trapassato) e si anticipano fatti certi (futuro anteriore).
    A me sembra più semplicistico l’uso del presente, sia che si voglia mantenere il racconto in quella dimensione temporale sia che ci si voglia cimentare in qualche flash-back o flash-forward.

    • Daniele Imperi 15 luglio 2014 at 13:26

      Non mi convince un’intera storia al passato prossimo. Non credo sia di facile lettura.
      Forse, anzi, coinvolge meno.

  • Claudia 15 luglio 2014 at 10:12

    Passato remoto è quello che mi viene naturale. Rende i testi più realistici e di facile comprensione, in quanto la percezione dell’azione in chi legge è immediata.
    Il presente limita l’evolvere del racconto, o forse, è solo la mia incapacità di tenere in moto questo tempo verbale per tutta la durata della storia. Una volta ho provato a percorrere questa strada, accorgendomi solo dopo poche pagine di essere tornata sul vecchio sentiero, più conosciuto e rassicurante :)

  • Salvatore 15 luglio 2014 at 10:13

    Io uso quasi sempre il passato remoto – ma credo che valga per il 99,5% dei narratori – ogni tanto, quando scrivo in prima persona, mi piace usare il presente. Trovo la narrazione in prima persona al presente molto suggestiva, ma un intero romanzo raccontato così… non lo so. Forse alla lunga è pesante sia da scrivere, sia da leggere.

    • Daniele Imperi 15 luglio 2014 at 13:27

      Sì, è pesante da leggere, ma forse dipende anche dall’abilità o comunque dallo stile dello scrittore.

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