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Zucchero filato

Una favola oscura
Zucchero filato

Quando la sagoma della gigantesca ruota apparve in lontananza, Zefirino strinse più forte la mano di sua madre. Le giostre sembravano confondersi con i colori autunnali della campagna attorno al luna park, un caleidoscopio giallo-arancio che risaltava contro l’azzurro del cielo d’ottobre. Il bambino era eccitato. Nella sua mente s’immaginava cavalcare destrieri bianchi in un girotondo altalenante, colpire bersagli e vincere orsacchiotti di peluche, salire sulla ruota delle meraviglie e guardare dall’alto il mondo intero. E mangiare caramelle e altre leccornie, giocare coi compagni di classe che, ne era sicuro, erano anche loro là quel giorno.

Sì, perché era domenica e tutto il paese era al luna park. Poteva sentire, man mano che s’avvicinavano, il chiasso e la confusione farsi sempre più vividi, reali. E la musica, una melodia che Zefirino non aveva mai udito prima, che creava una sensazione di malinconia e allegrezza insieme.

«Sbrighiamoci!», disse a sua madre, incitandola e aumentando il passo.

Camminarono più veloci, la donna che sorrideva in quel giorno speciale. Avrebbero festeggiato, ma in modo diverso dal solito, proprio come aveva chiesto il bambino.

«Non voglio la festa, mamma», aveva detto due giorni prima, quando la donna gli aveva chiesto chi volesse invitare degli amici. «E neanche la torta e i regali. Non mi diverto alle feste.»

«Ma come?»

«Andiamo al luna park!», aveva urlato in preda all’entusiasmo.

«Al luna park?»

«Così è come se faccio la festa con tutti quanti e però non devo stare con nessuno, ma faccio quello che mi pare e vado su tutte le giostre!»

La donna era rimasta a guardarlo con un’espressione di tenerezza sul volto, non sapendo cosa rispondere.

«Daiii, mammaaa!»

E lei era scoppiata a ridere. «Va bene, Zefi», aveva acconsentito, «andremo al luna park, se è proprio questo che vuoi.»

«Sììì!»

E adesso eccoli lì tutti e due, che s’affannavano sul vialetto che portava dritto dritto all’entrata del luna park, un cancello sormontato da un’enorme bocca di chissà quale creatura fantastica che li avrebbe inghiottiti per scaraventarli nella frenesia e nella spensieratezza della città dei giochi.

Quando entrarono, Zefirino spalancò gli occhi. «Mamma», disse senza fiato, affascinato dalla mescolanza di colori e genti che andavano e venivano per le vie senza nome del parco dei divertimenti.

Quello era il giorno del suo settimo compleanno.

Un giorno che avrebbe ricordato per sempre.

***

Da due ore vagavano per il luna park e il bambino aveva già fatto tre giri sulle auto a scontro, due sulla giostra dei cavalli e altrettanti sul razzo e uno sull’enorme ruota che svettava su tutta la campagna. Non era stanco, ma adesso preferì godersi la vista di bancarelle che fra una giostra e l’altra vendevano di tutto e di tendoni coi loro presentatori che promettevano incredibili spettacoli a prezzi bassi.

In una di quelle tende entrarono madre e figlio e restarono ammutoliti davanti a un uomo che tagliava sua moglie in due. Il mago chiese al pubblico quale metà volesse e tutti risero, ognuno facendo la sua scelta. Zefirino propose a sua madre di prendere il posto della donna, promettendo che si sarebbe portato a casa tutte e due le metà e le avrebbe riattaccate con la colla.

«Zefi, ma che ti viene in mente?», disse e rise, abbracciando il bambino.

Uscirono e la fiumana di visitatori li sospinse lungo il flusso che serpeggiava in quella bailamme di colori e suoni e grida e forme e tutto intorno era un ridere e chiacchierare a voce alta per sovrastare il brusio quasi assordante.

Non sapevano che ora fosse e in quel giorno il tempo parve essersi fermato all’ora della ricreazione. Camminavano mano nella mano come due improbabili fidanzati e sorridevano a ogni sguardo, puntando il dito verso questa o quell’attrazione o correndo per entrare per primi in un tendone dall’aspetto misterioso.

Un cane li superò scodinzolando, il collare che frustava il terreno, e subito dopo apparve un uomo che l’inseguiva chiamandolo per nome. Una coppia di anziani era ferma a immortalare quel momento nello scatto fulmineo d’una fotografia e alcuni bambini schizzarono oltre la mamma e suo figlio gridando un “ciao, Zefi!” che si perse nell’aria sfumando come un colore annacquato.

Nell’angolo più remoto del luna park giunsero coi rimasugli scombinati della gente che, nel frattempo, s’era dispersa chi da una parte chi dall’altra e quel fiume animato di persone vocianti s’era prosciugato in grumi isolati di curiosi che si fermavano qui e là a riordinare i pensieri.

Da un punto imprecisato venne l’odore dolce e pungente di qualcosa che Zefirino non riconobbe, ma che subito catalogò come leccornia da scoprire e mangiare. Strinse più forte la mano della madre e fu lui a condurla seguendo la traccia olfattiva di quel profumo irresistibile che gli ricordava tutti i sogni del mondo.

Accanto a una bancarella di dolciumi un uomo girava un bastoncino in un calderone e magicamente sul legno sottile compariva una specie di cotone dai riflessi azzurri o rosa. Zefirino non aveva mai visto una magia come quella e guardò la mamma a bocca aperta senza trovare le parole giuste per chiedere cosa fosse.

«È zucchero filato», disse la donna, indovinando la domanda inespressa del bambino. E gli spiegò come funzionasse quella prodigiosa macchina che da semplice polvere zuccherosa riusciva a creare ovatta profumata e mangiabile.

Zefirino restò a osservare l’uomo che ruotava la mano dentro il pentolone e ne tirava fuori il bastoncino con una sorta di nuvola bianca attaccata soffice come cotone.

«Ma si mangia davvero quella cosa lì?», chiese, senza neanche rendersi conto di aver parlato. Non c’erano clienti a quel banco e il bambino pensò per un attimo che l’uomo stesse preparando per sé quella prelibatezza di zucchero.

«Puoi mangiare ciò che accetti come tuo divenire», rispose sibillino il venditore, sorridendo con una strana luce negli occhi.

«Posso mangiarne uno, mamma?», chiese Zefirino, sempre più curioso di assaggiare lo zucchero filato.

«Quant’è?», domandò la donna.

«Un omaggio personale, signora», rispose l’uomo, porgendo lo zucchero filato al bambino.

«Oh, la ringrazio, davvero», disse la donna, arrossendo per quella gentilezza inaspettata. «Zefi, ringrazia il signore.»

«Grazie», disse il bambino, ma la sua mente era già oltre, aveva morso quello strano dolciume, l’aveva fatto a pezzi e riappiccicato, se n’era saziato. Lo prese dalla mano dell’uomo, ne sfiorò la pelle scurita dal sole e rugosa e si portò alla bocca lo zucchero.

«Chi da me mangia quello zucchero, da me torna di filato», disse il venditore, ancor più enigmatico di prima.

Madre e figlio sorrisero all’uomo e a quel suo insolito e divertente modo di trattare coi clienti, lo salutarono, ringraziandolo ancora, e si avviarono verso il centro del luna park.

Intanto il pomeriggio arrancò verso il tramonto e la luce sbiadita del giorno parve per un attimo ancor più triste, mentre il cielo iniziava a macchiarsi di nubi sfilacciate come i pezzi di zucchero filato che Zefirino si portava alla bocca.

***

A casa ne ricordò il sapore dolce e l’inconsistenza, la possibilità di farlo a pezzi e di riattaccarli creando forme nuove, le dita tutte appiccicose, il profumo che stimolava l’acquolina. L’euforia della giornata si era spenta pian piano in una corrente di ricordi che avevano travolto la mente di Zefirino mentre uno a uno li trasformava in piccole storie. E a cena quelle storie tennero compagnia a madre e figlio finché giunse l’ora del sonno e la donna rimboccò le coperte al bambino.

Nel sogno cavalcava il destriero della giostra, ma non più prigioniero della piattaforma girevole. Scorrazzava per le vie del luna park sul dorso del cavallo bianco soffice come una nube del mattino. I compagni di classe gli correvano dietro gridando il suo nome, ma Zefirino non li sentiva più, avanzava spedito verso la bancarella di zucchero filato, dove l’uomo girava il bastoncino nel calderone tirandone fuori matasse bianche e profumate.

«È la fabbrica delle nuvole», disse, quando vide il piccolo cavaliere.

L’uomo alzò lo zucchero filato al cielo e una folata di vento lo staccò e tutta quella massa zuccherosa volò via, salendo salendo finché nella volta azzurra apparve una nuvola in più.

«Voglio provarci anch’io», disse Zefirino, scendendo da cavallo e avvicinandosi al pentolone. Afferrò un bastoncino e prese a girarlo dentro, versando lo zucchero con l’altra mano. Ma quando il vento soffiò, fu lui a volare su nel cielo, i contorni del corpo sfilacciati come una nube, leggero più dell’aria, e da quell’altezza vide tutto il mondo e riconobbe, in un puntino che s’affannava per le strade del luna park, sua madre che lo cercava.

La chiamò, ma le nuvole non hanno voce e così pianse e quelle sue lacrime piovvero giù a bagnare la terra. Qualcuno aprì un ombrello, ma la donna invece accolse la pioggia autunnale alzando il viso disperato al cielo. Sentì l’acqua caderle sul volto, scendere in rivoli fino alla bocca, ne avvertì il sapore dolciastro come zucchero filato e allora seppe che il suo Zefi era lassù, nube fra le nubi, mai più con lei, mai più bambino, ma forma eterea sospinta dal vento.

***

«Ma non ti alzi, stamattina?»

Riconobbe la voce fra le immagini confuse della sua mente e sentì i rumori della città fuori della finestra e la vita che s’era già ridestata in quel lunedì di ottobre.

Sbatté le palpebre, sbadigliò, si stropicciò gli occhi e guardò sua madre. Sorrise.

«Che sogno strano che ho fatto!», disse. «Ero diventato una nuvola e mi sentivo leggero leggero.»

«Tutti i sogni lo sono», disse la donna. «Forza, ché la colazione è quasi pronta», aggiunse, prendendolo per una mano.

Restò ammutolita e senza parole rimase anche il piccolo Zefirino vedendo la sua mano staccata dal corpo e con l’estremità sfilacciata. D’istinto la donna la rimise al suo posto, come se suo figlio fosse uno di quei giocattoli smontabili che si trovano nelle uova pasquali. Non seppe perché, fu la prima cosa che le venne in mente e agì senza neanche pensare a ciò che stava facendo, sentendo addosso tutta la colpa di quell’insolita mutilazione.

«Mamma», disse il bambino, che adesso muoveva la mano come se nulla fosse accaduto. Forse sto ancora sognando, pensò e cercò di aprire gli occhi per svegliarsi.

«Zefi», disse la donna, sfiorandogli appena la mano che aveva riattaccato.

Il bambino sentì quella voce, riconobbe il tono preoccupato e capì che era sveglio, allora, che la mano era stata davvero staccata e riappiccicata al corpo come se fosse la cosa più naturale al mondo.

«Ma come hai fatto?», chiese.

«Non lo so, io…», rispose la donna, senza sapere cosa dire. «Ti ho fatto male?»

«No, non ho sentito niente. Ma forse stiamo sognando, mamma! Che bello, sto facendo un sogno insieme a te!»

«Ma no, Zefi, che dici? Io non sto sognando, è mattina e devi andare a scuola. Dai, alzati» e fece per prenderlo un’altra volta, tirandolo per le mani…

… che le restarono in mano, mentre il bambino guardava sua madre sconvolta e le sue mani non più attaccate ai polsi, che gli ricordavano ora i pezzi di zucchero filato mangiato il giorno prima.

«Ma mamma…», disse e le prime lacrime cominciarono a fluire come un piccolo rigagnolo che fuoriesca da una perdita, costante e lento. «Che mi sta succedendo, mamma?»

«Io…», disse e provò, come prima, ma ora consapevolmente, a riattaccare le mani al figlio.

Ora Zefirino mosse le dita e sembrò più tranquillo. Smise perfino di piangere.

«Funzionano», disse.

«Bene», disse la donna, rincuorata.

«E se mi si staccano ancora e non vanno più a posto? E se qualcuno mi stacca un pezzo e non me lo ridà più?»

«Oggi non vai a scuola, Zefi, ti porto dal dottore», disse la donna. «Vedrai, avrà una medicina che ti farà guarire subito». Ma non ne era per niente convinta.

«È colpa di quello zucchero filato, mamma?»

«Che c’entra lo zucchero filato?»

«Ma hai visto che è successo? Sembravano come lo zucchero che faceva quel signore.»

La donna rifletté sulle parole del bambino. Non aveva dovuto far forza per staccare le mani al figlio, erano andate via subito. Lei aveva messo la forza necessaria per tirarlo su, è vero, ma ricordò che in effetti era eccessiva. Guardò il bambino e decise di fare un esperimento. Allungò una mano e prese il naso di Zefirino, poi lo tirò via mettendoci la stessa forza per staccare un pezzo di zucchero filato.

E il naso venne via.

«Mamma», si lamentò il bambino. «Adesso come faccio a respirare?»

La donna riattaccò il naso.

«Ecco», disse. «No, non andiamo dal dottore. Andiamo a cercare quel signore al luna park, invece.»

***

Uscirono, camminando lentamente e tenendosi a distanza da chiunque prima di arrivare all’auto. La donna voleva evitare che qualcuno, riconoscendoli, salutasse Zefirino abbracciandolo e gli restasse in mano un pezzo di spalla o di testa. Sarebbe stato imbarazzante, soprattutto da spiegare.

Non fu possibile vestire il bambino – la donna aveva temuto che sfilando il pigiama suo figlio si fosse spezzettato in più punti – e così gli buttò sopra il cappotto e gli fasciò i piedi per non farlo camminare scalzo.

Vedere suo figlio, il suo bambino, senza più peso e solidità, sfibrarsi davanti a lei a un semplice tocco, le diede uno sconforto e un dolore mai provati prima. Era diventato soffice, quasi etereo come una nube.

Prima di uscire la donna aveva controllato il cielo. Era una bella giornata, per fortuna, non avrebbe piovuto, ma per precauzione portò con sé la mantellina del figlio. Sapeva già cosa sarebbe successo con la pioggia: il suo Zefi si sarebbe sciolto come lo zucchero filato in bocca.

Arrivarono al luna park. Il cancello era aperto e dentro si vedeva un via vai di gente al lavoro. L’orario di apertura era previsto di lì a un paio d’ore, ma lei e Zefirino non dovevano certo montare sulle giostre. Si diressero al punto opposto, dove stava la bancarella di quello strano tizio così gentile e misterioso.

Lo trovarono lì, intento a pulire il suo calderone. Quando l’uomo li vide, il suo viso s’illuminò di un’intensa contentezza.

«Ma buongiorno, signori», li salutò.

«Lei», cominciò la donna, puntandogli un dito contro, ma non seppe come proseguire. Non poteva certo dirgli che suo figlio adesso poteva essere fatto a pezzi e rimesso a posto a causa del suo zucchero filato.

«So perché siete qui, signora», disse l’uomo, sfregandosi le mani. «Adesso suo figlio non è più come gli altri bambini. Non è più in carne e ossa, ma di lana fatata

«Che… che cosa vuole dire?», chiese la donna, la voce tremante per la rabbia e la disperazione. «Mi ridia il mio bambino.»

«Io vi avevo avvertito, cara signora. Ricorda le mie parole?»

La donna ripensò agli eventi della sera prima. Che cosa aveva detto quell’uomo quando erano arrivati alla sua bancarella?

Puoi mangiare ciò che accetti come tuo divenire.

E il suo Zefi aveva scelto di mangiare quello zucchero filato. E adesso era diventato…

No, non poteva crederlo. No, era tutto uno scherzo, uno stupido scherzo da luna park.

Chi da me mangia quello zucchero, da me torna di filato.

E quella mattina erano tornati tutte e due di corsa da lui.

Certo, non potevano fare altrimenti, chiunque sarebbe tornato lì.

«Mamma», disse Zefirino, che fino a quel momento era stato zitto. «Mi guarisce il signore?»

«Piccolo», s’intromise l’uomo, «io farò di te l’attrazione principale del luna park. Potrai andare su ogni giostra quanto vorrai e senza mai pagare. Perché questa, da ora in poi, sarà la tua nuova casa. Questa, piccolo Zefi, sarà da ora in poi la tua nuova vita.»

«Ma cosa dice…?»

«Sto dando a suo figlio una possibilità di vivere, signora», rispose il venditore, lo sguardo accigliato. «O preferisce che accidentalmente il suo Zefi perda un pezzo, magari la testa, per sempre? O cada in una pozzanghera e si sciolga?»

«Io…»

«Mamma…»

«Giostre, Zefi», continuò l’uomo. «Giostre per tutta la vita. E niente più scuola e libri. Solo giochi e divertimento. Vacanza per sempre in cambio di poche ore di lavoro qui da me. Avremo un tendone tutto per noi e chiunque verrà a vedere il bambino filato

***

GRANDE SPETTACOLO
DEL LUNA PARK
IL PRIMO BAMBINO AL MONDO FATTO DI LANA FATATA!
Tutti i giorni dal pomeriggio alla sera
IL BAMBINO FILATO
sarà a disposizione del pubblico

Il cartello era affisso già dall’entrata del luna park. Altri erano stati attaccati in vari punti del parco dei giochi, con le frecce che ne indicavano la direzione.

L’uomo aveva fatto montare il tendone proprio accanto al banco dello zucchero filato. Adesso, però, c’era una vecchina a ruotare il bastoncino nel pentolone.

Zefi era ancora in pigiama, non era stato possibile cambiarlo d’abito. Così l’uomo aveva dovuto tagliarlo con un paio di forbici, ma non poteva certo lasciare il piccolo in mutande.

«Io mi vergogno!», aveva protestato il bambino.

Così all’uomo venne un’idea. Mise una fascia colorata attorno alle mutandine e alcune stufe dentro il tendone. Ora il bambino filato aveva una maschera e non avrebbe sentito freddo.

«Da questa parte, bambini e signori!», urlava l’uomo, vestito di tutto punto, con un grosso cilindro in testa. «Venite a fare a pezzi il bambino filato! Divertitevi a ricomporlo come volete. Ogni volta un bambino diverso!»

La folla s’assiepava davanti alla grossa tenda a strisce e l’uomo incassava soldi a palate. Ognuno poteva stare solo cinque minuti a staccare pezzi al bambino filato.

L’uomo era soddisfatto.

La donna venne a trovare Zefirino ogni giorno – per lei l’entrata era gratis – e parlava col figlio ogni minuto possibile. La mattina, prima degli spettacoli, e la sera, dopo la chiusura, se ne andavano a spasso per il luna park.

«Ti trovi bene, Zefi?»

Passeggiavano lungo una stradina alberata, dove un piccolo laghetto dava ospitalità a un gruppo di pesci rossi e alcuni gatti sonnecchiavano al sole autunnale. Zefi alzò le spalle. Era un mese, ormai, che abitava al luna park. I primi giorni era stato divertente, ma anche abbastanza drammatico. Vedersi fare a pezzi e poi rimontare a casaccio non è certo un’esperienza piacevole. Ma poi ci aveva fatto l’abitudine, tanto che alcune volte, secondo la necessità, si staccava da solo qualche pezzo e lo attaccava da un’altra parte. Una volta, non arrivando a prendere un barattolo di marmellata, si era staccato un braccio e lo aveva appiccicato all’altro, così da raddoppiarne la lunghezza. Spesso, invece, quando girava per il parco da solo dopo il lavoro, si toglieva un occhio per metterlo dietro la nuca, così da poter controllare se qualcuno si avvicinasse per fargli uno scherzo e staccargli qualche pezzo.

«Così», rispose alla madre.

«Ti trattano bene, vero?»

Il bambino guardò sua madre. «Mi fanno a pezzi, mamma», disse. «Mi mettono le braccia al posto delle gambe o le dita sulla fronte come se sono corna o gli occhi al posto della bocca e la bocca invece sullo stomaco e poi ridono tutti.»

La donna sentì le lacrime uscire e il dolore sopraffarla. Era stata da un medico a parlare dello stato in cui versava suo figlio, ma l’uomo l’aveva guardata con compassione e le aveva prescritto una lunga lista di psicofarmaci.

A scuola le avevano fatto mille domande, ma tanto la voce del bambino filato fatto di lana fatata s’era sparsa per tutto il paese. Furono proprio i compagni di classe a entrare per primi nel tendone per vedere il loro amico in forme mai viste prima.

«Adesso devo rientrare a casa, Zefi», disse e due rivoli di lacrime scesero giù per le guance perdendosi oltre il mento. «Ma domani torno.»

Il bambino le sfiorò il viso, avvertendo una strana sensazione a quel tocco umido, una sensazione che non provava da tanto. Non aveva più bisogno di lavarsi, infatti, e mangiava solo zucchero e altri dolciumi. Sentì come se le dita si sciogliessero, anche se di un infinitesimo. Dentro di sé sorrise.

Salutò sua madre e tornò al tendone. Non c’era nessuno e Zefirino si chiuse nell’angolo ricavato all’interno e in cui dormiva, la sua nuova camera. Si sdraiò sul letto e pensò al domani.

Sarebbe stato un giorno diverso, lo sapeva.

Perché aveva preso una decisione.

***

Il tempo minacciava pioggia. L’uomo svegliò Zefirino alle sei, come tutte le mattine. Doveva aiutarlo a preparare il numero del pomeriggio e alle otto sarebbe arrivata sua madre. Il bambino si alzò, fece colazione con una mela candita e due grosse caramelle gommose e lavorò fino alle 7,30, poi uscì dal tendone senza farsi vedere. Con quei nuvoloni neri che gironzolavano nel cielo l’uomo non gli avrebbe mai permesso di andar fuori.

Tirava vento. Per fortuna in quella parte del luna park c’erano sempre pochissime persone, si riempiva solo in occasione dello spettacolo del bambino filato. Nessuno lo vide allontanarsi e andare alla fontana col laghetto. Zefirino si appoggiò alla ringhiera e guardò i pesci prigionieri dell’acqua. Come lui lo era del parco dei giochi. Costretti a restare rinchiusi per divertire gli altri.

Il vento aumentò e il bambino sorrise. Ricordò il sogno che aveva fatto la notte in cui s’era trasformato in lana fatata e la fabbrica delle nuvole. Aveva visto sua madre cercarlo e aveva pianto. Si era sciolto come zucchero filato in bocca.

Si guardò attorno. Nessuno, era completamente solo in quel punto e a quell’ora. Si tolse la fascia colorata e infine, dopo aver lanciato un ultimo sguardo per sicurezza, si sfilò anche le mutandine. Era nudo, adesso. Una piccola massa di soffice lana fatata.

Si diede un pizzico su una gamba e un batuffolo zuccheroso gli restò in mano. Lo lasciò andare al vento e quel pezzetto di Zefirino svanì nell’aria.

La fabbrica delle nuvole.

Adesso doveva tenersi strettamente alla ringhiera con tutte e due le mani, altrimenti il vento l’avrebbe sollevato e portato chissà dove.

Nel cielo.

Assieme alle nubi.

Staccò una mano e una folata d’aria lo fece ondeggiare come una bandiera. Si lasciò cullare così per qualche minuto, poi allentò la presa dell’altra mano e un soffio di vento lo portò su, sempre più su, finché non fu più possibile distinguerlo dalle nubi.

Quando la donna arrivò al tendone, non trovò Zefirino ad attenderla come sempre. Chiese all’uomo dove avesse mandato suo figlio, ma lui rispose che con quel tempo il bambino sapeva di non poter uscire. Forse era in camera sua?

Non lo trovarono.

«Tornerà, magari s’è nascosto per farle una sorpresa», disse, lasciandola sola.

La donna cominciò a vagare per il luna park, chiamando a voce alta il nome del figlio, ma nessuno le rispose. Quelli che la incontravano le lanciavano un’occhiata incuriosita e passavano oltre.

Iniziò a piovere. Dapprima una pioggerella fine, che le accarezzò i capelli quasi senza bagnarla. Poi si trasformò in un temporale che la inzuppò in pochi minuti. Ma la donna continuò a cercare il bambino, urlando per vincere il rumore dell’acqua che cadeva giù.

«Zefiiiiii!»

Zefirino, in mezzo alle nuvole, riconobbe sua madre. La vide correre di qui e di là, chiamarlo a gran voce, cercarlo disperata fra i tendoni e le bancarelle silenziose. Provò a chiamarla, ma si ricordò che le nubi non potevano parlare, ma solo piangere. E così, in quell’attimo di tristezza e solitudine, pianse tutta la nostalgia di sua mamma e della vita che aveva prima, della scuola e dei compagni, dei giochi e dei momenti di felicità che non avrebbe più riavuto. Pianse fino a consumarsi, fino a sciogliersi in gocce di pioggia zuccherosa.

La donna cadde stremata in ginocchio sul terreno fradicio, arresa all’impotenza e alla fatalità del destino. Alzò gli occhi al cielo e accolse quella pioggia che avrebbe lavato via le lacrime della sua disperazione. Sentì l’acqua colpirle il volto e aprì la bocca e il sapore di quella pioggia le ricordò qualcosa che aveva mangiato tempo fa, tanti tanti anni addietro, quand’era bambina, quando aveva l’età di suo figlio e suo padre le aveva comprato lo zucchero filato.

Era dolce quella pioggia.

Allora capì.

Capì che non avrebbe mai più rivisto suo figlio, il suo Zefi divenuto un bambino filato, il suo Zefi che portava a scuola e che adesso pioveva giù con quella pioggia fatata e dolciastra nel suo ultimo addio.

«Ciao, Zefi», disse in un sussurro e le parve che dal cielo, da lassù, dove le nubi si accalcavano una sull’altra spremendosi come spugne imbevute, una vocina rispondesse al suo saluto.

O forse fu solo il sibilo del vento.

Nota

L’idea per questo racconto è nata dall’ultimo dei 12 esercizi di scrittura del libro Minuti scritti di Annamaria Testa. L’esercizio consisteva nello scegliere, fra alcune targhe automobilistiche, una coppia di lettere, che avrebbe dovuto diventare le iniziali del personaggio da inventare. Quelle due lettere dovevano anche essere le iniziali di un elemento che sarebbe stato decisivo per il nostro personaggio. In pochi minuti bisognava scrivere una trama attorno a questo personaggio e all’oggetto scelto.

Io scelsi la targa che iniziava con ZF, perché mi parve la coppia di lettere più difficile. Così inventai Zefiro Franchetti e gli accoppiai lo zucchero filato.

Nei giorni scorsi ho ripreso quella trama e ne è nata questa storia, anche se ho cambiato il nome in Zefirino, più adatto per un bambino di sette anni, e non ho nominato mai il suo cognome.

38 Commenti

  1. Elisa
    24 aprile 2014 alle 08:05 Rispondi

    Bravo! Il racconto mi è piaciuto. I toni sono da favola dark e scibola bene (nonostante me lo sia letto nel marasma infernale del treno). Se posso fare un appunto micragnoso… essendo mamma sarei saltata alla gola dell’omino dello zucchero e sarebbe diventata una favola splatter fino al momento in cui non avesse fatto tornare normale Zefirino :) … per cui l’unica nota che non mi torna è la mamma passiva. Ma sono solo opinioni personali di trama!

    • Daniele Imperi
      24 aprile 2014 alle 08:16 Rispondi

      Grazie, Elisa.
      Vero, la mamma è un po’ passiva, diciamo per esigente narrative :D
      Anche se fosse stato mio figlio la storia sarebbe diventata splatter.

    • mirko
      24 aprile 2014 alle 15:47 Rispondi

      Complimenti per la storia. Mi chiedevo, e dunque lo chiedo a te, se le storie debbano avere una morale, o almeno un senso finale sul quale riflettere.ps: meno male che lo zucchero filato ingrassa e non lo mangio…da oggi avrei smesso. Saluti.M.

      • Daniele Imperi
        24 aprile 2014 alle 16:25 Rispondi

        Ciao Mirko, grazie e benvenuto nel blog :)
        No, secondo me la morale non dev’esserci per forza. Io, almeno, quando scrivo penso solo alla storia, mai al messaggio da mandare.

        Qui non c’è, come credo non ci sia in tutte le storie che ho scritto.

      • Carla
        28 ottobre 2016 alle 15:17 Rispondi

        Favola interessante, mi piace molto lo stile. Io, comunque, ci trovo una morale, altroché! In ogni bambino fatto a pezzi al punto di lasciarsi morire, c’è un genitore debole, inadatto al ruolo. “Non prendere caramelle dagli estranei”, non dovrebbe essere tra i primi “comandamenti” da impartire ad un figlio? E questa mamma che fa? Addirittura accetta lei stessa di dare al figlio lo zucchero filato offerto da un ambulante! Quando il bambino le chiede di andare da un medico (saggiamente ), lei si vergogna e vergognosamente ritorna dallo stesso uomo che le ha rovinato il figlio e di fatto glielo consegna. Se lo scrittore è un piccolo dio, io sarei stata più spietata con la donna e per effetto della pioggia dolce di Zefirino l’avrei trasformata nell’incarto di una caramella…

        • Daniele Imperi
          28 ottobre 2016 alle 15:22 Rispondi

          Ciao Carla, benvenuta nel blog e grazie della lettura.
          La morale che hai trovato è interessante, non avevo pensato alle caramelle da uno sconosciuto :)

  2. Alessandro Pozzetti | APclick
    24 aprile 2014 alle 09:02 Rispondi

    Mi piace Dan!
    Questo lato un pò dark della storia l’ho apprezzato un sacco, davanti al caffè, poco fa ;)

  3. violaliena
    24 aprile 2014 alle 12:22 Rispondi

    Creato a partire da una targa?
    Geniale direi!
    Bella fantasia e ben scritto.
    Amo il surreale, specie quando comincia come una storia possibile.
    Però condivido i sentimenti di Elisa sulla mammina….avremo qualche trauma infantile in comune.
    Anche “La fabbrica del cioccolato” mi fa star male per lo stesso motivo, adulti inerti e passivi…brrr

    • Daniele Imperi
      24 aprile 2014 alle 12:26 Rispondi

      Grazie :)
      Vero, anche ne La fabbrica del cioccolato gli adulti stanno a guardare. Chissà, forse è il genere di storia che richiede l’inerzia e la debolezza degli adulti.

  4. Monia Papa
    24 aprile 2014 alle 13:47 Rispondi

    La storia fila che è una meraviglia e una volta che ti infili nel tunnel del dolcissimo orrore di questo racconto non puoi più filartela: la trama di zucchero ti cattura in un attimo.

    A quando una raccolta di racconti sulle vite incredibili dei più disparati fenomeni da baraccone? :D

    • Daniele Imperi
      24 aprile 2014 alle 13:50 Rispondi

      Grazie :)
      Una storia filata, allora.

      Sulla raccolta ci posso pensare :)

  5. Monia Papa
    24 aprile 2014 alle 13:58 Rispondi

    Non fare a pezzi le aspettative dei tuoi lettori, dai :D

    • Daniele Imperi
      24 aprile 2014 alle 14:23 Rispondi

      Guarda, sui fenomeni da baraccone, in un certo senso, avevo in mente un’altra opera :)

  6. Giorgia
    27 aprile 2014 alle 17:51 Rispondi

    Bravissimo come sempre, povero piccolo bimbo e povera mamma.

    • Daniele Imperi
      27 aprile 2014 alle 17:55 Rispondi

      Grazie, Giorgia :)
      Beh, sì, poveri tutti e due, ma avevo avvertito che era oscura la favola :D

  7. Giuliana
    1 maggio 2014 alle 21:32 Rispondi

    Tu devi smetterla, sempre che mi fai piangere. Prima con il racconto dell’omino nella bottiglia, adesso con questo di Zefirino. Mi piace molto la tua sensibilità, che percepisco soprattutto nei dettagli.

  8. Giuliana
    2 maggio 2014 alle 10:05 Rispondi

    La fine sì, quando la mamma capisce che non rivedrà più Zefirino … C’è da dire che sono parecchio sensibile ;p

  9. GiD
    2 maggio 2014 alle 17:40 Rispondi

    Storia molto carina. Anch’io, però, sono rimasto infastidito dal comportamento della mamma.
    Lo so, è assurdo star lì a parlare della credibilità della mamma mentre sul palco, al centro della storia, c’è un bambino fatto di zucchero di filato. E intanto è la mamma a farmi storcere il naso.
    La mamma non grida, non si dispera, non aggredisce l’uomo dello zucchero. La mamma lascia addirittura il figlio al Luna Park… e non si capisce perché mai per il bambino un capannone dovrebbe essere più sicuro di casa sua (e infatti s’è visto).

    Secondo me la storia funzionerebbe meglio se la madre non venisse coinvolta nella questione dello zucchero filato.
    Il bambino potrebbe scoprire da sé di essere cambiato per poi scappare di casa in cerca dell’uomo del Luna Park. Una volta trovato l’uomo, il bambino verrebbe convinto che l’unica cosa da fare è restare con lui (magari con la promessa di tornare, prima o poi, normale). Il Bambino si esibirebbe mascherato, e intanto la madre continuerebbe a cercare il figlio scomparso.
    Il tutto si potrebbe chiudere con la pioggia zuccherosa che cade sulla madre che passa le giornate davanti al Luna Park a distribuire i volantini “Se vedete questo bambino chiamate il ecc. ecc”.

    Ecco, nella sostanza dei fatti la storia cambierebbe poco, ma non si avrebbe più il comportamento passivo e inspiegabile della madre, che è l’unico grumo fastidioso in un racconto che scivola liscio dall’inizio alla fine.

    • Daniele Imperi
      2 maggio 2014 alle 17:56 Rispondi

      Grazie della lettura :)

      La tua soluzione non è male, in effetti, e anche più credibile. Non so il perché della mia scelta.

      Inconsciamente, forse, ho optato per una madre e non un padre perché, in quel caso, conoscendomi, il venditore dello zucchero filato l’avrei appeso a un albero per il collo :D

  10. nicoletta
    2 giugno 2014 alle 13:41 Rispondi

    ciao, sto curiosando nel tuo blog.. mi piace . )

  11. Dove nasce l’insoddisfazione nella scrittura e come vincerla
    10 luglio 2014 alle 05:01 Rispondi

    […] Zucchero filato […]

  12. Giulio F.
    8 agosto 2015 alle 13:16 Rispondi

    《Mi mettono le dita sulla fronte come se sono corna.》
    Prima di scoprire il tuo blog l’avrei giudicato un errore dettato dalla distrazione, ma ora ho capito.

    • Daniele Imperi
      8 agosto 2015 alle 13:20 Rispondi

      Intendi un errore grammaticale perché ci andrebbe il congiuntivo? In quel caso, parlando un bambino, è normale che sia sgrammaticato.

      • Giulio F.
        8 agosto 2015 alle 13:58 Rispondi

        Infatti :)
        Ne avevi parlato in più articoli, se non sbaglio.

        • Daniele Imperi
          8 agosto 2015 alle 14:01 Rispondi

          Sì, ne ho parlato in qualche articolo :)

  13. Sofia B.
    11 agosto 2015 alle 12:33 Rispondi

    Salve, ho diciassette anni ed è la prima volta che visito questo sito, dunque questo è il primo racconto che leggo qui.
    La storia mi è piaciuta perché l’h trovata originale ed affascinante. Tenebrosa.
    Sono rimasta leggermente colpita dai commenti che ho letto, dove praticamente tutti hanno espresso lo stesso pensiero, riguardante il loro sconcerto nel riscontrare una tale passività da parte della madre nei confronti della situazione tragica in cui suo figlio si ritrova poi nel racconto.
    A me sinceramente questo punto non ha dato per niente fastidio, anche se ho apprezzato l’idea del possibile sviluppo del racconto proposto da “GID”, effettivamente è più sensato.
    Piuttosto mi chiedevo se davvero credi che questo racconto, come hai affermato in uno dei primi commenti, non abbia una morale o un messaggio da mandare. Secondo me, inconsciamente, un messaggio in qualche modo lo si manda sempre, perchè una cosa tira l’altra. Ad esempio, quando il venditore dello zucchero filato ha detto: “puoi mangiare ciò che accetti come tuo divenire”, mi è subito venuto in mente il detto “Siamo ciò che mangiamo”, che è un argomento piuttosto attuale nella società di oggi. Questo potrebbe essere, forse anche ironicamente, un messaggio che il racconto può mandare.
    Una possibile morale, invece, potrebbe essere quella che in realtà alla fine compare in tutte le fiabe per bambini di questo genere: non dare confidenza agli sconosciuti. Insomma,un tizio strambo ti regala così, senza tanti complimenti e senza che tu te lo sia in qualche modo guadagnato, dello zucchero filato, parlando in maniera enigmatica…questo genere di evento compare praticamente in ogni storia per bambini e pota alla solita conclusione e alla conseguente morale che ho citato.
    Quindi, a mio parere, se in una storia c’è un filo logico nel susseguirsi degli eventi, in automatico vi è anche una morale, perchè la morale è sempre dettata da una conseguenza.

    • Daniele Imperi
      11 agosto 2015 alle 12:57 Rispondi

      Ciao Sofia, grazie della lettura e benvenuta nel blog. Quando scrivo non penso mai al messaggio, ma quelli che hai trovato sono sensati, specialmente quello sul cibo.

  14. Charles Lanzo
    21 settembre 2015 alle 03:33 Rispondi

    mi è piaciuta l’idea di fondo, però mi ritrovo anch’io a criticare il personaggio della madre, anche se non per la passività, quanto proprio per il suo punto di vista e le sue azioni. sei una donna, presumibilmente senza un marito presente, con un figlio di 7 anni (probabilmente l’unico) che si sfilaccia in maniera decisamente anormale, e lo porti da un venditore di zucchero filatto? no. sarebbe una scelta che la madre prenderebbe in considerazione solo dopo che un dottore le dicesse che mai ha visto niente del genere, e che in ogni caso le facesse intendere che non può aiutare il bambino. E poi, proprio quando sei nel panico, e porti tuo figlio al luna park da un venditore di zucchero filato, pensi a coprirlo non per evitare che la gente sappia che hai un casino così grosso e creare conseguenze spiacevoli, ma solo per evitare una scena imbarazzante? e poi che nel delirio dell’istinto di protezione verso il figlio non provi neppure a chiamare la polizia insinuando che un uomo le ha trasformato il figlio in zucchero filato? capisco che vorrebbe essere un racconto fiabesco, ma non lo è perchè in alcuni intermezzi presenta le cose dal punto di vista adulto della madre, quindi si dovrebbero mescolare meglio gli elementi fiabeschi e non. ciò comporta rimuovere o il punto di vista materno, o le caratteristiche da fiaba. insomma la mia opinione è che il problema non sia la passività della madre, ma proprio il mix di elementi contrastanti e il personaggio della madre nel complesso. naturalmente sono convinto che non avrei saputo fare di meglio, anzi…

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2015 alle 07:45 Rispondi

      Ciao Paolo, grazie della lettura e benvenuto nel blog.
      Sicuramente ci sono parecchi dettagli da modificare, un editor ne avrebbe trovati. Per quanto riguarda la madre, credo che dipenda anche dal carattere delle persone. Nelle fiabe inoltre ci sono parecchie stranezze.

  15. Pietro 57
    12 novembre 2016 alle 13:12 Rispondi

    Con un pò d ritardo ho letto oggi il tuo racconto. Citerò solo ciò che ho trovato di positivo in esso. Complimenti per l’inventiva, per la costruzione, in senso generico, del racconto, per la facilità con cui narri la storia e per i personaggi ben definiti. E soprattutto per la semplicità espositiva ed espressiva con cui affronti la narrazione. Ti saluto.

    • Daniele Imperi
      12 novembre 2016 alle 16:08 Rispondi

      Grazie Pietro, ma puoi anche citare quello che hai trovato di negativo :)

  16. Pietro 57
    14 novembre 2016 alle 03:47 Rispondi

    Daniele, come da tua richiesta, ti cito qualche difetto da correggere sul racconto per migliorarlo, specifico che la mia non è una critica personale, ma letteraria, che può essere presa in considerazione o meno. Primo punto: “la struttura del racconto”. La parte iniziale che va da quando madre e figlio vanno al luna park fino ad arrivare al venditore di zucchero filato è troppo lunga. Ho contato 60 righe, non è per fare il fiscalista, ma solo per precisare. Il tuo racconto è “focalizzato” su “due episodi principali” vale a dire “lo zucchero filato” e “quel che succede al bambino dopo avere mangiato tale zucchero filato”. Se il racconto fosse stato incentrato sul “luna park” come “soggetto primario” allora l’ìnizio andava bene ma così non è. In un racconto bisogna “allungarsi con la scrittura sui soggetti principali” e non sui “riempitivi” che portano a tali soggetti. Nel tuo caso il luna park è “un riempitivo” e “non uno dei soggetti primari”. Accennando brevemente alla presenza del bambino e della donna nel luna park e portando i due subito a contatto dello “zucchero filato”, la narrazione si snellisce e il lettore si trova “subito” davanti al soggetto primario che è lo zucchero filato. Incuriosito e stuzzicato dal racconto che “va in breve subito al punto principale, voluto da te, che è lo zucchero filato”. Secondo punto: “il punto principale, cioè lo zucchero filato, non è focalizzato abbastanza”. Questo vuol dire che “di zucchero filato” hai parlato poco. Se il tuo tema del racconto è “lo zucchero filato” allora nel racconto, direttamente o indirettamente si deve “far notare” bene tale tema. Dopo che il bambino l’ha mangiato e fino alla fine del racconto lo zucchero filato si è notato “in quello che produceva nel bambino e alla sua vita”, ma prima no. Ma tu potresti dire che dello zucchero filato non si può dire molto prima del suo effetto sul bambino, questa giustificazione non basta, il soggetto primario che è lo zucchero filato “deve essere spiegato, indicato, inventato, da dove proviene, perché può non essere un normale zucchero filato, perché potrebbe avere effetti speciali sulle persone e altro”, per dire alcuni punti che mi vengono in mente. Certo bisogna farlo in modo da mantenere il segreto finché il bambino lo mangia e altro. Ma questo “piccolo problema” è dello scrittore, in questo caso tu, che ha scelto il soggetto primario “molto originale”. Di solito più è interessante e più il soggetto primario diventa a volte difficile da evidenziare in modo semplice. Terzo punto: “tutti i personaggi primari sono ben definiti, come ti ho accennato, ma non sono caratterizzati”. Mi riferisco al bambino, a sua madre e al venditore di zucchero filato.Dello zucchero filato come ‘personaggio’ ne abbiamo già parlato”. Di solito si pensa che in un racconto, data la brevità della narrazione, basta accennare ai personaggi in modo superficiale e a volte quasi piatto.Niente di più errato. Certo bisogna essere molto sintetici nel tratteggiare i personaggi e con pochi tratti, ma anche nel racconto si deve fare. In modo che il lettore abbia comunque di fronte ai suoi occhi un personaggio ben definito e credibile. Anche in questo caso ci sono varie tecniche narrative per ottenere il risultato voluto. Tutto ciò, vorrei specificare, fa parte “delle tecniche narrative” che si possono imparare facilmente con un po di impegno, disciplina e costanza, nulla di irraggiungibile. I pregi del racconto a cui ho accennato rimangono e tengono su la struttura narrativa, ma con le modifiche suggerite penso che il racconto sarebbe stato più scorrevole, più stuzzicante e più completo nella sua totalità. Naturalmente altri miglioramenti si potrebbero aggiungere su altri aspetti del racconto per perfezionarlo ancora di più, ma preferisco fermarmi qui, se richiesto continuerò la mia analisi letteraria dell’opera. E penso che probabilmente “con qualche revisione in più del testo” da parte dello scrittore i “difetti accennati” sarebbero presto scomparsi. Ricordando che “il racconto c’è” ed è questa la cosa più importante. I miglioramenti che ho suggerito servono solo a renderlo più appetibile e anche più corretto stilisticamente parlando. Mi auguro di esserti stato utile. Un saluto.

    • Daniele Imperi
      14 novembre 2016 alle 08:12 Rispondi

      Grazie della critica.
      Non considero il luna park un riempitivo, perché è lì che incontrano i tipo che trasformerà il bambino.
      Il tema del racconto non è propriamente lo zucchero filato. La storia parla del bambino che si tramuta in un bambino di zucchero filato.
      Sulla caratterizzazione dei personaggi sono d’accordo, è un mio difetto.

  17. Pietro 57
    14 novembre 2016 alle 15:27 Rispondi

    Io l’avevo capito che “il tema primario del racconto” era incentrato sul bambino. Ma mettendo il titolo “zucchero filato” è come se tu stesso avessi voluto con quel titolo “specificare” quale era “il soggetto principale”. Forse l’hai scelto perché “era un bel titolo” o per altre tue ragioni, questo non è importante, quello che conta è che col titolo “zucchero filato” hai focalizzato l’attenzione del lettore “sullo zucchero filato”. Ora, “l’ombra del titolo di un racconto o di un romanzo” deve essere sempre presente nella narrazione, anche se non citato espressamente, e tutto “deve girare intorno al titolo del racconto o del romanzo”. Certo, poi ogni scrittore può fare come meglio crede, e stravolgere ogni regola. Ma quello del titolo è un canone che è sempre stato rispettato in letteratura come da Manzoni e così fino da King e anche oltre : per questo nei “Promessi Sposi” i promessi sposi citati nel titolo ombreggiano il romanzo in un modo o nell’altro quasi ovunque, la stessa cosa succede con “Misery” o con altri noti romanzi che conosci anche tu. Quando si scrive bisogna fare attenzione a questi particolari. Quindi il titolo “zucchero filato” è poco centrale al racconto, dato che si “parla molto” del luna park, e anche del bambino. Quindi un titolo su”luna park” o sul “bambino” sarebbe risultato più centrato e quindi più esatto. Scegliendo un titolo sul “luna park” tutta la “prima parte del racconto” sarebbe eccellente, come struttura narrativa, e non sarebbe stata troppo lunga. Il luna park ombreggia con la sua presenza per tutto il racconto, e così anche il bambino, allo zucchero filato è toccato solo una piccola apparizione e si sente solo nella parte finale dopo la trasformazione del bambino. Certo. ognuno può titolare il proprio racconto come meglio crede, ma il mio è solo un parere di critico, un titolo sul luna park o sul bambino a mio parere sarebbe stato “più centralizzante” per l’attenzione del lettore e così tutto il racconta diveniva di colpo più armonioso e più amalgamato. Ma naturalmente questa è solo la mia opinione di critico letterario. Ti ripeto che “la storia c’è” ed è questo il punto più importante, il resto è a discrezione dello scrittore. Sperando di esserti stato in qualche modo utile, ti saluto.

    • Daniele Imperi
      14 novembre 2016 alle 15:38 Rispondi

      Ho scelto quel titolo perché parte tutto dallo zucchero filato. Il bambino lo mangia e si trasforma.
      Un titolo con il luna park non avrebbe avuto senso, perché poi il lettore si aspetta una storia incentrata sul luna park, ma non è così. Il luna park c’è perché è lì che si vende lo zucchero filato.
      Hai ragione che il titolo deve suggerire il tema della storia, ma anche suggerire un evento centrale della stessa.

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