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Il vuoto intorno – Un racconto apocalittico

Il vuoto intorno

Queste sono le ultime cose, scriveva. A una a una scompaiono e non ritornano più.

Paul Auster, Nel paese delle ultime cose

Nel rumore urbano di sottofondo, quello che non riesci mai a definire concretamente, quel misto di ronzii, rombi, parole, colpi, allarmi, sirene, tutto condensato in un’aritmica melodia costante, potevo sentire il fon acceso che soffiava aria calda nella stanza da bagno, abbandonato sul mobile, in quella stanza vuota dove fino a pochi attimi prima una donna l’impugnava, mia moglie, che avevo anche sentito canticchiare una vecchia canzone, la solita che amava ascoltare. Era un rumore leggero, lei teneva sempre il fon al minimo, e quindi non era facile distinguerlo nel frastuono cittadino, il mormorio della città, come lo chiamava mio padre. No, non era facile individuare quel rumore. Però, quando lei passava il fon sui capelli umidi, si avvertiva una nota diversa, perché il flusso d’aria trovava un ostacolo dopo pochi centimetri anziché volare via libero nell’aria. A tratti, quando lo poggiava per pettinarsi, tornava a emettere quel suono perpetuo e fu proprio il prolungarsi di quel soffio monotono a insospettirmi, diversi minuti dopo.

Quando entrai in bagno, mia moglie non c’era più. Inizialmente pensai fosse entrata in cucina, ma non era neanche lì. Restava solo la camera da letto, perché io venivo dalla sala da pranzo, ma anche quella era vuota. La chiamai, anche se sapevo fosse inutile, casa nostra era quella, un piccolo appartamento quasi in periferia, non un castello in cui fosse possibile perdersi. Magari è andata a chiedere qualcosa ai vicini, mi dissi, e ha lasciato il fon acceso. Così uscii e suonai al primo campanello. Non aprì nessuno. Dall’altro appartamento mi aprì invece una ragazza, ma disse di non aver visto mia moglie. La ringraziai e tornai dentro.

In bagno il fon continuava a soffiare aria e lo spensi. La spazzola per capelli era nel lavandino. Mi guardai intorno, non sapendo bene cosa cercare, indizi di una presenza, forse, messaggi celati in oggetti fuori posto. La finestra era chiusa e anche le altre di casa. In camera c’erano ancora i suoi vestiti e il cellulare, quindi non poteva essere uscita a comprare qualcosa, non senza avvertirmi prima come aveva sempre fatto. Chiamai ancora il suo nome, cercai di nuovo in tutte le stanze, guardai perfino sotto il letto, come se mia moglie fosse stata una bambina che s’era nascosta per farmi uno scherzo.

Due ore dopo iniziai a spaventarmi. Fu da quel momento, ricordo, che la paura divenne una componente fissa nella mia vita. S’insediò nella mia mente e non l’abbandonò più. Ma non è il tipo di paura che ti tiene in vita, che ti fa scampare dai pericoli o essere meno avventato, no, è il terrore, il terrore di non esserci più, di fare la fine di tutti gli altri non sapendo né come né quando. E quel terrore è sempre presente, perfino nei sogni. Quel terrore non ti tiene in vita, ti uccide giorno per giorno, ma mai completamente.

Mia moglie era scomparsa e non capivo dove fosse finita. Un attimo prima era in bagno ad asciugarsi i capelli, un attimo dopo non c’era più. Aveva poggiato il fon sul mobile senza spegnerlo e la spazzola nel lavandino. Perché non ha spento il fon, mi domandai? Cosa può averla allontanata all’improvviso da casa in vestaglia e pantofole senza neanche darle il tempo di dirmi qualcosa, di salutarmi?

La polizia, come m’aspettavo, non approdò a nulla. Mi fecero mille domande, s’informarono sul nostro rapporto e, grazie anche alle varie testimonianze di amici e parenti, si convinsero che fra noi due andava tutto a gonfie vele. Mi chiesero se avesse un’assicurazione sulla vita e io risposi di no. Infine fu dichiarata scomparsa e io caddi definitivamente nella disperazione. Al lavoro mi misi in aspettativa e cominciai a passare le mie giornate perlustrando la città nella vana speranza di incontrare mia moglie.

Fu un giorno di quattro mesi più tardi che sentii suonare il campanello. Mi precipitai alla porta, pregando dentro di me che fosse lei, che fosse tornata da me, ma era la ragazza dell’appartamento accanto. Era in lacrime.

«Che cos’è successo?», le chiesi.

«I miei», riuscì a dire fra i singhiozzi.

«Stanno male? Chiamo un’ambulanza?»

«No…», rispose. Poi cercò di calmarsi, fece un respiro profondo e disse: «Non ci sono più.»

Morti, pensai. Tutti e due insieme? «Che vuoi dire?», chiesi, invece.

«Non lo so, sono scomparsi.»

La feci entrare e sedere sul divano in sala. Là mi raccontò tutto.

«Eravamo tutti e tre a tavola», disse, «stavamo pranzando. Poi io mi sono alzata per andare in cucina a riempire la brocca dell’acqua e quando sono tornata non c’erano più.» Fece una pausa, poi riprese. «In un primo momento ho pensato che papà fosse andato in bagno e mamma in camera, così mi sono seduta e ho continuato a mangiare. Ma dopo qualche minuto mi è sembrato strano che non fossero tornati, così li ho chiamati, ma non hanno risposto. Sono andata a controllare in camera, ma non c’erano, neanche nella mia. Ho bussato alla porta del bagno, chiamandoli, ma ancora silenzio assoluto, così ho provato ad aprire. La porta non era chiusa a chiave e dentro non c’era nessuno. Non possono essere usciti di casa, li avrei visti e sentiti.»

«Le finestre erano chiuse?», le domandai.

La ragazza mi guardò aggrottando le sopracciglia. «Sì, perché?»

«Ecco», cominciai, ma non sapevo neanche io perché le avessi fatto quella domanda.

«Pensava potessero essersi… suicidati?»

«Sì», dissi. «Quando è scomparsa mia moglie, ho controllato le finestre, anche se non aveva alcun motivo per togliersi la vita. Ma chi può dire cosa passi nella mente di una persona?»

«Che sta succedendo?», mi chiese. «Prima sua moglie, adesso i miei genitori. E al telegiornale, la settimana scorsa, ho sentito di altra gente che è scomparsa nel nulla.»

Non avevo una risposta da darle. Dal giorno in cui moglie è sparita per me vivere è stata una tortura. Se fosse morta, ne sarei uscito distrutto, ma col tempo avrei finito per accettarlo. Ma lei non è morta, credo, lei semplicemente non c’è più, è svanita nel nulla senza lasciare traccia. E questo non puoi accettarlo, capisci? Non ha senso, non è qualcosa scritto nelle leggi della natura, come la morte.

La convinsi a chiamare la polizia e ripetei la stessa esperienza già vissuta quattro mesi prima. Le stesse domande, le stesse indagini infruttuose. La notizia arrivò anche alla televisione e il cronista riepilogò il lungo elenco di persone scomparse negli ultimi sei mesi. Quel numero m’impressionò.

L’umanità si stava dissolvendo come sale nell’acqua? No, andava contro ogni principio della fisica.

Poi mi ricordai dei vicini, quelli che non mi aprirono quando suonai alla loro porta cercando mia moglie. Non li avevo più visti né incontrati. Suonai il loro campanello, ma di nuovo nessuno venne ad aprirmi. Così chiamai la polizia e li avvertii. Mandarono subito una volante. Gli agenti sfondarono la porta e trovarono l’appartamento vuoto. Dentro c’era odore di chiuso e di cibo andato a male. Erano scomparsi durante la colazione, probabilmente, la tavola in cucina era ancora apparecchiata: una tazzina di caffè mezza vuota, un bicchiere di latte inacidito e biscotti ormai ammuffiti sulla tovaglia.

Decisi di fare un censimento nel mio palazzo e scoprii con orrore che, oltre me e la ragazza della porta accanto, erano rimasti in tutto soltanto altri sei inquilini su oltre trenta.

Presi a girare per il quartiere e per la prima volta mi accorsi di quanto fosse diminuita la popolazione. I supermercati e i negozi erano pressoché deserti a ogni ora e per le strade la gente iniziava a salutarti, come se adesso, rimasti in pochi, ci fosse più intimità, fossimo divenuti tutti più amici.

Poi mi spinsi oltre, fino in centro, ma anche lì la situazione era la stessa. Iniziai a prendere qualche testimonianza, fermando le persone e facendomi raccontare la loro esperienza.

«A un certo punto la gente ha cominciato a sparire», disse un anziano. «Così, senza motivo. Io vivevo con mio figlio e sua moglie. Una mattina mi sono alzato e loro non c’erano più.»

La sera, quando facevo ritorno a casa, accendevo il televisore e ascoltavo il telegiornale. I comunicati del governo erano sempre uguali. Invitavano alla calma, promettevano di far luce su queste sparizioni che si stavano verificando in tutto il pianeta e lavoravano di concerto assieme alle altre nazioni. Chiacchiere, come sapevamo tutti. La gente stava svanendo, inghiottita da un destino senza nome, cadeva oltre l’orlo della realtà, lasciandoci nel dubbio, nel dolore, nella paura.

Sara, la ragazza che abitava accanto a me, venne a stabilirsi a casa mia. Non voleva restare sola, era terrorizzata e potevo capirla. Le lasciai la mia camera da letto e tenni per me il divano. Volle accompagnarmi nelle mie perlustrazioni cittadine, di quartiere in quartiere per scoprire qualcosa, monitorare la situazione, fare domande ai sopravvissuti.

«Ogni notte vai a dormire senza la certezza di ritrovarti il giorno dopo», mi disse una sera. Da quel giorno dormimmo insieme, ma non ci fu nulla fra noi. Io non ne avevo la forza, il letto aveva ancora impresso il profumo di mia moglie e lei mi mancava come il primo giorno della sua scomparsa. Ma Sara non cercava sesso, voleva solo compagnia continua, stare vicino a qualcuno più tempo possibile. Si allontanava solo per andare in bagno e fare la doccia, ma lasciava la porta spalancata, pregandomi di restare lì vicino, di ascoltare, di percepire ogni minimo dettaglio che annunciasse la sua sparizione. Le dissi di sì, naturalmente, ma sapevo bene che, se fosse scomparsa, sarebbe accaduto senza alcun rumore, senza alcun avviso. Sarebbe accaduto e basta.

I giorni trascorsero e la gente per le strade diminuiva sempre più. Una mattina ce ne stavamo camminando in un viale, sugli alberi iniziavano a tornare le foglie e il sole scaldava l’aria. Cinguettii qui e là davano una nota di vita a una città – a un mondo – che stava morendo senza lasciare cadaveri. Sorrisi a una madre con una ragazzina, passeggiavano come noi rilassandosi qualche ora prima di far ritorno a un’esistenza che rischiava di farci impazzire tutti quanti. Si fermarono a bere a una fontanella, prima la donna, poi sua figlia. Io mi voltai e indicai a Sara un punto in fondo al viale, dove due cani amoreggiavano indisturbati. Ridemmo entrambi.

Poi sentimmo l’urlo della ragazzina.

«Mia madre! Dov’è mia madre?»

Ci girammo subito a guardare e davanti a noi c’era solo lei, la ragazza, che ruotava su se stessa cercando di vedere dove fosse finita sua madre. Il tempo di bere un sorso d’acqua, noi di voltarci per pochi secondi, e una donna era svanita. Una come tanti altri.

Non riuscimmo a consolarla. Sara ci provò in tutte le maniere, ma invano. Dissi alla ragazzina che poteva stare con noi, ma non accettò.

«Aspetto mia madre, se poi torna, non mi trova più.»

«Come ti chiami?», le chiesi.

«Elisa», rispose.

«Elisa, tua madre non tornerà più, mi dispiace.»

«Sì, che torna.»

«Elisa, ascoltami», le dissi con una certa autorità nella voce. L’afferrai dolcemente per le braccia e la guardai negli occhi che si andavano inumidendo. «Hai sentito quello che è successo, vero? Della gente che scompare?»

Annuì.

«Vieni con noi, staremo uniti, vicini, e potremmo proteggerti», le mentii. Ma che altro potevo dirle?

«No, allora vado a cercarla.»

«Dove?»

«Non lo so, vado a cercarla.» Poi si divincolò da me e si allontanò correndo e chiamando sua madre. Non la rivedemmo più.

 

Sara scomparve tre giorni dopo. Stavamo preparando la cena, una sera come le altre. Avevo messo su un po’ di musica tanto per spezzare quel silenzio che ormai s’era impossessato della città. Il suo mormorio non si diffondeva più come prima nell’aria, adesso c’era soltanto il vuoto, la sensazione del nulla attorno a noi.

Facevamo avanti e indietro fra la cucina e la sala da pranzo, apparecchiando la tavola e finendo di cucinare. Quando la vidi per l’ultima volta, mi stava sorridendo. Sembrava felice in quel momento, come se, anche solo per un attimo, avesse dimenticato la tragedia che s’era abbattuta sull’umanità e la perdita dei suoi genitori. Poi andai in cucina a prendere l’insalata e lei rimase in sala a sistemare dei fiori a centro tavola – le piacevano molto i fiori e fin dal primo giorno aveva insistito per averne sempre sul tavolo dove mangiavamo. Quando tornai da lei, l’insalatiera mi cadde di mano, come se non avessi più forza addosso. La lattuga si sparse sul pavimento assieme all’olio e ai pezzi di vetro.

Sara non c’era più.

Sul tavolo, accanto al vaso coi fiori, ce n’erano altri due, lasciati lì, abbandonati sulla tovaglia, le ultime cose che Sara aveva toccato prima di svanire nell’oblio del mondo. Li presi, ne tagliai i gambi e misi i petali nel mio portafoglio. Li volevo con me quando me ne fossi andato anch’io.

Da quel giorno sono trascorse alcune settimane e per le strade della città si vede sempre meno gente. A volte, nel silenzio delle lunghe giornate, si sentono le urla di chi ha appena perso qualcuno. Non possiamo farci niente, nessuno può fare nulla, non c’è consolazione nella dissolvenza repentina.

Non ho più acceso il televisore. I comunicati governativi si erano fatti sempre più rari, segno che anche i politici non sono immuni a quest’apocalisse. Trascorro i miei giorni vagabondando per le strade, parlando di quando in quando con qualcuno oppure con me stesso, perdendomi nei ricordi. I negozi hanno smesso di vendere da tempo, adesso basta entrare al supermercato e prendere quel che occorre. C’è cibo gratis per tutti, ormai.

Mi chiedo chi sarà l’ultimo e che fine faranno le città e tutto ciò che abbiamo costruito quando nessuno di noi abiterà più questo pianeta. Si disintegrerà pian piano ogni cosa e di noi non resterà più alcuna traccia.

Vivo alla giornata, sapendo a cosa vado incontro, che da un momento all’altro potrò non esistere più, che ogni momento è buono per svanire per sempre. Mi chiedo se c’è dolore in questa dipartita. Mia moglie e Sara hanno sofferto? No, credo di no. Mia moglie canticchiava, Sara sorrideva. Portate via in un attimo di felicità.

Quando me ne andrò io? Anche io sorridendo? Me ne andrò nel sonno? Oppure camminando per le strade o quando sarò in bagno? Rischio di impazzire con queste domande che non possono avere una risposta. Devo vivere e basta e non pensare al futuro. Il futuro non esiste, in fondo. È soltanto la speranza di ciò che potrà accadere.

Mi alzo presto come tutte le mattine. Non ho mai permesso a questo male senza nome di prendermi, di farmi cadere nella commiserazione. Io sono sempre io, quello che vaga per le strade, che cerca qualcuno con cui parlare, che sorride a un gatto che gioca da solo o a un fiore che sboccia nonostante tutto.

Sono nella città che scompare, vivo e con un pensiero fisso che non m’abbandona, non mi dà mai tregua.

Io sono ancora qui.

Ma domani?

35 Commenti

  1. Marco Amato
    9 luglio 2014 alle 12:01 Rispondi

    Ciao Daniele,
    Splendido racconto. Mi è piaciuto molto lo stile e l’atmosfera. Mi ha colpito in antitesi anche l’aspetto ateistico del racconto. Non hai messo una umanità sbandata che si rifugia in chiese e compie processioni di pentimento. Roba suggestiva e decorativa.
    Dicevo in antitesi proprio perché in realtà le sparizioni improvvise che dovrebbero toccare agli uomini fanno parte di una vera e propria “profezia” – “teoria” -”creduloneria” cristiana sulla fine del mondo.Insomma roba proprio “apocalittica”.

    • Daniele Imperi
      9 luglio 2014 alle 13:04 Rispondi

      Ciao Marco, grazie :)

      Riguardo all’aspetto ateistico, non è stato voluto, anche se essendo io ateo. Non ci ho proprio pensato, però forse sarebbe stato un po’ anacronistico, non so.

      Non conosco però questa teoria sulle sparizioni.

      • Marco Amato
        9 luglio 2014 alle 13:24 Rispondi

        Se vuoi documentarti basta cercare su Google: sparizioni grande tribolazione
        o cose del genere.
        Perderesti un sacco di tempo a trovare le citazioni bibliche su queste forme di sparizioni prima del giudizio universale.
        Ma non aggiungeresti nulla. Il racconto è perfetto così.

        • LiveALive
          9 luglio 2014 alle 13:35 Rispondi

          Bisognerebbe cercare “ratto salvifico”, credo…

  2. Salvatore
    9 luglio 2014 alle 12:56 Rispondi

    Bell’idea Daniele, complimenti. Anche il racconto è ben gestito. Mi è piaciuto. :)

    Secondo te la cosa dei “meme” può funzionare anche con i racconti? Mi piacerebbe collegarmi al tuo. Se a te sta bene, naturalmente, e se trovo il tempo… ;)

    Comunque bravo!

  3. LiveALive
    9 luglio 2014 alle 14:31 Rispondi

    Prima di commentare, ti segnalo un paio di frasi sulle quali, se ti va, puoi riflettere un poco.

    “il fon acceso che soffiava aria calda”
    Io lascerei solo “il fon acceso”

    “Però, quando lei passava il fon sui capelli umidi, si avvertiva una nota diversa, perché il flusso d’aria trovava un ostacolo dopo pochi centimetri anziché volare via libero nell’aria.”
    Io eliminerei la spiegazione (cioè che viene dopo “perché”).
    Volendo, stessa cosa qui:
    “Restava solo la camera da letto, perché io venivo dalla sala da pranzo”

    “In bagno il fon continuava a soffiare aria e lo spensi”
    Così lo spensi.

    “La spazzola per capelli era nel lavandino”
    La spazzola, e basta.

    “Chiamai ancora il suo nome”
    Frase dal tono strano, preferirei un più semplice “la chiamai ancora”

    “Fece una pausa, poi riprese. ”
    È importante dare al dialogo un tono teso che qui manca un po’. Intendo dire che mi aspetto che il personaggio non racconti quelle cose come niente fosse, ma trattenendo le lacrime o cose simili. Sfrutterei questo spazio, quello della pausa, per inserire un qualche gesto che tradisca la tensione. Cosa fa? Deglutisce? Si mangia le unghie? Si scortica la pelle del pollice, a lato dell’unghia (perché io faccio così quando sono teso XD).

    “Una mattina ce ne stavamo camminando in un viale”
    Che ne dici di qualcosa come “una mattina stavamo passeggiando per Viale Mazzini”?



    È da giorni che avrei tanta voglia di scrivere un racconto apocalittico, ma non mi vengono mai le buone idee. Dovrei allenare la mia fantasia…
    In questo, sembra in effetti che tu abbia preso ispirazione dal ratto salvifico, almeno nella versione che ho sentito per i programmi trash di History Channel XD
    È un racconto semplice ma si capisce che la sua struttura è stata studiata: prima la presentazione dell’evento, quindi il fulcro con la ragazza che va a bussare, una “scena di vita” con la madre del bambino che scompare, e poi la conclusione. La cosa che mi è piaciuta di più è la gestione dei dialoghi: anche se le battute sono molto semplici, sei riuscito a usare in modo intelligente l’alternanza tra il discorso diretto e l’indiretto: hai iniziato con paragrafi tutti in indiretto, così il primo discorso diretto con la ragazza si sente di più.

    • Daniele Imperi
      9 luglio 2014 alle 14:40 Rispondi

      Grazie dei suggerimenti :)

      Non volevo dare l’idea di una città precisa, quindi ho messo vie e altri possibili indizi sulla località.

      Non so davvero cosa sia il ratto salvifico, mai sentito nominare :)
      Ma andrò a informarmi.

      Il racconto però non è stato studiato, ma scritto di getto a partire dall’idea.

      Per le idee sulle storie apocalittiche puoi basarti su storie che hai già letto o pensare “come mi piacerebbe far estinguere il genere umano?” :D

    • Marco Amato
      9 luglio 2014 alle 17:03 Rispondi

      Ciao LiveALive,
      Mi sembrano interessanti i tuoi spunti di editing, come posso contattarti?
      A Settembre dovrei concludere le revisioni del mio romanzo. Sono molto scrupoloso e passerò per varie fasi di editing. Potrebbe interessarmi una tua lettura, anche a pagamento. Ho inserito la mia pagina Google Plus se fossi interessato.

      Riguardo al ratto salvifico, sì, probabilmente è la definizione più corretta. Col racconto di Daniele mi sono venute in mente le descrizioni che parecchi anni fa mi fece un amico evangelista.

      • LiveALive
        9 luglio 2014 alle 17:44 Rispondi

        Oddio, mi cogli alla sprovvista XD
        Giusto per chiarezza: non sono un professionista, ho 21 anni. Se cerchi in giro puoi trovare siti che si occupano di editing, oppure gente esperta che è disposta a farlo (mi è stato detto che Giulio Mozzi fa degli editing ai lavori che ritiene pubblicabili, anche se non si definisce editor).
        Considera però che l’edit è un lavoro delicato: in giro trovi decine di persone che, disposte a fare un editing, o non se ne intendo abbastanza per aiutare, o si dimostrano così zelanti da voler imporre il proprio stile senza capire gli obiettivi dell’autore.

        Detto questo, io posso darti una mano, certo. Se vuoi puoi contattarmi a: livealive@hotmail.it

        • Marco Amato
          10 luglio 2014 alle 10:07 Rispondi

          Grazie.
          Non ti spiego qui il lavoro che intendo fare per non andare ot sul bel racconto di Daniele.
          Ti contatto nei prossimi giorni.

  4. Emilio
    9 luglio 2014 alle 15:09 Rispondi

    Bel racconto, l’idea da cui parti è folgorante e accende mille lampadine nella mia testa. Non è la prima volta che si parla di una Terra spopolata, sia al cinema che in letteratura, ma l’apparente assenza di motivazioni rende tutto molto intrigante. Mi ha ricordato un po’ “L’invasione degli ultracorpi”, se l’hai visto. La narrazione in prima persona direi che è azzeccata, ti fa immergere per bene nella situazione e ti trasmette il giusto pathos. Inevitabile il finale aperto.

    Se posso fare un appunto, avrei preferito una maggiore varietà lessicale: qua e là ho colto svariate ripetizioni e un refuso, “cinguetti” invece di “cinguetii”. Inoltre trovo che se l’incipit iniziasse col secondo capoverso (con gli aggiustamenti del caso) sarebbe ancor più fulminante.

    Complimenti ancora e a rileggerti!

    • Daniele Imperi
      9 luglio 2014 alle 15:39 Rispondi

      Ciao Emilio, grazie e benvenuto nel blog :)

      Ho corretto intanto il refuso, poi rileggerò tutto per scoprire le ripetizioni.

      L’inizio col secondo capoverso starebbe bene, è vero.

  5. Tenar
    9 luglio 2014 alle 16:52 Rispondi

    È piaciuto anche a me

  6. SAM.B
    9 luglio 2014 alle 19:31 Rispondi

    Bella idea di apocalisse e bel racconto!
    Il protagonista mi sembra un po’ troppo controllato, nel narrare, ma è impossibile non immaginarlo mentre va in giro in questa città sempre più deserta. Poi i dettagli mi sono piaciuti parecchio – dal fon che continua ad andare, ai due cani, a lui che conserva i petali nel portafoglio, fino al perché si insospettisce a proposito della moglie e alla sua reazione all’ultima scomparsa. Che mi aspettavo, sapevo che sarebbe finita così… e però ci sono rimasta male lo stesso! :)

    • Daniele Imperi
      9 luglio 2014 alle 19:50 Rispondi

      Grazie, Sam :)

      In che senso è controllato?

      • SAM.B
        10 luglio 2014 alle 11:53 Rispondi

        Nel senso che mi sarei aspettata di vedere e di sentire il protagonista più agitato, più sconvolto, più perplesso – prima di arrivare alla rassegnazione.
        Per esempio, il fatto che si riferisca a sua moglie dicendo proprio ‘mia moglie’, senza chiamarla mai per nome, mi ha dato un po’ una sensazione di distacco – che contrasta con i sentimenti che lui prova sempre, anche a distanza di mesi.

        • Daniele Imperi
          10 luglio 2014 alle 12:26 Rispondi

          Capito. Dunque, lui è come se stesse parlando a sconosciuti, racconta la sua storia, quindi è normale, per come la vedo io, dire “mia moglie” e non un nome qualsiasi. Però è anche vero che nomina Sara, dopo :)

          Non so, m’è sembrato naturale farlo agire così. Calcola anche che sta parlando al passato, quindi l’agitazione viene un po’ meno.

  7. mk66
    10 luglio 2014 alle 00:27 Rispondi

    Bello: mi piace molto l’idea delle sparizioni (non conoscevo nemmeno io le implicazioni bibliche indicate nei commenti precedenti) e come l’hai sviluppata, anche se devo dire che la trama nel suo complesso mi rammenta qualcosa che, al momento, rimane nascosta e indefinita nei meandri della mia memoria.
    Questo per la trama, dato che alcune scene mi hanno invece riportato alla mente il protagonista di “Io sono leggenda” (il romanzo, non il film omonimo con Will Smith che col romanzo stesso aveva in comune solo il titolo)

    • Daniele Imperi
      10 luglio 2014 alle 07:45 Rispondi

      Grazie :)

      Concordo: il romanzo “Io sono leggenda” col film non c’entra proprio nulla.

  8. Mila
    10 luglio 2014 alle 14:20 Rispondi

    Bello. L’ho letto ieri di sfuggita e oggi con cala. Anche io cercavo il nome della moglie, anche perchè mi ha dato ispirazione. Mica ti dispiace se scrivo una sorta di spin-off?

  9. Il vuoto intorno – La scomparsa di un amore | miawords
    10 luglio 2014 alle 23:42 Rispondi

    […] come spin off  del racconto Il Vuoto Intorno – Un racconto apocalittico scritto e pubblicato da Daniele Imperi su Pennablu. […]

  10. Claudia
    11 luglio 2014 alle 19:19 Rispondi

    Bel racconto. Sono queste le storie che mi piace leggere.
    Il vuoto che crei intorno ai personaggi l’ho avvertito. Il senso di impotenza davanti agli eventi inspiegabili si è sentito, come la rassegnazione e il vivere di ogni minuto come se fosse l’ultimo.

    • Daniele Imperi
      11 luglio 2014 alle 19:22 Rispondi

      Grazie, Claudia :)
      Ti piace questo genere di racconti? Apocalittici?

  11. Claudia
    11 luglio 2014 alle 21:29 Rispondi

    Sì, questo genere è quello che preferisco. Leggo tutto ad un fiato senza cadere nella rete della noia.

  12. Giorgia
    17 luglio 2014 alle 11:36 Rispondi

    Grandissimo come sempre. Davvero molto bello

  13. wawos
    14 ottobre 2014 alle 13:48 Rispondi

    Ciao Daniele. Ho iniziato a leggere anche i tuoi racconti. “Il vuoto intorno” mi piace: ricorda, come idea, la serie “The Leftovers”, in onda recentemente.

    • Daniele Imperi
      14 ottobre 2014 alle 14:31 Rispondi

      Ciao, grazie della lettura :)

      Non conosco la serie, andrò a dare un’occhiata.

  14. Michael Sermoneta
    5 novembre 2014 alle 12:18 Rispondi

    Finalmente. Finalmente dopo tanto cercare in rete blog di racconti brevi salta fuori qualcuno che lo fa seriamente. Il racconto oltre ad essere confezionato molto bene tecnicamente contiene passaggi che immergono il lettore in un senso di nostalgia che lo riguarda molto da vicino, come questo: “I supermercati e i negozi erano pressoché deserti a ogni ora e per le strade la gente iniziava a salutarti, come se adesso, rimasti in pochi, ci fosse più intimità, fossimo divenuti tutti più amici.” Passaggi del genere (non è l’unico), è come se ti aprissero una botola sotto ai piedi e ti facessero precipitare dentro quel mondo. Bravo!

    • Daniele Imperi
      5 novembre 2014 alle 12:38 Rispondi

      Ciao Michael, grazie mille per la lettura e i complimenti e benvenuto :)

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