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Il viaggio dellʼeroe: o il vero senso della storia

Il viaggio dellʼeroe

In molti romanzi fantasy si assiste a un cliché ormai abusato: lʼeroe di turno deve compiere un viaggio per cercare il talismano che salverà il mondo. O comunque deve andare a Nord, dove si trova il Male, per combatterlo. Le mie prime idee per romanzi fantasy prevedevano un viaggio simile.

Ma il fantasy non è certo lʼunico genere narrativo in cui si assiste al viaggio del protagonista. Nel romanzo La strada di McCarthy padre e figlio sono sempre in viaggio: poteva esserci una scelta migliore? Il mondo era diventato un posto pericoloso e senza cibo: lʼunica cosa da fare era andarsene in giro per trovare rifugi migliori e qualcosa da mettere sotto i denti.

Io mi domando: può esistere una storia senza un viaggio di qualche tipo? È viaggiando che si fa la storia. In tutto il mondo i veri cambiamenti ci sono stati, nel bene e nel male, quando qualcuno si è messo in testa di viaggiare. Cristoforo Colombo ha voluto viaggiare, è finito in una terra da sogno e per i nativi è iniziato il declino. Ma prima di lui cʼerano stati i Romani e dopo di lui Napoleone e tanti altri.

Il viaggio geografico: è sempre necessario?

Nel romanzo che sto scrivendo, formato da una serie di storie collegate, in realtà non cʼè alcun viaggio geografico, se non in un paio di casi. Nel famoso K. invece cʼè, ma il viaggio è davvero necessario. Sono storie nate dopo tantissime letture, quindi lʼinfluenza di scrittori fantasy come Tolkien e Brooks si è ormai diluita fino a scomparire.

In un romanzo fantastico lo scrittore deve sempre considerare il viaggio geografico?

Non ne sono sicuro. Lo scrittore deve fare in modo che il lettore conosca il mondo inventato, immaginario, dunque ha senso creare una storia fantasy e lasciare il lettore in un unico posto?

China Miéville ci viene in aiuto. Di lui ho letto due romanzi, Perdido Street Station, un fantasy unico, con razze umanoidi create dallʼautore, una storia che si svolge quasi interamente in una città e che funziona alla perfezione, e La città e la città, una storia noir ambientata allʼinterno di una sola città, che in realtà sono due, o meglio diciamo che è una divisa in due, insomma qualcosa che solo Miéville poteva partorire.

La risposta a quella domanda è quindi no. Il viaggio geografico in un romanzo fantastico può anche mancare, sta allʼabilità dellʼautore riuscire a tenere i suoi lettori in uno spazio delimitato, fosse pure un castello o un bosco. La storia è la storia, è quella che conta, alla fine.

E negli altri generi? Quando dobbiamo considerare il viaggio geografico?

In un giallo e in un poliziesco in genere cʼè una sorta di viaggio dellʼeroe. Lʼinvestigatore di turno va in giro a far domande. È così che fa Montalbano e così Sherlock Holmes. Indagano spostandosi di luogo in luogo, ma in quel caso il viaggio è doppio: è sia fisico sia mentale, perché è la loro mente a compiere un percorso attraverso gli indizi fino al colpevole.

Se ripenso ad alcuni classici, come Il cucciolo di M.K. Rawlings, in quella storia non cʼè alcun viaggio, non geografico almeno. Si svolge tutto in quella piccola comunità. Il giro del mondo in 80 giorni invece… beh, più viaggio geografico di così non credo sia possibile.

Ecco, nel romanzo dʼavventura il viaggio da un luogo allʼaltro direi che è lʼelemento fondamentale della storia.

Il viaggio interiore: può forse mancare?

No, forse non dovrebbe mai mancare. Proviamo a pensare al romanzo 1984 di Orwell. Tutto avviene in una città. Non esistono viaggi, eccetto qualche breve gita fuori porta, ma lʼintera storia si svolge in quella città.

Cʼè però un viaggio interiore, mentale possiamo dire, del protagonista che dentro di sé compie un percorso di consapevolezza che lo porta alla ribellione fino allʼepilogo, che non svelo per chi non avesse letto quel capolavoro di distopia.

Quando si parla di arco di trasformazione del personaggio, non si sta forse parlando di un viaggio interiore? Il nostro protagonista cambia, quindi ha dovuto compiere un percorso che lo ha portato da un modello in cui prima si identificava a un altro. Cʼè un viaggio da unʼidentità a unʼaltra. In 1984 questo viaggio è molto evidente. In Pinocchio anche.

Il vero senso della storia

La trasformazione, sia fisica sia caratteriale sia culturale, è comunque un viaggio, rappresenta un percorso formativo, positivo o negativo non importa, è sempre un percorso che forma il personaggio, che ne modifica lʼaspetto esteriore o interiore.

È questo viaggio a essere il vero senso della storia: che cosa raccontiamo, altrimenti, se non facciamo compiere al nostro protagonista – e ai nostri lettori – un viaggio, se non modifichiamo il corso naturale degli eventi?

A voi la risposta, se ne avete una.

28 Commenti

  1. barbara
    4 maggio 2015 alle 08:08 Rispondi

    Non esiste storia se l’eroe non compie un viaggio, un percorso che lo porta a cambiare. Come hai detto tu in alcuni generi può non trattarsi di un viaggio geografico ma a livello interiore non deve mancare, altrimenti la storia fallisce. Almeno questo è ciò che mi ha insegnato Campbell e “L’eroe dai mille volti” per me è la Bibbia ;)

    • Daniele Imperi
      4 maggio 2015 alle 13:55 Rispondi

      Il viaggio interiore – e il conseguente cambiamento – sono anche per me fondamentali. Non ho letto Campbell.

  2. Salvatore
    4 maggio 2015 alle 10:13 Rispondi

    Non so nel fantasy, ma nel mainstream il viaggio è quasi sempre interiore. In fondo il viaggio dell’eroe, nel fantasy, ricalca in maniera figurata (geografica, come dici tu) il viaggio di crescita interiore, di presa di coscienza di sé o di una situazione.

    • Daniele Imperi
      4 maggio 2015 alle 13:56 Rispondi

      Sì, penso anch’io che nel mainstream sia interiore. Forse nel fantasy è proprio come dici tu.

  3. Chiara
    4 maggio 2015 alle 10:56 Rispondi

    Il viaggio dell’eroe è sempre interiore. Secondo me, è questo il valore simbolico fondamentale di qualunque storia. Poi questo percorso di maturazione può accompagnarsi a un viaggio fisico, oppure no. Però c’è sempre la sfida dei propri limiti, e un cambiamento. In nessuna opera il protagonista rimane uguale a se stesso per tutta la storia :)

    • Daniele Imperi
      4 maggio 2015 alle 13:57 Rispondi

      Eppure c’è qualcuno che sostiene che il protagonista possa restare come prima :)
      Ma anche per me deve cambiare.

      • Chiara
        4 maggio 2015 alle 17:14 Rispondi

        Persino Zeno (l’ignavo all’ennesima potenza) si è evoluto :D
        però pensandoci bene in alcuni gialli il poliziotto che indaga non cambia. Sono quelle opere basate solo sulla trama. Trova il killer ma la sua evoluzione psicologica è in secondo piano…

        • Daniele Imperi
          4 maggio 2015 alle 17:43 Rispondi

          Forse, affinché la storia regga, il personaggio non può cambiare. Nel romanzo Il richiamo del cuculo di J.K. Rowling, però, secondo me un piccolo cambiamento c’è stato.

  4. Danilo (IlFabbricanteDiSpade)
    4 maggio 2015 alle 12:24 Rispondi

    Esistono anche personaggi, diventati famosi, i quali sembrano essere immutati (ed immutabili) nel tempo, vedi Sherlock Holmes o 007 (non chiedermi il perché di questo accostamento). Loro, un po’ come Il Grinta, sono rocciosi, definitivi, ossia si muovono nel loro spazio-tempo in cerca di un preciso obiettivo che è alla loro portata in quanto “già compiuti” nelle caratteristiche. Ovviamente, più un personaggio si evolve, maggiore è l’interesse che catalizza perché riprende in un arco temporale minore (la storia nel libro) ciò che accade alle persone nella vita reale, o almeno credo :)

    • Daniele Imperi
      4 maggio 2015 alle 13:59 Rispondi

      Sherlock Holmes… sì, forse hai ragione. Ma forse nel poliziesco non è così necessario il viaggio-cambiamento?
      In fondo anche nel fumetto non c’è alcun cambiamento. Forse quei protagonisti servono solo per cambiare tutto il resto.

      • Tenar
        4 maggio 2015 alle 14:25 Rispondi

        La prof che è in me avvisa che il prossimo che dice che Sherlock Holmes è un personaggio statico per castigo copierà l’opera omnia di Doyle ;)
        Battute a parte, non sempre il cambiamento del personaggio è esplicito. Sherlock Holmes spesso è statico all’interno del singolo racconto o del singolo romanzo, ma cambia nell’arco complessivo della narrazione. Possibile che me lo prendiate sempre ad esempio di qualcosa che non è, poveretto?
        Tex è un personaggio statico, funzionale a quel tipo di narrazione. Questo, però, non vuol dire che tutti i personaggi dei fumetti siano statici, anzi…

        • Daniele Imperi
          4 maggio 2015 alle 14:41 Rispondi

          Non lo vedo come personaggio statico :)
          Però, come anche altri personaggi, non mostra cambiamenti palesi. Ma credo che sia normale per certi generi letterari.

        • Danilo (IlFabbricanteDiSpade)
          4 maggio 2015 alle 15:33 Rispondi

          Pardon, mi sono espresso male. Non volevo dire che Sherlock Holmes è un personaggio statico, intendevo che l’interesse che questo tipo di eroe suscita non è dato dal suo cambiamento, ma da ciò che si muove attorno a lui. In sintesi, è lui a modificare l’ambiente circostante e non viceversa (o almeno in prevalenza). Da questo punto di vista, quindi, come per i personaggi di John Wayne nei western, non compie il cosiddetto “arco dell’eroe”, anzi è proprio da questa apparente glacialità che tale personaggio trae la propria forza (sono un grande fan del signor Holmes, non mi permetterei mai di mancargli di rispetto).
          Il poliziesco è un pochino come il western proprio per questo: si tratta di eroi che si distaccano notevolmente dai propri lettori, non credete?

          • Daniele Imperi
            4 maggio 2015 alle 15:41 Rispondi

            Sì, anche secondo me. Ci sono personaggi totalmente distaccati. Bene o male Tex è un poliziesco, perché lui è un ranger e deve risolvere dei casi.

          • Tenar
            4 maggio 2015 alle 17:50 Rispondi

            Sono d’accordo in parte. Un buon poliziesco dovrebbe comunque contenere anche un arco di cambiamento del detective, sia esso esplicito o implicito. Ci sono poi storie particolari, non necessariamente gialle, in cui il personaggio è volutamente statico, questo avviene essenzialmente per due motivi. Il personaggio è il punto fisso della storia e sono gli altri personaggi che cambiano intorno a lui, come diceva Danilo (Tex, nelle cui storie i personaggi secondari, quelli che appaiono solo in quell’episodio hanno un loro arco di cambiamento) oppure il personaggio è incapace di cambiare (se proprio vogliamo prendere Holmes, questo avviene ne “Il segno dei quattro”, ma alcuni usano come esempio Renzo).
            Un personaggio volutamente statico può essere un ottimo personaggio, anche se credo sia un incubo da gestire in modo coerente (tra l’altro è Tex è considerato uno dei fumetti più difficili da sceneggiare anche per questo motivo)

  5. LiveALive
    4 maggio 2015 alle 13:11 Rispondi

    Solo perché un testo è ambientato in una città, non vuol dire che non ci sua viaggio. Ci sono, nella letteratura, città molto complesse, con le loro consuetudini, i loro centri… In certi casi le zone della città sono così particolareggiate che non c’è differenza tra il passare da una città all’altra o da un quartiere all’altro. Prendi Ulysses di Joyce: davvero il viaggio di bar in bar (con qualche bordello in mezzo) è diverso dal viaggio di isola un’isola di Ulisse? Io questa differenza non la sento così grande.
    Certo il viaggio bello spazio non deve esserci sempre, men che meno nei racconti. E il viaggio interiore? Mah, difficile dirlo. Il postmoderno sceglie volontariamente la superficialità, e così i personaggi spesso sono piatti. Di norma però una trama comporta per forza un viaggio: questo perché se in una trama ci sono eventi, questi eventi per forza hanno conseguenze, e per forza queste conseguenze si riflettono sull’interiorità del personaggio, deformandola anche solo leggermente. Ma come? E se il senso della trama sta proprio nel non poter cambiare? …bisogna vedere, insomma. Sono convinto che spesso l’autore non crei alcuna evoluzione nel personaggio, ma noi intellettualizziamo e la troviamo lo stesso per il semplice motivo che siamo abituati a fruire il testo così. Poi però ci sono quei capolavori dove si vede davvero la cura, volontaria, dell’evoluzione, e allora non ci si può non inchinare davanti alla Natasha di Tolstoj, nevvero?

    • Daniele Imperi
      4 maggio 2015 alle 14:02 Rispondi

      Certo, può esserci un viaggio anche in una sola città, ma in 1984 è tutto abbastanza statico. Di Tolstoj ho letto solo La morte di Ivan Il’ič.

  6. Tenar
    4 maggio 2015 alle 13:28 Rispondi

    Premesso che il “viaggio dell’eroe” è interiore è metaforico, c’è che dice che sono possibili solo due tipi di storia, le storie “Odissea” dove vi è in effetti un viaggio, reale o metaforico, e le storie di tipo “Iliade” dove un situazione cristallizzata viene spezzata da un evento imprevisto che rompe gli equilibri precedenti (Achille che si rifiuta di combattere)

    • Daniele Imperi
      4 maggio 2015 alle 14:03 Rispondi

      Saprò dare ragione o torto a chi dice una cosa del genere dopo che avrò letto l’Iliade e l’Odissea :)

  7. Francesca Lia
    4 maggio 2015 alle 17:24 Rispondi

    Secondo me (a parte i romanzi di avventura) non è strettamente necessario un viaggio fisico, ma è sempre necessario il viaggio interiore. Mi annoierebbe leggere un libro dove i personaggi non cambiano.
    Invece che scegliere di far spostare il protagonista, si potrebbe cambiare a poco a poco l’ambiente in cui il protagonista vive, così che ci sia un cambiamento esterno anche senza un viaggio.

    • Daniele Imperi
      4 maggio 2015 alle 17:45 Rispondi

      Certo, il viaggio fisico non è necessario, eccetto nelle storie in cui è inevitabile o in cui il viaggio – come nell’avventura – è fondamentale al genere narrativo.
      Stai proponendo una specie di storia-laboratorio: metti il personaggio dentro una scatola e gli cambi l’ambiente ogni giorno per vedere come reagisce :D

  8. Grazia Gironella
    4 maggio 2015 alle 21:48 Rispondi

    Il viaggio interiore no, non può mai mancare, ma leggendo il tuo post mi sono accorta che in tutte le mie storie si viaggia sempre anche con il corpo, e non solo nel fantastico. E’ una sorpresa, e ti ringrazio di averla suscitata. :)

    • Daniele Imperi
      5 maggio 2015 alle 07:50 Rispondi

      Beh, in effetti non credo che quando scrivi fai molto caso a questi particolari. Sembrano quasi elementi automatici, la storia scorre e tu non ti rendi conto che il personaggio ha anche viaggiato sul serio :)

  9. Lisa Agosti
    6 maggio 2015 alle 05:49 Rispondi

    Nel mio romanzo tutto si basa sul viaggio esteriore che rende possibile il viaggio interiore, se il viaggiare fosse un personaggio sarebbe il protagonista.
    Mentre leggevo il post ho pensato che nei gialli non c’è viaggio, molti si sviluppano in un giro ristretto di luoghi e persone, anche solo una casa con otto o nove sospetti e un detective, nulla più. Tu dici che c’è comunque un viaggio interiore nei gialli, ma sinceramente non ce lo vedo molto. Sto pensando al genere Agatha Christie, in cui il detective rimane uguale per anni e usa quasi sempre lo stesso metodo deduttivo per raggiungere la soluzione.

    • Daniele Imperi
      6 maggio 2015 alle 08:12 Rispondi

      Ho detto che in genere c’è una specie di viaggio fisico, quando vanno in giro a indagare. Ma prendi Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie: tutto si svolge sul treno, se non ricordo male.
      Non vedo viaggi interiori, anzi, forse nei gialli veri e propri, non polizieschi e noir in genere, non può esserci un viaggio interiore, secondo me. Se vuoi riproporre altre indagini, avventure del tuo investigatore, quel personaggio non può cambiare.

  10. Nick
    10 maggio 2015 alle 19:47 Rispondi

    Il viaggio geografico non è necessario se non come spunto visivo del viaggio dell’eroe il cui compito è sempre inoltrarsi in terre inesplorate, fuori dalla comfort zone, e combattere fantasmi di vario tipo suoi e altrui. Alla fine può vincere o perdere (tragedia) ma ciò che import è come lo accompagnamo nell’evoluzione della storia. Il viaggio c’è sempre, la destinazione geografica può essere a un passo, ma il viaggio dura tutto il film.

    • Daniele Imperi
      11 maggio 2015 alle 07:47 Rispondi

      Ciao Nick, benvenuto nel blog.
      Il viaggio geografico è necessario per alcuni tipi di storie, secondo me, non può essere scartato a priori.

  11. Alessandro
    29 marzo 2016 alle 22:46 Rispondi

    Il mio protagonista è ottenebrato dai sensi di colpa per l’assassinio non volontario di moglie e figlia, a causa del dio Ares, il suo viaggio per il mondo (uso il realismo magico), che lo porta a combattere angeli e demoni non è solo fisico ma anche mentale, egli spera la redenzione per questo giura lealtà agli dei prima, ai titani dopo ed in fine a se stesso

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