Scrivere è comunicare

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La via della scrittura

La via della scrittura

Un commento di un lettore mi ha fatto riflettere sui limiti degli scrittori. Parlavo del piacere di scrivere, di come lo scrittore scriva meglio se ama o apprezza la sua storia e delle difficoltà che possono nascere quando il racconto non prende.

Le domande che emergono dal commento devono ricevere una risposta.

  • È sufficiente fare esercizi di scrittura?
  • Che cosa intendiamo con esercizi di scrittura?
  • Sei legato come scrittore?
  • Ti abbandoni alla scrittura?
  • Hai paura di scrivere ciò che senti e ciò che vorresti scrivere?

Oltre gli esercizi di scrittura

Scrivere tanto per fare esercizio non serve a molto, secondo me. Nella rubrica sulle parole nuove il mio è un esercizio che va preso come tale, come pura azione dello scrivere che vuole allenare la mano e la mente e riuscire a inserire nuovi termini all’interno di un contesto.

Ma non basta per migliorare a scrivere. Bisogna andare oltre il comune esercizio di scrittura. Bisogna vedere questo esercizio non solo come un allenamento puramente tecnico, ma anche e soprattutto come un allenamento mentale e narrativo. Spieghiamoci meglio.

Non puoi essere legato come scrittore, perché la scrittura, come tutte le arti, non può avere legami. La scrittura è il diretto collegamento fra lo scrittore e la sua anima – dando al termine anima non un significato religioso ma intimo, qualcosa che appartiene solo a una persona, la sua essenza emotiva.

Devi dunque abbandonarti alla tua scrittura. Lasciarti guidare da essa. Rifiutare qualsiasi legame. Seguire ciò che vorresti davvero scrivere, perché quella è la tua scrittura e non un’altra. Perché in quel modo sarai uno scrittore che si differenzia dalla massa.

[…] ho sempre paura di scoprire nuovi mondi vergini e i miei racconti ne risentono (magari non tutti, ecco) perché sanno di ristagno, di già letto, di una cosa che ha le ali per decollare, ma non vuole farlo.

E questa considerazione – da premiare, secondo me, perché riconoscere i propri errori e le proprie lacune è indice di maturità – è da analizzare, perché comporta un problema da risolvere.

Lo scrittore è colui che deve scoprire questi nuovi mondi vergini: chi altro, se non lui? Scrivere è esplorare, andare oltre, arrivare dove altri non potranno mai giungere. È per questo motivo che i racconti sembrano qualcosa di già visto: perché lo scrittore sta ancora gironzolando per mondi già visitati. Prova ad andare in vacanza sempre nello stesso posto: non ci credo che ti darà ogni volta le stesse emozioni. Alla fine stancherà.

Lo scrittore ha bisogno di nutrire la sua scrittura e può farlo solo in un modo: scrivendo sempre di cose nuove, viaggiando con la mente e la fantasia.

La bellezza della scrittura

È bello scrivere. Ma scrivere cosa? Il già visto? Quello che anche gli altri scrittori scrivono? E perché un lettore dovrebbe leggere quello che scrivi se l’ha già letto altrove? Il lettore vuole leggere belle storie, non storie già conosciute. Vuole novità.

Se vuoi continuare a dire che scrivere è bello, allora devi coltivare la bellezza della tua scrittura. E c’è un solo modo per farlo: quello di lasciarti guidare dal tuo istinto narrativo. La tua strada.

Trova la tua vera strada

Uno scrittore non può avere paura. Io lo immagino come un impavido artista della parola e dell’immaginazione che viaggia nei mari della fantasia rincorrendo storie e personaggi, per catturarli e confezionarli per i lettori.

Devi essere scrittore di “altro”, di ciò che nessuno conosce, scrittore che si abbandona e non si tira indietro. Se tentenni, se ti arrendi alla monotonia, la tua scrittura sarà una pozzanghera in cui ristagneranno combinazioni di parole e concetti da cui non fiorirà mai una storia degna di essere letta e apprezzata.

Come scrittore devi trovare la tua via, la via della scrittura che ti farà distinguere in mezzo agli altri. Quella via sei tu, come scrittore e come persona.

27 Commenti

  1. Marco
    6 giugno 2013 alle 07:32 Rispondi

    Spesso in giro si legge che occorre scrivere solo di quello che si conosce. È un grave errore. Buona parte della letteratura che conta è prodotta da autori che si sono avventurati in mondi e dimensioni che erano distanti dalla loro esperienza quotidiana.

    • Daniele Imperi
      6 giugno 2013 alle 07:56 Rispondi

      È vero in un certo senso: scrivi di ciò che conosci, ma anche di ciò che esplori e, quindi, che alla fine conosci.

  2. KINGO
    6 giugno 2013 alle 10:37 Rispondi

    Bisogna scrivere solo quello che ci appassiona, perche’ altrimenti la nostra opera risultera’ fredda e comunichera’ ben poco ai lettori.
    Un vero esploratore di mondi, d’altro canto, e’ in grado di appassionarsi a qualunque cosa perche’ e’ proprio la scoperta del nuovo a suscitargli le maggiori emozioni.

  3. MikiMoz
    6 giugno 2013 alle 11:38 Rispondi

    Sono d’accordissimo con te, Daniele.
    La scrittura rappresenta lo scrittore, pertanto è necessario abbandonarsi (con coscienza, eh!) al proprio flusso. La strada sarà per forza quella giusta.
    Perché la strada sei già tu. E risulterai sincero, o perlomeno non forzato!

    Buona giornata,

    Moz-

  4. Lucia Donati
    6 giugno 2013 alle 11:39 Rispondi

    Come saprai, nell’altro mio blog ho anche parlato di come io vedo l’arte e l’artista. Dunque non puoi che trovarmi d’accordo quando dici che il percorso è personale e svela un’essenza, che è unica ed è quella dell’artista che ha compiuto l’opera. Gli esercizi servono a imparare le tecniche, poi il percorso deve essere libero e svincolato per potersi esprimere in modo più ampio possibile. L’opera, nel suo divenire, è anche la strada dell’autore. E, come mi sembra di averti detto in un commento recente, potrebbe teoricamente non terminare ma mutare con la vita stessa, proprio perché rispecchia quel divenire e quella libertà che non si può ingabbiare. Ma l’opera, se deve essere finita, ha bisogno anche di un recinto, cristallizzazione di un momento di vita.

  5. Daniele Imperi
    6 giugno 2013 alle 11:52 Rispondi

    Sull’opera che non termina non sono d’accordo. Penso che tutta la produzione letteraria dell’autore debba rispecchiare se stesso.

  6. Tenar
    6 giugno 2013 alle 15:41 Rispondi

    La scrittura deve nascere da un’esigenza profonda.
    Una volta ho letto in un’intervista che ogni volta che si chiede a una persona di leggere un nostro scritto le stiamo chiedendo di rinunciare a una parte della sua vita.
    Quindi alla basa della nostra scrittura, se il nostro intento è farci leggere, deve esserci qualcosa di urgente, che abbiamo il bisogno, la voglia e la necessità di comunicare al lettore. Per “profondo” non intendo necessariamente chissà quale riflessione. Un’esigenza narrativa può anche essere di questo tipo “ho immaginato una storia bellissima, appassionante e voglio che altra gente si appassioni come mi sono appassionato io”.
    … Chissà se mi sono spiegata…

    • Daniele Imperi
      6 giugno 2013 alle 15:52 Rispondi

      Interessante il fatto che un lettore, leggendoci, rinuncia a una parte della sua vita. Vale la pena rifletterci in un post futuro.

      Non credo, però, che una storia debba necessariamente provenire da uno stimolo urgente.

  7. Damhìa
    6 giugno 2013 alle 16:21 Rispondi

    Hai pienamente ragione, in un mio post ho scritto che bisogna avere passione per scrivere al meglio. Se non c’è, difficilmente si può ottenere qualcosa di unico e che faccia apprezzare il lavoro fatto a qualcuno. Con questo tuo ragionamento mi hai fatto venire l’idea per scrivere un nuovo post, con il tuo permesso.=)

  8. Tenar
    6 giugno 2013 alle 17:36 Rispondi

    Anch’io ho fatto un post ispirato alle discussioni nate su Penna Blu!

  9. Cristiana Tumedei
    6 giugno 2013 alle 20:27 Rispondi

    Questi sono i post che stanno definendo il nuovo taglio editoriale di Penna blu. Tu ti ostini a dire che solo io lo vedo, ma resta il fatto che è interessante scoprire il tuo punto di vista rispetto a temi che accomunano noi lettori. Ora, passo al vero commento ;)

    La tua riflessione è assolutamente condivisibile, secondo me. L’idea dello scrittore come esploratore di mondi è affascinante e coinvolgente.

    Lo scrittore dev’essere impavido, hai ragione. La sua scoperta va svelata in maniera spontanea, senza alcuna preoccupazione circa l’indice di gradimento che otterrà. Sai perché penso che l’editoria sia oggetto di banalità e scontatezza? Perché ci si concentra sul prodotto-libro in funzione di ciò che il pubbilco ha dimostrato di recepire (e non apprezzare, bada bene).

    Ora, io sono una persona particolare. Mi dedico alla lettura di autori moderni e contemporanei solo da pochi anni. Prima, in preda a una sorta di ribellione post-adolescenziale, rifiutavo di assoggettarmi alle logiche del mercato editoriale. Sono pazza, lo so, e mi sono privata per anni di letture affascinanti. Il punto, però, è che nella narrativa odierna leggo quella paura di cui tu parli nel post: una reticenza ostentata verso l’esplorazione, la sperimentazione.

    Già il fatto stesso che ci si debba necessariamente collocare in un genere letterario preciso, seguendo standard e logiche preconfezionate, lo trovo aberrante e svilente. Insomma, ciò che credo possa definire la via della scrittura è solo la volontà di esprimersi, di comunicare.

    Senza questo intento la nostra produzione risulta sterile e poco coinvolgente. A me piace pensare al lettore come a un bambino… Imperi, ti avviso: sto approfittando del tuo spazio web per lasciare un commento fastidiosamente lungo. Perdonami, se puoi. Oppure cancellami, come preferisci.

    Dicevo, io credo che la scrittura – in quanto arte – assolva alla necessità del singolo di comunicare, di esprimere ciò che ha dentro e di esplicitarlo. Ed è questo a renderci vulnerabili: il giudizio altrui. Quindi, come superare questa paura? Non sarò certo io – che sono talmente consapevole dei miei limiti da sapere di potermi esprimere davvero – a sciogliere il dubbio. Lascerò che sia mia figlia a farlo, se me lo consenti.

    Ebbene, qualche giorno fa, osservavamo una fila di formiche che si muovevano ordinatamente sul tronco di un albero. Lei si è messa a ridere e ha detto: “Guarda, Mamma: la formichina sorride!”. In quel momento mi sono lasciata portare nel suo mondo, trasportata dalla fantasia che la spingeva a vedere qualcosa a me invisibile. Così, abbiamo iniziato a immaginare la storia di quella fila di formiche ed è stato uno dei momenti migliori della giornata.

    Questo per dire che, quando ci si lascia vincere dalla propria ispirazione – dal mondo che solo noi possiamo vedere – e decidiamo di raccontarlo agli altri stiamo facendo, prima di tutto, un dono a noi stessi. Ci stiamo dando la possibilità di uscire allo scoperto, di metterci a nudo e di lasciare che tutto ciò che relegato dentro di noi si mostri senza paure di sorta.

    Certo, che sia proprio io a dirlo è assolutamente fuori luogo. Prendi questo commento come uno sfogo o un delirio, fai tu. Anzi, nelle prossime notifiche ricordami di non essere prolissa, per favore :)

    • Daniele Imperi
      6 giugno 2013 alle 21:15 Rispondi

      Non cancello di certo un commento che mi ha ispirato ben 3 post :D
      Quindi grazie di questa libera riflessione.

      Mi sento anzi di condividere tutto. Hai ragione sul preconfezionamento di molti romanzi.

      La scrittura è comunicazione, giusto. Lo scrittore sta comunicando parte di sé al mondo. Ciò che sente dentro. Ad agosto uscirà un post che, anche se verte su un argomento specifico della narrativa, comunque ritorna su questi concetti.

      • Cristiana Tumedei
        6 giugno 2013 alle 21:18 Rispondi

        Quindi aspetterò agosto per leggere il post di cui parli ;)

        Tre idee? :|
        Imperi, credo di non essere io a ispirarti. Fai tutto da solo, credimi!

        • Daniele Imperi
          6 giugno 2013 alle 21:24 Rispondi

          Ahah, sì, tre post da scrivere e tutti nati dal tuo commento ;)

          • Cristiana Tumedei
            6 giugno 2013 alle 21:25

            Ripeto: è solo colpa della tua immaginazione e della capacità che hai di trovare idee anche in parole vuote e senza senso. Sei davvero fortunato ;)

  10. Daniele Imperi
    6 giugno 2013 alle 21:27 Rispondi

    Cristiana Tumedei

    Ripeto: è solo colpa della tua immaginazione e della capacità che hai di trovare idee anche in parole vuote e senza senso. Sei davvero fortunato ;)

    Ma sì, grazie, so di essere un genio, dai LOL

    • Cristiana Tumedei
      6 giugno 2013 alle 21:30 Rispondi

      E questo è l’Imperi-modesto, bene!

      Direi che sia il caso di astenerci dallo scrivere commenti a quest’ora. Rischiamo di fare pessime figure :P

      • Daniele Imperi
        6 giugno 2013 alle 21:32 Rispondi

        Ahah, ogni tanto bisogna valorizzarsi un po’, dai :D

        Vero, a quest’ora i commenti prendono una piega interessante :P

  11. Lucia Donati
    6 giugno 2013 alle 22:07 Rispondi

    Finalmente i tuoi post sono stampabili. E scaricabili in PDF!

  12. Kinsy
    10 giugno 2013 alle 21:56 Rispondi

    Essere se stessi è fondamentale, ma gli esercizi di scrittura secondo me servono: servono per fare propria l’arte e per raggiungere una certa sicurezza. Poi, il vero scrittore saprà mescolarsi le tecniche per reinventarsi un nuovo stile.
    Credo che bisogna scrivere di ciò che si conosce, ma cambiando prospettiva, mostrandolo con occhi nuovi, come se si usassero gli occhi di un bambino. Lo scrittore deve mostrare vie nuove ed inaspettate, ma per primo deve lasciasi trascinare dal nuovo. E mi rendo conto che non è facile lasciarsi trasportare; io per prima ho sempre un po’ di timore e la mia scrittura ne risente…

    • Daniele Imperi
      11 giugno 2013 alle 07:32 Rispondi

      Non ho detto che non servono a nulla, per chi è agli inizi servono eccome. A me non servono più quelli che faccio con la mia rubrica sulle parole nuove..

      Lasciarsi trasportare dal nuovo è una cosa che condivido.

  13. Romanzi preconfezionati
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