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Critica a I vermi conquistatori di Brian Keene

Attenzione: contiene spoiler del romanzo

I vermi conquistatoriCome scritto nel sottotitolo, quest’articolo contiene spoiler. Quindi avrà chiari riferimenti alla trama. Se non volete rovinarvi la sorpresa, leggete questo post soltanto dopo aver letto il romanzo.

Ho scritto la recensione de I vermi conquistatori, in cui non ho accennato alla trama. Ho parlato del libro dal semplice punto di vista della lettura. Il romanzo, quindi, come puro oggetto di passatempo e di piacevole compagnia.

Qui, invece, vorrei fare a pezzi questo libro, nel senso buono del termine. Vorrei analizzarlo più a fondo, non certo come esperto della materia – non lo sono – ma come lettore che ha un buon numero di storie lette sulle spalle, che si sta affacciando al mondo della scrittura e, di conseguenza, risulta, inevitabilmente, più attento, più critico, più esigente.

Se da una parte il libro m’è piaciuto – non posso dire il contrario – dall’altra non mi ha convinto. A fine lettura non mi sono sentito pienamente soddisfatto. Secondo me questo romanzo ha pregi e difetti, i primi nello stile e nell’abilità dell’autore, i secondi nella trama e nella struttura.

Pregi del romanzo I vermi conquistatori di Brian Keene

L’abilità stilistica di Brian Keene

Brian Keene sa scrivere. Punto. Nonostante abbia letto soltanto questo romanzo, credo che sia un ottimo narratore. Trecento pagine di questo libro si leggono letteralmente d’un fiato. Ho accantonato Le mille e una notte per poterlo leggere. A dire il vero volevo essere il primo, o uno dei primi, che ne parlasse dopo averlo letto.

Perché di questo romanzo è stato fatto un rumore enorme da ben prima che uscisse. È la prima volta in Italia che si pubblica un libro di Keene, autore ben apprezzato negli Stati Uniti. E visto che veniva osannato, ho voluto prenderlo e leggerlo subito.

Come ho avuto già modo di dire, Keene riesce a rendere credibili gli elementi fantastici e mitologici che inserisce. Qualsiasi elemento abbia inserito, non è stato dato in pasto al lettore all’improvviso, ma a piccoli bocconi.

Così come il protagonista e gli altri personaggi hanno scoperto gli esseri inverosimili apparsi sulla Terra, allo stesso modo li ha scoperti il lettore, che è riuscito a partecipare a quelle sensazionali scoperte.

Il linguaggio di Keene è scorrevole, i suoi dialoghi sono perfetti. I personaggi sono figure ben precise e reali. L’ambientazione è chiara e ben delineata. Il lettore non immagina, ma vede ciò che ruota attorno ai personaggi.

Brian Keene e Manel Loureiro: due apocalissi a confronto

In contemporanea con I vermi conquistatori ho letto Apocalisse Z di Manel Loureiro, che in realtà devo ancora finire. Apocalisse Z è lungo quattrocento pagine, narrato in prima persona e tratta di zombie. Due romanzi apocalittici, ma molto differenti uno dall’altro.

Lo stile di Brian Keene non stanca. La storia procede, presenta una cura del dettaglio che non rallenta il ritmo della lettura. Trecento pagine che si divorano.

Col romanzo di Manel Loureiro sto più o meno a metà, ho letto circa duecentocinquanta pagine e la storia si sta facendo lenta. Ha troppi dettagli, spesso risulta ripetitiva.

Se prendevo il romanzo di Brian Keene non vedendo l’ora di continuare a leggere un’altra pagina e un altro capitolo, prendo quello di Manel Loureiro un po’ svogliatamente. All’inizio era avvincente, ma credo che abbia detto già da parecchie pagine quello che doveva dire.

Difetti del romanzo I vermi conquistatori di Brian Keene

Gli elementi fantastici e mitologici

Nel romanzo ce ne sono diversi, anche se dal titolo me ne sarei aspettato solo uno. Alcuni possono trovare una spiegazione logica, e anche scientifica, mentre altri, a mio parere, sono un po’ troppo azzardati, anche in un romanzo come questo.

  • I vermi: sono i veri protagonisti della storia. Vermi, lombrichi, di ogni grandezza e ferocia. Sono ben rappresentati, hanno anche una loro logica e una perfetta collocazione nel contesto. Sono portato a credere che esistano, che si siano sviluppati in quelle orribili dimensioni per un qualche problema ambientale, per un esperimento militare andato storto, ecc. Risultano credibili all’interno della storia.
  • Il kraken: una piovra gigante, un calamaro leggendario nato da avvistamenti reali. Entra in gioco nella seconda metà del romanzo, durante la storia narrata da Kevin. Credibile? Partendo dal presupposto che ben poco ancora si conosce di ciò che vive negli abissi marini e che attorno a Baltimora tutto il mondo era allagato, sì, non mi ha creato nessun problema nella storia.
  • La sirena: devo dire che Brian Keene ha saputo dosare bene le parole per introdurre questa figura mitologica nel romanzo, a cui accennano dei bambini, creature che secondo gli adulti sono solite dire sempre bugie o dotate di una sfrenata fantasia. Ma da cosa è venuta fuori la sirena? Come si giustifica la sua presenza in un mondo reale e in quel preciso contesto? In nessun modo.
  • I satanisti: pazzi criminali che creano non pochi problemi a Kevin e compagni. Se prima sono stati introdotti come personaggi di disturbo, poi i protagonisti della nostra storia hanno cominciato a credere che fosse colpa loro quell’apocalisse. Che il kraken e la sirena fossero stati evocati da loro.
  • Earl, il redivivo: ci sono volute parecchie pallottole per abbatterlo, ma questo potrebbe essere passabile. Un uomo dalla scorza dura e dalla volontà ancora più forte. Come potesse trovare tutte quelle energie è un po’ un mistero, ma diciamo che la cosa può essere passabile.

Ma la sirena no. Non sono davvero riuscito a digerirla. Stona con tutto il resto. Non riesco a collocarla nella storia. Non riesco a vederne l’utilità.

Se magari può sembrare esagerato cercare di scovare la normalità, la realtà, la logica, perfino la spiegazione scientifica in un romanzo fantastico, a me piace che ogni storia, per quanto possa essere di fantasia, horror o fantascientifica, abbia una sua credibilità.

E come ogni storia deve avere la sua credibilità, così ogni elemento della storia deve avere la sua fondatezza e giustificazione. E soprattutto la sua utilità.

La storia di Kevin: cento pagine davvero necessarie?

Un terzo del romanzo è dedicato a ciò che accade fuori dai territori in cui abita il vecchio Teddy Garnett. È la storia raccontata da Kevin.

C’è un doppio cambio a questo punto. Cambia il narratore, non più Teddy, ma Kevin. E cambia lo scenario, non più la montagna e la campagna, ma la città allagata dal mare.

Siamo di fronte a una storia nella storia, come già ho letto in due avventure di Sherlock Holmes di Conan Doyle. Ma se in quel caso un’utilità s’era vista – serviva a spiegare determinati fatti o personaggi – qui quell’utilità sfugge. O almeno sfugge a me.

Non avrei fatto fatica ad accettarla se fosse stata più breve e non cento pagine su trecento del romanzo. A sua difesa va detto che quelle pagine non annoiano minimamente il lettore. Sono avvincenti come tutte le altre. Non ho trovato neanche una pagina che mi abbia annoiato, ecco perché ho scritto per prima cosa che Brian Keene è un grande narratore.

Questa vuole solo essere una critica a questa seconda parte del romanzo.

Un cliché nella storia

Uno solo, ma l’ho trovato. È la prima volta che mi capita in un romanzo, finora ne avevo visti, anzi sentiti, nei film. Parlo di quando un personaggio dice: “queste cose accadono soltanto nei film” e quel personaggio sta nel film che stiamo guardando.

Ecco, qui c’è la stessa cosa, Teddy, e se non ricordo male anche qualcun altro, dice proprio questo. Secondo me è un po’ abusata come scappatoia – chiamiamola così – per rafforzare nel lettore l’incredulità del personaggio di fronte al cataclisma o alla minaccia che sta vivendo.

Il finale de I vermi conquistatori

Non so come avrebbe potuto essere un finale perfetto – che magari nemmeno esiste – per un libro apocalittico narrato in prima persona. Di certo il protagonista-narratore non può morire, sarebbe totalmente illogico.

Teddy sta scrivendo un diario, che vuole lasciare ai posteri, ben conservato. Se fosse morto prima di averlo messo al sicuro, il libro di Brian Keene non sarebbe stato pubblicato e io non starei scrivendo questo articolo.

Dunque Teddy non può morire. E infatti io sono qui che scrivo. Tutto torna.

Metterlo in salvo sarebbe stato troppo da favola che finisce bene. Altro che cliché, poi. Avrebbe persino snaturato il carattere apocalittico del romanzo. A ripensarci adesso, a freddo, e non subito dopo aver finito di leggere il libro, penso – e me ne convinco sempre di più – che il finale è perfetto.

Non sappiamo come andrà a finire la storia. E non lo sa nemmeno Teddy. Le alternative sono tante. Kevin può tornare e portarlo in salvo. O il verme gigante se lo mangia. O muore prima di stenti. O muore mentre Kevin lo porta via.

Non ha importanza.

L’importante è che il finale abbia una sua logica. E questo ce l’ha.

La mia critica a I vermi conquistatori di Brian Keene è finita. Che ne pensate di quello che ho scritto? Avete letto il romanzo? Siete d’accordo o pensate che abbia esagerato a pormi tutte quelle domande?

8 Commenti

  1. Valentina Erba
    22 marzo 2011 alle 19:17 Rispondi

    Io ho fatto fatica a lasciare Teddy nella sua casuccia per sapere cosa era successo a Baltimora. A me è piaciuta tantissimo la prima parte, poi la terza e per ultima la seconda (quella di Baltimora appunto). Ma la sirena non mi ha infastidito, io ho pensato che era la fine del mondo, per cui una sirena non mi sembrava così strana. Sono assolutamente d’accordo che Brian sia un ottimo narratore.

  2. Daniele Imperi
    22 marzo 2011 alle 19:28 Rispondi

    Ciao Valentina :)

    concordo con te, anche a me piacciono le tre parti nello stesso tuo ordine.

  3. Luigi Musolino
    22 marzo 2011 alle 20:57 Rispondi

    Ehilà, Daniele! Bella analisi. Sono contento che i Vermazzi ti siano piaciuti e che tu abbia apprezzato le doti narrative di Keene.
    Be’, andando nello specifico,non so se la sequenza “metropolitana” sia indispensabile nell’economia del romanzo (anche se ci sono cose importanti, a mio avviso, che non sto qui a citare perché temo di spoilerare nonostante l’avviso in apertura :)), però io l’ho trovata fighissima, molto action, e dà un bello scossone alla vicenda.
    Sulla sirena… concordo con Valentina. Vista l’Apocalisse e i mostrazzi che scorrazzano ovunque non mi ha infastidito granché.
    Completamente d’accordo sul cliché, che può piacere o meno, ma ti assicuro che è molto “keeniano” (e ce ne sono anche altri).
    E il finale… be’… oh… madò! ;)
    Ciao!

    • Daniele Imperi
      23 marzo 2011 alle 09:15 Rispondi

      Ciao Luigi,

      un commento dal traduttore de I vermi conquistatori è prezioso :)

      Sì, la parte centrale ha molta più azione del resto, è vero. Sul cliché, visto è molto keeniano, dovrò allora abituarmi :)

  4. Ian
    30 marzo 2011 alle 11:51 Rispondi

    Sulla sirena, io l’ho vista così: sta avvenendo un cataclisma epocale, creature come il Kraken che non interagivano con gli esseri umani vengono ributtate fuori (il Kraken evocato), la sirena magari dalle profondità marine. Un po’ come quando c’è lo tsunami e spuntano fuori pesci incredibili dalle profondità marine di cui non si sospetta minimamente l’esistenza. ;-)

  5. Il meglio di Penna blu – Marzo 2011
    1 aprile 2011 alle 05:05 Rispondi

    […] Continua a leggere Critica a I vermi conquistatori di Brian Keene. […]

  6. Come gestire le storie in prima persona
    7 luglio 2014 alle 05:01 Rispondi

    […] I vermi conquistatori di Brian Keene è un altro romanzo scritto in prima persona che offre una storia non lineare, usando un trucco narrativo, quello del passaggio di consegne da un io narrante all’altro. Una sorta di storia nella storia. […]

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