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Ripudiare i vecchi scritti

Ripudiare i vecchi scritti

Avevo in mente di scrivere questo post da un po’ e ne ho approfittato dopo aver letto l’articolo di Maria Teresa Rileggersi a distanza di tempo. Ho riletto anch’io un mio primo romanzo in forma di diario, roba immonda scritta di getto esattamente 20 anni fa. Neanche un pesante editing potrebbe salvare quella storia.

Se ripenso al materiale scritto prodotto in quegli anni – il grosso è stato creato fra il ’94 e il ’96 – c’è da rabbrividire. Qualche volta ho pensato di revisionare uno o due racconti, ma non ce l’ho fatta: sono storie che non hanno capo né coda e è bene che restino nell’oblio. Forse è il caso di seguire l’esempio di Virgilio, sperando che non arrivi un Vario Rufo a salvarli.

Perché ripudiare i vecchi scritti

Non so perché dobbiate ripudiarli voi, ma io parlerò del perché debba farlo io, in base alle caratteristiche che hanno quelle storie che ho scritto in passato.

  • Storie nate da emulazioni: avevo iniziato a leggere Lovecraft e quindi mi ero buttato sull’horror, che però mancava della genialità di Lovecraft. In alcuni casi era un horror splatter, dove abbondavo di particolari e dettagli di morti violente con l’illusione di catturare il lettore – che invece avrebbe vomitato direttamente sul libro.
  • Storie senza uno stile di scrittura: o perfino con più stili insieme, come nel caso di quel romanzo-diario citato, in cui sperimentavo, in qualche capitolo, stili nuovi e narrazioni differenti. Ma in generale non c’era uno stile riconoscibile, dipendeva dall’autore che avevo appena letto e mi aveva colpito.
  • Storie piene di ingenuità: è un elemento comune a chi si avvicina per la prima volta alla scrittura. Non saprei dire esattamente quali ingenuità c’erano, ma c’erano eccome. Una forse sì: inserire nelle storie qualcosa che non apprezzavo del mondo o della società e quindi riplasmavo secondo i miei gusti o prendendomi qualche vendetta contro un personaggio identificato con qualcuno che conoscevo.
  • Storie ambientate sempre negli USA: ne ho parlato già tempo fa. A quell’epoca ambientavo tutto negli Stati Uniti. Non che sia vietato, certamente. Ma credo sia tipico dello scrittore novellino, con la mente farcita di tanti libri letti e film visti ambientati negli USA. Come se bastassero a conoscere quell’ambiente.
  • Storie senza un finale: della serie “aprire parentesi e non chiuderle”. I miei “casi”, sia horror sia del mistero, non si chiudevano mai. Lasciavano il lettore in sospeso, senza alcun appagamento. E il motivo è semplice: scrivevo quelle storie di getto senza aver pianificato nulla, quindi non sapevo come concluderle, come dare la giusta risoluzione a quei casi.

Perché apprezzare i vecchi scritti

Non voglio contraddirmi, ma in un certo senso io li apprezzo. Mi fanno capire che sono migliorato. Se mi scandalizzo a rileggere o a ripensare anche a quei racconti, significa che ora sono a un livello superiore. E lo stesso, spero, succederà fra dieci anni, quando rileggerò la produzione delle storie scritte negli ultimi due anni.

I vecchi manoscritti ci indicano il percorso narrativo che abbiamo compiuto, non solo stilistico, ma anche contenutistico, se possiamo chiamarlo così: quali storie ci piaceva scrivere e quali storie ci piace scrivere adesso.

Ma che restino nell’archivio segreto, chiuso a chiave. Che non escano mai in pubblico.

Perché non revisionare i vecchi scritti

Quando partecipavo alla gara USAM (Una storia al mese) nel forum di Edizioni XII, conservavo i commenti ricevuti ai miei racconti: mi sarebbero serviti per revisionare quelle storie. Non avrei seguito tutti i consigli e le critiche ricevuti, chiaramente. Non ero d’accordo su tutto ciò che mi commentavano.

Non ho mai fatto alcuna revisione di quei racconti. Non ha senso, per me, né alcuna utilità. Se avessi ricevuto quei commenti da un gruppo di lettura – creato per aiutarsi a vicenda sulle storie scritte – allora sì, avrebbe un senso: commenti non pubblici, ma solo all’interno di una cerchia, e storie da revisionare per inviarle a un editore o venderle in ebook.

Racconti troppo lontani dalla scrittura attuale non possono essere revisionati: è cambiato troppo in me, non solo lo stile, il modo di narrare, ma anche i gusti letterari – ci sono molte più letture sulle spalle. Sono storie che non m’interessano più, che oggi non scriverei mai.

Nel post di Anima di carta ho fatto l’esempio di un libro umoristico che ho scritto nel 2004 e che deve essere illustrato con vignette. A parte il fatto che il testo andrebbe revisionato, ma i due disegni realizzati – solo due su oltre 60 che ne servono – ormai non sono più utili, perché dopo dieci anni io non disegno più come allora, né mi piacciono più quei personaggi che avevo creato.

Non può passare troppo tempo dal momento in cui abbiamo terminato un’opera e quello in cui intendiamo revisionarla per proporla a un editore o pubblicarla in self-publishing. Per me, chiaro, non so se per voi sia lo stesso. Ma i miei gusti cambiano in fretta.

Nel 2009 ho scritto un libro sul blogging e qualche anno più tardi – dopo varie revisioni e aggiunte – l’ho proposto ad alcune case editrici. Nel mio post Attendere risposte dagli editori racconto com’è andata con quel manoscritto. Avevo deciso di revisionarlo di nuovo, ma poi ho lasciato perdere: a me quel libro ormai non interessa più. È un capitolo chiuso e si passa ad altro.

Voi che ne pensate? Quanto siete affezionati ai vostri vecchi manoscritti?

52 Commenti

  1. Marco
    15 settembre 2014 alle 07:33 Rispondi

    Concordo su tutto. Anni fa, avevo provato a riprendere i miei vecchi scritti: è impossibile cercare di farci qualcosa. Non li ripudio, ma è meglio che restino lì, a dormire per sempre.

    • Daniele Imperi
      15 settembre 2014 alle 07:47 Rispondi

      Già. Sono serviti, a quel tempo, quanto meno per farci capire che direzione prendere, se prenderne una, come esercizio, come gavetta. Ora devono dormine per sempre.

  2. Fabio Amadei
    15 settembre 2014 alle 08:39 Rispondi

    Riposino in pace

  3. LiveALive
    15 settembre 2014 alle 08:54 Rispondi

    Non parlerò dei testi incompleti… Di completi ne ho due, e ripudio entrambi.
    Il primo lo scrissi a 18 anni, ed è stata la prima cosa in assoluto che ho scritto. L’anno prima avevo letto il conte di Montecristo e i tre moschettieri, e quell’anno avevo letto con molta noia il don Chisciotte. Riflettevo su come Cervantes avesse inserito della novelle che non c’entrano nulla nella storia, ed era stato criticato per questo. Come rimediare, pensavo? Ecco l’idea: sfruttare ancora di più le novelle, creando una cornice apposita, sfruttando la loro aria fresca ed evitando di spezzettare troppo la trama. Mi spiego: in don Chisciotte le novelle sono sporadiche e slegate; nel Decamerone la cornice è striminzita; nel mio libro invece la cornice avrebbe avuto una trama complessa,che le novelle avrebbero influenzato.
    il risultato? Una serie di dieci cattivissimi racconti (mal scritti, senza capo né coda, e neppure una idea originale. La cornice seguiva tre nobili (adoro i nobili!) mentre vanno all’opera, e in un modo o nell’altro finiscono per ascoltare queste storie. Segue disquisizione infinita tra i tre sulla filosofia del testo.
    l’errore principale è stato proprio questo: non avere una storia da raccontare, e preferire la filosofia. Non è sbagliato di per sé, ma pensa a Tolstoj, Goethe o Kundera: sono testi filosofici, ma non c’è solo quello. Inoltre, laa mia filosofia era proprio spicciola. …però in quel testo c’era una caratteristica che ho mantenuto: continuo a preferire le strutture che lo storytelling puro, tipo Calvino, per capirci. Però, certe scene, ideologicamente, mi piacciono ancora

    Il secondo libro lo scrissi tra i 19 e i 20 anni. Questo è cominciato dopo la lettura di D’Annunzio e Flaubert. Avevo voglia di scrivere “come mi girava”, cioè in modo colto e aulico. All’epoca stavo leggendo l’epistolario flaubert-colet, e pure io ero innamorato, e allora ecco l’idea: scrivere la storia di Flaubert in modo dannunziano. Passo così qualche tempo a raccogliere materiale, e in un mese completo la stesura. Il risultato? Un testo che contiene spartiti musicali e quadri classici, e una serie di scene non-troppo-legate che compongono una trama illogica. La trama è il motivo per cui non andava: nel progetto mi pareva buono, ma poi, nell’effettivo, mi sono reso conto che le cose accadevano per caso. Anche lo stile: scrivere “difficile” non è cosa cattiva in sé. Ma bisogna averne un motivo, giustificarne l’effetto, e saperlo controllare. Proust ci riesce, io no XD …ma sai che, anche qui, continuo ad adorare certi paragrafi?

    Se aprirò il mio sito, mi piacerebbe pubblicare lì i miei testi. Sì, lì ripudio ma non li butto. Mi piacerebbe aprire tre sezioni: paradiso, inferno e limbo. Nel limbo vanno i libri più recenti su cui non ho ancora deciso, nel paradiso quelli che trovo belli, nell’inferno quelli che ripudio. Così, per dire “guarda, pure io ho scritto cose così: se ti gira, dacci pure una occhiata, ma non aspettarti nulla di buono”.

    • Monia Papa
      15 settembre 2014 alle 10:25 Rispondi

      Mi piace molto l’idea di LiveALive di un sito “in tre cantiche”.

      (E il post mi ha fatto venire in mente un abbozzo di romanzo che ho scritto tantissimo tempo fa e che citava, rullo di tamburi per l’originalità, proprio Central Park!)

      • Daniele Imperi
        15 settembre 2014 alle 11:13 Rispondi

        Central Park? Un parco a caso :D

        Ora ci dici di che parlava il romanzo, su.

    • Eva
      15 settembre 2014 alle 10:30 Rispondi

      Cosa ne pensi di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Calvino? Io penso sia un libro con un’idea meravigliosa: la cornice è sensata ed equilibrata, i racconti dentro il romanzo non sono racconti ma solo incipit, spunti e sono uno più interessante dell’altro. Sarà stato un espediente di Calvino per sfruttare tutte le idee, le prove e le storie incomplete che aveva buttato giù negli anni? (Ah!Ah!Ah!)

      • Daniele Imperi
        15 settembre 2014 alle 11:14 Rispondi

        Bellissimo libro quello di Calvino.

        Chissà, potrebbe essere come dici :)

      • LiveALive
        15 settembre 2014 alle 12:42 Rispondi

        Anche Borges ha fatto cose simili. Ha dichiarato che molte delle sue false recensioni riguardano progetti che poi non ha più avuto voglia di scrivere.

    • Daniele Imperi
      15 settembre 2014 alle 11:02 Rispondi

      C’è da dire che eri anche molto giovane, secondo me.

  4. Tenar
    15 settembre 2014 alle 09:12 Rispondi

    Credo che rileggere le nostre vecchie cose sia uno strano esercizio, un incontrare il nostro passato. Un incontro per certi versi imbarazzante, perché vediamo tutte le ingenuità non solo degli scritti, ma anche di come eravamo come persone. Tuttavia avevamo delle idee. Idee messe giù male, senza arte né parte che allora, però, per noi erano importanti. Lo sono ancora? Se la risposta è sì, allora possiamo salvare qualcosa dai nostri vecchi scritti e, magari, cogliere l’occasione per sorridere un po’ di come eravamo.

    • Daniele Imperi
      15 settembre 2014 alle 11:05 Rispondi

      Imbarazzante, è vero. Per me è stato così. A quel tempo li facevo leggere alla mia fidanzata, che mi correggeva qualcosa.

      Le idee più o meno sono rimaste le stesse: indagare in ciò che è oscuro, fantastico, ecc. Ma, oggi, con una visione e un’esperienza e una cultura, anche, diverse e più vaste.

  5. animadicarta
    15 settembre 2014 alle 10:12 Rispondi

    Intanto grazie per la citazione!
    La tua analisi è interessante, è senz’altro utile capire perché certi scritti non ci appartengono più e quali sono gli aspetti che “non funzionavano”. Ed è anche vero che il confronto deve confortarci e non deprimerci.
    Io penso anche che negli scritti del passato possano esserci idee buone che potrebbero essere riprese ed espresse meglio, sempre che non si tratti di un lavoro ciclopico. Forse dovremmo distinguere tra scritti che sono stati solo un’esercitazione fine a se stessa e scritti da cui poter estrapolare qualcosa di valido. Tu che dici? Non c’è proprio nulla del passato che salveresti?

    • Daniele Imperi
      15 settembre 2014 alle 11:08 Rispondi

      Sì, salvo due racconti bonsai, che in un sito in cui li avevo pubblicati, Scheletri, un lettore mi disse di farne qualcosa di più corposo. E da quelle due idee è nato un romanzo, di cui sto finendo da tempo la trama. Ma prima devo finire altro che ho iniziato.

  6. Salvatore
    15 settembre 2014 alle 10:16 Rispondi

    In questi giorni anch’io pensavo ai miei vecchi manoscritti. Incredibile, vero? Quoto tutto ciò che affermi nel tuo post, solo che io, a differenza di te, non ripudio tutto. Ci sono cose che mi piacciono. Certo, sono molto lontane da me e dal mio modo di scrivere oggi, ma allo stesso tempo rileggerle mi ha emozionato. In quei scirtti ho visto meno tecnica, meno mestiere, ma più cuore, spontaneità. In alcuni casi mi sono quasi invidiato. Non tanto per il livello, sarebbe strano se oggi non scrivessi meglio di dieci anni fa, ma per la spontaneità. Da qualche tempo penso che più ci sforziamo di scrivere bene, di ricercare il linguaggio, di lavorare su scalette e intrecci, più ci allontaniamo dalla nostra spontaneità. Ho voluto fare un esperimento. Anziché lasciare il mio racconto – scritto nel lontano ormai 2006 – nel cassetto ho voluto tirarlo fuori e pubblicarlo sul mio blog. Uscirà venerdì prossimo. Mi piacerebbe che venissi a buttargli un occhio, se puoi. Tu hai letto “Il vuoto dentro” – ripreso dal tuo racconto “Il vuoto intorno” – quindi mi piacerebbe che mi dessi un tuo giudizio. Risale a un epoca per me molto lontata, sia come stile, sia come storie, ma allo stesso tempo c’è più naturalezza. Anche la mia è ambientata in America, naturalmente… ;)
    Ho trovato anche un inizio di romanzo rivalente al ’97. Anche in quel caso, benché la tecnica fosse ancora peggiore, ho ritrovato una spontaneità che mi è piaciuta. Non lo riprenderò in mano, ma mi è dispiaciuto leggendolo non averlo portato a termine. Mi sono detto: “Peccato, era valido”. Questo dovrebbe insegnarci qualcosa sui romanzi iniziati e mai finiti? Secondo me sì, due cose:

    1. Non terminerai mai quello che lasci marcire per parecchio tempo;

    2. Non sai se quello che scrivi e valido o meno, quindi scrivilo e portalo a termine; il tempo dirà se è un buon libro o meno.

    • Daniele Imperi
      15 settembre 2014 alle 11:09 Rispondi

      Certo, leggerò quel racconto.
      Mannaggia l’America! :D

      Concordo sui due ultimi pensieri.

  7. Eva
    15 settembre 2014 alle 10:25 Rispondi

    Premetto che ho appena iniziato a seguire questo blog.
    Sono d’accordo con quello che dici dei propri vecchi scritti: non ha senso riprenderli e rimaneggiarli se è passato troppo tempo e siamo cambiati, forse (come dice anche Tenar) si può valutare se c’era un’idea valida e se, con questa idea, si può creare qualcosa di completamente diverso.
    Io ho scritto un romanzo di fantascienza che ho ripreso e riscritto un paio di volte. Continuo ad amare molto i personaggi, però mi rendo conto che oggi è sorpassato sia per il tema che per il modo con cui è raccontato ed è sorpassato anche per me, perché lo trovo ingenuo e pieno di stereotipi.
    In generale, comunque, per quanto possano farmi schifo i miei scritti, non me la sento di buttarli via, fanno parte di me e del mio passato.
    Venti o trenta anni fa almeno scrivevo e mi buttavo in qualche storia, credendoci, oggi sono bloccata da mille dubbi e dal padre di tutti: ho davvero qualcosa da dire?
    Complimenti per il blog, per la voglia di raccontarsi e per la capacità di farlo.

    • Daniele Imperi
      15 settembre 2014 alle 11:11 Rispondi

      Ciao Eva, benvenuta nel blog.

      Grazie per i complimenti :)

      Sul padre di tutti i dubbi ci potremmo scrivere per anni… ma vale lo stesso discorso della validità di ciò che scriviamo: possiamo rispondere solo a pubblicazione avvenuta.

    • Claudia
      15 settembre 2014 alle 11:34 Rispondi

      Concordo con te, i vecchi scritti sono una parte di quello che eravamo e quello che siamo oggi.
      A rileggere i miei lavori d’esordio mi viene la pelle d’oca, però, mi strappano anche un sorriso nostalgico.
      Non credo abbia un senso rimaneggiarli per migliorare quello che ormai non può più essere migliorato, ma ha un senso soffermarsi brevemente a pensare quanto tempo sia passato, e, quanto (se possibile) è cambiato ora il nostro stile. E se questo ci fa sorridere be’, vuol dire che sarà cambiato parecchio.

      • Daniele Imperi
        15 settembre 2014 alle 13:10 Rispondi

        Sì, un po’ quelle vecchie storie fanno sorridere anche me :)

  8. Glauco Silvestri
    15 settembre 2014 alle 10:44 Rispondi

    E invece guarda un po’, io sto proprio facendo questo lavoro – ovvero quello di recuperare le storie scritte in passato. Certo… faccio selezione, e propongo solo quelle che a mio parere funzionano, le altre le battezzo come ‘esercizi di stile’ e svaniscono in una cartella che, per l’appunto, ho chiamato ‘esercizi’. E sto recuperando solo i racconti brevi, mentre i romanzi lasciati nel cassetto, o mai conclusi, rimangono tali. Nell’eventualità, se l’idea di quei lavori continua a stuzzicarmi, potrei scrivere un nuovo romanzo tutto nuovo su quell’idea (difatti, in un caso l’ho fatto ed è già su Amazon).

    • Daniele Imperi
      15 settembre 2014 alle 11:12 Rispondi

      A quanto tempo fa risalgono quei racconti su cui stai lavorando? E in che senso li recuperi?

      • Glauco Silvestri
        22 settembre 2014 alle 16:08 Rispondi

        Alcuni son vecchiotti, ma hanno vinto dei concorsi. Altri sono più recenti ma son sempre rimasti nel cassetto. E’ un lavoro complesso, e in alcuni casi – visto che l’idea mi piaceva – li ho pure riscritti ad hoc per sistemare le ingenuità.

    • LiveALive
      15 settembre 2014 alle 12:45 Rispondi

      Glauco Silvestri, un blogger famoso :-)

  9. Chiara
    15 settembre 2014 alle 11:15 Rispondi

    L’argomento è troppo lungo e complesso per ridurlo ad un commento: ti “memizzo” il prima possibile :)

  10. Luciano Dal Pont
    15 settembre 2014 alle 12:28 Rispondi

    Le persone cambiano, evolvono – be’, ok, in certi casi regrediscono, ma questo è un altro discorso – evolvono i caratteri, i gusti, le capacità personali, che sono arricchite dall’esperienza acquisita.
    Se si continua a scrivere, col passare degli anni non si può che migliorare, è fisiologico, e quindi è quasi scontato che se rileggiamogli scritti dei nostri primordi li troviamo orrendi, è inevitabile ed è giusto che sia così. A me succede. Quindi, in generale, è meglio lasciarli nel loro oblio. Con qualche eccezione, però.
    Anni fa scrissi una roba senza capo né coda, non era un romanzo, non era un saggio, non era niente in realtà, era solo una sorta di raccolta di pensieri introspettivi a sfondo autobiografico nata sulle emozionalità di un particolare momento della mia vita, un momento reso molto doloroso dalla perdita di una persona cara, cioè di mio padre.
    Era un ammasso di stili diversi, di pensieri slegati uno dall’altro, di emozioni belle e intense ma scritte in maniera orrenda, ma soprattutto era una cosa che poteva interessare me, non certo un potenziale ipotetico pubblico.
    Lo mandai a diverse case editrici, e fu giustamente rifiutato da tutte. Le sole a essere disposte a pubblicarlo, probabilmente senza nemmeno averlo letto, furono un paio di “case editrici” a pagamento, che ovviamente non degnai nemmeno di una risposta.
    Ma ecco che vengo al punto.
    Lo rilessi qualche anno dopo, e mi resi conto che la breve parte introduttiva che avevo inserito, la sola scritta in terza persona, non era affatto male e se ne poteva ricavare qualcosa di buono.
    Ci lavorai sopra, la ampliai, ci costruii attorno una vera storia con una vera trama e con una morale di fondo, e soprattutto scrissi con il mio stile, uno solo, e ne ricavai un romanzo.
    Ci misi circa due anni, e poi la mandai ad alcuni editori. Il resto è storia recente. Quel libro fu pubblicato e divenne il mio romanzo d’esordio.

    • Daniele Imperi
      15 settembre 2014 alle 13:09 Rispondi

      Secondo me si migliora se si comprendono le lacune e le ingenuità che si hanno.

      A te è andata bene con quel vecchio scritto.

      • Luciano Dal Pont
        15 settembre 2014 alle 13:43 Rispondi

        Verissimo, Daniele, ma per comprendere le proprie lacune e le proprie ingenuità bisogna evolvere rispetto allo stato primordiale in cui quelle lacune esistevano, in cui abbiamo commesso quelle ingenuità, poiché se si rimane sempre allo stesso livello non si possono comprendere i difetti, non riconoscendoli come tali. E si evolve attraverso l’esperienza che si accumula, e uno scrittore accumula esperienza solo scrivendo.
        Si, mi è andata bene con quello scritto, ma credo sia la classica eccezione che conferma la regola. Di solito i vecchi lavori stanno meglio sotto un ampio velo pietoso… :-)

  11. Giordana
    15 settembre 2014 alle 13:44 Rispondi

    Una delle mie autrici ha avuto la fortuna di parlare di questo con la Hobb. La sua risposta combacia con quanto affermato da te. Scrivi, revisione una volta, revisiona una seconda volta con l’editore (be’, ovviamente questa parte è adattabile ai casi), e lascia che il libro prenda la sua strada, tanto comunque tra qualche anno non l’amerai più. Penso sia normale che funzioni così, e anche un po’ consolatorio.

  12. Grazia Gironella
    15 settembre 2014 alle 14:11 Rispondi

    Sono molto affezionata ai miei vecchi scritti, e molto intenzionata a ignorarli per scrivere altro. Alcuni di essi mi piacciono ancora a livello di trama o di personaggi, ma non credo sia ancora arrivato per me il momento di guardare indietro per capire se qualcosa del mio vecchiume possa e debba essere salvato. Naturalmente resto pronta a cambiare idea in caso diventi famosa al punto da pubblicare anche gli scarabocchi che faccio mentre telefono…

    • Salvatore
      15 settembre 2014 alle 15:33 Rispondi

      Sarebbe un errore grave. Come certi scrittori – di cui non faccio il nome, ma che ho fatto in altre occasioni – che tirano fuori romanzetti da quattro soldi, giovanili, che nessuno all’epoca gli aveva (ne gli avrebbe mai) pubblicato e diventati famosi lo lanciano sul mercato sicuri di vendere. Cosa anche vera, perché di vendere lo vendi, ma non vendi il successivo però!

      • Grazia Gironella
        15 settembre 2014 alle 16:40 Rispondi

        Parole sante, temo.

      • LiveALive
        15 settembre 2014 alle 17:28 Rispondi

        C’è anche il caso opposto, quello di Foster Wallace: anche il re pallido è stato pubblicato per lo più perché si era certi di vendete.poi per alcuni è diventato migliore di Infinite Jest, ma più per un fatto emozionale che altro, credo. Comunque dovev pubblicare questo commento per andare in pari con Kingo…

        • LiveALive
          15 settembre 2014 alle 17:28 Rispondi

          …ed ecco il sorpassooo!

    • Daniele Imperi
      15 settembre 2014 alle 15:51 Rispondi

      Io ho tante idee su racconti e romanzi da scrivere e chissà se mai riuscirò a scrivere tutto, quindi non perderò tempo a revisionare roba vecchia.

  13. Ivano Landi
    15 settembre 2014 alle 18:20 Rispondi

    A me è andata esattamente come a te. Dopo aver letto un sacco di Lovecraft e King ho cominciato a scrivere, tra l’86 e l’88, raccontini horror. Cinque o sei li ho piazzati su una fanzine (ma non dico quale). Ho provato a riprendere in mano, non troppo tempo fa, quelli che avevano un’aria decente per vedere se erano revisionabili e recuperabili. Nulla da fare. In conclusione: ripudiatissimi!!!

    • Daniele Imperi
      15 settembre 2014 alle 19:05 Rispondi

      Anche io più volte ho provato a rileggere e pensare se fossero recuperabili, ma niente.

  14. Giuseppina
    16 settembre 2014 alle 12:43 Rispondi

    Anch’io ho un racconto di oltre 200.000 battute concluso di 5 anni fa. La mia intenzione era di riprenderlo e revisionarlo nel periodo di “decantazione” di quello attuale (il primo di una trilogia).

    Ho riletto le prime pagine. Penso di aver cambiato idea! :D

    Riprenderlo vorrebbe dire riscriverlo completamente da capo. Non sarebbe più una revisione. Il protagonista è talmente sfigato e inetto che chi lo ha letto…non lo apprezzava affatto.
    La storia è carina, sarebbe bello ridargli vita, ma qualcosa in me mi dice di non farlo.

    Forse non è il momento… ma ascolto sempre la mia pancia e per il momento lo lascerò chiuso nel cassetto.

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2014 alle 14:02 Rispondi

      Ciao Giuseppina, benvenuta nel blog.

      Se è passato così tanto tempo, allora ci credo che non ti va di revisionarlo. E sarebbe infatti un lavoro da rifare da capo, non solo per il protagonista.

  15. Giuseppina
    16 settembre 2014 alle 14:30 Rispondi

    esatto! è quello che intendevo…praticamente sarebbe da riscrivere da zero, oltre che studiare e approfondire alcuni temi che oggi trovo aver affrontato in maniera troppo superficiale all’epoca.
    Mi sa tanto che rimarrà un progetto da ripescare nei tempi morti.

  16. violaliena
    17 settembre 2014 alle 13:17 Rispondi

    Sono tremenda con i vecchi scritti, li trovo ingenui, superficiali e troppo diversi come stile. Mi colpisce, a volte, solo il fatto che rileggendoli mi accade di recuperare le emozioni li hanno generati esattamente come se fossero delle vecchie fotografie.

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2014 alle 13:43 Rispondi

      In qualche caso anche io ho risentito le emozioni provate a scriverli.

  17. violaliena
    17 settembre 2014 alle 13:19 Rispondi

    ehm sorry, manca un “che” dopo “emozioni”

  18. Come strutturare la trama
    22 settembre 2014 alle 05:00 Rispondi

    […] ovviamente. Io avevo l’idea per questa storia – ne ho accennato quando ho parlato dei vecchi manoscritti: due racconti bonsai che un lettore mi consigliò di sviluppare in una storia di “più ampio […]

  19. Sei pronto per il self-publishing?
    29 settembre 2014 alle 05:00 Rispondi

    […] abbiamo scritto? Quanto esercizio abbiamo fatto? Quanto siamo stati critici con noi stessi? Abbiamo ripudiato i vecchi testi? Avvertiamo un’evoluzione nella nostra […]

  20. I miei errori più grandi nella scrittura creativa
    18 novembre 2014 alle 07:32 Rispondi

    […] non vedendo pluripubblicazioni – quegli errori sono magicamente apparsi dal passato, facendomi ripudiare i miei vecchi scritti, anche se sono serviti anche quelli, perché fanno comunque parte della mia vita, del mio passato e […]

  21. Sara
    15 maggio 2015 alle 00:50 Rispondi

    Mi trovo perfettamente d’accordo con questo post in quanto, mi ci rivedo abbastanza. Ho iniziato a scrivere storie dall’età di quattordici anni. Scrivevo idiozie, come potete immaginare e sarò sincera: ho continuato a farlo fino ai diciotto.
    Ho cominciato con le facfiction e le pubblicavo su l’apposito sito EFP, mi seguivano un pò di persone ma nessuno si è mai degnato di dirmi chiaramente che errori (e orrori) facevo e questo non mi è stato molto d’aiuto. Ho dovuto capire e correggermi da sola – come giusto che sia – ma qualche consiglio da una persona più esperta, non mi avrebbe fatto male di certo.
    Ora, rileggo la mia prima “opera” (se così si può definire) e aborro ogni qualvolta me la trovo dinanzi! Personaggi scadenti, una trama peggio dei Paranormal Romance di serie B che si trovano in giro e uno stile di scrittura abbastanza primitivo (non che ora sia Umberto Eco, sbaglio sempre ma almeno mi sono evoluta)
    Ho cercato di revisionarla varie volte ma senza successo (e diciamocelo: meglio che rimanga segregata nel cassetto, in quanto “esperimento”) è più forte di me ma riconosco una cosa: come te stesso hai detto del paragrafo “Perché apprezzare i vecchi scritti”, gioisco del fatto che io sia migliorata parecchio e un pochetto mi assale la nostalgia nel vedere quella roba perché, nonostante sia orrenda, l’ho sempre creata io. È un ricordo del percorso che ho vissuto.
    Ad ogni modo posso ritenermi felice di aver sbagliato tante volte, perché senza l’esperienza e gli errori, non si apprende nulla. Non credo ci sia bisogno di vergognarsi dei propri fallimanti, anzi, bisogna farne tesoro.
    E poi, tra l’altro: chissà quante altre volte sbaglierò! :D

    • Daniele Imperi
      15 maggio 2015 alle 07:57 Rispondi

      È normale che a 14, ma anche a 18, non si scrivano belle storie: non hai esperienza, hai di sicuro poche letture, ecc.
      Forse non hanno potuto vedere i tuoi errori e lacune, se erano tutti ragazzi come te. Da sola è difficile capire dove e perché sbagli.
      Nel post infatti volevo dire proprio questo: bisogna allo stesso tempo amare i vecchi scritti, perché vedi il percorso e il miglioramento che hai fatto, e ripudiarli, perché devi appunto migliorare.
      In rete trovi parecchi forum in cui pubblicare racconti brevi per ricevere critiche da gente più esperta.

      • Sara
        15 maggio 2015 alle 09:01 Rispondi

        Esattamente, ci hai preso: poche letture e libri scadenti. Fortuna che poi, con un po’ di buona volontà, si colma tutto :D

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