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5 validi motivi per variare generi letterari

Perché non fossilizzarsi scrivendo sempre la solita solfa

Variare generi letterari

A me è sempre piaciuta lʼimmagine dello scrittore versatile, di chi non si accontenta di scrivere storie dello stesso genere letterario, ma spazia altrove, scrivendo magari anche poesia, saggistica, manualistica, teatro, sceneggiature per fumetti e cinema.

È una visione utopistica della figura dello scrittore? Non lo so, però di certo è una visione affascinante.

Quanti scrittori ci riescono? Ben pochi, credo. Guardate Poe, per esempio. È etichettato come scrittore horror, ma in realtà ha scritto di tutto: racconti umoristici, polizieschi, fantastici, avventura, parodie, saggi, articoli, poesie. Poe era Poe, siamo dʼaccordo.

Ma quanti scrittori provano davvero a cambiare genere? Non cʼè forse una sorta di pigrizia letteraria che assale la maggior parte degli autori? Amano un genere e restano confinati a quello. Non escono mai da quei confini, ne rimangono imprigionati a vita.

Non è meglio cambiare? Non è bello scrivere di tutto?

Perché variare generi letterari? Per cinque motivi, secondo me.

#1 – Crea più curiosità nei lettori

Chi legge Terry Brooks sa che cosa aspettarsi nel prossimo romanzo: unʼaltra avventura nel mondo di Shannara. Per molti autori è così. Ci sono giallisti, scrittori horror, scrittori di thriller, di fantascienza. I loro lettori sanno già cosa arriverà: un altro romanzo dellʼambiente tipico del loro autore preferito.

Non vedo molta curiosità in tutto questo. Cʼè aspettativa, certo, come quella che si è creata per i romanzi di Martin. Ma non è curiosità.

Se uno scrittore variasse i generi letterari, se si dedicasse ad altri tipi di scrittura, sarebbe sempre una sorpresa un suo nuovo libro. Certo, non si verrebbe a creare quella fedeltà che è invece propria di un preciso genere narrativo: se uno ama solo il fantasy, non leggerebbe mai un giallo, anche se scritto dal suo autore prediletto.

Ci sono casi in cui il lettore invece leggerebbe di tutto, lʼimportante è che sia a firma dellʼautore che segue da anni.

#2 – Aumenta le possibilità di pubblicazione

Le case editrici che pubblicano letteratura di genere sono quelle e non più. Ma se scrivi di tutto, hai più possibilità di essere notato da tutti. Questa almeno è la mia idea.

La specializzazione ripaga, in molti campi è così. Ma ultimamente è anche vero il contrario: più sai fare e più probabilità hai di lavorare. E, nel caso della scrittura, di pubblicare.

#3 – Migliora la scrittura

Di questo sono molto convinto. Scrivere di tutto non può che farci migliorare, sia nel linguaggio sia nello stile narrativo. Ogni genere ci permette di affrontare tematiche e ambientazioni differenti, di creare personaggi differenti.

Nuove sfide, certamente, ma anche nuove emozioni, nuove sensazioni, nuove soluzioni da trovare. È anche uno stimolo alla creatività dello scrittore, che viene spronata a produrre qualcosa di diverso dal solito. Qualcosa di veramente nuovo ogni volta.

#4 – Uccide la noia

Io sono uno che si annoia facilmente. Troppo facilmente, forse. Non riuscirei mai a scrivere sempre fantasy classico, sempre gialli, sempre storie horror. Sento il bisogno di cambiare spesso, altrimenti muoio di noia.

Fra i progetti che vorrei portare a termine cʼè per prima cosa questo famoso romanzo pseudo-fantastico P.U., poi ne vorrei scrivere uno di avventura, quindi un altro fantastico, ma è qualcosa di completamente diverso dal primo. E poi magari il poliziesco anni ʼ20 ambientato a Chicago.

Sono tutti generi diversi, non cʼè un filo conduttore che lega questi romanzi. Non cʼè pericolo che mi annoi.

#5 – Favorisce le contaminazioni

A me piacciono molto le contaminazioni letterarie. Più generi narrativi insieme. Ma per scriverne dobbiamo prima scrivere storie di quei generi da unire per contaminarne uno.

Lo scrittore diventa uno scienziato pazzo che nel suo laboratorio mescola ingredienti che conosce bene per creare una pozione e contaminare lʼambiente. Nel nostro caso sarà una contaminazione legale e non letale.

Questi sono i motivi per cui io vorrei variare i generi letterari e non fossilizzarmi a scrivere sempre le stesse cose. Voi come la pensate? Appartenete a un unico genere?

68 Commenti

  1. LiveALive
    16 settembre 2015 alle 05:19 Rispondi

    Schiller dice che la mostra società è più avanzata di quella greca, ma un nostro singolo uomo non vale un’unghia di un greco antico, in quanto un greco sapeva tutto, mentre noi ci specializziamo, e così noi, perdendo la visione globale, non possiamo che sbagliare. È anche normale: in genere si dice che Goethe è stato “l’ultimo uomo a sapere tutto”, e segna cioè il tempo oltre il quale abbiamo troppi dati per permettere una cultura davvero globale; e che Einstein sia l’ultimo ad aver ottenuto risultati da solo, cioè dopo di lui inizia l’era della complessità dove tutto si fa così avanzato che il singolo uomo non basta neppure per il singolo campo, e deve non solo specializzarsi in una materia ma anche in un campo, e lavorare in gruppo.
    La letteratura però rimane, in sé, opera di un solo uomo. L’ideale allora, forse, dovrebbe ancora essere quello di Goethe, e in realtà non mi pare impossibile riuscire in più campi e generi.
    È vero, c’è differenza tra chi legge in base all’autore e chi solo in base al genere. Io però in genere tratto i libri singolarmente, in base a stile e struttura; ma se mi affeziono a un autore, leggo tutto quello che ha prodotto, mentre non bado mai al genere.

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2015 alle 14:27 Rispondi

      Sono d’accordo con Schiller, ma non solo sul piano culturale, anche su tutto il resto.
      Anche per me non è impossibile eccellere, o comunque fare un buon lavoro, in più campi.
      Io leggo in base al libro, né in base all’autore né al genere. Mi piace per esempio Lansdale, che ha scritto thriller, noir, horror, ma se scrivesse una storia d’amore sdolcinata, non la leggerei.

  2. Serena
    16 settembre 2015 alle 06:59 Rispondi

    Commercialmente parlando pare non sia una grande idea, tant’è vero che sarebbe meglio (dicono) addirittura avere un brand – un nome di penna- per ogni genere in cui si scrive. Io nel mio piccolissimo ho constatato che è vero.
    …la verità è che scrivo quello che mi va e non ho tempo di scrivere altro per fare esercizio :P

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2015 alle 14:28 Rispondi

      Il tuo commento mi ha dato l’idea di un post, grazie :)
      Non mi piace cambiare nome.

  3. Lidia Calvano
    16 settembre 2015 alle 07:47 Rispondi

    Condivido appieno tutte le motivazioni che porti, e ne sto facendo il mio cavallo da battaglia, contaminazioni comprese (la mia ultima fatica pubblicata con una CE digitale è un racconto lungo che mescola scifi ed erotismo). Ho tuttavia parlato con scrittori ben più esperti di me, che erano presi da questo dilemma: i loro affezionatissimi lettori li avrebbero seguiti su altri generi? Rischiavano di compromettere la loro audience uscendo a proprio nome con qualcosa che poteva tradire le aspettative del loro pubblico? E pubblicando invece con un altro pseudonimo, senza appoggiarsi alla reputazione già conquistata, avrebbero venduto come un semplice esordiente? Devo dire che a queste insicurezza non erano estranee le loro grandi CE, preoccupate di perdere la gallina dalle uova d’oro di uno scrittore che sforna best seller a scatola chiusa.

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2015 alle 14:30 Rispondi

      Ciao Lidia, benvenuta nel blog.
      Riguardo ai lettori, se uno scrittore a cui sono affezionato, come Lansdale o China Miéville o altri, pubblicasse un romanzo al di fuori dei generi che leggo, non me ne faccio un problema. Non comprerò e non leggerò quel romanzo. Ma rispetto la loro decisione, perché prima di tutto uno scrittore deve sentirsi libero di seguire il suo istinto e le sue idee.

  4. Banshee Miller
    16 settembre 2015 alle 08:15 Rispondi

    Penso sia un problema commerciale. I libri devono vendere. La gente non vuole sorprese, vuole tutto bello chiaro. Vuole un fantasy? Terry Brooks. Vuole un thriller? Follett. Vuole fantascienza? Dick. Così è comodo. Il mercato impone questo. Se l’autore è un incallito fantasista, o si adegua, o lo adeguano. King è “costretto” sullo scaffale horror, Lansdale in quello thriller, anche se il primo spessissimo, forse sempre, spazia ben oltre la letteratura di genere, e il secondo ha scritto racconti e romanzi di ogni genere. Se si parla si autori sconosciuti allora ci si può permettere di tutto, ma una volta entrati nel meccanismo del mercato no, bisogna appartenere a un genere, per poter essere meglio comperati al supermercato.

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2015 alle 14:32 Rispondi

      Certo, è comodo e fa parte del commercio. Ma non credo che l’autore perderebbe lettori, anzi penso che ne potrebbe guadagnare altri.
      L’imposizione dell’appartenenza a un genere non mi piace.

  5. Chiara
    16 settembre 2015 alle 08:51 Rispondi

    Il romanzo di cui mi sto occupando ora, secondo me non è inquadrabile in nessun genere preciso. In mente ho un altro mainstream, un giallo e un romanzo storico ispirato alla vita di mia nonna (vita fantastica!) che forse riprenderà i personaggi dell’opera in stesura con due time-line parallele. Pertanto non posso che essere d’accordo con te. ;)

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2015 alle 14:33 Rispondi

      Io ho in preparazione uno di fantascienza, poi nella lista ci sono storie d’avventura e fantasy. Letteratura di genere, certo, ma sono opere del tutto diverse tra loro.

  6. sandra
    16 settembre 2015 alle 09:13 Rispondi

    Daniele, scusami, ma mi permetto di segnalarti un refuso, manca la parola “stesso” in questa frase, all’inizio del post.
    storie dello genere,
    Affezionata al mio genere “commedia”, sto affrontando una Graphic Novel, le illustrazioni chiaramente non sono fatte da me, ebbene, come ci sia arrivata è storia lunga, ma staccarmi dal mi genere mi ha davvero sorpresa ed è stata una scelta felice.

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2015 alle 14:34 Rispondi

      Grazie, corretto il refuso.
      La graphic novel non è quindi una commedia a fumetti, immagino :)

      • Tenar
        16 settembre 2015 alle 14:48 Rispondi

        È solo un fumetto d’autore americano, temo. Una sorta di romanzo a fumetti, come il solito noi importiamo il termine…

        • Daniele Imperi
          16 settembre 2015 alle 15:24 Rispondi

          Sì, so che cosa è una graphic novel :D
          Intendevo se il genere del fumetto fosse una commedia o qualcos’altro.

          • sandra
            16 settembre 2015 alle 22:35

            oh be’ è la storia di un’adozione… secondo me sta uscendo gran bene, grazie alle idee dell’illustratrice che una grafica professionista, io ho poco il senso di dove mettere figure e dove i fumetti, testi a lato, sopra, sotto, didascalie. Io sono rimasta ai Topolino e alle strisce Peanuts insomma lontana anni luce.

  7. monia
    16 settembre 2015 alle 09:25 Rispondi

    IN linea di principio d’accordo, ma condivido i dubbi sul problema “commerciale”. Una penna che sa scrivere di tutto fai fatica a riconoscerla e a ricercarla negli scaffali.
    Per il resto, io ancora fatico a capire che genere sto scrivendo :):)

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2015 alle 14:35 Rispondi

      Sicuro che fai fatica a riconoscerla? La troverai in più scaffali :)

  8. Maria Daniela Rosato
    16 settembre 2015 alle 09:31 Rispondi

    Concordo pienamente con Monia

  9. Salvatore
    16 settembre 2015 alle 10:46 Rispondi

    Chissà che ne pensano al riguardo le case editrici. Perché ho come la sensazione che, spesso, preferiscano autori che possano essere ben identificati dal lettore in un solo genere. Tanto è vero che per far pubblicare un romanzo di tipo o argomento diverso (vedi Camilleri) ci si rivolge a un’altra casa editrice.

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2015 alle 14:37 Rispondi

      Vorrei chiederglielo, ma qualche mese ho provato a chiedere un’intervista (una sola domanda) ai grandi editori e nessuno mi ha risposto. Se vuoi provarci tu :)
      Ho quel sospetto anche io, comunque. E mi sta benissimo scegliere più case editrici.

  10. Ryo
    16 settembre 2015 alle 11:48 Rispondi

    Io punto a creare il mio genere, la cui descrizione è “ciò che scrivo io” :D
    Battute a parte, anche a me piace spaziare: il mio primo libro è stata una silloge poetica, il secondo una raccolta di racconti (realismo magico), il terzo una distopia e quello che sto scrivendo adesso… non l’ho ancora capito (però ha a che fare sia con i polizieschi che con Chicago ;-) )

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2015 alle 14:38 Rispondi

      Mi sa che faccio parte anche io di quel genere :D
      Ho scritto anche io una silloge poetica come primo libro, 47 poesie macabre, ovviamente mai pubblicato.
      Un poliziesco a Chicago! Ne ho in programma anche io uno così, ma sarà umoristico il mio.

      • Ryo
        16 settembre 2015 alle 14:41 Rispondi

        Ehi ehi, non sarà che stiamo scrivendo lo stesso romanzo? C’è per caso una scena ambientata in un ippodromo nel tuo? :D

        • Daniele Imperi
          16 settembre 2015 alle 15:23 Rispondi

          No, tranquillo, nessun ippodromo nel mio :D
          E poi il mio è ambientato negli anni ’20.

  11. Giorgiana
    16 settembre 2015 alle 12:26 Rispondi

    La tua visione di scrittore è sì affascinante, ma per quanto uno si possa sbizzarrire ci sarà sempre un genere che gli riesce meglio e viceversa un genere che non gli calza proprio. A mio parere è difficilissimo trovare non tanto un autore a cui piaccia osare di tutto, ma che su un piano commerciale riesca a ottenere la stessa qualità in tutto quello che scrive. C’è una differenza tra essere bravo a scrivere ed essere bravo a scrivere un dato genere.
    Io fin’ora mi sono esercitata sul fantasy, sul genere storico, sulla sceneggiatura (per cinema) e sulla parodia, perché mi piacciono e mi riescono. Tempo fa ho provato a cimentarmi nella poesia, che non mi dispiace, ma sentivo che non mi calzava e anche chi leggeva il mo prodotto se ne accorgeva.
    Da persona che scrive ritengo valide le tue motivazioni per esplorare vari generi, come lettrice mi accorgerò sempre se un autore è più o meno portato per un genere o per un altro :)

  12. Tenar
    16 settembre 2015 alle 12:26 Rispondi

    Io mi sento di dissentire moderatamente.
    Mi rendo conto sempre di più, che se si vuole lavorare seriamente con un genere, bisogna entrarci profondamente. Leggere molto, essere informati sulle nuove uscite, italiane e estere, entrare sempre più nei meccanismi propri del genere. Temo che la scrittura di oggi, almeno quella di genere, richieda specializzazione. Io scrivo giallo, ma anche fantastico. Ultimamente molto più giallo e, quando scrivo fantastico, mi rendo conto che non ho più “la mano”. Mi ci diverto, certo, qualcosa mi esce anche bene, ma è indubbio che le mie cose migliori siano sul giallo, dove sono più addentro.
    Poi, certo, mi piacerebbe scrivere di tutto e ammiro chi lo fa, ma forse io non sono così versatile.

    • Ryo
      16 settembre 2015 alle 12:31 Rispondi

      Allora devi proprio scrivere un giallo fantastico! :-)

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2015 alle 14:42 Rispondi

      Sono d’accordo che devi entrare appieno nel genere e guardare anche le nuove tendenze letterarie. Sul passare da un genere all’altro finora non ho avuto problemi, nel senso che non mi sono mai sentito spaesato perché era passato troppo tempo fra la scrittura di una storia del genere A e quella del genere B. Che poi siano state storie sublimi è altro discorso :)

  13. Simona C.
    16 settembre 2015 alle 13:25 Rispondi

    Come lettrice sono quasi onnivora, scarto alcuni generi, ma sono abbastanza aperta. Non mi limito nemmeno ai libri, leggendo serie a fumetti, graphic novel e un paio di riviste. La molteplicità di interessi si riflette, poi, in quello che scrivo. Si può definire un genere “fantastico”, ma è contaminato al punto che storia, avventura, miti e fantascienza si mescolano in maniera naturale.
    Ho pubblicato anche un libro sui miei viaggi in Indonesia e ne ho in programma un altro sui Paesi africani che ho visitato negli ultimi anni.
    I due generi hanno un pubblico molto diverso, ma, tra i miei lettori, qualcuno ha voluto “provare l’altro” seguendomi come autrice oltre il primo libro che aveva scelto, scoprendo che la mia personalità, in modi diversi, è presente in entrambi.
    Alternare il fantastico, che scrivo abitualmente, e il diario di viaggio autobiografico non è stato difficile perché sono due campi che mi appassionano allo stesso modo. Cimentarmi, invece, in un genere lontano dalle mie inclinazioni, o che conosco poco, sarebbe uno sforzo inutile. Può essere un limite, ma la scrittura non è soltanto tecnica e sperimentare nuove strade deve essere un desiderio, non una strategia per pubblicare di più.

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2015 alle 14:45 Rispondi

      Onnivoro anche io, tranne qualche genere.
      Ho abbandonato i fumetti perché non trovo nulla che mi attiri, né come storie né tanto meno come disegni, almeno in quelli di oggi.
      Anche a me piace molto contaminare.
      Ecco, se i vari generi ti appassionano, allora non hai problemi a cambiare. La penso come te.

  14. Alessia Savi
    16 settembre 2015 alle 13:35 Rispondi

    Commercialmente parlando, se prendiamo in considerazione le case editrici, questo è un suicidio appurato. Purtroppo la casa editrice non investe solo sull’autore – come ha sottolineato anche Salvatore – ma sul genere. Ci sono autori che, pur avendo contratti, si vedono rifiutati dalla propria CE perché il loro ultimo romanzo non è di un genere interessante. Così, l’autore, o si cerca un’altra CE o si autopubblica. Purtroppo la contaminazione ti incastra comunque nel genere che vende maggiormente, se a notarti è la casa editrice.
    Per quanto riguarda il selfpublishing, invece, credo si abbiano più opportunità in questo senso. Se i lettori si affezionano alla tua penna, allora ti leggeranno probabilmente anche in generi lontanissimo dal tuo.

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2015 alle 14:47 Rispondi

      Addirittura un suicidio?
      Mi sta bene essere incastrato in un genere se il romanzo è una contaminazione, come pure pubblicare in self se ricevessi tutti rifiuti. Ma devo essere libero di scrivere quello che mi pare.

      • Alessia Savi
        16 settembre 2015 alle 19:11 Rispondi

        Ehm… sì.
        La casa editrice punta sul genere di cui scrivi. Se non le interessa quello del tuo nuovo romanzo, non gli interessi più nemmeno tu. Funziona così. Se hai scritto e pubblicato una saga romance, e poi ti cimenti in un horror, probabilmente la casa editrice l’horror non sarà interessata a pubblicartelo. Ma altro materiale romance sì.

        • Daniele Imperi
          17 settembre 2015 alle 07:16 Rispondi

          Però dovrebbe dipendere anche dai generi che pubblica un editore. Io provo a intervistare delle case editrici americane, magari mi rispondono a differenza di quelle italiane.

        • Ryo
          17 settembre 2015 alle 09:24 Rispondi

          Cambiare casa editrice non mi sembra un problema insormontabile. Certo, ci si deve smazzare un bel po’ di lavoro, ma alla fine ne vale la pena, no?

          • Alessia Savi
            17 settembre 2015 alle 09:28

            Certamente (^^)
            Il fatto è che… nessuno potrebbe essere interessato.
            JK Rowling pubblicò sotto pseudonimo in self publishing un romanzo dopo la conclusione di Harry Potter. Le vendite furono rasenti allo zero. Fu costretta a parlare del progetto, dicendo che quel romanzo era stato scritto da lei. Questo per dire che lo pseudonimo non sempre aiuta e che in fondo, se una casa editrice non vuole pubblicarti, forse non è solo perché non tratta quel genere ma quel genere – in quel momento storico – non vende. Allora non resta che il self publishing.

          • Ryo
            17 settembre 2015 alle 09:32

            @Alessia: probabilmente il “rasente allo zero” della Rowling è 10 volte tanto la somma di tutti i libri venduti da tutti gli scrittori intervenuti al post :D

  15. Roberto Mariotti
    16 settembre 2015 alle 14:13 Rispondi

    Finora io ho scritto solo racconti brevi, e ho attraversato non solo molteplici generi ma anche cambiato lo stile di scrittura (o meglio: tentato di cambiare) a seconda del genere.
    Dei cinque motivi che tu adduci come buone ragioni per farlo non ce n’è una che mi si addice, l’ho fatto semplicemente perché mi andava di farlo.
    Avevo delle storie (e anche emozioni, stati d’animo) che mi ronzavano in testa e mi andava di scriverle.
    Non credo proprio che ciò aumenti la curiosità dei lettori, né che aumenti le possibilità di pubblicazione (semmai il contrario) e neppure che, di per sé, possa migliorare la qualità della scrittura, ché può crescere anche restando sempre ancorati al medesimo genere.
    Nel mio caso non mi aiuta nemmeno a combattere il mio acerrimo nemico, la noia, ché tanto come sto un attimo con la guardia bassa mi salta addosso comunque.
    Credo che la maggiore attrattiva sia proprio nella sfida che un nuovo genere propone, nel mettersi in dicussione su un campo ancora inesplorato.

    Sono d’accordo con chi dice che dal mero punto di vista della pubblicazione una tale scelta è una sorta di suicidio, perché tanto la stragrande maggior parte dei lettori ama riconoscere il solito genere nello stesso autore. Se guardate agli autori che vendono tanto scrivono quasi tutti in un unico genere ben riconoscibile.
    Questa cosa la trovo deprecabile, ma che possiamo farci? I lettori sono fatti così.
    Siccome però la nostra possibilità di entrare nella ristrettissima cerchia degli autori “di cassetta” è praticamente nulla, io me ne infischio e continuo a scrivere quello che mi piace.

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2015 alle 14:50 Rispondi

      Io non la vedo come una sfida, ma soltanto come l’idea del momento e la voglia di trasformarla in storia.
      Ken Follett è famoso, ma ha scritto thriller e romanzi storici. Sono due generi diversi. Idem Lansdale, Camilleri, Dick e King e chissà quanti altri.

  16. Danilo Spanu (IlFabbricanteDiSpade)
    16 settembre 2015 alle 17:45 Rispondi

    Al di là del discorso commerciale, già affrontato negli interventi qui sopra, tenderei a fare un ragionamento molto più immediato: scrivere esclusivamente di ciò in cui sei bravo/ferrato/competente.
    Non potrei mai scrivere, ad esempio, un romanzo storico: troppe informazioni da reperire, testi da consultare e la mia ricostruzione non sarebbe credibile. Ciò non toglie che, col tempo, potrei acquisire maggiori competenze ed esperienze tali da farmi decidere di provare a cimentarmi con qualcos’altro.

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2015 alle 17:48 Rispondi

      Sono d’accordo che bisogna scrivere del genere in cui si è più portati e in cui si è più competenti, ma perché non possono essere più generi?
      Ogni genere richiede documentazione, ma un conto è la difficoltà e un altro è l’effettiva afttibilità.

  17. Ivano Landi
    16 settembre 2015 alle 17:49 Rispondi

    Variare sarebbe certo un esercizio utile di scrittura. Ma la questione nel mio caso non riguarda tanto il genere, che non ho mai preso in nessuna considerazione come punto di partenza di quel che scrivo (a eccezione del periodo giovanile, quando volevo emulare King e Lovecraft), bensì il fatto che la mia scrittura vive di determinati corsi e ricorsi nelle trame che sento qualcosa di strettamente collegato alla mia natura. Non credo che riuscirei a farne a meno senza provare una certa sensazione di scantonare anche me stesso.

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2015 alle 18:00 Rispondi

      Neanche io prendo il genere come punto di partenza, dico sempre che a me viene in mente la storia. Corsi e ricorsi nelle trame? Che intendi? Che cambi spesso le trame delle tue storie? Non hai pace? :D

      • Ivano Landi
        16 settembre 2015 alle 19:34 Rispondi

        No, intendo dire che ci sono situazioni o tipi di personaggi che sono ricorrenti qualunque trama io scriva. Una specie di marchio di fabbrica, volendo.

  18. Lisa Agosti
    16 settembre 2015 alle 19:21 Rispondi

    Argomento interessante. Ho sempre pensato che un aspirante scrittore dovesse tentare più strade, poi scegliere quella che gli si addice di più. Come se ci fosse un solo genere per cui uno nasce adatto. Invece non è detto che gli interessi rimangano sempre uguali, e non è detto che non si possano imparare più generi ed eccellere in più d’uno.

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2015 alle 07:18 Rispondi

      Esatto. Magari col tempo mi accorgo che mi interessa solo un genere o che mi sento più portato per un altro, ma non può decidere un editore cosa devo scrivere io.

  19. Kinsy
    16 settembre 2015 alle 19:46 Rispondi

    Sono pochi gli scrittori che spaziano, soprattutto quelli famosi, quasi temessero di non avere più il loro seguito. Sono d’accordo con soprattutto per il punto tre, migliora la scrittura, rende lo scrittore più creativo e gli apre la mente. Aggiungerei un punto: amplia gli orizzonti del lettore. Sono certa che il lettore che apprezza come scrive uno scrittore lo leggerebbe anche in generi che magari non è abituato a comprare.

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2015 alle 07:19 Rispondi

      Io penso soprattutto da lettore: se mi piace Lansdale, leggo senza problemi i vari generi che tratta, eccetto quelli che proprio non mi interessano.

  20. Mauro Ronci
    16 settembre 2015 alle 21:41 Rispondi

    Quanto mi piacerebbe essere così versatile. Scrivere è un viaggio, ma se la meta è sempre la stessa rischi di farlo diventare qualcosa di tremendamente noioso.
    Sperimenterò qualcosa di nuovo sicuramente e questo post mi spronerà! L’unica dannazione, che immagino sia quella di tutti, è la mancanza della materia prima fondamentale: il tempo! Sigh sob!
    Ciao Daniele, alla prossima!

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2015 alle 07:22 Rispondi

      Ciao Mauro. Io all’inizio apprezzavo molto Terry Brooks, perché mi piaceva quel tipo di Fantasy. Ma ha scritto sempre romanzi sulla saga di Shannara – eccetto alcune virate verso Landover e un paio di saggi. Alla fine ho smesso, perché non vedevo più nulla di nuovo e stimolante in quelle letture.
      Sul tempo non possiamo farci niente :)

  21. Grazia Gironella
    16 settembre 2015 alle 21:58 Rispondi

    Condivido tutto, nella teoria e nei fatti: romanzi, poi manuale di scrittura, altro romanzo, un saggio, e ora due YA. Mi piace cambiare. Sai quale può essere un punto a sfavore? Se pubblichi qualcosa, e poi non scrivi altro in quel filone, è un po’ come se ripartissi daccapo, perché ti rivolgi sempre a lettori diversi. Evidentemente mi sembra più importante cercare me stessa, se si può dire così.

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2015 alle 07:24 Rispondi

      A me piace cambiare perché sono che si annoia e stufa facilmente. Ecco perché nella mia lista di romanzi da scrivere – quanto è facile riempire la lista! – non ci sono saghe. C’è però una probabile trilogia.
      Hai detto bene: anche io voglio cercare me stesso nelle storie che scrivo.

  22. Luciana Benotto
    17 settembre 2015 alle 14:35 Rispondi

    I grandi scrittori di solito iniziano con un genere e lungo il percorso cambiano. Mi viene in mente un nome del passato: Giovanni Verga, tanto per fare un esempio: da romatico, a scapigliato a verista. Altri iniziano con un genere poi arrivano a scrivere quello per il quale si sento portati o capiscono di esserlo, ma sempre mantenendo quel qualcosa delle loro origini. Penso a Calvino, ha iniziato con raccconti partigiani neorealisti, poi è passato al fantastico allegorico con la trilogia degli antenati (ma già ne I sentieri dei nidi di ragno appariva il realismo magico),; a seguire le Comicomiche a questa fase è seguita quella del Realismo: La speculazione edilizia eccetera; indi allo sperimentalismo (Il castello dei destini incrociati, Se una notte d’inerno un viaggiatore). Personalmente penso che uno, per l’appunto, inizi a scrivere imitando qualche autore che gli piace, poi trova la sua strada, questo comunque non esula dal fatto che comunque possa anche scrivere altro, ma se uno si specializza diventa più bravo. L’importante è non scrivere sempre lo stesso romanzo con nuovi personaggi. Relativamente alle case editrici preferiscono un autore che si è fatto un pubblico un determinato genere, perché a loro interessa vendere e questo glielo garantisce. Personalmente sono partita dal fantastico e sono approdata allo storico, anche se non ho dimenticato da dove vengo e pertanto, qualcosa di insolito succede anche nelle mie narrazioni storiche, e questo è successo pure nel romanzo che mi hanno appena pubblicato nel quale ho cercato di essere più realista possibile, eppure in qualche parte non sono riuscita a fare a meno di inserire qualcosa che, in questo caso, sa di zolfo. Scusate se mi sono dilungata.

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2015 alle 14:45 Rispondi

      Bell’esempio quello di Calvino, ho letto le opere che hai citato, eccetto le Cosmicomiche, che però possiedo. Penso che si inizi con qualcosa che ci affascina e poi pian piano si trova la propria strada. E si contamina come hai fatto tu :)

  23. Luciano Dal Pont
    17 settembre 2015 alle 17:23 Rispondi

    Il mio modello di poliedricità… si dice così? è Leonardo Da Vinci…
    Okay, torniamo sulla Terra.
    Io odio con tutto me stesso le specializzazioni. Io sono un appassionato praticante (a livello amatoriale) di automobilismo, ebbene, una volta i piloti, chi più chi meno, correvano ovunque, con qualunque tipo di auto e in qualsiasi genere di gare, dalla pista a i rally alle cronoscalate, dalla formula uno alle gare endurance. Oggi? Pensare ad un Hamilton o a un Vettel che faccia anche solo una singola gara con una vettura gran turismo o che partecipi a un rally è pura follia.
    Io nella mia vita ho fatto molte cose, ho cambiato molti mestieri sempre però seguendo le mie passioni e i miei interessi. Oggi sto cercando di affermarmi come scrittore, ma mai e poi mai diventerò uno scrittore di genere. Il mio primo libro pubblicato lo si può definire una favola moderna, una storia simbolica pregna di significati, un po’ sullo stile de Il piccolo principe, al quale peraltro è stato più volte paragonato, senza tuttavia che abbia avuto lo stesso successo. Bene, adesso sto scrivendo quello che è destinato a diventare il mio secondo romanzo pubblicato, e che cos’è? Un horror bello tosto, con notevoli contorni di un erotismo malato, malsano, perverso… e il terzo? Non so, forse sarà un altro erotic/horror, ma sono già molto avanti con la stesura di un romanzo brillante, una sorta di commedia con risvolti umoristici e con una forte componente psicologico – esistenziale. Poi ho in progetto un dramma psicologico sullo sfondo di un amore gay, poi un altro horror, poi, forse, un romanzo umoristico…
    Come forse si sarà capito, sono a favore dell’eclettismo, della diversificazione, per tutti i motivi che ha citato Daniele, col quale mi trovo totalmente d’accordo, anche perché non riuscirei mai a fossilizzarmi e a fare e a scrivere sempre le stesse cose, dopo un po’ darei in escandescenze, avrei le visioni mistiche e comincerei a ululare alla luna gridando frasi sconnesse in preda a delirium tremens…

    • Daniele Imperi
      17 settembre 2015 alle 17:43 Rispondi

      Anche io ho fatto una ipotetica lista dei romanzi che vorrei scrivere, ma preferisco concentrarmi sul romanzo di adesso. Poi si vedrà. Sono comunque tutti diversificati, di genere diverso. Altrimenti come te mi prendere un attacco di follia.

  24. Mara Cristina Dall'Asén
    21 settembre 2015 alle 13:20 Rispondi

    Concordo coi commenti precedenti e anche a me è stato detto che i cambi di genere destabilizzano i lettori affezionati. I miei due romanzi non so dire di che genere siano. Il primo è quasi un diario e diciamo che è una favola moderna, molto romantica. Il secondo è più un percorso di maturazione del protagonista attraverso esperienze misteriose e con un po’ di giallo. Il terzo sarà futuristico, con cambiamenti climatici, glaciazioni e la storia del protagonista in mezzo. Il quarto e il quinto diversi ancora. Probabilmente ci sarà comunque un filo comune: rappresentato da grandi storie di amore in senso molto allargato, non necessariamente solo per una donna o un uomo. Poi per i contest scrivo anche poesie (del mio secondo romanzo ne ho scritta una per ogni capitolo, ma alla fine non le ho pubblicate), racconti ironici, insomma non mi pongo proprio il problema del genere. Scrivo in modo istintivo, sono un animale col la tastiera. Ovviamente essendo una self ho più libertà… e forse questa è la cosa più bella, poter scrivere in base alle proprie idee. Il successo è un miraggio e comunque non è il mio fine ultimo. Ciao Mara

    • Daniele Imperi
      21 settembre 2015 alle 13:36 Rispondi

      E hai notato differenze di vendita fra un romanzo e l’altro?

  25. Mara Cristina Dall'Asen
    21 settembre 2015 alle 23:51 Rispondi

    Il secondo è uscito da poco e non ho ancora idea di quanto stia vendendo nelle librerie, così a naso direi circa come il primo. Poi in internet si sono mossi tutti e due, il secondo trascina il primo e viceversa. La cosa che ho notato è che per il primo tra parenti e amici erano tutti ben disposti… per il secondo molto meno. Ciao

  26. Samantha
    22 settembre 2015 alle 09:04 Rispondi

    Ho cominciato scrivendo storie. Non aveva genere, erano storie di vita quotidiana, estrapolate sempre negli stessi contesti di povertà, emarginazione sociale e interiore. Poi ho cominciato a sperimentare. I miei studi libri sull’ottocento europeo hanno segnato molto percorsi e modi, ma questo non mi ha evitato sfide come il fantasy o paranormal. Ora forse c’è un’inclinazione naturale per ognuno di noi. Si sta meglio in alcune storie che in altre, generi compresi. Adoro scrivere noir perchè posso calarmi in quel dentro Caino che mi fornisce l’opportunità di scavare, non mi piace troppo scrivere gialli, ma lo faccio per esercizio all’astuzia e all’ingegno. La fantascienza rimane affascinante, ma a me non congeniale, tendo a spiegare troppo, ma mi sono gettata lo stesso su una sfida all’ultimo distopico. Ho avuto successo con l’erotico, genere non facile da scrivere e l’Horror mi ha regalato sorprese inaspettate. Il fantasy non mi entusiasma, nonostante scrivo favole. La poesia rimane il mio grande amore. Mi piace spaziare e dove una storia vuole essere raccontata che sia fantasy, urban, paranormal o altro io la scrivo. E’ l’esigenza di raccontare poi ci mettiamo un’etichetta, ma rimane sempre la voglia di lasciare il lettore a bocca aperta.

    • Daniele Imperi
      22 settembre 2015 alle 09:09 Rispondi

      Anche tu hai un bell’elenco di generi :)
      Però è vero, ci sono generi letterari che ci sono più congeniali, in cui ci troviamo meglio. L’esigenza di raccontare e stupire il lettore c’è, ma scegliamo noi il modo in cui farlo: attraverso i vari generi.

  27. Renato Mite
    22 settembre 2015 alle 14:26 Rispondi

    Daniele, condivido in pieno tutto ciò che dici in questo articolo.
    Anche a me piace cambiare genere e sono sicuro che aiuta a migliorare la mia scrittura, credo soprattutto che così facendo si possa favorire una certa rigenerazione di idee. In linea con il tuo #4 – Uccide la noia e #5 – Favorisce le contaminazioni. Provo a spiegarmi meglio. Cambiando genere ti trovi a sviluppare idee proprie di quel genere e quindi lasci il terreno del genere precedente a riposo, in questo modo tornando al precedente avrai un terreno pronto a far fiorire altre idee, più originali. Il terreno non si è inaridito con l’idea trita e ritrita (noia) e può essere seminato mischiando espedienti e idee di un altro genere (contaminazioni).

    • Daniele Imperi
      22 settembre 2015 alle 14:31 Rispondi

      Per migliora perché ti trovi costretto in altre situazione e quindi devi fare fronte a altre problematiche e altri tipi di personaggi. Tutto questo, se lavoti bene, ti migliora.
      Sulle contaminaizoni sono d’accordo.

  28. Amanda Melling
    31 ottobre 2015 alle 09:26 Rispondi

    Io l’ho fatta, questa scelta di variare. Ho scritto saggistica, narrativa noir, mainstream,racconti horror, per bambini, rosa, fantascienza. Si può fare. Ho un comune denominatore in tutto quello che scrivo: c’è sempre qualcosa di esoterico, ma in tutte le salse.

    • Daniele Imperi
      2 novembre 2015 alle 08:08 Rispondi

      Credo che ci sia sempre una specie di comune denominatore nelle storie di un autore, magari nascosto e non sempre visibile al lettore.

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