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Come valutare le proprie storie

Come valutare le proprie storie

Quando ho parlato dell’autocritica nella scrittura, avevo detto chiaramente di essere molto critico con me stesso, forse anche in modo esagerato. Ma preferisco essere così, che fare il dilettante allo sbaraglio come molti che si dedicano al self-publishing dimostrando di non conoscere neanche le basi della grammatica.

La mia autocritica è aumentata dopo aver scritto un racconto che volevo autopubblicare su Amazon e che l’editor mi massacrò.

Qualche giorno fa ho terminato il racconto di fantascienza che volevo inviare a un editore, e ora non sono più sicuro di volerlo fare. Fra un paio di settimane lo rileggerò per revisionarlo e deciderò il da farsi.

Nel frattempo ne ho iniziato un secondo e ho abbozzato l’idea per un terzo, sempre di fantascienza. Questi due mi sembrano migliori sotto vari punti di vista.

Il problema che voglio affrontare oggi è quindi come decidere il valore delle proprie storie: come decidere se sono autopubblicabili o proponibili a una casa editrice.

Compreresti la storia che hai scritto?

Io non comprerei mai il racconto UDPD di cui ho parlato varie volte, quello che un’amica avrebbe dovuto illustrare e l’editor mi ha fracassato. Non lo comprerei perché non è il genere di letture che mi interessa, prima di tutto.

Comprerei il racconto di fantascienza? Non ne sono sicuro per niente. La risposta è più orientata al no che al sì, ma mi riservo una risposta definitiva quando lo avrò revisionato.

Ecco, questa secondo me è la prima domanda da porsi dopo aver scritto una storia. Se è possibile, anche prima, ché è meglio.

In molti dicono che bisogna scrivere ciò che si ama leggere. Ma questo può essere visto sotto un’ottica diversa, e più importante: bisogna scrivere ciò che si comprerebbe. Che significa poi mettersi nei panni del lettore che dovrà sborsare soldi, anche se solo 1 euro, per leggere la nostra storia.

C’è un messaggio, un tema portante?

In UDPD c’era, sia il messaggio sia il tema, ma non erano originali. Nel racconto di fantascienza, a cui poi ho trovato un titolo (VV), anche, ma non sono sicuro di aver espresso bene il messaggio.

Negli altri due racconti ci sono sia il messaggio sia il tema, ma sono ancora in stesura/progetto, quindi è prematuro parlarne.

Un tempo non ero d’accordo sul messaggio da dare con una storia, perché a me interessava scrivere storie per intrattenere – e ho ancora questo interesse. Tuttavia, forse invecchiando (…), mi stanno venendo in mente storie che contengono anche un certo messaggio, perfino storie drammatiche.

Ovviamente in chiunque si verificano dei cambiamenti nella scrittura, nel modo di scrivere, di approcciarsi alle storie, negli interessi da portare avanti.

È quindi così importante che ci sia un messaggio? Ne avevo parlato qualche anno fa e sono ancora della stessa idea: non è necessario che una storia abbia un messaggio, ma se ne ha uno, se ha anche un tema da trattare, è forse più facile per l’autore valutarla.

A fine lettura cosa ti resta?

Quando ho finito di scrivere VV, ho avuto l’impressione che fosse un po’ povero, che non dicesse molto, che la lettura insomma non fosse stata così entusiasmante, così coinvolgente.

A fine lettura a me non era rimasto nulla. È una storia che si legge velocemente, lineare, ma che poi non mi ha convinto. Magari cambierò idea dopo la revisione, vedremo.

Così inserirei un altro paramento per autovalutare le nostre storie: le impressioni dopo la lettura. Sono rimasto più soddisfatto dopo aver scritto dei racconti per il blog che dopo aver scritto UDPD per il self-publishing e VV per un editore.

Forse devo continuare a pubblicare racconti nel blog e lasciar perdere l’editoria.

Come valutate le vostre storie?

Credo che il primo parametro sia il migliore. Anche perché, come ho detto e come penso siate d’accordo, una storia non deve per forza lanciare un messaggio e portare avanti un tema sociale, e perché l’ultimo inserito è un parametro forse troppo soggettivo.

Voi che metodo usate per valutare le vostre storie? Quando decidete se ciò che avete scritto è pubblicabile a pagamento?

88 Commenti

  1. Tenar
    5 luglio 2016 alle 08:16 Rispondi

    È molto difficile autovalutarsi, si rischia di cadere negli estremi opposti dell’autocompiacimento o dell’autocommiserazione. In generale credo che faccia bene lasciare un po’ lì la storia e poi rileggerla cercando di dimenticare che siamo stati noi a scriverla. Se fosse un testo altrui, che impressione mi darebbe? Se mi piace comunque, allora siamo a buon punto, può quanto meno uscire dal mio computer. A quel punto passa agli amici e al marito e vedo che reazione hanno. Se passa anche questo filtro, allora posso pensare di trovargli una casa, dato che al momento io non autopubblico. Questo è un terzo filtro, le cui regole ancora un po’ mi sfuggono, ma insomma, ogni tanto anche da lì arrivano dei riscontri interessanti (specie dai “no”, se sono motivati).

    • Daniele Imperi
      5 luglio 2016 alle 12:59 Rispondi

      Sì, mi rendo conto che posso sfociare nell’estremo opposto. Io per ora non ho il secondo filtro, dovrei decidermi a creare un circolo di lettori beta per aiutarsi a vicenda.

  2. Marco
    5 luglio 2016 alle 08:19 Rispondi

    Io sono sempre deluso da quello che scrivo. Ma credo di non essere molto obiettivo, perché poi i lettori ne sono felici. Siccome non li pago, né sono parenti, deduco che a volte qualche aggettivo è particolarmente azzeccato, qualche frase è riuscita. I messaggi? Li vorrei trasmettere ma temo che siano al di là delle mie forze; scrivo e basta.

    • Tiziana
      5 luglio 2016 alle 08:31 Rispondi

      Chi non è mai deluso da ciò che scriviamo?
      Per questo credo ci sia il secchio della spazzatura pieno ,per gettare fogli su fogli bocciati da noi stessi.O il tasto che cancella in caso della scrittura digitale.

      • Daniele Imperi
        5 luglio 2016 alle 13:01 Rispondi

        Secondo me invece non bisogna cancellare nulla. Basta non pubblicare ciò che non ci piace. Ma io non butto via niente.

        • Tiziana
          5 luglio 2016 alle 13:45 Rispondi

          Gli errori di una pagina intendevo, che poi è scritta bene.
          Il resto no.Ho ancora fogli e foglietti di appunti, scritti, mini storie.

        • Luisa
          15 luglio 2016 alle 01:01 Rispondi

          Ho bruciato la prima brutta copia del romanzo, troppo “pasticciata” le idee si accavallavano e nel rileggerle anche per me è stato difficile, inutile conservarle secondo me le altre “brutte copie” le ho tenute per verificare l’evoluzione dello scritto

    • Daniele Imperi
      5 luglio 2016 alle 13:00 Rispondi

      Col tempo anche io sono deluso da quello che scrivo, alcune volte succede dopo anni, altre dopo alcune settimane.

  3. Tiziana
    5 luglio 2016 alle 08:23 Rispondi

    Mi hai dato l’imput giusto. Comprerei quello che scrivo?
    È tutto lì il nocciolo. Io sono ipercritica verso me stessa in tutto (negli altri non molto), figuriamoci con qualcosa da far leggere a qualcuno. Me lo rivedo e rileggo e riscrivo 100 volte.
    Altra cosa importante è: che impressione ho avuto dopo averlo letto? Che mi ha lasciato?
    Mi ha fatto star bene?
    Anzi la sensazione più bella da provare , a fine lettura è la voglia di rileggerlo.
    Detto questo, più leggo il mio racconto, più mi piace, però lo vedo corto, manca qualcosa, è fermo da un anno… ho dubbi se potrebbe piacere visto che è una storia semplice.
    Non è insicurezza, è critica nell’essere sicura, di sentire che andava bene scritto così. Credo che te lo senti quando dici”Sì, va bene così”.

    • Daniele Imperi
      5 luglio 2016 alle 13:03 Rispondi

      Anche la voglia di rileggerlo a fine lettura è un buon segno.
      Riguardo al fatto che ti sembri corto non saprei: se pensi che non hai detto tutto, prova a scriverne la trama (anche se l’hai già scritta prima) e vedi se tutto fila liscio.

      • Tiziana
        5 luglio 2016 alle 13:42 Rispondi

        Grazie Daniele, proverò. ..

  4. Tiziana
    5 luglio 2016 alle 08:28 Rispondi

    Tenar, non sono d’accordo.Se lo facessi leggere a parenti e/o amici, rischierei che mi influenzino poiché sono emotivamente presa da loro e rischierei che ,o non vada avanti , o che mi gasi pensando che sia un capolavoro letterario.Vorrei seppure una critica fuori dalla mia cerchia affettiva o da chi è un professionista. Non credo nei critici improvvisati tra i miei familiari .

    • Tenar
      5 luglio 2016 alle 11:03 Rispondi

      Marito e amici sono tutti lettori forti e di solito faccio invii mirati agli appassionati di quel genere di storia, un paio tengono blog di critica letteraria, quindi dubito che troverei facilmente dei lettori altrettanto competenti. In effetti, mi hanno rifatto scrivere un sacco di cose e credo che al 98% avessero ragione. Anzi, il fatto che siano dei lettori competenti mi obbliga a mettere molta attenzione in quel che scrivo, per cercare di non deluderli Credo che a volte abbiamo delle risorse a portata di mano e non è male usarle, a loro fa piacere leggere, a me fa piacere essere letta da loro, quindi perché no?

      • Tiziana
        5 luglio 2016 alle 11:14 Rispondi

        Che dire, sei fortunata.I miei non sono addetti ai lavori. 😁…. La pecora nera sono solo io…😁😁😁

      • Daniele Imperi
        5 luglio 2016 alle 13:04 Rispondi

        Beata te, io non ho moglie e non ho amici così competenti :)

      • Chiara
        13 luglio 2016 alle 11:35 Rispondi

        È un’ottima risorsa, concordo, ma soltanto se gli amici e parenti sono buoni lettori e sono capaci di fare una critica che sia veramente critica, nel bene e nel male. Personalmente trovo che le critiche troppo positive di parenti e amici mi uccidano molto di più di quelle negative. A quel punto comincio a pensare che mi facciano commenti positivi soltanto perché mi vogliono bene e che non posso farci affidamento… Invece alcune critiche negative di amici buoni lettori mi hanno aiutato moltissimo a migliorare il mio modo di scrivere, ma anche e soprattutto a sentire che avevo io stessa una certa capacità di autovalutarmi quando la loro critica corrispondeva essattamente alla mia personale. Allo stesso tempo anche la mia autocritica positiva ne è stata rafforzata, le volte in cui mi sono detta: “bene, capisco la critica e ha una sua ragione d’esser, ma come l’ho scritto non si tocca e punto! È importante che sia così e basta”.
        Il terzo criterio pare anche a me troppo oggettivo: quel che senti a fine lettura potrebbe essere fortissimo, magari perché scrivi di cose che hanno un certo valore profondo per te, ma questo non significa che le sensazioni sarebbero altrettanto forti per un altro.

        • Tiziana
          13 luglio 2016 alle 12:31 Rispondi

          Concordo in pieno con te Chiara.
          Ieri sera mi sono beccata la peggior critica da chi non vorresti che te la facesse. Ma ti ridimensiona, ti fa capire molte cose.
          Poi stamattina la critica me la sono fatta da sola.
          Fa male.All’inizio fa male qualunque critica. Non credo molto a chi dice che non viene toccato dall’analisi di un’altra persona.
          Poi tutto passa, è chiaro.
          La critica va metabolizzata.Preferisco una crítica, anche se mi viene un mal di stomaco, che un brava che non è reale.Ma questo vale anche per altre cose, non solo nella scrittura,pure su lavoro, studio,etc Sicuro poi la crítica me la becco anche come compagna, madre, amica e figlia. Già ho i miei critici personali, così mi abituo a quelli letterari (mai arrendersi.Dopo un pò di “mal di stomaco”, passa)

  5. Silvia
    5 luglio 2016 alle 08:52 Rispondi

    Io penso che i filtri a cui fai riferimento siano fondamentali per il nostro autogiudizio. Però poi, oltre un certo limite, io non sono capace di scavare e ho bisogno di un filtro esterno che faccia, per così dire, da arbitro e che mi dia un punto di riferimento oggettivo per potermi migliorare. Chi può essere? Un lettore beta esperto, altri blogger, un editor, una casa editrice a cui inviare il testo, un concorso letterario serio. Insomma, possibilità di ricevere un giudizio ce ne sono molte. Per me sono fondamentali. Più sono fonte di massacri (per ora sono più frequenti che gli apprezzamenti), più si cresce.

    • Daniele Imperi
      5 luglio 2016 alle 13:05 Rispondi

      Il filtro esterno ci vuole, io vorrei arrivare al filtro esterno con buone probabilità di successo. L’editore al 99% non ti dà nessun giudizio, quindi non lo calcolo.

  6. Salvatore
    5 luglio 2016 alle 09:06 Rispondi

    “Compreresti la storia che hai scritto?”, questa è una domanda sensata. Se penso alle storie che vendo, la risposta inevitabile è: no, io non le comprerei. Questo però non significa che non ci sia gente disposta ad acquistarle… ;)

    • Tenar
      5 luglio 2016 alle 11:07 Rispondi

      Non lo trovi un po’ triste? Cioè, non che io non ritenga lecito il tuo ragionamento e non pensi che sia giustissimo scrivere cose che hanno un mercato (penso per altro che tu ti stia facendo un bagaglio tecnico indispensabile per il grande balzo). Però la parte di idealismo che è in me mi obbliga a puntare solo su pubblicazioni che abitualmente compro, inseguendo il sogno di stare a fianco a fianco agli autori che stimo di più. Immagino che sia un mio limite (che sente anche il mio conto in banca, suppongo, dato che abbiamo già stabilito che il rosa paga più del giallo).

      • Daniele Imperi
        5 luglio 2016 alle 13:07 Rispondi

        Se questo è ciò che voleva dire Salvatore, sono d’accordo. Neanche io potrei scrivere ciò che non leggerei mai. Sono idealista – e senza soldi – anche io :)

      • Kinsy
        5 luglio 2016 alle 13:51 Rispondi

        Io non lo trovo affatto triste. Anzi credo sia gratificante ottenere un po’ di guadagno immediato mentre si scrive il proprio romanzo. E poi Salvatore si fa conoscere da potenziali lettori e il suo nome circola in una grande casa editrice!

        • Daniele Imperi
          5 luglio 2016 alle 13:58 Rispondi

          Non lo trovo triste scrivere storie che non ci piace né leggere né scrivere, ma è una cosa che non riuscirei a fare, neanche per soldi. Non mi vengono idee e sarei svogliato a scrivere quelle cose.

    • Daniele Imperi
      5 luglio 2016 alle 13:06 Rispondi

      Perché non le compreresti? :|
      Per il genere? Per la qualità?

  7. L'Anonimo Scrittore
    5 luglio 2016 alle 09:08 Rispondi

    Ciao Daniele…
    Leggo con piacere questo articolo perché è uno dei punti più critici per chiunque voglia scrivere; dato che non possiamo avere sempre a nostra disposizione un editor credo sia fondamentale saper valutare ciò che scriviamo.
    Non sono d’accordo, invece, sul consiglio di immedesimarsi nel lettore (forse te l’avevo già scritto): da una parte credo sia una sorta di “comprarsi” il lettore andando incontro alle sue esigenze piuttosto che accontentare le nostre e dall’altra, credo sia totalmente inutile considerato la vasta gamma di lettori esistenti. Opinione personale, non è detto che sia corretta.
    Un’altra piccola considerazione: non credo sia fondamentale avere un tema, un messaggio importante da far passare ma, come dici tu, se c’è è meglio. Credo piuttosto che sia più importante capire perché si stia scrivendo quel determinato racconto o romanzo. Ecco, io in questo pecco: il più delle volte scrivo solo per il piacere di scrivere e non sentendo una spinta a condividere qualcosa che spinge da dentro…ed i risultati si vedono eh eh

    Buona giornata.

    • Daniele Imperi
      5 luglio 2016 alle 13:10 Rispondi

      Ciao, non volevo dire immedesimarsi nel lettore, ma mettersi nei suoi panni, cioè in chi deve pagare la nostra storia.
      Anche il perché si vuole scrivere quella storia è un buon punto, sono d’accordo.

  8. Chiara
    5 luglio 2016 alle 09:16 Rispondi

    Anche io come te pecco spesso di eccesso d’autocritica. Se questa cosa, però, in passato mi ha limitato molto, con il tempo sono quasi riuscita a trasformarla in un punto di forza, perché mi ha reso molto esigente e perfezionista. Al di là del gusto personale, io so che non manderei mai in autopubblicazione o a un editore un’opera scadente. Migliorabile sì (sono comunque un’esordiente) ma scadente no. E questo va bene. Revisiono fino all’esaurimento e questa cosa mi rallenta molto ma mi fa sentire la coscienza in pace.

    Per valutare le mie storie, mi domando sempre: le leggerei? Questa domanda tuttavia non deve rimaner circoscritta al contenuto, perché quello dipende dal gusto individuale, bensì dalle caratteristiche tecniche. Cerco di evitare ciò che mi fa arrabbiare nei romanzi altrui: refusi, ingenuità, eccesso di similitudini, aggettivi o avverbi in “mente”, personaggi mediocri, ecc. Per la coerenza narrativa e la qualità della trama, interagisco con la mia beta, Marina, che di solito mi sgrida perché mi faccio paranoie inutili: “va bene così”, mi dice. E io mi tranquillizzo. :)

    • Daniele Imperi
      5 luglio 2016 alle 13:12 Rispondi

      Voglio evitare anche io di inviare un testo scadente, non per errori di vario genere, ma intendo scadente come storia che non lascia nulla. Questo è punto critico che mi preoccupa di più.

      • Chiara
        5 luglio 2016 alle 15:38 Rispondi

        La storia mi ha preoccupato in altre circostanze, ma stavolta sono piuttosto tranquilla. Nonostante la mia insicurezza, sento di crederci parecchio. :)

  9. rabolas
    5 luglio 2016 alle 10:52 Rispondi

    Come valutare le proprie storie? facile: è solo la domanda del secolo! ;)

    Per me la prima è la valutazione del cuore: se non siamo noi i primi a crederci in quello che scriviamo mica possiamo pretendere che lo facciano gli altri! ;)
    Poi, siccome lavoro in campo scientifico, sono abituato a chiedermi che cosa di diverso ha la mia storia, qual è il suo contributo originale (il tema? il linguaggio?), se sto parlando di qualcosa che interessa a qualcuno oltre che a me (e credo che questo equivalga a chiedersi se c’è qualcuno disposto a pagare per leggerla).

    Anche per me il messaggio non è essenziale. Forse una storia con un messaggio finale ha una traiettoria più definita, con un punto di arrivo, e per questo potrebbe essere più facile da scrivere… my guess. Ma credo che il messaggio sia soprattutto un’esigenza, quello che sentiamo di dover scrivere ed è legato al punto di vista che adottiamo.

    Invece la cosa più difficile da valutare, per me, è il grado di coinvolgimento che la storia può avere. Per quello credo che bisogna buttarsi, affidarsi a qualche lettore. Il self-publishing può aiutare, se si trova qualcuno disposto a leggere ;) perché è una cosa tutt’altro che banale. Per esempio, io ho un racconto bellissimo – un racconto breve – ed è davvero bello, mi piace proprio alla grande. E’ ben scritto, c’è uno stile dietro; è come un cortometraggio in cui torna ogni dettaglio (a proposito se volete leggerlo…)
    Ma piacerà? ha quel non so che… quella freschezza di novità… insomma è quando la ragazza dei tuoi sogni è davanti a te e tu non sai se le piacerai. E la vera verità, temo, è che non c’è una regola, ma tante eccezioni ;)

    • Daniele Imperi
      5 luglio 2016 alle 13:14 Rispondi

      Okay per la valutazione del cuore :)
      Buona anche la seconda domanda.
      Il coinvolgimento però è un po’ troppo soggettivo per me: ci sono trame e anche stili di scrittura che possono attirare moltissimo alcuni lettori e far fuggire altri.

      • Nuccio
        5 luglio 2016 alle 17:59 Rispondi

        Ecco tutto è dovuto al cu…bo. Se sei nel verso giusto ti ritrovi con una fortuna. Basta non affannarsi troppo. Naturalmente se sai scrivere.

        • rabolas
          6 luglio 2016 alle 14:17 Rispondi

          non so, io non sono così casualista ;)

        • Tiziana
          6 luglio 2016 alle 14:55 Rispondi

          Sono d’accordo con te Nuccio, tutto dipende dal cu..bo…
          Se non hai la fortuna di pubblicarlo (non conoscendo nessuno)oppure di non saperlo ben pubblicizzare, non serve a nulla aver scritto un capolavoro perché nessuno saprà che lo hai scritto.Sarai sempre un anonimo esordiente.
          Lo stesso vale in senso inverso.Se hai scritto una “schifezza”, ma hai la pubblicità giusta, lo vendi.Punto.
          È solo questione di cu….bo…..

          • Elena
            6 luglio 2016 alle 16:04

            Se mi dite dove lo vendono sto cu….bo…. Corro subito a comprarlo :)

          • Tiziana
            6 luglio 2016 alle 16:53

            Elena, non saprei dove lo vendono.Credo sia in edizione limitata. 😁

          • Luisa
            20 luglio 2016 alle 02:36

            Mi sa che stasera ho avuto cu…bo, vedremo…

      • rabolas
        5 luglio 2016 alle 21:46 Rispondi

        vero, però bisogna fare i conti che in ogni caso non si piacerà mai a tutti. Tipo, ho un amico a cui non bisogna nominare Virginia Woolf ;)

        • Nuccio
          6 luglio 2016 alle 16:11 Rispondi

          Non credo che lo “scrittore” se ne faccia un cruccio quando si sia affermato

  10. Tiziana
    5 luglio 2016 alle 10:55 Rispondi

    Siiiiii…..vorrei leggerlo…..😊

    • Nani
      5 luglio 2016 alle 11:13 Rispondi

      Hai incuriosito anche me :)

    • rabolas
      5 luglio 2016 alle 11:21 Rispondi

      oh guys ;)

      http://at67.blogspot.it/2016/04/aimez-vous-brahms.html

      enjoy! I hope… ;)

      • Tiziana
        5 luglio 2016 alle 13:48 Rispondi

        A questo punto mi sa che sono la pecora nera veramente. Sono l’unica che non ha un blog😁😁😁😁

        • Tiziana
          5 luglio 2016 alle 13:50 Rispondi

          Rabolas, con calma andrò a leggere. 😉

        • rabolas
          5 luglio 2016 alle 14:37 Rispondi

          nessuno è perfetto ;)

          • Tiziana
            5 luglio 2016 alle 14:48

            Rabolas, te possino. …hahaha. Me lo ricordi pure??😁

  11. Roberta
    5 luglio 2016 alle 11:21 Rispondi

    Ciao Daniele!
    Io sono davvero pignola per quanto riguarda la scrittura. Ho una certa percezione di quello che faccio (che non é poi cosí male) tuttavia ho deciso di pubblicare il mio lavoro su una piattaforma online dove le critiche, ti assicuro, non mancano mai. Non contenta ho anche deciso di affidarmi a una brava editor che, esattamente come un nuovo lettore (forse un po’ meglio, dai) mi aiuta a migliorare forma e contenuto della storia. É una grande avventura, certo, che implica tanta fatica, ma io sono davvero soddisfatta.
    Un grande ciao da un’aspirante scrittrice!

    • Daniele Imperi
      5 luglio 2016 alle 13:16 Rispondi

      Ciao Roberta, su quale piattaforma hai pubblicato?

      • Roberta
        5 luglio 2016 alle 13:27 Rispondi

        Wattpad Daniele
        Genere fantasy per un pubblico misto, dato il particolare stile. Si chiama Acqualinfa, cronaca di una giovane strega. Segnalo, al suo interno, il progetto Wia che prevede, appunto, la possibilità di affidarsi a un lettore beta o piú utili allo scopo di cui si parlava.

        • Daniele Imperi
          5 luglio 2016 alle 13:29 Rispondi

          Di Wattpad forse parlo giovedì prossimo ;)
          PS: alla voce “Sito” non devi inserire nulla, se non ne hai uno. Se scrivi “io!”, si crea poi un link che non porta a nulla :)

          • Roberta
            5 luglio 2016 alle 13:58

            Scusa!
            Se hai bisogno di un feedback puoi chiedermi quello che vuoi.
            Ciaooo

          • Tiziana
            5 luglio 2016 alle 14:47

            Sopra l’argomento Wattpad sono curiosa.Aspetterò

          • Stefania
            18 luglio 2016 alle 17:58

            Wattpad…ho dato un’occhiata…non mi è piaciuto! Forse occhiata veloce…non so mi è sembrato troppo mediocre…tutti che scrivono tutto e troppo per adolescenti! Magari mi sbaglio

          • Daniele Imperi
            18 luglio 2016 alle 18:02

            Allora leggi il post Come rubare i racconti altrui e pubblicarli online ;)

  12. Aurelio
    5 luglio 2016 alle 12:12 Rispondi

    Io ho autopubblicato un romanzo breve di genere horror psicologico, diciamo alla Poe. Nonostante lo abbia letto e riletto un sacco di volte (a distanza di mesi una dall’altra) non sono mai rimasto soddisfatto del risultato fino a quando raggiungi la versione che pubblicai. Prima della pubblicazione il giudizio di parenti e amici era stato fuorviante perché in rari casi ho ricevuto critiche e consigli. Solo dopo averlo pubblicato ho cominciato a ricevere recensioni serie e critiche costruttive che mi hanno portato pochi giorni fa a rieditarlo e a offrire un prodotto che mi soddisfi e soprattutto soddisfi le aspettative di chi lo legge. Oggettivamente mi impunto molto su errori grammaticali che odierei leggere sui libri che acquisto e su questo cerco di essere quanto più pignolo possibile, ma qualcosa sfugge sempre anche dal punto di vista concettuale. Altra nota dolente. Essendo una tua creatura solitamente la storia ce l’hai in mente e risulta difficile non dare per scontato alcuni passaggi logici o alcuni collegamenti che solo un editing esterno può rendere fruibili al lettore che si approccia per la prima volta alla storia.
    Quindi la mia forte autocritica mi viene in aiuto quando mi chiedo: è chiaro quello che ho raccontato? Nelle pagine precedenti ho fornito gli elementi sufficienti a capire questo passaggio? Chi non sa quale sarà il colpo di scena che sto preparando perderebbe la sorpresa con questa rivelazione?
    Ecco a me piace raccontare e tenere la suspense lasciando lungo la storia elementi all’apparenza inutili o diversamente interpretabili in modo da lasciare alla fine della storia il lettore senza parole e colto alla sprovvista dalla rivelazione finale inaspettata ed in cui tutto il racconto diviene un puzzle riassemblato. Questo è il genere di libro che comprerei e che vorrei rileggere per cogliere con nuovi occhi quegli indizi disseminati e a volte rimasti inosservati alla prima lettura. Il connubio di tutto ciò e il messaggio finale da lasciare al lettore, infine, si sono concretizzati un un altro racconto dello stesso genere che poi ha vinto un primo premio ad un concorso letterario e da cui ho tratto giovamento come scrittore grazie alle critiche costruttive fornite dalla giuria. Anche quel racconto è stato pubblicato in cartaceo da una casa editrice, nella collana dedicata al concorso cui ho partecipato e vinto.
    Ho altri romanzi brevi pronti e di generi anche differenti e alcuni progetti in corso e l’esperienza che sto acquisendo da quando mi sono affacciati al pubblico mi sta aiutando a creare qualcosa di sempre più ‘editato’ sia concettualmente che grammaticalmente.

    • Daniele Imperi
      5 luglio 2016 alle 13:20 Rispondi

      Ciao Aurelio, benvenuto nel blog.
      Che intendi per creare qualcosa di sempre più editato? Da sé un autore non riesce a vedere tutto ciò che non va nella sua storia.

      • Aurelio
        5 luglio 2016 alle 13:31 Rispondi

        Ciao Daniele,
        Intendo l’approccio mio nello scrivere. Prima scrivevo di getto e poi correggevo. Adesso mi avvicino alla stesura con occhio da editor ponendolo le domande di cui sopra mentre scrivo e questo mi aiuta ad ottenere un testo che necessiti di minori riletture, più completo nei concetti e nelle descrizioni di dinamiche interconnesse in tutta la trama. In questo modo mi accetto di aver chiaramente espresso i concetti che avrei voluto e poi l’editor troverà meno punto deboli su cui lavorare. Risultato: dimezzo i tempi, meno invasività dell’editor e più certezza di avere un testo che lanci inequivocabilmente il messaggio che voglio lasciare al lettore.

        • Daniele Imperi
          5 luglio 2016 alle 13:48 Rispondi

          Ho capito, hai quindi un editor per i tuoi lavori.

  13. Marco
    5 luglio 2016 alle 13:07 Rispondi

    Mi capita spesso di sentirmi soddisfatto di ciò che ho scritto subito dopo aver concluso il lavoro, dopo la prima rilettura generale, ma poi comincio a diventare critico, forse anche troppo. La cosa che più mi dispiace è quando accade che parlando con una persona che ha letto un mio romanzo, mi accorgo che il messaggio fondamentale, quello che ha mosso tutta la storia, non è passato o comunque non come volevo. Ogni tanto capita ed allora capisco che devo lavorarci sopra, che essere soddisfatti di ciò che si scrive non è sempre costruttivo. Scrivo quello che sento in modo spontaneo e sinceramente non mi preoccupo tanto di aver “accontentato il lettore”, ma spero che capisca il motivo per cui l’ho scritto. Nel mio blog ho pubblicato alcuni racconti che ritengo buoni e da cui ho avuto pareri molto buoni da chi li ha letti eppure ai concorsi a cui ho partecipato non sono piaciuti. Allora chi ha ragione? Il “lettore generico”, ossia quello che legge e che poi di getto ti da la sua sensazione ed il suo parere, o il “lettore tecnico” quello che in un concorso valuta come scrivi e cosa scrivi?
    Se stiamo a seguire sempre le impronte di qualcuno, secondo me non andiamo lontano, quindi dobbiamo imparare a seguire l’istinto consegnando al pubblico qualcosa di originale, al massimo delle nostre possibilità. Parere personale e naturalmente opinabile.
    Marco

    • Daniele Imperi
      5 luglio 2016 alle 13:24 Rispondi

      Accontentare il lettore è impossibile, perché quale dovresti accontentare, poi? :)
      Per quanto riguarda i racconti, dipende appunto chi li ha letti. Ai concorsi c’era magari una giuria di professionisti (o anche di gente normale) e i tuoi lettori possono essere lettori medi o anche forti ed esperti.

  14. Marco
    5 luglio 2016 alle 13:36 Rispondi

    E’ proprio quello che sto dicendo: per me non è mai giusto scrivere con l’obbiettivo di piacere a qualcuno, che sia una giuria o un semplice lettore.

  15. Marina
    5 luglio 2016 alle 14:04 Rispondi

    Io so scrivere solo ciò che mi piacerebbe leggere e di solito mi accorgo se il risultato è buono quando lascio perdere il lavoro per un po’ per riprenderlo dopo qualche tempo. Se dimentico di averlo scritto io e mi emoziono, rileggendolo, allora è fatta. Se sbuffo e continuo a trovare pecche vuol dire che no, non ci siamo. Sono convinta di una cosa, però: la percezione nostra, da autori della storia, non è mai come quella della persona “terza” che legge. Soffro il solletico, ma se sono io a grattarmi la pianta del piede lo tollero di più. Una banalità per dire che è possibile che la nostra emozione nel rileggere quanto abbiamo scritto risulti smorzata e che invece faccia un altro effetto agli occhi di qualcun altro.

    • Daniele Imperi
      5 luglio 2016 alle 14:11 Rispondi

      Io non riesco a dimenticarmi di averlo scritto, come fate? O.O
      Sono d’accordo che la nostra percezione sia diversa da quella dei lettori, però è pur sempre la prima che abbiamo :)

  16. Elena
    5 luglio 2016 alle 14:25 Rispondi

    Ciao Daniele,
    io credo che sia impossibile autovalutarsi in modo oggettivo. Troppo coinvolti in ciò che scriviamo, troppo “assuefatti” alla trama o allo stile, troppo presi da qualcosa che in fondo è parte di te.
    Nemmeno la tesi de “Lo comprerei io?” mi convince. Ci sono capolavori indiscussi che io non ho mai acquistato e mai letto perché semplicemente non mi ispirano.
    I gusti letterari sono troppo vari (per fortuna) per ricondurli a strumenti oggettivi. Spesso le nostre scelte passano attraverso le emozioni e quelle non si possono prevedere.

    Io a volte ho atteso anche anni prima di pubblicare. Non ero convinta della forma, della distribuzione dei dialoghi ecc. ecc. Ma una volta trovata “la veste” giusta ho pubblicato. E non me ne sono mai pentita.
    Per me è importante che ci sia originalità, correttezza stilistica ed emozioni. Allora mi butto

    • Daniele Imperi
      5 luglio 2016 alle 14:43 Rispondi

      Ciao Elena, un po’ concordo su quanto dici sulla tesi “Lo comprerei io?”, perché anche io non ho comprato alcuni capolavori che non mi ispiravano.
      L’originalità: quanto possiamo esserne sicuri?

      • Elena
        5 luglio 2016 alle 16:13 Rispondi

        Beh, sicuri no, ma insomma, emulazioni di titoli che “tirano” (pensa ai cloni di 50 sfumature di grigio, lo o non ti arrabbiare per il paragone ;) )oppure storie che riproducono trame già note…. La vita non è originale in sè, è originale il modo in cui la viviamo……

        • Daniele Imperi
          5 luglio 2016 alle 16:29 Rispondi

          A proposito di cloni, in TV ho visto la pubblicità di un romanzo erotico, Calendar Girl. Secondo me è una specie di emulo delle 50 sfumature.

  17. emilia
    5 luglio 2016 alle 15:08 Rispondi

    Ciao Daniele,
    l’insoddisfazione nello scrivere, se non è una forma patologica di perfezionismo o insicurezza, aiuta ad allenare i muscoli del cervello e tutto l’armamentario della creatività. Però, a mio parere, la garanzia che il tuo racconto o romanzo sia godibile e ben strutturato, te la può dare uno scrittore o editor di successo.
    Quando Lucio Mastronardi ha scritto il suo capolavoro Il Maestro di Vigevano, era in contatto epistolare con Italo Calvino il quale lo consigliava come affinare la sua narrazione. Lo stesso si può dire di M.Rigoni Stern il cui libro Centomila gavette di ghiaccio è stato da lui rivisto ben 10 volte su consiglio di uno scrittore di cui mi sfugge ora il nome,
    Io mi accontenterei di avere un blog dove sottoporre ai lettori volontari qualche breve capitolo del mio romanzo e riceverne delle critiche propositive. Tu hai già sperimentato questa procedura?

    • Daniele Imperi
      5 luglio 2016 alle 15:20 Rispondi

      Ciao Emilia, benvenuta nel blog. Hai senz’altro ragione che la garanzia della validità del mio racconto possa darmela solo uno scrittore o un editor di successo. Ma non ne conosco :)
      Non ho mai sperimentato la procedura di cui parli. Ma vorrei creare una comunità privata di lettori beta. Vedremo.

  18. hesham almolla
    6 luglio 2016 alle 17:55 Rispondi

    io non ho un blog oppure sito, continuo a scrivere da quando ero ragazzo, per me è un continuo giocare con se stessi; secondo me quello che conta è solo questo.

    • Daniele Imperi
      6 luglio 2016 alle 17:57 Rispondi

      Be’, Hesham, dipende cosa vuoi fare con la tua scrittura: se scrivi solo per divertirti, allora va bene così.

      • Tiziana
        6 luglio 2016 alle 18:25 Rispondi

        Esatto.Dipende.Anch’io non ho un blog.Non ho cv di romanzi scritti, non ho nulla o quasi da dichiarare. Quello che ho fatto è pochissimo , quasi mi vergogno a esporlo paragonandomi agli altri.Ma non si fanno paragoni, ognuno ha la sua storia.
        Si continua a scrivere per se stessi, forse è una scusa che mi sono detta molte volte anch’io.
        Non mi da soddisfazione vedere i fogli di carta nel cassetto del mobile.Sto migliorando per vederlo pubblicato il mio libro, non per leggermelo a me stessa , lo conosco fin troppo bene. Per questo chiedo consiglio, leggo dove mi dicono, imparo una cosa in più da come si scrive o dati tecnici. Una volta si andava dai maestri per imparare un’arte ( per la ceramica, per musica, per imparare a cucire), ora si è perso.Tutti vogliono tutto e subito , ma è dai maestri che impari l’arte.Sì chiama gavetta.
        Nel mio lavoro , da giovane, ho imparato da chi lo aveva già fatto, insegnandomi il mestiere.
        Questo l’ho assimilato e lo eseguo nel mio lavoro attuale e in quello che farò. Già, perché ci sarà sempre una cosa da imparare dai “più grandi”(non è detto anagraficamente , ma professionalmente).Ma lo stesso vale con gli altri.Anche noi possiamo insegnare quello che già sappiamo fare, quello in cui abbiamo fatto come lavoro. Manca la voglia di studiare il “mestiere”, ma nessuno nasce imparato.

  19. Mirko
    7 luglio 2016 alle 13:38 Rispondi

    Ciao Daniele, devo dire che quello che scrivo, per il momento lo tengo nel cassetto.

    • Daniele Imperi
      7 luglio 2016 alle 14:14 Rispondi

      Ciao Mirko, perché questa scelta?

      • Mirko
        7 luglio 2016 alle 15:27 Rispondi

        Ciao Daniele, per il momento preferisco solo inventarle le storie. In seguito vedrò cosa farne.

  20. Luisa
    15 luglio 2016 alle 01:20 Rispondi

    Non so valutare la mia storia, almeno non ancora, ho messo da parte il manoscritto ( seguendo il tuo consiglio) e ho deciso di leggerlo a settembre, come se fosse un libro scritto da altri.
    Non mi reputo una scrittrice, bensì chi ha trovato un mezzo per dire un qualcosa, il tema è anche sociale, scrivere mi appassiona più di leggere, lo so, non si può scrivere bene se non si legge molto. Comunque è mia intenzione pubblicarlo come non so ancora, vedremo..
    Adesso ho un “blocco”, farlo leggere (dopo l’ultima revisione) ho già contattato una giovane casa editrice disposta a leggerlo senza compenso,ma … un senso di pudore mi assale, o forse insicurezza? paura del giudizio? Cosa ne pensate?

    • Daniele Imperi
      15 luglio 2016 alle 08:28 Rispondi

      A settembre sarà passato un bel po’ di tempo, quindi lo leggerai con più distacco. Il senso di pudore è normale, ma bisogna vincerlo, altrimenti non si pubblica :)

    • Tiziana
      15 luglio 2016 alle 22:52 Rispondi

      Ho la tua stessa paura. Sicuramente perché mi sento una principiante anche se non ho un’età per esserlo (o forse non c’è una data di nascita che lo attesti.)
      Se mi paragono agli altri (non tutti, quelli che sanno scrivere bene perché a sua volta hanno un bagaglio da lettori o da studi molto più consoni rispetto a me ), allora mi vergogno da morire.
      Però col tempo , buttandomi in piccole cose, scrivendo un pò tutti i giorni(dove capita, persino nei blog , per lavoro, leggendo molto di più in italiano anziché in altre lingue.)
      Come si dice in inglese”keep practising”. Buttando giù una timidezza passata ed insicurezza del presente, ma solo “facendo pratica” sfondi quell’imbarazzo.
      Sbagliamo? Scriviamo male?
      Ci bocciano un testo? Domandiamo tutto perché non abbiamo esperienza ?
      Credo che faccia parte della crescita. Da bambini camminavi subito? No.Ecco. L’apprendimento, la sicurezza, la determinazione e , anche la sfacciataggine ti viene col tempo…. come quando i bambini ad un anno (chi prima , chi dopo), impara a camminare. Poi però ci sono altre tappe. Non si finisce mai d’imparare, ma è questo che ci rende migliori. Guardarsi indietro e vedersi più consapevoli del nostro miglioramento.

  21. Luisa
    15 luglio 2016 alle 22:24 Rispondi

    Infatti sono in conflitto :-( mentre scrivo sto in uno spazio tutto mio, farlo leggere è come far entrare uno sconosciuto, questo capita anche a voi ?

  22. loredana
    17 luglio 2016 alle 11:24 Rispondi

    Ciao Daniele.stamattina ho voluto vedere i siti che riguardano la pubblicazione,consigli,sui libri da pubblicare,mi sono fermata sul tuo ..complimenti!mi!,e come dici l’eta’ non conta..ho sempre avuto passione nello scrivere,poesie,racconti, come quando hai i sogni nel cassetto,li metti via,e non li apri.A un certo punto arriva l’amica che ti dice perché non fai un libro,i tuoi racconti sono belli,mi e’piaciuto leggerli,certo sono bozze, da rivedere,curando tutti gli aspetti..mi sento principiante e entusiasta!e questo sogno mi piacerebbe toglierlo dal cassetto.non ho in questo momento idee.spunti.da che parte iniziare..forse ti chiedo troppo.mi puoi dare qualche indicazione via email.grazie!!buona domenica!😊

    • Daniele Imperi
      18 luglio 2016 alle 08:19 Rispondi

      Ciao Loredana, benvenuta nel blog. Che indicazioni ti servono?
      PS: quando commenti non devi inserire nulla alla voce Sito, se non ne hai uno.

  23. Stefania
    18 luglio 2016 alle 17:20 Rispondi

    Ciao! Io di solito finisco col demolire i miei racconti! Mi riesce meglio la poesia! Eppure ho una voglia tale di mettere la parola fine ad un romanzo a cui sto lavorando da tempo…ma ogni giorno ne salta fuori una e perdo la fiducia nel valore della storia. Credo che se fino ad oggi non l’ho conclusa è perché in sostanza non ho nulla da dire di importante. Quindi alla fine credo che la riporrò nel cassetto! Da un mese, invece, mi ronza in testa un’altra storia…ho abbozzato qualcosa…e stamattina folgorata da un’illuminazione: ho visto una foto e l’idea è partita…la storia ce l’ho…i personaggi ci sono e credo anche la spinta a finire!!!

    • Daniele Imperi
      18 luglio 2016 alle 17:43 Rispondi

      Ciao Stefania, benvenuta nel blog. Se saltano fuori troppi problemi, forse è perché era debole la trama o mancava qualcosa già dall’inizio.
      Buon lavoro per la nuova storia :)

      • Stefania
        18 luglio 2016 alle 17:49 Rispondi

        Concordo!

  24. Stefania
    18 luglio 2016 alle 17:48 Rispondi

    PS credo che farsi leggere da qualcuno sia importante. Farsi valutare. Non necessariamente da un editor. Io per un po’ mi sono fatta seguire…ma mi ha spillato un bel po’ di soldi, così gli ho detto addio! E poi mi ha messa in crisi. Non ho più scritto per un anno. Non perché il lavoro non fosse buono…anzi ( almeno così diceva) ma perché la storia era molto personale e non ero pronta a raccontarla. Spesso scrivere fa male. Si scava troppo dentro se stessi. E così avevo fatto io. Ho capito che mi ritrovo in un modo o nell’altro a parlare di me, di vicende che mi stanno intorno…della vita che mi raccontano gli altri della quale inevitabilmente faccio parte. Ho letto i racconti che hai pubblicato qui e sono buoni. Scrivi bene. Forse il difficile è passare a qualcosa di più articolato, come un romanzo. Non farti arenare da nessuno. E non pensare ai lettori potenziali, ma a quelli concreti,che magari ti sono intorno. Leggevo che Alessandro D’Avenia, prima di pubblicare il suo primo romanzo, lo ha fatto leggere ai suoi studenti.

    • Daniele Imperi
      18 luglio 2016 alle 18:01 Rispondi

      Grazie per aver letto i racconti :)
      Ecco perché scrivo Fantastico, così non mettere in mezzo la mia vita privata, che comunque non ha nulla di raccontabile.
      Il romanzo è più complicato del racconto e infatti ci sto mettendo una vita.

      • Stefania
        18 luglio 2016 alle 18:15 Rispondi

        Finiamo sempre con lo scrivere di noi! Anche nel tuo genere! Un abbraccio e in bocca al lupo! Tifo per te!

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