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5 modi per capire se il tuo libro funziona

5 modi per capire se il tuo libro funziona

Quando avevo iniziato a scrivere il mio romanzo, ero partito in quarta. Avevo creato una trama, ideato le varie storie, i personaggi, i luoghi, i tempi storici. Avevo quindi iniziato a scrivere, finché sono nati i primi problemi: il blocco dello scrittore? No, il rifiuto a proseguire, forse.

Cʼera qualcosa che non quadrava, che non funzionava. A che serviva quel personaggio? A che serviva quella storia che avevo introdotto? Il mio romanzo stava per crollare come il classico castello di carte.

Sono stato tentato almeno tre volte di abbandonarlo e passare a un altro, ma sono testardo e a me questa storia continua a piacere. Restava solo una cosa da fare: capire perché quella storia non funzionava, dove si nascondeva il vero problema. E ho iniziato a lavorare per farla funzionare.

Come possiamo capire se il nostro libro è valido, se tutto sta in piedi, se non ci sono lacune o parti deboli? Ho pensato a cinque metodi che possiamo usare, meglio se tutti insieme.

#1 – Scrivere una sinossi

A che serve, intanto, una sinossi? È forse la trama del libro? Sì e no. È un testo che deve illustrare i punti di forza del libro e convincere lʼeditore a leggerlo. Che poi lo pubblichi o meno è un altro discorso.

È sempre utile scrivere una sinossi? No, a me lʼultimo editore non lʼha chiesta. Mi ha chiesto solo il manoscritto e il CV.

Perché allora scrivere una sinossi? Perché potrebbe tornare utile, molti editori la chiedono. Ma in questo contesto a noi serve per un altro motivo: per capire se il nostro libro – romanzo, saggio, manuale non importa – funziona oppure no.

Se riusciamo a trovarvi i punti di forza, se riusciamo a capire quale utilità e pubblico potrà avere il nostro libro, avremo una possibilità in più che venga letto da un editore.

Come si scrive una sinossi? Io ne ho scritta solo una finora, quindi non sono indicato per dare consigli sulla scrittura di una sinossi. Vi lascio quindi a una risorsa esterna.

Lettura consigliata: Come fare una sinossi rapida ed efficace di Maria Teresa Steri.

#2 – Individuare una premessa

Tempo fa abbiamo parlato del vero significato di idea di storia: storia, in questo caso, può essere inteso anche come argomento del libro, se abbiamo scritto un saggio. Storia e argomento sono forti?

Ecco perché dobbiamo individuare la premessa del nostro libro: la dimostrazione che quel libro rappresenti davvero un valore per il lettore, che quel libro parta da unʼidea che sta in piedi, che non svanisca, che non lasci il lettore scontento.

Lʼidea per un libro è tutto, è ciò da cui parte la stesura del libro stesso. Lʼidea è come le fondamenta di una casa: se non è solida, la storia crolla giù in un attimo.

Ancora una volta vi lascio alle parole di Maria Teresa per capire bene cosa sia la premessa.

Lettura consigliata: Raccontare è dimostrare.

#3 – Creare una struttura a 3 atti

Ci sono i 3 blocchi nel vostro romanzo? No? Allora siete messi male, davvero male. Cancellate tutto e riscrivetelo da capo.

Scherzi a parte, ogni storia dovrebbe avere una struttura a 3 atti, con un inizio che faccia ambientare il lettore nel mondo ideato – immaginario o meno – dallo scrittore, uno sviluppo, in cui gli eventi accadono e gli ostacoli si moltiplicano e superano, e una conclusione, in cui tutto si risolve, nel male o nel bene, e la storia termina.

In un saggio e in un manuale questi tre atti esistono lo stesso, anche se magari difficilmente visibili. Saggi e manuali procedono a trattare lʼargomento secondo un ordine logico o cronologico degli eventi e dei concetti, ma comunque hanno un inizio, uno sviluppo e una fine.

Si può forse scrivere una storia che non abbia i tre atti? Beh, secondo me sì. Ci sono romanzi che non vanno da nessuna parte, ho letto racconti che non erano storie, non accadeva nulla.

Fermiamoci a considerare se davvero nella nostra storia si possono identificare questi tre atti. Magari facciamolo prima di scrivere il libro, quando è ancora a livello di trama. Ecco perché difendo la pianificazione del libro e non la scrittura di getto.

#4 – Porsi la domanda fatidica: “e quindi?”

Sì, avete letto bene. Come quando ve ne uscite con qualcosa fra gli amici e qualcuno risponde “E allora?”. Vi è mai capitato? Sì, io rispondo spesso così.

Ora lasciate perdere gli amici e la goliardia e al posto loro mettete i lettori. Quando leggono il vostro romanzo, potrebbero benissimo domandarsi questo: “e quindi?”.

Mi spiego meglio: ho dovuto interrompere il mio romanzo proprio a causa di quella domanda, anzi di più di una. Avevo fatto accadere degli eventi che dovevano invece trovare una loro logica e stabilità.

Se un personaggio va da un luogo a un altro, deve esserci un motivo valido. Specialmente nel Fantasy ci ritroviamo spesso a seguire le peripezie dei personaggi alla ricerca del talismano, ma ci sono dietro motivazioni reali, credibili, oppure siamo costretti a domandarci dei perché?

Scrivere significa rispondere a una serie di domande.

#5 – Scoprire la logica degli elementi

Questo punto è collegato al precedente. Nel mio romanzo sto lavorando ora proprio alla logica degli elementi inseriti nella storia. Il problema è che avevo introdotto storie e fatti come dogmi, quando invece devono essere inseriti se necessari.

La domanda da porsi, in questo caso, è: perché hai inserito questo fatto? Nella mia storia due personaggi si incontrano, ma non cʼera un motivo valido per quellʼincontro. Unʼaeronave finisce incagliata in un luogo lontano, ma non ne spiegavo il perché.

Ora sto rispondendo a tutte quelle domande, sto dando una logica allʼintera storia, perché tutto funzioni, perché nessun lettore potrà dire “Ma perché succede questo?”.

Inserire parti a caso o solo perché pittoresche, fascinose, perché danno colore alla storia e non sostanza, non ha alcun senso. Tutto, allʼinterno della storia e del libro in genere, deve avere una sua logica, una sua giustificazione anche.

Come capite se il vostro libro funziona?

Usate qualcuno dei modi esposti? Vi è capitato di bloccare la stesura di un libro e riconsiderare tutto?

36 Commenti

  1. Salvatore
    20 maggio 2015 alle 09:38 Rispondi

    Il punto è: se la devi narrare, allora deve avere una struttura. Qualsiasi storia narrata deve reggersi su una struttura. Per creare una struttura bisogna utilizzare il “dispositivo drammatico”. Il dispositivo drammatico è una cosa semplice, ma indispensabile. Il dispositivo drammatico dei promessi sposi è: “Due giovani ragazzi di campagna vorrebbero sposarsi, ma il potente del luogo vuole farsi la donna prima che il matrimonio abbia luogo”. Il dispositivo drammatico non ha a che fare con il senso della storia e, perché sia efficace, dev’essere limitato rispetto alla portata reale del romanzo; serve solo a dargli una struttura. Il dispositivo drammatico della Divina Commedia è: “Un uomo passeggiando per un bosco si perde; cercando la strada di casa si trova a visitare l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso”. Semplice, come dicevo. Funziona; lo sto sperimentando.

    • Daniele Imperi
      20 maggio 2015 alle 12:59 Rispondi

      Il dispositivo drammatico corrisponde allora alla logline. È il succo della storia.

      • Salvatore
        20 maggio 2015 alle 14:34 Rispondi

        Più che il succo, serve a dare un’impalcatura a quello che vuoi narrare. Il senso delle Divina Commedia o dei Promessi sposi è molto più profondo e complesso del dispositivo drammatico.

  2. Banshee Miller
    20 maggio 2015 alle 09:40 Rispondi

    I modi che indichi sono senz’altro utili e se il libro soddisfa tutte e cinque le condizioni sicuramente non sarà un libro sconclusionato e senza senso. Tuttavia ci sono molti esempi di testi che non rispettano queste condizioni e sono lo stesso bei libri e di successo. Penso al punto due, molti autori sono in grado di scrivere storie avvincenti e ben scritte partendo da idee banali. Il punto cinque sì, la logica ci vuole, ma ho letto romanzi di grandi autori, che mi sono piaciuti molto, deve spesso mi sono trovato a dire “sì, va bene, bella questa scena ma non è fondamentale per la storia”. Nell’insieme penso che uno scrittore che stia cercando di emergere, di imparare, faccia bene a seguire queste tue indicazioni, e che molti grandi scrittori non le seguono.

    • Daniele Imperi
      20 maggio 2015 alle 13:25 Rispondi

      Puoi fare qualche esempio di libri che secondo te non rispettano quei 5 punti?
      Si può anche partire da un’idea banale, ti posso fare l’esempio della solita mappa del tesoro, di cui sto leggendo il terzo romanzo, se poi la storia non continua in modo banale.

      • Banshee Miller
        21 maggio 2015 alle 08:29 Rispondi

        King ha scritto molti grandi romanzi partendo da premesse spesso banali o che rasentavano il ridicolo. (Christine su tutti, ma anche Shining, It, e altri). Sempre King infarcisce le sue storie di piccole sotto storie che non sempre contribuiscono allo svolgersi della storia principale, e quindi sono da un certo punto di vista inutili. Dan Simmons in certi casi sommerge letteralmente il lettore di dettagli, anche piacevoli, ma non indispensabili. Ho appena letto un romanzo di Richard Laymon, La bara, molto, molto bello, ma pieno di dialoghi superflui, scritti bene, ma spesso ripetitivi e ininfluenti ai fini della storia.

        • Daniele Imperi
          21 maggio 2015 alle 08:31 Rispondi

          Sì, su King è vero, ma non sono così convinto che quel materiale inutile sia davvero inutile. Altrimenti rischi di scrivere una trama fredda, mentre la realtà, anche se fittizia, è fatta di altro, anche di cose apparentemente inutili. Forse ci scrivo un post, perché la questione va affrontata.

  3. animadicarta
    20 maggio 2015 alle 10:39 Rispondi

    Wow, addirittura due link tutti per me, grazie :D
    In questo periodo mi sto confrontando molto con gli ultimi due punti che hai evidenziato. Avevo introdotto una sottotrama solo perché mi piaceva, ma continuava a ronzarmi in testa la domanda “cosa c’entra con il resto?”. Ho tentato di ignorare questo fastidioso ronzio, poi ho capito che dovevo solo modificare un po’ le cose per far quadrare il tutto. Insomma, è verissimo che ci deve essere una logica negli elementi che inseriamo, direi che è tutta una questione di “economia”, nulla deve essere superfluo.
    La domanda “e quindi?” la odio! Quando mio marito me la fa, mi fa arrabbiare tantissimo!! Però un po’ di pragmatismo è utile, soprattutto quando si tende a perdersi :)

    • Daniele Imperi
      20 maggio 2015 alle 13:27 Rispondi

      Ecco, è proprio che è successo a me: avevo inserito una storia nel romanzo che non c’entrava nulla, ma mi piaceva il personaggio. Tuo marito fa bene a fartela :)
      Fai finta che è la stessa situazione di King e sua moglie: lui scrive per lei e tu scrivi per tuo marito.

  4. Tenar
    20 maggio 2015 alle 10:46 Rispondi

    Le tue linee guida sono molto utili, funzionano per l’80%, credo, dei libri (di sicuro io mi ci ritrovo), ma ne resta fuori un 20% che, come è stato fatto notare, funzionano anche senza alcuni di questi elementi.
    Forse si può riassumere con un: “c’è consapevolezza? Sai cosa vuoi raccontare, perché lo vuoi raccontare e porti il lettore proprio dove lo volevi portare?” Se sì, ok

    • Daniele Imperi
      20 maggio 2015 alle 13:28 Rispondi

      Anche tu puoi fare qualche esempio di quel 20%?
      Sono d’accordo con la questione della consapevolezza.

      • Tenar
        20 maggio 2015 alle 20:37 Rispondi

        L’iliade va forte da migliaia d’anni senza seguire la struttura in tre atti e fregandosene della premesse e con lei quasi tutto ciò che è precedente al romanzo borghese tardo settecentesco. Tutto ciò che va nella direzione del flusso di coscienza tende a sfuggire alla struttura in tre atti…

        • Daniele Imperi
          21 maggio 2015 alle 07:50 Rispondi

          Sì, sul flusso di coscienza siamo d’accordo. Però parli dell’Iliade, a quel tempo si scriveva in modo diverso.

  5. LiveALive
    20 maggio 2015 alle 11:22 Rispondi

    Il motivo principale per cui si usa la struttura in tre atti, anche se non tutti lo ammettono, è che il lettore”pop” ha bisogno di essere rassicurato trovando una struttura che riconosce subito. Inutile dire che se poi vai ad analizzare i libri davvero belli (belli, non di successo, non paradigmatici) puoi trovarla come non trovarla, anche se in effetti ci viene naturale, anche senza conoscerla, immaginare trame con quella struttura: è qualcosa che ci pare naturale e inevitabile.
    Poi è chiaro che tutto dipende dal meccanismo specifico: certo che esistono testi dove pure l’agire immotivato ha senso (certi testi di Pirandello).
    ***
    Dipende quali sono questi elementi “di colore”. Se sono questioni di estetica, una giustificazione non è obbligatoria in ogni singolo caso. Per farti un esempio: non c’è alcun motivo per cui la maschera di Darth Vader ricordi un teschio invece di un fenicottero. Meglio: il motivo è implicito, estetico, un motivo da “correlativo oggettivo”. Ciò non toglie però che ci si poteva inventare una giustificazione esplicita, così come se la inventa Martin quando descrive la città dei Dothraki. È meglio, ma chiaramente non si potrà fare per ogni dettaglio.
    La “necessarietà” degli eventi invece funziona in modo diverso. Ci sono opere che, distruggendo la trama convenzionalmente intesa, non hanno scene necessarie, nel senso che nessuna viene giustificata dal causa-effetto, e tutte possono essere eliminate, aggiunte, spostate. Alcuni esempi sono Il Gattopardo, o Forse che Sì Forse che No, o Il Deserto dei Tartari o il film La Grande Bellezza. E tutte le opere “d’atmosfera”. Lì, se proprio si vuole, si devono seguire criteri diversi: chiedersi cosa dice la scena, se è già stato detto, se il suo tono è in linea con la progressione strutturale, se dice qualcosa in più sui personaggi…
    È vero che in una trama tradizionale ciò che non viene giustificato dal rapporto causa-effetto oggi viene sanzionato: per questo non digeriamo più le agnizioni e i deus ex machina, che ci paiono troppo facili e poco convincenti. Ciò non toglie però che continuiamo a inserire scene prodotte dal caso, o non utili alla progressione complessiva: l’incontro con l’azzecca-garbugli è di questa natura, visto che tra il prima e il dopo non cambia nulla. E sono di questa natura il 90% degli episodi del Don Chisciotte, e molti del Gargantua. Ma appunto ci sono casi in cui gli accettiamo di buon grado, in quanto magari ci fanno vedere qualcosa per cui abbiamo curiosità, o per il loro intrinseco valore, o perché ci spiegano meglio qualcosa del mondo fittizio, o perché allentano la tensione della trama…: basta sapere quello che si sta facendo.

    • Daniele Imperi
      20 maggio 2015 alle 13:31 Rispondi

      Belli che significa? Il bello è soggettivo.
      Darth Vader con una maschera da fenicottero non sarebbe stato credibile, ma ridicolo.
      Gargantua e Don Chisciotte fanno parte di un altro tempo. Non sono sicuro che l’incontro con l’avvocato Azzeccagarbugli sia inutile sono perché dopo non cambia nulla. Non deve per forza cambiare qualcosa.

      • animadicarta
        20 maggio 2015 alle 14:18 Rispondi

        Credo che in qualche modo anche la scena dell’Azzeccagarbugli abbia una sua funzione. Renzo doveva pur fare qualche tentativo per cacciarsi fuori dai guai, no? Anche se una scena non cambia niente e non porta avanti la storia in apparenza, può essere comunque necessaria per il suo sviluppo, secondo me.

        • Daniele Imperi
          20 maggio 2015 alle 14:25 Rispondi

          Infatti, è quello che penso. In un caso come quello il lettore si aspetta che ci si rivolga a un avvocato. Sarebbe stata inutile se il torto fosse stato fatto a un criminale: quello avrebbe scatenato l’inferno, come si aspetterebbe il lettore.

      • LiveALive
        20 maggio 2015 alle 14:31 Rispondi

        Certo che è soggettivo, ma non si può andare oltre: se qualcosa piace, funziona; se non piace, non funziona. Perché se “non piace e funziona” degeneriamo in quello che molti considerano il problema della critica contemporanea: si giudica “come dovrebbe essere” e non “come è”; si giudica cioè sulla base di un criterio astratto che nessun fruitore può davvero sperimentare. Per capirci: dire che qualcosa “non piace, ma funziona” è come dire che una bistecca è buona anche se tutti quelli che la mangiano vomitano disgustati. Forse sarà soggettivo il fatto che a loro non piace, ma se vai oltre quel fatto sbagli: non si può dire che un libro “funziona” solo perché rispetta delle regole poste a priori, se poi nessuno riesce a leggerlo con piacere.
        ***
        La maschera da fenicottero sarebbe stata ridicola, ciò non toglie che quella da teschio non è motivata internamente. E comunque il dottore della peste non è sempre ridicolo XD
        ***
        Ci sono comunque molti altri film e romanzi che si possono prendere ad esempio, anche moderni. In alcuni non c’è un modo totalmente oggettivo per dire cosa è utile e cosa no: per esempio, ne Il Vecchio e il Mare, capolavoro immortale che fa piangere tutti quelli che lo leggono (lo so che non ti è piaciuto, ma tu sei ribelle e trasgressivo), non si può dire quante delle cose dell’attesa siano utili: in fondo, basta che dilatino il tempo. Ma poi potrei prendere anche Infinite Jest, testi postmoderni come l’Arcobaleno della Gravità, tutti i testi che intrecciano trame separate come Anna Karenina e Guerra e Pace (che cioè appaiono più come insiemi di romanzi che come romanzi singoli)… Sono tutti testi che, tolte delle serie di scene, continuano a funzionare in modo apparentemente uguale. E allora? Allora evidentemente seguono qualche altro criterio: forse vogliono fare confronti (così fa Tolstoj: segue tre trame separate perché vuole presentare tre tipi di amore), forse certe scene hanno scopo ritmico, forse vogliono creare contrasti di toni… ma non c’è sempre un criterio oggettivo per dire cosa è utile e cosa no: in fondo, ogni cosa determina un effetto, e ogni effetto può essere legittimo.

        • Daniele Imperi
          20 maggio 2015 alle 14:54 Rispondi

          No, una storia può funzionare ma non piacere. Qui parliamo di gusti personali. Se la storia funziona, vuol dire che è stata raccontata bene, ma non per questo a me deve piacere per forza.

          • LiveALive
            20 maggio 2015 alle 17:29 Rispondi

            L’errore che fai sta nel dividere l’argomento dalla tecnica. Pensi, cioè, che l’argomento di una storia possa anche non piacere a prescindere, ma che una tecnica buona possa essere comunque riconosciuta. Per esempio: a me non piace Nel Segno dei Quattro perché non mi piace a prescindere il genere giallo, ma riconosco il suo valore in quanto segue determinati stilemi come il climax e la divisione in tre atti. Questo ragionamento è sbagliato in quanto nella fruizione non c’è divisione tra forma e contenuto, e in quanto l’effetto è dato dalla loro combinazione. Che la storia rispetti o no una costruzione individuata a priori come buona non ha importanza: se l’effetto è positivo, allora la sua costruzione è necessariamente buona nel complesso.

  6. Ivano Landi
    20 maggio 2015 alle 17:22 Rispondi

    Il romanzo che sto revisionando adesso è il risultato dell’esplosione di un capitolo di un libro che stavo scrivendo in precedenza. Il capitolo mi ha preso completamente e ha finito per espandersi e sostituirsi alla scrittura del libro di cui era parte e che adesso riposa nel cassetto in attesa di possibili sviluppi futuri.
    Ho inoltre scoperto, ma solo in seguito a un’analisi a posteriori, che non solo il mio romanzo ha una struttura in tre atti, ma che ognuno di questi tre atti è suddiviso a sua volta in una sotto-struttura in tre atti. Non era calcolato e penso quindi sia il frutto di una necessità di equilibrio intrinseca alla storia.

    • Daniele Imperi
      20 maggio 2015 alle 17:34 Rispondi

      Ho letto, non ricordo dove, che ogni atto deve avere i suoi 3 atti. :)
      Ma è normale, altrimenti non è bilanciato.

  7. Serena
    20 maggio 2015 alle 17:48 Rispondi

    Auff… stamattina non ho ricevuto la mail del tuo nuovo post :( Bello, comunque.
    Sono d’accordo con quasi tutti i tuoi punti e della sinossi operativa sono decisamente una fan. Secondo me, una volta arrivati ad avere quella metà del lavoro è fatto.
    Non concordo invece con l’ultimo punto. Se dobbiamo “scoprire la logica degli elementi che abbiamo inserito”, qualcosa non è stato fatto prima, nella parte di pianificazione, o non è stato fatto bene. Non ci dovrebbe essere niente che non abbia una sua ragione di esistere. Quindi io sposterei quel punto in una sezione logica diversa, tipo non “Come capire se il tuo libro funziona” ma “Cosa eliminare dal tuo libro in fase di revisione”. Tutto quello (appunto) che non ha una logica… Perché non è detto che debba essere scoperta, magari proprio non ce l’ha e genera nel lettore quello che io scherzando, al Laboratorio, definisco il “Momento Embè?”. Che tu chiami il momento “E quindi?”.

    • Daniele Imperi
      20 maggio 2015 alle 18:04 Rispondi

      Stamattina c’erano problemi al server, quindi forse il servizio di Google non ha spedito per questo motivo. Prima o poi devo passare a Mailchimp.
      La logica va pianifica prima, è vero, ma capita che si aggiunga qualcosa mentre scrivi.

  8. Kinsy
    20 maggio 2015 alle 18:14 Rispondi

    “Si può forse scrivere una storia che non abbia i tre atti? Beh, secondo me sì.”
    Non ne sono sicura. Forse senza una fine, ma sinceramente lascia l’amaro in bocca e una sensazione di presa in giro.

    • Daniele Imperi
      20 maggio 2015 alle 18:37 Rispondi

      Infatti non ho apprezzato quelle storie.

    • LiveALive
      20 maggio 2015 alle 20:28 Rispondi

      Trovami tre atti nel gattopardo. Trovami tre atti in Infinite Jest. O trovali nell’Arcobaleno della Gravità. O in Underworld. Noi abbiamo un istinto naturale verso i tre atti sia perché siamo abituati da sempre a leggere storie così, sia perché il principio di causa-effetto spinge in quella direzione. Ciò non vuol dire che sia l’unico modo di fare le cose.
      Non bisogna dimenticare, inoltre, che noi “intellettualizziamo”: i tre atti sono una nostra interpretazione, così come è una nostra interpretazione il vedere un cuore in una nuvola. Intendo che a volte i tre atti sono stati pensati, altre volte siamo noi che forziamo la materia narrativa dentro tre atti, anche se, altrettanto arbitrariamente, potremmo individuarne due come dieci.

      • Daniele Imperi
        21 maggio 2015 alle 07:49 Rispondi

        Ho letto il Gattopardo da ragazzo, ma non ne ricordo quasi nulla. Gli altri non li ho letti. Dovrei fare attenzione ai prossimi libri che leggo.

  9. Giancarlo
    20 maggio 2015 alle 19:53 Rispondi

    Dei cinque punti, come te, la sinossi è quella che uso meno. Non so come mai. L’ho usata soltanto in un caso, perchè si trattava di un romanzo molto lungo, anche se non troppo complesso. I tre atti mi vengono naturali, quindi non ci faccio attenzione. Di solito capisco che la storia funziona in questo modo: se riesco a portarla a termine, funziona; altrimenti, no.

    • Daniele Imperi
      21 maggio 2015 alle 07:47 Rispondi

      Il fatto di portarla a termine, però, non è un elemento valido per capire se funziona o meno. Io ho portato a termine il mio primo romanzo in forma di diario nel lontano 1994, ma quella storia non funziona per niente.

  10. Lisa Agosti
    21 maggio 2015 alle 17:56 Rispondi

    Io sono al momento del “E quindi?” proprio perché la mia sinossi iniziale non ha funzionato.
    Non è sufficiente scrivere una sinossi. Per chi non ha esperienza non è facile indovinare quante parole serviranno a descrivere una serie di eventi. La mia sinossi si è srotolata in cinquanta pagine. Così ho dovuto inventarmi un seguito e adesso annaspo in una struttura che, pur essendo a tre atti, non riesce a prendere quell’andamento sinuoso che mi piace trovare nei libri che leggo. Assomiglia a un treno i cui vagoni cozzano l’un l’altro anziché procedere spediti.

    • Daniele Imperi
      21 maggio 2015 alle 18:09 Rispondi

      50 pagine di sinossi? Cavolo, e non ti sembravano un tantino eccessive? :D
      Nella sinossi devi riassumere, alla fine. Ma hai iniziato già a scrivere il romanzo?

      • Lisa Agosti
        23 maggio 2015 alle 18:09 Rispondi

        Non mi sono spiegata bene. La trama come l’avevo progettata nella prima sinossi, quando sono andata a scriverla, era lunga solo cinquanta pagine. Non mi ero resa conto di quanti twist e colpi di scena servano per un intero romanzo! Per aggiustare le cose, mi sono inventata un seguito alla trama iniziale, finendo con una prima stesura di 170 pagine. Adesso però, in fase di revisione, mi sono resa conto che così com’è, la trama regge, ma non quadra, in termini di ritmo e struttura. La struttura a tre atti, per esempio, c’è, ma il climax è a pagina 100 e il resto è troppo “soft”, non suscita forti emozioni. La prossima volta cercherò di scrivere una sinossi ben più dettagliata e solida prima di cominciare la prima stesura!

        • Daniele Imperi
          23 maggio 2015 alle 18:24 Rispondi

          Beh, ma anche una trama di 50 pagine mica è poco…

  11. Chiara
    25 maggio 2015 alle 09:34 Rispondi

    Questo articolo me l’ero perso per strada, non so come mai, ma è davvero molto interessante, in quanto credo che – senza un’adeguata consapevolezza su ciò che sta facendo – lo scrittore non possa andare da nessuna parte.
    Grazie al cielo (e ho impiegato un anno per arrivare a ciò) ho una premessa forte, sono in grado di scrivere una sinossi della storia e ho una struttura a tre atti. Sto però ancora ragionando su alcune scelte fatte, per comprendere se siano sensate. Ho un dubbio forte relativo ad alcuni accadimenti, ma spero che si risolva presto, e le cose diventino un po’ più chiare. :)

    • Daniele Imperi
      25 maggio 2015 alle 13:48 Rispondi

      Grazie. Per le scelte io mi faccio sempre delle domande, che ne generano altre e così. Se riesco a dare risposte logiche e che stanno in piedi, allora va bene. Sto facendo così per il mio romanzo.

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