Scrivere è comunicare

Il blog per scrittori, blogger e copywriter

A chi servono le storie?

A chi servono le storie

L’uomo ha sempre amato le storie. Questa frase si legge un po’ ovunque nel web, specialmente da chi parla di storytelling per promuovere aziende e prodotti (anche se quasi sempre quelli creati sotto il nome di storytelling sono banali spot pubblicitari).

In realtà è vero, se pensiamo ai dipinti ritrovati nelle caverne o anche alle incisioni rupestri: erano una forma primitiva di giornalismo, perché raccontavano scene di vita vissuta.

Possiamo anche spingerci a definire quei dipinti e quelle incisioni gli antesignani dei nostri blog: erano una sorta di diario, in cui il blogger dell’epoca, vestito di pelli di animali, scriveva di ciò che aveva vissuto in prima persona o osservato da lontano.

A chi servivano quelle prime storie lasciate sulla roccia?

Possiamo fare delle supposizioni, oggi, ma non possiamo certo avere la certezza dei motivi che hanno spinto quegli uomini preistorici a raccontare le proprie esperienze. Ci sono delle teorie al riguardo: le pitture su roccia potevano rappresentare qualcosa di veramente importante per loro o avere un significato religioso o magico.

In ogni caso possiamo asserire che quelle storie primitive soddisfacessero il desiderio di comunicare, di tramandare qualcosa agli altri, di preservare esperienze e avvenimenti.

L’uomo, quindi, ha iniziato a sentire l’esigenza di comunicare, di narrare, e lo ha fatto, almeno a quell’epoca, attraverso le immagini, che, per quanto noi possiamo amare la scrittura, restano comunque il modo più veloce e naturale di trasmettere informazioni. Ma su questo torneremo un’altra volta.

Le storie servono al lettore?

Sì, potremmo rispondere come lettori e amanti dei libri e della lettura. Le storie ci servono, se davvero amiamo così tanto leggerle. Altrimenti non avrebbe senso comprare libri, parlarne, scriverne perfino.

Le storie ci servono soprattutto come lettori-scrittori o, meglio, come scrittori-lettori: se amiamo scrivere storie, dobbiamo anche leggere storie.

Le storie servono ai lettori, ma servono perché una storia, sotto forma di racconto o romanzo, rappresenta un prodotto di consumo: non ne sminuisco il valore, ma un libro, anche se è un classico, anche se non viene considerato propriamente letteratura di consumo, è comunque un prodotto che si consuma: è innegabile questo.

I lettori, se torniamo indietro nel tempo, quando tutto cominciò, non sarebbero mai esistiti se non fossero nati gli scrittori. Gli scrittori per immagini. Quella fu la prima apparizione dell’editoria, dell’autopubblicazione, anzi.

L’uomo iniziò a raccontare e allora nacquero i primi lettori, i lettori per immagini. Forse in questo caso possiamo dare una risposta alla fatidica domanda “è nato prima l’uovo o la gallina?”. È nato prima il lettore o lo scrittore? È nato prima lo scrittore, non c’è dubbio.

Il lettore ha solo trovato un prodotto finito e ne ha beneficiato.

Oppure servono allo scrittore?

Da quanto ho scritto – da questo flusso di riflessioni e speculazioni – sono convinto che le storie servano soprattutto allo scrittore. L’arte nasce da un’esigenza: l’esigenza di comunicare, di esprimere le nostre emozioni, le nostre sensazioni, le nostre esperienze.

Attraverso l’arte ogni artista comunica ciò che ha dentro, ciò che magari non riesce a esprimere a voce o con le azioni. Forse comunica ciò che non vuole esprimere in altro modo. E allora lo fa attraverso le storie.

Lo scrittore sente l’esigenza di raccontare qualcosa: dentro le sue storie c’è parte della sua vita, magari in piccole dosi, magari l’autore neanche si rende conto di ciò che ha inserito di sé nelle storie che scrive, ma quel qualcosa, quella parte di sé, è presente. Sempre. E in ogni storia che scrive.

A chi servono le storie?

Sì, l’uomo ha sempre amato le storie. Ma le ha amate perché un giorno è nato qualcuno che dentro di sé ha sentito il bisogno di raccontare e ha trovato il modo di farlo: dipingendo e incidendo le rocce.

Da quel giorno il racconto si è evoluto. Ma una cosa è rimasta tale e quale come allora: questa irrefrenabile necessità di narrare, di creare storie, di tramandare noi stessi attraverso i racconti che scriviamo.

36 Commenti

  1. Moira
    14 marzo 2016 alle 07:08 Rispondi

    Io credo che servano allo scrittore senza dubbio, sono bisogno e necessità di lasciarsi andare, con le proprie pause, riflessioni e descrizioni. Ogni scrittore lo si legge attraverso le sue opere, il lettore sceglie quale sia più adatto per se stesso ma la necessità di leggere, per quanto grande, non è pari al bisogno di scrivere.

    • Daniele Imperi
      14 marzo 2016 alle 12:57 Rispondi

      Sì, bene o male ogni scrittore lo leggi sulle sue opere, dipende da ciò che ha inserito, ma comunque in ogni storia c’è parte di sé. Molti hanno un bisogno enorme di leggere, ma forse è più forte quello di scrivere, come dici.

  2. Ivano Landi
    14 marzo 2016 alle 08:51 Rispondi

    Forse è il caso però di distinguere tra narrazione per immagini e scrittura vera e propria. A giudicare dai documenti più antichi che ci sono pervenuti, in origine la scrittura aveva più che altro una funzione di carattere pratico e amministrativo. Il compito del raccontare era affidato soprattutto, e in molti casi esclusivamente, alla voce.

    • Daniele Imperi
      14 marzo 2016 alle 12:59 Rispondi

      Sì, prima c’era una narrazione orale, ma forse solo perché non c’era ancora la scrittura, o forse perché non tutti potevano leggere.

  3. Luciano Dal Pont
    14 marzo 2016 alle 10:06 Rispondi

    L’Uomo ha bisogni materiali e bisogni morali. Il cibo, l’acqua, l’aria, anche il denaro, sono bisogni materiali, tutto ciò che riguarda l’arte, invece, e quindi anche la scrittura, può essere considerato come un bisogno morale, certo non meno importante di quello materiale. Perché l’Uomo è stato creato per vivere, non certo per sopravvivere. Forse gli uomini primitivi non sentivano che questa esigenza, questo bisogno riconducibile soltanto alla mera sopravvivenza, almeno all’inizio, ma, come descrive bene Daniele nel suo articolo, già allora ebbe inizio una sorta di evoluzione spirituale, intellettuale, e iniziarono a manifestarsi quei primi bisogni morali che poi hanno portato alla nascita delle arti. Si può sopravvivere senza arte? Certo che si. Si può vivere senza arte? Assolutamente no.
    La scrittura è un’arte che soddisfa lo scrittore nel suo intimo, nelle sue più elevate esigenze spirituali, anche se poi il tutto si traduce in una materializzazione laddove la stessa scrittura diventa professione e permette allo scrittore di vivere della propria arte, che diventa lavoro. Ma questo è un altro discorso.
    Ma la lettura? La lettura non è un’arte, eppure serve al lettore nello stesso modo in cui la scrittura serve allo scrittore, almeno limitandosi alla parte morale, spirituale. Perché per un lettore che non sia anche scrittore leggere un romanzo, una storia, non ha alcuna utilità pratica, non soddisfa un’esigenza di sopravvivenza, però da piacere e serve come arricchimento interiore, personale.

    • Daniele Imperi
      14 marzo 2016 alle 13:01 Rispondi

      Sul fatto che non si possa vivere senza arte si potrebbe parlare all’infinito. L’uomo ha vissuto senza l’arte per tanto tempo. Forse l’arte ci rende più evoluti.
      L’utilità pratica della lettura, per i non scrittori, è il puro piacere di leggere, che per molti è anche un modo per stare bene.

      • Luciano Dal Pont
        14 marzo 2016 alle 13:06 Rispondi

        Vedi, Daniele, io ho fatto una netta distinzione tra vivere e sopravvivere. Sono due cose molto diverse. Vivere non significa solamente restare in vita, quella è sopravvivenza, vivere significa godere degli aspetti pi belli, più profondi, più appaganti della vita, ma significa anche tante altre cose, tutte cose che travalicano ampiamente la pura fisicità dell’esistere. Ecco perché sostengo che si può rimanere in vita senza arte, ma non si può vivere. Non nel senso più completo del termine, almeno.

        • Daniele Imperi
          14 marzo 2016 alle 13:17 Rispondi

          Be’, qui entriamo negli aspetti filosofici dei concetti :)
          Tutti gli altri animali, che non conoscono l’arte, allora sopravvivono e basta, se fosse così. In realtà per me no, vivono. La vita è questa. Il resto, arte, tecnologia, divertimenti, è solo contorno. Ma ognuno vede la vita a modo suo :)

  4. Salvatore
    14 marzo 2016 alle 10:19 Rispondi

    Non so molto di pitture rupestri, ma posso dire che i greci antichi, che di fatto inventarono il teatro, usavano questo strumento sia per rafforzare i propri miti religiosi sia, da un punto di vista pedagogico, per tramandarli alle nuove generazioni. Per analogia si può quindi affermare che le storie, quelle narrate attorno al fuoco, assolvessero agli stessi scopi.

    Per quanto riguarda l’esigenza del lettore moderno, torno a ricordare che la storia non è l’unico tipo di narrativa (o letteratura, se preferisci) possibile. Ci sono romanzi che di fatto non raccontano nessuna storia, ma che comunica molto molto di più: “Mattatoio n 5” di Kurt Vonnegut, “L’arcobaleno della gravità” di Thomas Pynchon, “Infinite Jest” di FWD, ecc. Tuttavia, per rilassarmi, per divertirmi, per occupare il tempo, per curiosità verso un argomento o genere anch’io amo leggere storie. :)

    Infine credo che le storie servano tanto ai lettori quanto agli scrittori: si scrive per essere letti, e si legge per vivere altre storie oltre la propria (oppure per informarsi su un argomento, per passare il tempo, e via dicendo).

    • Daniele Imperi
      14 marzo 2016 alle 13:05 Rispondi

      Dipende da cosa prende il lettore da quei libri. A me “Mattatoio n 5” non ha comunicato proprio nulla, è stata una lettura noiosa. Non ne ricordo neanche una parola.
      Ciò che comunica un libro è soggettivo.
      Suttree di Cormac McCarthy non racconta nulla, eccetto Suttree e la sua vita su un fiume. Ma non ha una vera trama, eppure per me è uno dei romanzi più belli che ho letto e che rileggerò.

      • Salvatore
        14 marzo 2016 alle 15:27 Rispondi

        Immagino di sì: ogni lettore ha il proprio libro. Ma nello specifico, Mattatoio n 5 comunica il bisogno di distacco dalle atrocità della guerra.

  5. Andrea Torti
    14 marzo 2016 alle 10:25 Rispondi

    Da un certo punto di vista, anche l’ossessione di alcune persone per i social network si lega al nostro innato desiderio di comunicare: certo, non possiamo mettere il “selfie” medio allo stesso livello della grande Letteratura, ma l’esigenza di base è la stessa :)

    • Daniele Imperi
      14 marzo 2016 alle 13:06 Rispondi

      Oddio, per i social netowork e il loro abuso io parlerei di mania di protagonismo :)

  6. la mori
    14 marzo 2016 alle 10:47 Rispondi

    Bella immagine quella degli uomini preistorici e delle incisioni rupestri come primi blogger. E in effetti è così: le incisioni sono la prima forma di racconto in assoluto :)

    • Daniele Imperi
      14 marzo 2016 alle 13:06 Rispondi

      Da loro possiamo imparare la sintesi :D

  7. Nani
    14 marzo 2016 alle 10:49 Rispondi

    Se non ho capito male, tu dici che la storia serve solamente a chi le racconta, per permettergli di comunicare, di esprimersi come individuo. Al lettore, invece, la storia serve solo per consumare: soldi, tempo e quant’altro.
    Se e’ cosi’, se e’ quello che intendevi, non sono d’accordo. A parte che non credo che uno scrittore vero racconti solo per il bisogno di esprimere il proprio mondo interiore (certo, capita a tutti gli scrittori di descrivere stati d’animo che hanno vissuto, ma non scrivono solo a questo scopo, si spera). Ma a parte la mia definizione di scrittore, sono convinta che la storia serva prima di tutto al lettore. E non solo perche’ cosi’ si riempie la pancia nel momento in cui le fagocita, o perche’ gli servono per imparare a diventare a sua volta scrittore.
    E poi, che vuol dire che se non ci fossero stati scrittori all’inizio, non ci sarebbero stati lettori? Senza lettori pronti ad ascoltare la storia, la vita di uno scrittore ha corso breve. Senza un pubblico, lo scrittore non ha ragione d’essere. A meno che non se le scriva per se stesso, le storie. E di scrittori del genere ce ne sono pochi.
    Mi viene in mente un libricino per bambini, Frederic, di Leo Lionni.
    Ci sono i topolini che si preparano per l’inverno, raccolgono le scorte e lavorano duro. Frederic, invece, se la gode, sdraiato al sole, a guardarsi intorno. Poi arriva l’inverno e i topini sono allegri, hanno le loro scorte. Fino a quando il cibo finisce e l’inverno non vuole passare. Allora arriva Frederic che inizia a donare agli altri topini cio’ che lui aveva raccolto durante l’estate: i colori, le immagini, la poesia. E i topini, ascoltando i suoi racconti, trovano la forza di andare avanti e di vincere la disperazione.
    A chi serve di piu’ la storia, allora? A chi la racconta o a chi la riceve?
    :)

    • Daniele Imperi
      14 marzo 2016 alle 13:12 Rispondi

      Il lettore beneficia di un prodotto di consumo. I lettori sono nati perché prima sono nati gli scrittori. La lettura, anche per immagini, è nata perché prima è nata la scrittura.
      La storia dei topolini non fa testo: le storie che sentono raccontare non li farà sentro sopravvivere a un inverno senza cibo :)

    • Federica
      16 marzo 2016 alle 22:05 Rispondi

      Ciao Nani!
      La conosco la storia del topino Federico!!
      Gli rimproverano di essere un sognatore e uno scansafatiche, in realtà sta solo facendo ciò che gli riesce meglio: osservare, pensare, guardarsi attorno per raccogliere bellezza e saggezza, in attesa di “restituirle” agli altri al momento giusto. Il suo compito, infatti, sarà di aiutare i suoi compagni a mantenere la speranza per la vita anche quando sembra tutto perduto. È, secondo me, inoltre, un invito a non eccedere nell’affanno (i topini non si erano forse tanto affannati a raccogliere le provviste?), perché questo eccesso non fa considerare gli eventi e la vita nella giusta prospettiva… inclusi i vari modi per essere previdenti o di fronteggiare e superare le situazioni difficili che si incontrano…
      Le storie che abbiamo bisogno di leggere (che servono di più, per stare in tema col post) sono quelle che zappano il terreno dei nostri pensieri, sennò le radici non prendono acqua a sufficienza e aria. Che ci fanno vivere emozioni, che ci toccano in profondità, che ci rendono più noi stessi. Sono quelle che ci fanno riflettere, vedere con chiarezza. Tutti (credo) abbiamo incontrato delle storie che ci hanno insegnato qualcosa, aiutato in momenti di difficoltà, che hanno aperto strade mai battute. Che ci hanno fatto capire o spinto a interpretare le cose in modo nuovo o diverso.
      Le storie, decisamente, se colte con misura, fanno bene a chi le ascolta o legge.

  8. Romina Tamerici
    14 marzo 2016 alle 11:39 Rispondi

    Secondo me, si legge perché si ha bisogno di vivere altre vite, fuori dalla propria e di riconoscerci in altri racconti. Si scrive invece per il bisogno di raccontare, creare ed essere ascoltati.

    • Daniele Imperi
      14 marzo 2016 alle 13:12 Rispondi

      Sì, anche io leggo per vivere altre vite. Ma perché c’è bisogno di raccontare?

  9. Tenar
    14 marzo 2016 alle 12:02 Rispondi

    Siamo “animali narrati” la narrazione, nel senso più lato, serve a comunicare con gli altri e si presume sia nata per trasmettere tecniche di caccia. Serve per entrare in contatto con il nostro passato mitico (tutte le religioni, tanto per dirne una, si servono almeno in parte di narrazione). Serve per entrare in contatto col nostro io (attraverso l’elaborazione dell’esperienza altrui che mi viene narrata, divento più consapevole di me, di come farei certe scelte in quel momento). Serve a trasmettere valori e senso di appartenenza (basta considerare come ci si sente affini a persone che da ragazzi guardavano i nostri stessi cartoni animati).
    Oltre a questo, all’adulto leggere storie serve a vivere altre vite, a provare a livello mentale altre esperienze (in modo profondo, come provano alcuni studi sulle aree del cervello coinvolte nella lettura), ad analizzare se stessi e il mondo.
    A me non sembra poco.
    E il chi la scrive, una storia, secondo me è, per certi versi, secondario. L’uomo ha bisogno di storie e qualcuno, per tanto, ne racconterà.

    • Daniele Imperi
      14 marzo 2016 alle 13:15 Rispondi

      Sì, avevo letto anche io che servì per tramandare le tecniche di caccia. Ma credo sia tutto da dimostrare, no?
      Che cosa sarebbe questo passato mitico?
      Riguardo alla lettura, non leggo per analizzare me stesso o il mondo, ma solo per essere altrove.

      • Tenar
        14 marzo 2016 alle 20:49 Rispondi

        È abbastanza dimostrato. Ci sono tecniche di caccia che non basta mostrare, bisogna raccontare (poi se avessi due giorni liberi ti citerei tutti gli articoli e gli studi neuroscientifici fatti, adesso devi accontentarti del fatto che te lo dica io).
        Passato mitico: Abramo e Isacco, tanto per dirne una. Lo so che adesso l’uomo moderno ha altre categorie di pensiero, ma fino all’altro ieri ci si ritenevamo tutti figli di Adamo ed Eva, questo era il nostro passato mitico, tramandato attraverso narrazione. Oggi suppongo che il nostro passato mitico sia l’australopiteco, tramandatoci comunque attraverso narrazione della sua esistenza (salvo che per i pochi adepti che le ossa di australopiteco le hanno tenute in mano e le sanno interpretare).
        Che tu legga solo per evadere non implica che non ti faccia domande del tipo: che avrei fatto io al posto del protagonista? Riflettere su se stessi e sul mondo non è roba poi così alta e complicata…

        • Daniele Imperi
          15 marzo 2016 alle 08:22 Rispondi

          Tu sei più ferrata di me sul tema :)
          Magari quando hai tempo potresti mandarmi via email i riferimenti a quegli articoli.
          Ho capito il passato mitico. Ma la storia di Adamo ed Eva è un mito cristiano. Non penso che una persona oggi creda ancora a quelle storie. Oggi abbiamo la scienza che ci spiega come sono andate le cose. Io preferisco e credo alla storia dell’australopiteco.
          Riguardo alla lettura, non saprei dirti se davvero mi pongo certe domande, forse a livello inconscio sì.

          • Tenar
            15 marzo 2016 alle 17:54 Rispondi

            È sempre un passato mitico: non l’hai incontrato l’australopiteco, te l’hanno raccontato abbastanza bene da fartelo credere vero. Lascia perdere l’aspetto scientifico. A meno che tu in primis non abbia studiato le ossa, ti basi per conoscere la storia dell’uomo su quello che ti è stato raccontato. Quello che sto cercando di dire è che anche la scienza ci viene trasmessa attraverso narrazione perché non tutti siamo in grado di capire formule e diagrammi, la divulgazione scientifica è narrazione e ha lo stesso scopo che una volta avevano i miti raccontati dagli aedi o, entro certi limiti, le sacre scritture.

  10. Matteo Rosati
    14 marzo 2016 alle 15:14 Rispondi

    Ciao! Per aggiungere materiale alla discussione… Io credo che si inventino e si raccontino storie anche perchè è rassicurante: perchè è un modo di dare (o trovare) un ordine e un senso ai tantissimi eventi di cui sono fatti il mondo e la vita delle persone. Scrivere storie è un modo di prendere possesso del tempo, di raccoglierlo, con quel principio di unità che è la trama.

    • Daniele Imperi
      14 marzo 2016 alle 15:25 Rispondi

      Sì, sono d’accordo, leggere storie è rassicurante. In fondo io leggo anche per stare bene “spiritualmente”.

  11. nino carmine di rubba
    14 marzo 2016 alle 18:02 Rispondi

    E’ proprio quello che ci vuole: oggi come oggi.
    Complimenti all’Autore.

  12. giuse
    14 marzo 2016 alle 20:23 Rispondi

    Ciao Daniele,
    le storie servono allo scrittore, ma è innegabile che se non ci fosse la richiesta da parte del lettore, nessuno scriverebbe.

    è un dare e avere equo, allo stesso livello. Se le generazioni future non avessere bisogno di essere istruite, allora io non tramanderei il mio sapere…
    non so se mi sono spiegata.

    :D

    da scrittrice, però sento la necessità di comunicare a gran voce quello che scrivo e faccio e perciò vado a “caccia” di lettori :P

    • Daniele Imperi
      15 marzo 2016 alle 08:18 Rispondi

      Ciao Giuse, certo, se non ci fosse richiesta, non ci sarebbero storie. Ma le storie sono nate prima della richiesta: c’è stata una novità e è stata ben accolta.

  13. Ulisse Di Bartolomei
    14 marzo 2016 alle 21:19 Rispondi

    Salve Daniele

    Credo che i nostri antenati scalfissero nelle caverne come esigenza di disporre di un riscontro visivo dei loro pensieri dominanti, uno specchio interiore, a quel tempo certamente la caccia, non essere cacciati e tirarsi appresso la moglie… Comunicare e altri aspetti elaborati del lavoro mentale, furono probabilmente bisogni introspettivi e derive funzionali al seguito di capacità interpretative e simulative crescenti. Io sono un cavernicolo della prima ora… Ho iniziato a scrivere per non lasciarmi seppellire dalle mie disgrazie, poi ho pensato di comunicarlo agli altri, per farci qualche soldo… poi ho immaginato tutti i significati aulici del comunicare…

    • Daniele Imperi
      15 marzo 2016 alle 08:19 Rispondi

      Ciao Ulisse, il riscontro visivo dei propri pensieri è interessante. Magari l’esigenza è nata proprio per questo motivo.

  14. Federica
    16 marzo 2016 alle 22:47 Rispondi

    Riallacciandomi a quanto detto sopra, le storie sono utili al lettore, al lettore in quanto uomo. Non credo che un libro o una storia siano un bene di consumo o, perlomeno, che questo sia l’aspetto più importante. Il libro e la storia che ti racconta sono un qualcosa che prendi e che, terminata la lettura, hai finito di usare e puoi riporre dimenticandotene? Alcuni libri sì, subiscono questo…iter, altri, invece, no.
    Dire che il libro è un bene di consumo implica vedere il lettore, innanzitutto, come un acquirente. Così come fa la spesa per i vestiti e il cibo e quant’altro, la fa anche di libri. Compra un bene il cui valore è sintetizzato da una cifra che rappresenta la somma di denaro che corrisponde.
    Però, rimanendo su un piano prettamente economico, considerando che il libro è un experience good, con cui, dopo l’acquisto, si vive un’esperienza non nota a priori, della quale non si può stabilire in anticipo la qualità – che può essere elevata, e visto che qualsiasi bene incorpora un valore d’uso e uno simbolico, se lo si riduce solo a un oggetto che si può consumare, cioè che esaurisce la sua funzione una volta chiuso, dov’è il valore simbolico? È azzerato. Come considerarlo, dunque, nel prezzo?
    Quanto alla tua seconda domanda, «le storie servono allo scrittore?», non so se servano «soprattutto» allo scrittore, perché così si rischia di assumere una prospettiva eccessivamente individualistica e riduttiva.
    Di certo, la scrittura come mezzo che una persona ha a disposizione per esprimere sé stessa e la propria creatività, con lo scopo di conoscersi e di rappresentare ciò che ha vissuto interiormente e con le sue esperienze, è un argomento ampiamente studiato e un dato assodato, approfondito nelle sue sfaccettature e implicazioni empiriche, in filosofia, psicologia, biologia e altre discipline. In quel caso, e senza divagare oltre, chi scrive lo fa sempre all’interno di una relazione e ciò che produce, la sua opera, non è sottoposta ad alcun giudizio di valore e di qualità.
    Tornando al post, sono senza ombra di dubbio d’accordo su ciò che tu dici: che, se scrivi per rispondere alla tua esigenza di comunicare ciò che desideri, e scegli il linguaggio scritto, preferendolo ad altri, allora le tue storie rappresentano la via privilegiata per dare forma a ciò che hai dentro e che hai accumulato col tempo e preme per manifestarsi, venire in superficie, alla luce. Poiché comunicare implica sempre un destinatario (in questo caso, un universo di lettori), affinché le storie “piacciano”, il piano esistenziale su cui poggiano non può essere mai disgiunto da quello dell’arte.

    • Daniele Imperi
      17 marzo 2016 alle 11:02 Rispondi

      Con bene di consumo intendevo un concetto più ampio, incluso quello simbolico: il libro è un bene che si consuma per soddisfare la nostra sete di storie, di nuove esperienze, ecc.

      • Federica
        17 marzo 2016 alle 11:33 Rispondi

        Allora ho smazzato il libro di strategie d’impresa da cima a fondo invano? :-( T_T
        Per me un libro è comunque un prodotto differenziabile (e tale deve rimanere), quindi deve avere un valore simbolico riflesso in qualche misura nel prezzo o in servizi aggiuntivi.
        Per bene di consumo intendo una commodity. E questa non è soggetta a differenziazione, salvo qualche caso (e specie in settori maturi).
        Ma per te, per come lo intendi, il consumo di libri è qualcosa di positivo o no?
        Ci sono anche lettori…. “seri”, che considerano la lettura una faccenda non da poco… Ecco… mica come mangiare pizza e fichi…

        • Daniele Imperi
          17 marzo 2016 alle 12:23 Rispondi

          Sì, certo, è un consumo positivo, altrimenti non spenderei così tanti soldi in libri e ore in lettura :)

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