Scrivere è comunicare

Il blog per scrittori, blogger e copywriter

Lʼuso della lingua e le sue modifiche “de facto”

Lʼuso della lingua e le sue modifiche “de facto”

Quando ho parlato dei miei motivi per leggere romanzi in inglese, un lettore ha risposto allʼarticolo inviato con la newsletter che “lʼuso modifica de facto la lingua”. Certo, la lingua è stata creata dallʼuomo, quindi dal nulla sono nati vocaboli, fino ad arrivare a ciò che abbiamo ora.

In quel caso il lettore si riferiva alla forma verbale diʼ, che in un romanzo ho trovato scritta sempre con lʼaccento: dì, che significa invece “giorno” (dal latino dies).

A quanto pare lʼAccademia della Crusca la Treccani accetta quella forma accentuata. Ho sempre stimato il lavoro della Crusca, ma lʼapostrofo indica un troncamento: lʼimperativo “dici” in cui cade lʼultima sillaba e diventa diʼ. Spiegatemi a che diavolo serve lʼaccento.

A causa dellʼignoranza – e ce nʼè tanta, basta frequentare il web per anni e possiamo vedere che solo una minima, trascurabile parte della gente sa scrivere in corretto italiano – a causa dellʼignoranza non possiamo modificare una lingua.

Chi sbaglia va corretto, non assecondato. O siccome tutti passano con il rosso, allora modifichiamo il codice della strada?

Online è pieno di testi che contengono “un immagine”, “un altra”, ecc. Che facciamo, modifichiamo la regola anche in questo caso?

Quando la lingua si arricchisce e quando invece si rovina

Non venite a raccontarmi che lʼosceno “embeddare” ha arricchito lʼitaliano. Perfino Twitter usa il termine corretto, la traduzione italiana del verbo inglese to embed: “Incorpora Tweet”. Perché cʼè ancora chi scrive “embeddare”?

Dobbiamo arricchire la nostra lingua con quella bruttura? È un poʼ diverso dallʼusare flash, web e computer. Ma tranquilli, ché ho sentito che qualcuno usa “helpare” (aiutare forse è troppo pretenzioso), “filare” (da to file, non filare la lana, perché archiviare è operazione più complessa), “schedulare”. “Schedulare”, capito? Non programmare.

No, questo non è un arricchimento, ma una distruzione della nostra lingua. E non possiamo accettare che un branco di ignoranti, magari perfino con una laurea, imponga certi termini e crei delle mode, perché lʼignoranza, a differenza della cultura, è contagiosa.

Non parlatemi neanche di immediatezza, perché ho sentito che usare lʼinglese è più immediato dellʼitaliano per farsi capire. Davvero? Intanto io devo ancora capire che inventory posso vendere al tipo che mi ha contattato.

La questione di “petaloso”

Quando ho visto questa parola nelle tendenze su Twitter – ossia gli hashtag più usati al momento – lʼho bollata subito come la solita trovata commerciale o come la solita scemenza che si legge in quel social fino a diventare un tormentone.

Sarò onesto come al solito, a me “petaloso” non piace per niente. Appena lʼho letto, ho storto il naso. Ho letto anche la storia dietro la creazione di quella parola e non mi trovo dʼaccordo con quanto è stato affermato da molti.

Sono un rompiscatole e un Bastian contrario di natura, ma io non ci vedo un premio nei confronti del bambino. Quel bambino non è stato spinto a trovare degli aggettivi esistenti, ma per pigrizia ha inventato quella parola.

Su Facebook e Twitter molte aziende (quelle che molti chiamano brand) hanno dato man forte a questa storia, per puro scopo commerciale. Basta poco per creare uno spot pubblicitario nel web. Seguire le tendenze per portare profitti alle proprie casse.

Lo zampino dei mal governi italiani

Hanno anche la colpa di rovinare la nostra lingua. Che cosa è il welfare? Giuro che dopo tutti questi anni non lʼho ancora capito. E la spending review? Idem. E neanche voglio saperlo, non scherzo, io in Italia voglio leggere e parlare nella mia lingua, non in quella barbara anglosassone.

Perché per le nostre istituzioni e le nostre leggi dobbiamo usare lʼinglese?

Alla faccia di spagnoli e norvegesi che traducono tutto. Noi mangiamo hot dog come se fossimo a New York, gli spagnoli invece mangiamo il perrito caliente (esatta traduzione dallʼinglese) e i norvegesi il rød pølse (semplicemente la salsiccia rossa).

Ma è così difficile parlare in corretto italiano? Bisogna davvero creare brutte parole perché non si è in grado di conoscere e imparare quelle che abbiamo?

146 Commenti

  1. Moira
    1 marzo 2016 alle 07:07 Rispondi

    Sono perfettamente d’accordo, detesto tutte quelle parole inglesi inserite nella nostra lingua, per esempio a detta di molti brand suona meglio di marca o marchio, ma va, non è giusto.
    Siamo in Italia e si parla italiano punto.
    In quanto al bambino, credo che non abbia nessuna colpe se non quella di aver pensato ad una parola che adulti un po sciocchi hanno inserito in un dizionario come valida. Questo bimbo crescerà sentendosi un eroe e si salvi chi può.

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 13:55 Rispondi

      Il bambino non ha colpa, certo, la colpa è della maestra che è stata più pigra di lui.

  2. Marco
    1 marzo 2016 alle 07:39 Rispondi

    Quando si diventa una piccola nazione, si diventa anche irrilevanti. Per sognare di esserci comunque, di far parte del mondo nuovo, si adottano modi di dire, parole, espressioni, in modo da far credere che non siamo mica rimasti ai margini. Anzi: siamo proprio al centro di tutto, dove le cose accadono. E invece non contiamo più niente.

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 13:56 Rispondi

      Hai ragione, il senso è proprio quello di sentirsi parte del tutto, quando invece si è parte di nulla.

  3. ombretta
    1 marzo 2016 alle 07:54 Rispondi

    A me la Crusca non piace per niente, e petaloso se lo potevano risparmiare! Ho già visto così tante oscenità sul web e sui giornali da far venire il voltastomaco. Purtroppo è proprio come hai scritto tu, l’ignoranza è contagiosa! E condivido che gran parte della colpa sia pure del governo che se ne esce con parole inutili che potrebbe sforzarsi di scrivere nella lingua ufficiale. Dovremmo escogitare qualcosa…un referendum magari…per imporre alcune regole di scrittura. O ancora, si dovrebbe far pubblicare un Manifesto con tutte le parole corrette e il loro significato, come di accentato e quello apostrofato.

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 13:58 Rispondi

      Come mai non ti piace la Crusca? Come ho detto, in genere mi piace, ma alcune volte trovo delle cose assurde.
      I giornalisti non sanno più parlare, fra inglese, virgole mancanti e accenti sbagliati. Non so proprio cosa di possa escogitare. Io ho iniziato a chiudere i post appena leggo qualche parola inglese inutile. Una specie di boicottaggio.

  4. Violaliena
    1 marzo 2016 alle 08:58 Rispondi

    Forse una maestra fantasiosa avrebbe insegnato a esprimere quel concetto adoperando strumenti linguistici esistenti. La fantasia e’ stimolata dalle costrizioni di solito e intelligenza e cultura le aprono nuovi spazi. Poteva arrampicarsi su un “multi” “pluri” petalo facendogli imparare nuove soluzioni, invece di proporre una licenza creativa inconsistente. Una nuova parola dovrebbe colmare un vuoto che in questo caso proprio non c’era.

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 14:00 Rispondi

      Brava, la maestra ha perso un’occasione per insegnare qualcosa di buono ai bambini e per far lavorare la loro creatività.
      Come ho commentato in un post giorni fa: esisteva l’esigenza di petaloso? Non credo proprio.

  5. ChiaraM
    1 marzo 2016 alle 08:59 Rispondi

    Sto combattendo da tempo con un’amica che si ostina a dire “agendare”.
    L’impressione che ho è di un generale libera tutti nei confronti dell’Italiano, per cui sostanzialmente va bene tutto. Certo che una lingua viva cambia in continuazione, è un polmone che si espande, ma ci sono binari e limiti. Forse il problema di fondo è che questi limiti e binari – grammatica, ortografia e sintassi- non li conosciamo poi così bene, per cui diventano irrilevanti.
    Mio figlio anni fa disse che, visto che la ciclabile è usata anche dai cani, che corrono con i loro padroni, allora è una pista cagnolabile: ci risi su, ma lungi da me l’idea di osannare il bambino come creatore di neologismi.

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 14:02 Rispondi

      “Agendare” mi mancava…
      La sensazione che hai è giusta, anche a me dà questa impressione. Anarchia totale con la lingua.
      Tuo figlio ha fatto quello che ho fatto anche io da bambino, è normale che in certe situazioni i bambini si divertano e inventino parole. Ma da qui a renderle parte della lingua ce ne passa.

  6. Alberto Lazzara
    1 marzo 2016 alle 09:18 Rispondi

    L’ultima è “Stepchild adoption”. Ridicolo. Questo governo adotta termini inglesi per darsi un tono internazionale. Per me invece non fa che dimostrare il sempreverde complesso italico di inferiorità, di sudditanza.

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 14:03 Rispondi

      Sì, anche quella proprio non si può sentire. “Stepchild” a me non dice proprio nulla, neanche lontanamente dà l’idea di adozione. Concordo al 100% con il complesso di sudditanza. Sembriamo una colonia inglese.

  7. Salvatore
    1 marzo 2016 alle 09:39 Rispondi

    Ho il sospetto di non aver capito quel che intendi dire. “Di” è la preposizione semplice: «Di giorno vidi la luna». “Di’”, con l’apostrofo, come giustamente dici, è la seconda persona singolare dell’imperativo del verbo “dire”: «Di’ quel che pensi, se ne hai il coraggio!». “Dì”, con l’accento, è il sostantivo maschile di “giorno”. Ora, come può la Crusca accettare l’accento al posto dell’apostrofo per indicare l’imperativo? Ho il sospetto di aver capito male…

    La questione “petaloso” è strumentale: «Se l’italiano medio (quello che normalmente guarda i Tg) intuisce che inventando un neologismo si può finire in televisione, magari qualcuno più intraprendente deciderà di sfogliare un vocabolario o, addirittura, arrivare a leggere un libro…». È strumentale, appunto. Sull’invenzione di neologismi (e trovo anch’io petaloso piuttosto brutto, ma potenzialmente corretto), credo che una lingua viva ne debba sfornare un certo numero tutti gli anni, anche predando altre lingue: inglese in primis.

    Semmai mi posso trovare d’accordo sulla linea della consapevolezza, cioè: se invento un neologismo, o se italianizzo un termine inglese pur consapevole dei vocaboli italiani già esistenti: è un discorso; se lo faccio per ignoranza: è un altro discorso…

    • Grilloz
      1 marzo 2016 alle 09:58 Rispondi

      per assolvere la crusca: il pezzo è questo
      “di’ o dì imperativo di ‘dire’; dì ‘giorno’, ma per altri (cfr. SERIANNI 1989: I 242) solo di’ vale per l’imperativo di ‘dire’ (dal latino DIC) distinto in tal modo dalla preposizione di e dal sostantivo dì;”
      tratto da qui:
      http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/guida-alluso-accenti-apostrofi-nellitaliano
      Per quanto ne ho capito ci sono dizionari e grammatiche che accettano l’uso di dì come imperativo di dire e altri no. Al solito, la lingua è viva e genera dibattiti :P

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 14:09 Rispondi

      Ho sbagliato io, Salvatore, era sul sito della Treccani, non della Crusca :)
      Ho corretto il post.

      • Salvatore
        1 marzo 2016 alle 16:19 Rispondi

        Non depone a favore nemmeno della Treccani… O.O

        • Daniele Imperi
          1 marzo 2016 alle 16:31 Rispondi

          Eh, no, non stiamo mica parlando degli ultimi arrivati :D

  8. Grilloz
    1 marzo 2016 alle 09:50 Rispondi

    “a causa dellʼignoranza non possiamo modificare una lingua” beh, se ci pensi parli proprio una lingua che si è modificata a causa dell’ignoranza, non per niente si chiama “volgare” :D a cosa serve quella c in acqua? non era più pulita la forma latina? ;)
    A parte gli scherzi, in linea di principio sono d’accordo con te, ma negli anni la mia posizione si è di molto ammorbidita, e sarebbe bene fare distinzione tra grammatica e forme che variano la loro grafia col tempo.
    Del petaloso se ne già detto abbastanza :D anzi, sarebbe più interessante analizzare il fenomeno sociale che quello grammaticale.
    Comunque, per concludere, quelli più ridicoli sono i grammarnazi ignoranti, giorni fa c’era chi contestava (dico in modo colorito, per non dire altro) un all’erta meteo (scritto così, con l’apostrofo) della protezione civile, ma come, alla protezione civile manco sanno la grammatica, e giù di commenti. Ecco, magari dovremmo recuperare la capacità del dubbio, perchè sarebbe stata sufficiente una breve verifica per scoprire che aveva ragione la protezione civile, avendo usato la dizione originaria, anche se è entrata nell’uso comune anche “allerta” scritto tutto attaccato. ;)
    http://www.treccani.it/vocabolario/all-erta/

    • monia74
      1 marzo 2016 alle 11:01 Rispondi

      ‘All’erta’ :D fa molto D’annunzio.

      • Grilloz
        1 marzo 2016 alle 11:04 Rispondi

        Se non la conosceva lui la lingua :P

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 14:12 Rispondi

      Mah, in un certo senso è come dici, ma è normale che non possiamo parlare più la lingua che si parlava 2000 anni fa. Da qui ad arrivare a fare nostre certe brutture straniere ce ne passa, specie se abbiamo termini nostri e più chiari, anche.
      Scrivere “all’erta” è un po’ come scrivere “all’armi” :)
      L’etimologia di allerta è ovviamente “all’erta”, ma ormai è diventata parola unica.

      • Grilloz
        1 marzo 2016 alle 17:13 Rispondi

        Io il problema dell’usare anglicismi sul lavoro non me lo pongo proprio, visto che sul lavoro uso esclusivamente l’inglese :P

  9. gabriele
    1 marzo 2016 alle 09:56 Rispondi

    Concordo con molti punti, ma non con tutti. L’idea che “a causa dellʼignoranza non possiamo modificare una lingua” è condivisibile quando si tratterebbe di fare eccezioni per regole generali, come l’esempio fatto nell’articolo. Ma è un fatto assodato per quando riguarda singoli termini come “lui” al posto di “egli” o “piuttosto” per dire “molto”.

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 14:13 Rispondi

      Sì, ovviamente con le dovute eccezioni. “Lui” dovrebbe essere complemento. Un tempo usavo “egli” come sostantivo, ora non più.

  10. Chiara
    1 marzo 2016 alle 10:26 Rispondi

    Quando è uscita la faccenda di “petaloso”, da qualche parte ho letto che 20 anni fa era stata inserita nel dizionario la parola “sgarrupato”, (scrivendo, noto che non è segnato errore, mentre petaloso sì) trovata in uno dei temi di “io speriamo che la cavo”. Anche quella parola era stata inventata da un bambino, e si è diffusa senza i social.
    In ogni caso, non sarei così cattiva con il bimbo di “petaloso”. Inventare una parola secondo me non è atto di pigrizia ma indice di creatività. E un plauso va anche alla maestra, che si è presa la briga di scrivere alla crusca: fosse successo ai miei tempi, dalle suore, mi avrebbero mandato dalla preside con un calcio nel sedere. :D

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 14:16 Rispondi

      Sgarrupato è regionale, dialettale.
      Non sono d’accordo sulla maestra, avrebbe dovuto correggere il bambino, che alla fine non è comunque riuscito a trovare aggettivi esistenti.

  11. Violaliena
    1 marzo 2016 alle 10:40 Rispondi

    Essendo madrelingua ti garantisco che sgarrupato esisteva già, non saprei dire della giusta trascrizione ma è un termine dialettale che è solo stato diffuso non certo inventato

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 14:16 Rispondi

      Ho visto che si scrive anche “scarrupato”, ma l’etimologia è incerta. Forse “sgarrupo” è il dirupo?

    • Chiara
      2 marzo 2016 alle 09:14 Rispondi

      Quando è uscito “io speriamo che me la cavo” avevo 10 anni. Ho sentito per la prima volta quella parola nel libro, anche perché sono del nord. Grazie comunque per la precisazione.

  12. monia74
    1 marzo 2016 alle 10:58 Rispondi

    Bah, io però trovo eccessivo ad esempio l’estremismo francese, dove per tutelare una lingua si impone una certa percentuale di canzoni autoctone alle radio. E ti dirò di più, trovo assurdo pure tradurre i nomi delle città. London, si chiama London esattamente come Roma non ha senso chiamarla rome o Venezia venice. Quindi hot dog non è italiano e lo chiamo hot dog, così come lo champagne. Difendere una lingua per me significa guerra aperta a chi scrive ‘ce l’ò’, e sul dì sono perfettamente d’accordo con te (e non daccordo). Anche per me a quel bambino sarebbe stato meglio stimolare una ricerca fra una miriade di sfumature aggettivali dal significato di petaloso, ma tutta la questione è stata secondo me enormemente pompata e fraintesa. Direi che la crusta gli ha dato semplicemente un buffetto sul naso.

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 14:18 Rispondi

      I francesi sono molto nazionalisti. Non so se facciano proprio male, ma noi di certo siamo esagerati nel senso contrario.
      Sui nomi delle città ti do ragione. È un po’ come tradurre nomi e cognomi delle persone. Francesco Bacone, come dico sempre, non è mai esistito.

  13. Francesca Romana
    1 marzo 2016 alle 11:14 Rispondi

    Hai pienamente ragione, niente altro da aggiungere.

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 14:19 Rispondi

      Non sono l’unico purista della lingua, allora :)

  14. Luciano Dal Pont
    1 marzo 2016 alle 12:32 Rispondi

    Sostanzialmente concordo con gli argomenti espressi da Daniele, ci sono però alcune considerazioni che forse non sono attinenti in maniera stretta all’articolo ma che nascono spontanee nella mia mente malata, perché è davvero strana, per certi versi, la lingua italiana. Non tanto la parlata, quanto la scritta. Io trovo che ci siano delle lettere dell’alfabeto (ma questo vale probabilmente per tutte le lingue) che sono del tutto inutili. Se ci riflettiamo un attimo, non vediamo che in fondo la Q non è altro che un doppione della C? A che serve la Q? Cosa cambia nella pronuncia se io leggo “acqua” o invece “acua” o, al limite, “aqua”? E poi nell’uso stesso della C e della Q si creano delle situazioni linguistiche il cui significato stretto, la cui logica, mi sfugge. Perché, ad esempio, “quadro” si deve scrivere con la Q e “cuore” con la C? Cosa cambia nella pronuncia? Perché “scuola” si deve scrivere con la C e invece “squadra” con la Q? Anche in questo caso, cosa cambia nella sonorità della parola? In sostanza, la C seguita dalla U non produce forse la stessa pronuncia della Q? E allora perché queste inutili complicazioni grammaticali? Ok, mi si potrà obiettare che il tutto deriva dalla lingua antica e che comunque la Q produce una pronuncia più marcata, più chiusa, mentre la C ne produce una più dolce, ma mi sembrano motivazioni del tutto marginali e ininfluenti, almeno se ci riferisce all’uso pratico della lingua parlata e della sua pronuncia.

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 14:23 Rispondi

      Luciano, se adesso tolgono la Q dalla nostra lingua è meglio che ti vai a nascondere da qualche parte :D
      Da bambino dissi a mia madre che “chiesa” si poteva scrivere “kiesa”, perché tanto la K era una C dura, come in CH. È mancato poco che me le suonasse :)
      Cuore si scrive con la C perché viene dal latino “cor, cordis”.
      Quadro invece proviene dal latino “quattuor”, ossia quattro.

      • Luciano Dal Pont
        1 marzo 2016 alle 15:04 Rispondi

        :-) Ok mi andrò a nascondere :-) ma almeno avrò avuto la soddisfazione di essere stato il promotore dell’eliminazione di una roba inutile. Gli esempi che hai fatto tu provengono entrambi dal latino, e dunque qual’è e dov’è la differenza? Oltretutto, così come la C seguita dalla U produce una pronuncia pressoché identica alla Q, tralasciando la sottigliezza riguardante la sonorità più o meno dura, anche la Q si usa sempre e solo seguita dalla U, esattamente come la C. Comprenderei se la Q sostituisse in toto la C seguita dalla Q, allora, ad esempio, si scriverebbe “qadro” pronunciando correttamente “quadro”, ma poiché così non è, davvero non comprendo queste complicazioni grammaticali.
        Okay, va bene, scriverò anch’io alla mitica accademia della crusca :-/

        • Luciano Dal Pont
          1 marzo 2016 alle 15:07 Rispondi

          Chiedo scusa, volevo scrivere: Comprenderei se la Q sostituisse in toto la C seguita dalla U

        • Daniele Imperi
          1 marzo 2016 alle 15:50 Rispondi

          Per conoscere la differenza bisognerebbe chiedere a qualche latinista :)

  15. Cristina
    1 marzo 2016 alle 13:07 Rispondi

    Quando ho visto la questione di “petaloso”, mi è venuto in mente mio figlio, che fin da piccolissimo creava neologismi. Ad esempio, diceva “sotterragno” (fondendo sotteraneo e ragno) o “camante” (con riferimento a un comandante di marina sciupafemmine).

    A me l’uso dei termini inglesi al posto di quelli italiani dà un fastidio terribile, e io con l’inglese ci lavoro tutti i i giorni. Trovo particolarmente orrendi i termini aziendal-strategici, come il famoso brieffare, o la “mission” o la “location”. Dove possibile, bisognerebbe usare la lingua italiana, però alcuni termini non riesci proprio a sostituirli con parole nostrane, come “blog” ad esempio.

    • Chiara
      1 marzo 2016 alle 13:42 Rispondi

      Ieri su facebook c’era anche la foto del compito di un bambino sulle figure geometrice: vicino al rettangolo c’era scritto “rettangolo” e vicino al cerchio c’era scritto “rotongolo”: è il mio idolo! :D

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 14:27 Rispondi

      Oddio, anche “brieffare” mi mancava…
      Dà un gran fastidio anche a me l’uso dell’inglese. Mission, vision poi sono veramente assurdi: hanno tolto una vocale e pensano di aver creato qualcosa di nuovo.
      Blog è impossibile da sostituire, perché è l’abbreviazione di “weblog” (web + log”) che un tizio per scherzo pronunciò come una forma verbale: we blog :)
      Prova a trovare una traduzione, ora.

      • Cristina
        1 marzo 2016 alle 16:43 Rispondi

        Per la cronaca: “brieffare” lo usava Nicole Minetti. ;-)

        • Daniele Imperi
          1 marzo 2016 alle 16:47 Rispondi

          Non certo una letterata, quindi :)

  16. alessandro
    1 marzo 2016 alle 13:21 Rispondi

    Daniele, tu chiameresti mai un hot dog “cane caldo”? Rispondi sinceramente. E non pensi che, dato che dici come imperativo ormai non si usa (tra poco probabilmente tutti useranno il contratto, così come si dice bere invece di bevere) sia lecito considerare il contratto come nuova forma completa, come del resto gli imperativi monosillabi in ai, ormai usati dolo in a’?

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 14:29 Rispondi

      No, non chiamerei mai un hot dog cane caldo. Ma salsiccia sì. È solo un panino con la salsiccia, anzi con il wurstel, le salsicce nordiche. Ma sono migliori le nostre.
      Il contratto si usa infatti, l’imperativo è di’. L’accento, anche se “dici” non si usa, non ha proprio senso.

      • alessandro
        1 marzo 2016 alle 15:23 Rispondi

        È come gli imperativi in ai. Pochi anni, e il contratto sarà la forma standard

        • Daniele Imperi
          1 marzo 2016 alle 15:51 Rispondi

          Cioè? “Dai una mano” diventa “da’ una mano”. Si usa già la forma contratta.

          • alessandro coppedè
            1 marzo 2016 alle 19:27

            nel senso che sarà la forma base, non solo un abbreviazione

          • alessandro coppedè
            1 marzo 2016 alle 19:36

            ho scordato l’apostrofo

  17. Sonia
    1 marzo 2016 alle 15:45 Rispondi

    Sulla questione “petaloso” non ci ho dato troppa importanza, la storia dietro la creazione può essere considerata bella o meno, ma quando una cosa diventa virale (perché la parola inventata dal bambino lo è diventata) è destinata a morire prima o poi nella stragrande maggioranza dei casi perché l’utente è in costante ricerca di cose nuove da condividere… Per esempio da quando pochissimi giorni fa DiCaprio ha vinto l’Oscar, su facebook tutte quelle persone che fino al giorno commentavano sul web: “Usiamola più spesso, così entra nei dizionari italiani!”, indovina dove sono adesso? A fingersi emozionati per l’attore, visto che ha ricevuto pure lui la statuetta dopo un sacco di volte in cui è stato invitato agli oscar senza mai vincere nulla, quando magari non hanno visto nemmeno uno dei suoi film.
    Un paio di anni fa ho guardato una serie televisiva che affronta tematiche legate all’adolescenza e ancora oggi ricordo bene che in un episodio della versione italiana viene detto “weekend” invece di fine settimana. Non avendo visto tutte le stagioni con il doppiaggio italiano, ma solo alcuni episodi, non so se capita solo una volta oppure è una consuetudine, in ogni caso quello che mi chiedo è se era proprio necessario dire “weekend”… Il problema secondo me è anche l’abitudine: a furia di sentire persone che dicono, non so, “nomination agli oscar”, alla fine è molto probabile che prima o poi finirà che anche chi non sa l’inglese dirà quella parola senza problemi tutti i giorni.

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 15:54 Rispondi

      Ciao Sonia, benvenuta nel blog.
      In Italia ci vuole poco a far diventare qualsiasi scemenza virale, Twitter docet.
      Che parola volevano inserire nel dizionario per DiCaprio?
      Weekend non è per niente necessario, fine settimana va bene lo stesso, anzi è anche meglio. È proprio questione di abitudine, del sentir dire certe parole agli altri e ripeterle a pappagallo.

  18. Nuccio
    1 marzo 2016 alle 16:12 Rispondi

    Ho studiato a scuola e all’Università l’inglese, il tedesco e lo spagnolo. Mi è servito per comunicare con gli stranieri, ma oggi che tutto è diventato globale rifiuto di parlare quelle lingue se non costretto. L’italiano, anche se contaminato, va rispettato ed è studiato in moltissime nazioni al di fuori della comunità europea. Parliamolo almeno noi, cercando di raffinare il senso estetico della nostra lingua che è già di elevato livello!

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 16:19 Rispondi

      Concordo pienamente, Nuccio. A me l’inglese serve quando vado all’estero e quando leggo testi inglese, ma in Italia voglio la mia lingua.

  19. Federica
    1 marzo 2016 alle 16:18 Rispondi

    «Petaloso» risulta essere un termine un po’…petulante… Capisco che si volesse far riferimento a una corolla ricca di petali e che sia difficile descrivere i fiori, però si possono usare altri aggettivi o modi per rendere l’immagine o l’impressione che ne abbiamo.
    Quanto all’introduzione di parole che ricalcano quelle inglesi sono d’accordo. Oggi si devono targettizzare i clienti nonché i prodotti e i messaggi a loro destinati. Si dà il via alla fase di implementazione di un progetto (anche se to implement deriva dal latino, l’abbiamo preso a prestito dall’inglese). Ci preoccupiamo della corretta corporate governance e spingiamo verso una maggiore managerializzazione delle imprese. Appuntamenti ed eventi non sono più all’ordine del giorno, segnati in una ormai antiquata agenda, ma si calendarizzano. Non esistono problemi o temi di cui discutere ma problematiche e tematiche.
    Non è difficile parlare correttamente italiano, però richiede almeno un po’ d’impegno!!!

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 16:22 Rispondi

      Petaloso e petulante li vedo bene insieme :)
      Credo esista un solo fiore senza petali, quindi a maggior ragione è inutile come parola. È come dire che una pelliccia è pelosa.
      Molte parole inglesi vengono dal latino e noi le abbiamo prese da loro, pensa un po’ che strano.
      Gestione delle imprese non va bene, meglio managerializzazione delle imprese…
      Ah, calendarizzare l’avevo dimenticato!

      • Federica
        1 marzo 2016 alle 16:37 Rispondi

        Un fiore senza petali? Adesso mi toccherà andare a scavare tra le mie enciclopedie di giardinaggio…. :-)
        Di solito per i fiori (per esempio, le dalie) si parla di corolle doppie o stradoppie, le distingue da quelle semplici.

      • Ulisse Di Bartolomei
        3 marzo 2016 alle 07:46 Rispondi

        Buongiorno Daniele

        cosa ne dici del “rimekkaggio” di quel film o di assistere a un bel “reading” per rinfrescare il tuo “feeling” letterario? Questa “roba” l’ho sentita in un incontro con dei giovani di amnesty, ma è soltanto un esempio di quell’occasione. L’introduzione arbitraria di vocaboli stranieri, è ormai un vizio nazionale. Io adoro la lingua italiana classica sin dalle elementari e forse il motivo consiste che “adoravo” la mia maestra, (una rampolla di nobili decaduti, che si esprimeva “nobilmente”) e di “sporcarla” non mi viene la pur minima tentazione, sebbene con due lingue straniere importanti ci convivo da decenni.

        • Daniele Imperi
          3 marzo 2016 alle 09:24 Rispondi

          “Rimekkaggio” non l’ho mai sentito. Ma anche usare remake è sbagliato, quando abbiamo rifacimento. Il reading l’ho letto da qualche parte e mi sono venuti i brividi. Gira anche il listening, perché l’ascolto è di sicuro diverso…

    • Federica
      2 marzo 2016 alle 15:03 Rispondi

      A proposito di aggettivi/termini francamente brutti aggiungerei alla “lista” «skillato»: una persona non deve semplicemente avere i requisiti per far bene il proprio lavoro ma dev’essere… skillata! Anzi, meglio se è anche un po’ smart.
      E «capacitazione», e non capacità, quale traduzione di «capability».

      • Daniele Imperi
        2 marzo 2016 alle 15:17 Rispondi

        Vero, ho letto da qualche parte “skillato”, ma anche leggere negli annunci di lavoro le “skills” richieste è orrendo.

  20. Tenar
    1 marzo 2016 alle 16:25 Rispondi

    Premesso che il mio lavoro consiste in gran parte nel correggere l’uso della lingua, non sono talebana. L’italiano viene dal volgare che altro non è che una storpiatura del volgare. La parola “bacio”, tanto per fare un esempio, viene da una forma bassa di latino, imbastardita con il celtico, “basium” e a suo tempo il buon Catullo, di origine padana, fece scandalo per il suo usarla in poesie che in teoria avrebbero voluto solo un latino puro. Oggi usiamo “bacio” e quasi tutti siamo ignari dello scandalo che fece al tempo. La dura verità a cui i linguisti devono piegarsi è che nella lingua vince l’uso. Se una parola entra nell’uso entra a far parte della lingua a tutti gli effetti, così come “perpetua” è passato da essere il nome proprio di un personaggio a definire la donna di servizio di un prete.
    Questo non per invogliare a un uso sciatto della lingua, lungi da me, ma solo per prendere consapevolezza che la lingua è qualcosa di vivo e in costante mutamento. Tantissime nostre parole sono state originate dall’uso popolare, spesso introdotte da immigrati di vario tipo (come i longobardi). Dei molti neologismi oggi in voga, che ci appaiono tanto cacofonici, il 90% di estinguerà e un 10% invece entrerà stabilmente nell’uso. Magari avranno anche usi colti e nobilitanti da parte dei letterati del futuro, come il tanto disprezzato “basium” di Catullo.

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 16:35 Rispondi

      Quindi vorresti dire che io sono talebano? :D
      Bacio si diceva “osculum”, se non ricordo male.
      Sono d’accordo che la lingua sia viva e in mutamento, ma penso che bisogna impegnarsi a difenderla da inutili brutture. Oggi si sta davvero esagerando con i termini inglesi. Io non riesco davvero più a capire di che parla la gente, non sto scherzando.

      • Tenar
        1 marzo 2016 alle 20:27 Rispondi

        Anch’io lo pensavo, ma ad esempio al corso di storia della lingua italiana mi hanno detto che erano molto di più i vocabolo francesi in voga nel settecento quando davvero l’italiano ha rischiato di sparire. Personalmente preferirei l’approccio francese, un poco più protezionista, ma tutto sommato penso che l’italiano se la caverà e rimarrà una bellissima lingua.
        PS: sì, i tuoi ricordi di latino sono giusti ;)
        E adesso “osculo” ci sembrerebbe orribile, tutta questione di abitudine. Magari un domani troveremo aulico taggare…

        • Daniele Imperi
          2 marzo 2016 alle 08:15 Rispondi

          Un giorno voglio provare a dire a una ragazza “vorrei darti un osculo”, chissà come la prenderà? :D

  21. Tenar
    1 marzo 2016 alle 16:26 Rispondi

    Errata corrige: viene dal volgare, che altro non è che una storpiatura del latino

  22. Marina
    1 marzo 2016 alle 17:42 Rispondi

    Solo per dire che sono d’accordo con te. Su tutta la linea. E il termine “petaloso” mi sta antipatico almeno quanto l’intera faccenda che l’ha reso inutilmente famoso. Insomma, anch’io difenderei a spada tratta la nostra lingua di fronte all’uso continuo di termini stranieri talvolta impronunciabili: chiedi a un signore di settant’anni di pronunciare correttamente “stepchild adoption” e sai le risate!

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 17:48 Rispondi

      Molti anziani non capirebbero, infatti, oltre al fatto che neanche si sa bene come pronunciare certe parole e finisci solo per fare figuracce.

  23. Ulisse Di Bartolomei
    1 marzo 2016 alle 17:45 Rispondi

    Salve Daniele

    il “de facto” lo ridefinirei assenza di regole, come in Italia si è ormai normalizzata. Per difendere una lingua occorre regolamentare la comunicazione, imponendo un linguaggio “filologicamente” corretto (impossibile comporlo o comprenderlo agevolmente se è asperso di vocaboli estranei non interiorizzati) a tutti i lavoratori nel circuito mediatico e a quelli che lavorano nel servizio pubblico in generale inclusi i politici. Il Italia nessuno lo ha fatto e credo nessuno lo farà, se valutiamo l’oratoria di Renzi tutta hashtag, taggare ecc… Nella mia quasi decennale permanenza in Germania, ricordo che nel proferito alla televisione e nei giornali, i vocaboli anglosassoni erano rari e motivati, mentre ricordo qualche “ciao”, “bravo” e l’ovvia pizza… I popoli nordici si amano e sono fieri della propria lingua, ma quello italico, con l’autostima sotto i piedi…

    • Daniele Imperi
      1 marzo 2016 alle 17:49 Rispondi

      Ciao Ulisse, penso che questo governo abbia abusato più degli altri di termini inglesi. Quello che mi dà più fastidio è proprio questa assenza di un po’ di sano nazionalismo, che pare tutti i popoli abbiano eccetto noi.

      • Ulisse Di Bartolomei
        1 marzo 2016 alle 18:16 Rispondi

        Purtroppo il nazionalismo e l’amor proprio correlato a un retaggio storico, sono stati “sospinti” a destra per ovvi tornaconti di denotazione politica. In passato avevo pensato a una raccolta di firme per proporre una legge in parlamento, poi ho soprasseduto… combattere i mulini a vento… Credo assennato che chiunque in ruolo pubblico, parlando in “pubblico” debba esprimersi da farsi comprendere anche dai nonni… con istruzione medio bassa. Perché non ci provi tu Daniele che stai a Roma! Ti metti con un banchetto davanti al parlamento e raccogli le firme… Appariresti in televisione, perlomeno…

        • Daniele Imperi
          2 marzo 2016 alle 08:11 Rispondi

          Sono allergico alla televisione e alla notorietà, quindi di mettere il banchetto a Montecitorio non se ne parla nemmeno :D

  24. la mori
    1 marzo 2016 alle 20:35 Rispondi

    Finalmente qualcuno che la pensa come me! Tutti a osannare questo petaloso: mi sono arrivati persino più inviti per aderire a questo o quel gruppo che supportasse il termine per farlo entrare nel vocabolario. Per giorni non si è parlato d’altro. Mah!
    Alcuni termini inglesi li ho fatti miei ma in linea di massima concordo con te. L’inglese adesso sembra avere funzione nobilitante: un esempio tra tutti è il governo che titola leggi e riforme in inglese. Intanto ci dimentichiamo dell’italiano corretto. Facebook in particolare pullula di horribilia tipo non sapere dove sta l’h, problemi con c e q o addirittura le doppie inverse: usate quando non ci sono e dimenticate quando ci sono. Per non parlare del gergo giovane tipo #ciaone o #tiamodibene. Mi viene l’orticaria ogni volta che le leggo certe espressioni.

    • Daniele Imperi
      2 marzo 2016 alle 08:13 Rispondi

      Posso dire la stessa cosa: finalmente qualcuno che la pensa come me! :D
      Addirittura gruppi su FB? La gente non sa proprio che fare. Con tutti i problemi che abbiamo pensano alle scemenze.
      Le leggi chiamate in inglese sono una vergogna. Ci vorrebbe una legge che vieta questo uso.
      Facebook insomma è un bel posticino in cui ripassare la grammatica :)

  25. Barbara
    2 marzo 2016 alle 17:36 Rispondi

    Ti ringrazio della citazione (“barbara anglosassone”), ma la B va maiuscola. :P
    Qua più che “petaloso” mi sovviene “permaloso”.
    Però sottoscrivo tutto quello che dici.
    Lavoro in informatica da tempo e, al contrario di quel che si pensi, certi termini sono solo all’esterno. Sono gli altri, quelli che fingono di darsi un tono. “embeddare”, “helpare”, “filare” mai sentiti! “schedulare” si, ma perchè sarebbe facile confonderlo con “programmare” (che da noi è davvero un’altra cosa). Anche “pianificare” ha una sfumatura diversa (schedulare un’attività, pianificare una persona, nel nostro gergo).
    Tanto per capirci, da noi c’è chi il banale “folder” (che sarebbe “cartella” del computer) la chiama “la direttrice” (la prima volta che l’ho sentito cercavo la signorina Rottermeier dietro di me!)
    …per quanto riguarda i Governi italiani, usano l’inglese per confondere le idee. Se ne guardano bene dal dire le cose come stanno in italiano semplice semplice, che lo capiscano tutti! tzè.

    • Daniele Imperi
      3 marzo 2016 alle 09:19 Rispondi

      Ops, scusa per la minuscola :D
      Programmare ha vari significati. Se scrivo “ho programmato un articolo per domani”, chi è capisce che sto usando PHP o Javascript? In fondo abbiamo sempre programmato le vacanze.

  26. Marco Lovisolo
    3 marzo 2016 alle 09:45 Rispondi

    Condivido il parere espresso da Barbara. Anche io lavoro nell’ambito informatico e alcuni termini derivano dalla pratica e dalla velocità di comprensione. “Schedulare” ne è un classico esempio. Si intende definire delle tempistiche, degli orari e nulla ha a che vedere con la programmazione vera e propria.
    Ammetto di usare spesso “Embeddare” al posto di allegare, ma solo in contesto lavorativo.
    Un altro termine che si usa spesso è “fasare” nell’accezione di accordarsi.
    Tutto questo per dire che sono d’accordo sul fatto che quando si scrive si debba usare l’italiano, ma purtroppo in certi ambiti professionali si tende ad adottare uno slang che permette di veicolare le informazioni più rapidamente. Sono giuste entrambe le cose, ma bisognerebbe mantenerle separate: lo slang professionale al lavoro, l’italiano in tutte le altre occasioni.
    Sui governi italiani e su questo in modo specifico, preferisco non esprimermi. Anzi, sai che ti dico? Mi “BANNO” !

    • Daniele Imperi
      3 marzo 2016 alle 10:01 Rispondi

      Il verbo to scedule significa programmare, organizzare, fissare. Schedulare non è corretto. Se poi volete continuare a parlare e scrivere male, fate pure. Io ora, come ho scritto, tendo a chiudere articoli che contengono certe brutture.
      “Fasare”? E da dove proviene?
      Se dai spago a certi vocaboli, non resteranno mai confinati al lavoro.

      • Barbara
        3 marzo 2016 alle 10:11 Rispondi

        “Fasare” mai sentito nemmeno io.
        Comunque, lo slang nell’ambito professionale non lo ammetto. Se parlano con me, usano l’italiano, almeno ché non occorra davvero essere “tecnici”. Se gli scappa qualche parola strana, chiedo “Scusa? non ho capito…chiarisci.”
        PS. sono mesi che battaglio perchè c’è continua a scambiare “a posto” con “apposto”.
        Tutte le volte che leggo “i rilasci mettono apposto i problemi evidenziati” mi prudono le mani!!

        • Daniele Imperi
          3 marzo 2016 alle 10:22 Rispondi

          È un fenomeno comune quello di attaccare parole che andrebbero staccate…

        • monia74
          3 marzo 2016 alle 10:26 Rispondi

          Ho scaricato un libro da amazon farcito di APPOSTO. Incredibile.

          • Daniele Imperi
            3 marzo 2016 alle 10:46

            Hai apposto le tue critiche alla recensione? :D

          • monia74
            3 marzo 2016 alle 10:52

            Ho lasciato due stelle e una recensione sul mio profilo FB :)

      • Ulisse Di Bartolomei
        3 marzo 2016 alle 11:23 Rispondi

        “Fasare” si usa nell’elettromeccanica. Chi lavora nella manutenzione motoristica, ha intensamente a che fare con le fasi. Il termine si usa con il significato di accordare, in altri contesti o quando si vuole apparire originali. Nella motoristica si “regolano” le fasi, in quanto la loro correlazione deve corrispondere a un ordine immutabile, mentre tra gli umani ci si “accorda” dacché i termini di competenza di ognuno possono variare.

      • Marco Lovisolo
        3 marzo 2016 alle 11:49 Rispondi

        Sono d’accordo sul fatto che si debba preservare l’italiano corretto e utilizzarlo. Tuttavia in ambito professionale si viene coinvolti in un vortice al quale è difficile sfuggire. Poi è chiaro (pensavo di averlo espresso correttamente, ma forse no) che schedulare, embeddare, fasare, googlare ecc. sono parole errate, nessuno lo mette in dubbio, di certo non io.
        Alla fine credo che sia una questione del tutto soggettiva: io, per esempio, riesco a scindere facilmente l’aspetto professionale e il suo linguaggio dal resto della mia vita.

        • Federica
          3 marzo 2016 alle 12:10 Rispondi

          L’«aziendalese» esiste, ahinoi. Quando sei dentro un’azienda, che fai? Cerchi di capirlo. Se proprio devi, lo parli, sennò cerchi di dare il buon esempio offrendo delle alternative ;-)
          Però, sì, c’è chi usa certi termini per darsi un bel po’ di arie attorno, per sembrare 100 spanne sopra gli altri o 100 chilometri avanti.
          Sapersi esprimere e saper comunicare è però tutta un’altra cosa.

          • monia74
            3 marzo 2016 alle 12:16

            Proprio oggi abbiamo rilasciato il nuovo “car policy” che fa più figo di “regolamento auto”. O forse il motivo è il richiamo al termine Polizia, più intimidatorio per chi voglia trasgredire XD

          • Federica
            3 marzo 2016 alle 12:24

            C.V.D.: come volevasi dimostrare!!!
            Uno legge car policy e si sente… pervaso da un senso di vaghezza, di dubbio… ;-)
            Un passo in avanti verso l’incomunicabilità, l’incomprensibilità e il deterioramento della lingua.

          • Daniele Imperi
            3 marzo 2016 alle 12:33

            Io sono convinto che certi termini inglese sono usati proprio per darsi un tono.

  27. Marco Lovisolo
    3 marzo 2016 alle 12:25 Rispondi

    Ecco, Federica ha espresso meglio di me il concetto, brava. Ovviamente ci si deve sforzare per parlare italiano, ma in un contesto in cui vige (lasciamo perdere il perché) un determinato slang, in parte ci si deve adeguare. Questo non vuol dire portare quel linguaggio fuori da quel mondo.

    • Federica
      3 marzo 2016 alle 12:30 Rispondi

      Prego, Marco, ci mancherebbe. Avevo capito perfettamente quel che volevi dire.
      Nelle aziende bisogna saperci sopravvivere ;-)

  28. Ulisse Di Bartolomei
    3 marzo 2016 alle 13:12 Rispondi

    Io non frequento ambienti aziendali ormai da molti anni e comunque ai miei tempi tale questione non era un tema. Oggi quando mi confronto con qualcuno “modernista a tutti i costi”, chiedo lumi facendo finta di non capire “cosa intendi con…” oppure “non capisco nulla, spiegati in italiano” e spesso se sono interlocutori frequenti, con me evitano ulteriori stranezze dialettiche. Io comunque parlo in italiano, caschi il mondo…

    • Daniele Imperi
      3 marzo 2016 alle 13:16 Rispondi

      Certo che dover dire a un italiano in Italia “non capisco nulla, spiegati in italiano” è grave. Grave per l’altro che non sa più parlare la sua lingua.

      • Ulisse Di Bartolomei
        3 marzo 2016 alle 13:42 Rispondi

        Ai “miei tempi” uno degli operatori dell’assistenza, pur essendo diplomato, parlava un italiano pessimo ma non lesinava di vocaboli inglesi. “After service” lo aveva sempre in bocca e si era innamorato di “more or less” che pronunciava “morronles”. Come venditore ero talvolta costretto a incontrarlo e sempre mi sovveniva un senso di antipatia e pietà, appena ci pensavo. Ieri ho menzionato scherzosamente una raccolta firme, ma ripensandoci non mi sembra un’idea così peregrina! Possibile che a questa caduta di stile italica, non si possa porre un freno?

        • Marco Lovisolo
          3 marzo 2016 alle 13:57 Rispondi

          Una delle cose che mi è capitato di sentire in più occasioni è: “questa cosa è da fare asap”. La prima volta che l’ho sentita, ho fatto la faccia intelligente, ma non avevo assolutamente capito. In seguito ho scoperto che ‘asap’ è l’acronimo di “As soon as possible”. Quindi non solo avevano usato l’inglese per dire “il prima possibile”, ma lo avevano pure contratto in un acronimo …

          • Daniele Imperi
            3 marzo 2016 alle 14:01

            Asap l’ho sentito anche io, anzi un tipo tempo fa mi ha risposto per email “ti scriverò asap”…

          • Federica
            3 marzo 2016 alle 14:18

            «asap»: cosa mi hai fatto ricordare!
            Daniele, potresti scriverci un racconto horror: Asap, il mostro divoratore delle parole. Si aggira silenzioso per i corridoi e compare quando meno te l’aspetti a divorare le parole dell’italiano… Riuscirà a farle sparire tutte? (ehm..no! Ci saranno pure dei paladini della lingua pronti a intervenire per porre fine allo scempio!)
            Secondo me funzionerebbe… ;-)

        • Daniele Imperi
          3 marzo 2016 alle 14:13 Rispondi

          Si dovrebbe porre un freno, ma come?
          Io, se fossi un dirigente, imporrei un esame scritto della lingua italiana prima di assumere personale.

          • Federica
            3 marzo 2016 alle 14:20

            E qui, invece, siamo alla fantascienza!
            L’intenzione è buona, però.

          • Barbara
            3 marzo 2016 alle 14:28

            Sono i dirigenti i primi sostenitori dell’inglesismo e degli acronimi!!
            ASAP lo usiamo anche noi, come pure FYI (For Your Information). Però non a livello colloquiale, ma su mail, di solito quando dobbiamo girare qualcosa di urgente e siamo dal malefico cellulare…magari costretto in riunione, ma hai un altro cliente che scalpita. Ecco, lì gli acronimi salvano la vita.

          • Daniele Imperi
            3 marzo 2016 alle 14:33

            Dici che gli acronimi salvano la vita? Io ho una tremenda avversione per gli acronimi, nel senso che, tranne pochi, non li capisco :)

          • Barbara
            3 marzo 2016 alle 14:30

            E il “must have”? “Lo smartwatch è il must have quest’anno!”
            Perchè l’Italiano non diventa il must have dell’anno prossimo?? :P

          • Daniele Imperi
            3 marzo 2016 alle 14:34

            Come il “know how”… Secondo me se a queste persone chiedi di esprimere quei concetti in italiano, non sanno farlo.

          • Ulisse Di Bartolomei
            3 marzo 2016 alle 14:37

            Anche il dirigente, purtroppo, abbisogna di cultura adeguata e questo è vincolato a una percezione del diritto consona. Se si considera che tutti debbano comprendere il contenuto del linguaggio, aspergerlo con vocaboli estranei significa ledere i diritti di una parte consistente della popolazione. Credo che una dissertazione di economia o qualsivoglia settore specialistico, sia comprensibile a chiunque se la delucidazione avviene con una dialettica coerente, ovvero soltanto i lemmi che appressano meglio il significato del concetto i dettagli. Oltre ai vocaboli inglesi, il problema si accresce in quanto chi vi ricorre con facilità, utilizza anche il metalinguaggio a sproposito. Insomma qui ci starebbe dello spazio per una proposta di legge.

  29. Marco Lovisolo
    3 marzo 2016 alle 14:43 Rispondi

    Ah beh, se la mettiamo così … sempre lo stesso tizio, in un’altra occasione, se ne uscì con la formula ‘as is’ pronunciato aziz … Ovviamente anche in quell’occasione, faccia intelligente e risposta pronta: “Certo, capo”.

  30. Federica
    3 marzo 2016 alle 14:46 Rispondi

    Nel frattempo… complimenti, perché questo post è entrato nella classifica dei più commentati!!

  31. Ulisse Di Bartolomei
    3 marzo 2016 alle 15:47 Rispondi

    Ho controllato in rete e una petizione c’è, ma troppo generica. Voglio rifletterci… Comunque se la crusca accetta “petaloso” la speranza è striminzita. Proporrò “pitalico”… dicasi di contenitore per bevande che assomiglia a un pitale. Sono un mancato linguista…

    • Federica
      3 marzo 2016 alle 17:05 Rispondi

      Ulisse, non so quanto serva una petizione…
      Per fare un esempio, oggi, chi si iscrive al Liceo Scientifico può optare per il corso in cui non si insegna più il latino, perché, come dire, tanto «non serve», non è un qualcosa di immediatamente utile (per fortuna resiste ancora il corso tradizionale, che l’ha mantenuto).
      Una volta, un mio amico mi ha detto: «ma noi italiani siamo troppo innamorati delle nostre parole», come a dire che ci perdiamo a star dietro alla precisione, all’esattezza comunicativa, alla bellezza espressiva….
      Una legge può essere d’aiuto, ma l’amore per la lingua deve, in un certo senso, nascere da sè…

      • Daniele Imperi
        3 marzo 2016 alle 17:07 Rispondi

        La scelta di togliere il latino allo Scientifico esiste grazie a una legge, quindi non so come si possa chiedere aiuto alla legge per salvaguardare la nostra lingua :)

        • Federica
          3 marzo 2016 alle 17:19 Rispondi

          Ecco, mi tocca fare ermeneutica del mio commento..
          Infatti l’esempio dello Scientifico supportava l’iniziale «non so quanto serva una petizione…». Poi, conoscendo la foga con cui Ulisse commenta, ho mitigato con un (poco convinto) «Una legge può essere d’aiuto», perché appunto l’amore per la lingua e la comprensione della sua necessità devono nascere da sè. Promuovere qualche iniziativa nelle scuole (per esempio dei laboratori pomeridiani e qui la legge può servire) potrebbe tornare utile, ma non può risolvere la questione.
          Adesso va meglio messo così??? :-P :-)

          • Ulisse Di Bartolomei
            3 marzo 2016 alle 17:44

            Federica per me andava bene anche prima. Il latino non lo considero in quanto è utile a un livello di specializzazione accademico o per ambizioni di duttilità intellettuale. Saper l’Italiano però è “drammaticamente” indispensabile.

        • Federica
          3 marzo 2016 alle 17:45 Rispondi

          Ah, ermeneutica 2: a proposito della foga: nel senso che mi spiaceva smorzare uno slancio che ha dell’eroico.
          La mentalità diffusa si può forse cambiare offrendo esempi, molti, molti esempi positivi…
          E, con questo, direi che ho detto tutto. Mi pare. :-D :-D

      • Ulisse Di Bartolomei
        3 marzo 2016 alle 17:39 Rispondi

        Federica condivido il linea di massima, ma la questione della lingua in Italia è l’assenza di una regolamentazione precisa e i conseguenti organi di controllo e applicazione. Si può arrivare in ruoli di docenza senza la minima preparazione. Vero che c’è la corruzione e in talune zone geografiche si possono acquistare facilmente diplomi e lauree, ma che poi non vi stiano verifiche per accedere all’insegnamento è incredibile. Non conosco tutte le leggi ma se ve ne fossero di specifiche non sarebbe così facile spacciarsi per “dotti”. D’altra parte se si sa che le furbizie verrebbero inesorabilmente neutralizzate, si è più stimolati a formarsi veramente. L’amore per la lingua viene sempre dagli adulti che dimostrano di amarla. Per sopperire a una scarsa dialettica genitoriale, sovviene quella qualitativa del docente e se questi è inadeguato, il disastro è inevitabile. Quel tuo amico prendeva un grosso granchio, a mio giudizio… la lingua serve a comunicare e nella migliore efficacia. Il resto può essere talvolta teatro e certamente tanto esibizionismo. Come in Italia avviene!

        • Federica
          3 marzo 2016 alle 17:53 Rispondi

          È vero, è anche questione di onestà e buona volontà, in certi casi.
          Io ho avuto, per fortuna, esempi meravigliosi in famiglia (mia sorella, uno zio) e un luminoso esempio in terza liceo (purtroppo poi la professoressa è andata in pensione per problemi di salute)

          • Ulisse Di Bartolomei
            3 marzo 2016 alle 18:48

            Sei stata fortunata. Quando si interiorizza un senso qualitativo, questo ti segue per sempre e ti “protegge” dalle cattive compagnie… Gran parte delle cognizioni funzionali e di maniera utili al convivio quotidiano, si assumono per emulazione. Un buon docente lo sa.

  32. Ulisse Di Bartolomei
    5 marzo 2016 alle 11:02 Rispondi

    Tanto tuonò che piovve… e il buon Socrate lo sapeva.

    Salve Daniele

    Infine ho fatto la petizione. Dopo essermi lambiccato con innumerevoli “perché non dovrei?”, “che cosa mi costa?”, “serve a nulla ma almeno mi tolgo il pensiero”, ho preso carta e penna e ho compilato qualche frase tosta…

    Obbligo dell’uso della lingua italiana classica nei servizi pubblici.

    Considerando che ogni governo ha il dovere di servire il popolo e quindi di comunicare in maniera comprensibile per tutti, chiedo allo stato italiano di vietare la promiscuità linguistica, regolamentare l’uso della lingua italiana nel consentire l’adozione di lemmi estranei, soltanto nel caso di definizioni non esistenti nel lessico italiano e sanzionare l’arbitrario utilizzo di qualsivoglia forestierismo, anzitutto agli addetti in ogni ruolo o servizi al cittadino, con speciale attenzione all’esercizio politico, amministrativo, scolastico e giornalistico, in ogni forma.

    http://www.petizionepubblica.it/?pi=P2016N48656

    Un “grido” nella foresta! Piccolo ma arrabbiato. L’ho inserito in un blog e non mi ci dedicherò più di tanto, ma è soprattutto una questione di principio.

    Buon fine settimana a tutti

    • Daniele Imperi
      7 marzo 2016 alle 08:23 Rispondi

      Petizione firmata :)
      Sono d’accordo al 100%.

  33. Simona C.
    6 marzo 2016 alle 10:35 Rispondi

    Per lavoro uso molto l’inglese e ho notato che molti miei colleghi hanno cominciato a italianizzare termini stranieri per comodità anche quando parlano tra italiani e a me sembra ogni volta di sentire un’unghia che stride sulla lavagna. Sento “runnare” un programma, “sharare” un file e cose del genere tutto il giorno e quando rispondo in italiano mi guardano come se volessi fare la saputella. Se mi rivolgo a un italiano voglio parlare e scrivere in italiano perché i termini adatti e corretti esistono e voglio usarli perché mi piace la nostra lingua. La pigrizia dei miei colleghi nel ricordare che si dice “condividere” e non “sharare” impoverisce il loro vocabolario quotidiano e parleranno così ai loro figli finché “condividere” sarà dimenticato.

    • Ulisse Di Bartolomei
      6 marzo 2016 alle 11:23 Rispondi

      Buongiorno Simona C e buona Domenica.

      La questione infatti si aggrava nel surreale, in quanto ognuno si sente libero di proferire aggiungendovi vocaboli stranieri o neologismi, come gli aggrada. A questo punto o si dichiara decaduta la lingua italiana e si passa all’inglese o si inverte questa miserabile situazione. Dopo aver fatto la petizione ho controllato altre iniziative analoghe (lo so andrebbe fatto prima…) e ne stanno veramente molte, ma quasi tutte troppo generiche. Io sono stato categorico: chi si rivolge al pubblico in qualsivoglia ruolo, deve parlare in italiano. Contaminare la lingua è pure sintomo di una cultura sociale imbarazzante, dalla quale si ambisce sottrarsi. La lingua è però uno dei “codici”, il più importante, con cui interagiamo con l’ambiente e se si rompe, i conti non tornano. Sembra che a tali dettagli, la psicologia sociale italica non sia sensibile.

      • Federica
        6 marzo 2016 alle 23:17 Rispondi

        Ulisse, vorrei fare una precisazione. Vado a memoria e spero che le mie reminiscenze di diritto pubblico non mi tradiscano. La «petizione» consente ai cittadini di chiedere alle Camere provvedimenti legislativi o di esporre delle necessità che sono sentite come comuni, importanti, di interesse generale. È una richiesta che serve a sollecitare l’attenzione su certi temi, a far conoscere certe esigenze. Nulla di più. Il nostro ordinamento giuridico prevede, però, anche la possibilità dell’«iniziativa legislativa popolare»: ovvero, i cittadini possono, rispettando date “condizioni”, presentare proposte di legge allo scopo di disciplinare una certa materia. Sulla fattibilità e sull’efficacia di tale strumento non so dire.

    • Federica
      6 marzo 2016 alle 23:13 Rispondi

      Per quanto riguarda l’uso di vocaboli “italiani” ricavati da quelli stranieri, sembra quasi che abbiamo bisogno di importare, più che i termini in sé, il concetto che contengono, come se noi non li avessimo già a disposizione. La lingua, in quest’ottica, diventa paragonabile a un “prodotto” soggetto ad obsolescenza, che invecchia e si può sostituire con un altro. Al contrario, l’uso della lingua ne accresce il valore, per noi stessi e per le persone con cui comunichiamo, perché la rende sempre più viva e perché, banalmente, assolve la funzione per cui è nata. Questo ce lo stiamo scordando.

      • Daniele Imperi
        7 marzo 2016 alle 08:40 Rispondi

        Molti sono convinti che non esista il giusto concetto. Ma competitor è il concorrente, lo abbiamo anche noi quel concetto.

      • Ulisse Di Bartolomei
        7 marzo 2016 alle 11:13 Rispondi

        Grazie Federica per i dettagli del diritto pubblico e il resto dei commenti che non posso che condividere. Questa mia iniziativa è prettamente simbolica, in quanto ritengo che quantunque avesse successo, nessun governo avrebbe il coraggio di intervenire nella questione linguistica, poiché apparirebbe come un attacco indiretto alle forme dialettali. Una proposta di legge sarebbe ottimale, ma bisogna “scendere” in politica…

    • Daniele Imperi
      7 marzo 2016 alle 08:39 Rispondi

      Anche runnare” e “sharare” mi mancavano…
      Hai ragione, è un impoverimento del vocabolario. Ma soprattutto penso che questa gente andrebbe isolata, bisognerebbe rendergli la vita difficile, facendogli perdere tempo e chiedendo di continuo spiegazioni, finché non imparano a usare i termini corretti.

      • Ulisse Di Bartolomei
        7 marzo 2016 alle 11:30 Rispondi

        Salve Daniele

        Ormai “stortare” i lemmi stranieri più comuni è un vizio molto diffuso e negli ambienti “impegnati” il disastro che avviene nella testa della gioventù è palese. Parte ormai sin dagli asili, al seguito delle nuove terminologie inerenti le libertà e i diritti dei “generi”, ed è prevedibile un avvicendarsi di generazioni che di coerenza linguistica, avranno neppure il concetto.

  34. shade
    13 marzo 2016 alle 12:00 Rispondi

    La questione è appassionante! :-)
    Premesso che sono una grande sostenitrice dei neologismi, petaloso non mi piace granché. Mi fa simpatia il bambino che se l’è inventato, e penso che la maestra non abbia sbagliato, segnandolo come errore, ma dicendo al tempo stesso: “vediamo cosa ne pensa chi ne sa più di me”. La Crusca, poi, ha risposto in maniera ineccepibile. Ma la parola non è bella e, soprattutto, mi è sembrata ridicola la risonanza che hanno dato alla cosa mezzi di informazione e social network – per non parlare di alcuni politici.
    Per gli anglicismi, sono d’accordo sul fatto che negli ultimi tempi si sta esagerando. Troppe parole straniere inceppano la lettura di un testo, sia visiva sia orale. Nel parlato, vengono pronunciate male e non agevolano la comprensione. Nella maggior parte dei casi, poi, sono inutili, perché il nostro vocabolario abbonda di termini capaci di esprimere perfettamente gli stessi concetti. A che serve dire che un concerto è sold-out quando i biglietti sono tutti esauriti? O punire lo stalking quando il reato è rubricato molto più efficacemente come “atti persecutori”? Secondo me, gli insegnanti di lettere dovrebbero essere più rigidi sul punto, magari fissando una percentuale massima di barbarismi inseribili in temi e riassunti. E poi, come avete detto in tanti, nelle conversazioni con certi “barbarofoni” bisognerebbe cercare di stimolare l’interlocutore a tradurre in italiano tutti i termini stranieri non ancora naturalizzati italiani.
    D’altra parte, però, facendo per un attimo l’avvocato del diavolo, penso che la lingua italiana – così come la sua popolazione – si è formata anche grazie ai tanti apporti esterni (lingue barbare, arabo, francese, spagnolo, tedesco e infine inglese): è una lingua meticcia, insomma. E forse quelle parole che oggi ci sembrano un’inaccettabile invasione del nostro idioma, alle generazioni future suoneranno perfettamente autoctone. Gli stessi Latini, ai tempi, importarono di sana pianta termini greci a cui hanno cambiato accenti e pronuncia.
    Proprio l’altra sera, ho visto in tv un’intervista ad alcune accademiche della Crusca, e mi è sembrato che avessero un atteggiamento abbastanza morbido nei confronti di anglicismi e forestierismi…
    Detto questo, è chiaro che “sharare”, “runnare” e “embeddare” per me sono fuori dal mondo!

    • Daniele Imperi
      14 marzo 2016 alle 07:59 Rispondi

      Ah, sold-out significa che i biglietti sono esautiri? Bene, continuerò a non capire quando lo leggerò in un testo italiano :D
      La nostra lingua si è arricchita di altri termini, è vero, ma parliamo di pochissime parole e introdotto nel corso di tanti secoli, non di una marea di barbarismi che sta travolgendo l’italiano come oggi.

  35. Romina Tamerici
    15 marzo 2016 alle 23:05 Rispondi

    Già convincere la gente a scrivere i mesi senza la lettera maiuscola (perché siamo in Italia) è una battaglia troppo grande… figuriamoci tutto il resto! Ma ci si prova, dai…

    • Daniele Imperi
      16 marzo 2016 alle 08:41 Rispondi

      Vero, molti scrivono in maiuscolo anche i mesi…

    • Grilloz
      16 marzo 2016 alle 08:44 Rispondi

      Però a me alle elementari avevano insegnato a scriverlo maiuscoli (mesi e giorni della settimana)

      • Daniele Imperi
        16 marzo 2016 alle 08:47 Rispondi

        Ah, sì? Be’, non è corretto, non ha senso usare le maiuscole.

        • Grilloz
          16 marzo 2016 alle 08:49 Rispondi

          E perchè no, è nome proprio :P
          (insomma sono sottigliezze che non me la sentirei di considerare errore nè in un caso nè nell’altro)

          • monia74
            16 marzo 2016 alle 09:54

            Grilloz, io e te siamo di un’epoca passata, mi sa. Possibile che ci cambino la grammatica sotto al naso?? :D :D

          • Grilloz
            16 marzo 2016 alle 10:22

            Già, almeno in Germania le riforme grammaticali le fanno in modo ufficiale :P

      • Federica
        16 marzo 2016 alle 09:30 Rispondi

        Pure a me la maestra aveva insegnato di usare la maiuscola per i giorni della settimana e per i mesi.
        Ancor oggi, quando non sono obbligata, continuo a usarla per i mesi…. Sarà sbagliato, ma mi piace troppo e sono anche un po’ affezionata a quest’abitudine…

  36. Ulisse Di Bartolomei
    16 marzo 2016 alle 11:56 Rispondi

    Salve Daniele

    Giorni e mesi li ho sempre scritti con iniziale maiuscola e continuerò a farlo, anche soltanto per non crearmi un altro “problema”. A prescindere comunque le regole grammaticali, lo trovo un modo per “sacralizzare” questi vocaboli.

    • Federica
      16 marzo 2016 alle 12:23 Rispondi

      Dà un senso diverso al tempo e al suo scorrere. Sembra quasi di guardare ai giorni con più ponderatezza.

      • Ulisse Di Bartolomei
        16 marzo 2016 alle 12:37 Rispondi

        Hai splendidamente definito la questione. Togliere la maiuscola sembra di banalizzarli.

      • Daniele Imperi
        16 marzo 2016 alle 12:45 Rispondi

        Se li scrivi in maiuscolo sul calendario, allora ha un senso. Ma scrivere: “Andrò dal medico Lunedì prossimo” o “Parto per le vacanze a Luglio e non ad Agosto” non è corretto.

        • Federica
          16 marzo 2016 alle 14:11 Rispondi

          Sono questioni per cui potrei quasi azzuffarmi… :-)
          Se vi sono ragioni per cui non la devo usare (un documento, un testo di un certo tipo), allora è chiaro che non posso usare la maiuscola, perché così vuole la regola .
          In altri contesti, invece, continuo a metterla (e, ripeto, soprattutto per i mesi, meno, invece, per i giorni)… Che ti devo dire? Per me equivale a dare un significato ben preciso e più meditato alla parola che sto per tracciare e utilizzare…

  37. Ulisse Di Bartolomei
    16 marzo 2016 alle 12:04 Rispondi

    Ho ricordato una questione di accenti: “àncora” e “ancòra” andrebbero accentati per comprenderne il giusto significato, nei casi dove possono venire confusi?

    • Daniele Imperi
      16 marzo 2016 alle 12:16 Rispondi

      Secondo me non vanno accentati, per me si capisce sempre il significato.

      • Ulisse Di Bartolomei
        16 marzo 2016 alle 12:50 Rispondi

        Che il significato “tecnicamente” si capisca sempre, concordo, ma spesso apporta un’incertezza che costringe a soffermarcisi, anzitutto se i vocaboli sono vicini. “Consigliai di gettare l’ancora, ma ancora non venni ascoltato… e la tempesta montava!” Mi è capitata una situazione simile e ho scelto di accentare àncora. A volte e dove l’argomento lo giustifica ( di tecnica o inerenza nautica ad esempio), uso il corsivo per differenziare.

        • Daniele Imperi
          16 marzo 2016 alle 12:54 Rispondi

          Nella frase che citi, però, “ancora” non ha l’articolo, quindi è chiaro che non stai parlando dell’ancora navale :)

          • Ulisse Di Bartolomei
            16 marzo 2016 alle 13:12

            Sì infatti tecnicamente è così, ma è il fattore mentale che consiglierebbe di distinguere. Magari dipende anche dalle abitudini e dalla preparazione individuale. A me sempre capita che di fronte a due vocaboli analoghi ma di significato diverso, mi ci devo soffermare qualche istante. “Lo riempirono di botte e poi lo gettarono in una botte…” andrà pure bene così ma io le bòtte le faccio così. Peraltro il primo e plurale e il secondo e singolare.

  38. Emanuela
    2 aprile 2016 alle 13:53 Rispondi

    Caro Daniele, spesso mi imbatto nei tuoi post e devo dire che sono sempre interessantissimi.
    Anche questo non è da meno. Spesso, nelle mie letture, mi imbatto in vocaboli a mio avviso “osceni”, come googlare, betare, likare e così via. La cosa davvero triste, a mio avviso, è che li ho trovati anche in best seller pubblicati da grandi case editrici. Ma quanto ci vuole a scrivere “cercò su Google” anziché “googlò”?

    • Daniele Imperi
      4 aprile 2016 alle 08:45 Rispondi

      Ciao Emanuela, grazie e benvenuta nel blog. “Betare” mi mancava… e anche “likare”. Che tu li abbia trovati in libri di grandi editori è ancora più grave.

Lasciami la tua opinione

Nome e email devono essere reali. Se usi un nickname, dall'email o dal sito si deve risalire al nome. Commenti anonimi non saranno approvati.