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Apologia dell’apostrofo

uso-apostrofo

Post ad alto contenuto apostrofato

Cos’è questo segno così bistrattato, abusato o ignorato secondo l’estro? Perché s’omette quand’occorre e se ne fa ampio uso quand’è meglio farne a meno? L’apostrofo par che sia uno di quei dilemmi grammaticali della nostra lingua che dà filo da torcere a più d’uno.

Con questa breve trattazione apologetica proverò, per quanto m’è concesso, di far luce sull’uso – e a volte sul non uso – dell’apostrofo.

Apostrofo sull’articolo indeterminativo un

Soltanto se è femminile e la parola che segue inizia per vocale. Facile, no? Neanche per sogno, visto che continuo a leggere “un opinione”, “un altra” e così via. Eppure non ci vuol molto a capire che “un’opinione” proviene da un troncamento operato, senza anestesia ma in ambiente asettico, su “una opinione”. Morta una “a”, si fa un apostrofo.

Gli articoli indeterminativi sono tre (3), due per i maschietti e uno per le femminucce.

  1. Un: maschile, per vocaboli che iniziano per vocale (un asino) o per quelli che iniziano per le consonanti b, c, d, f, g, l, m, n, p, q, r, s, t, v
  2. Uno: maschile, per alcuni vocaboli che iniziano per s (come scemo, scivolo, scranno, sputo, ecc.) e tutti quelli con la z
  3. Una: femminile, si usa per tutti i vocaboli, accorciandosi in un’ se precede una parola che inizia per vocale.

Apostrofo sull’abbreviazione di poco

Un po’ di ripasso non fai mai male, no? L’unica parola che non esiste è “pò”, ma se dovete indicare un poco di qualcosa, allora troncate, sempre senza anestesia, quell’avverbio e la sillaba finale “co” si trasforma in un apostrofo.

Il Po, invece, con la sua liquidità, non accetta né accenti né apostrofi. L’è fatto così.

Apostrofi sui verbi dire, fare, andare, stare, dare

  • Di’ quello che vuoi
  • Fa’ qualcosa di buono
  • Va’ dove ti porta il vento
  • Sta’ fermo
  • Da’ i croccantini al gatto

Perché tutti questi signori verbi hanno un apostrofo? Perché sono imperativi presenti e un’altra volta abbiamo troncato le parole che, scritte per intero, sono “dici”, “fai”, “vai”, “stai” e “dai”.

Morta una “i”, si fa un apostrofo. Esattamente come prima.

Ma non azzardatevi, mai e poi mai, a scrivere “dì” (che poi esiste, ma significa giorno), “fà” (che non esiste), “và” (idem), “stà” (idem) e “dà” (che esiste, certo, e anche nello stesso verbo, ma è la terza persona singolare dell’indicativo presente: Pierino dà un pizzico alla maestra).

Se invece volete esortare Pierino a mancare di rispetto a quella povera donna, allora dovete scrivere “Pierino, da’ un pizzico alla maestra”. Ma io declino ogni responsabilità al riguardo.

Apostrofi sugli articoli determinativi

Ma serve dirlo? Certo, perché m’è capitato di leggere roba come “l orologio”, “l auto”, ecc. Va’ a capire perché, va’ a indovinare cosa possa essere passato per la testa di quegli scriventi. Dico, ma secondo lor signori esiste forse la parola “l” così, sola soletta?

Apostrofi vari qui e là

  • Ma’ per mamma
  • Pa’ per papà
  • Que’ per quei
  • De’ per dei
  • S’ per si (cfr. “Questo matrimonio non s’ha da fare”)

Nessun apostrofo su tal e qual

Qual è ‘sta storia? Quella che non vuole l’apostrofo sugli aggettivi e pronomi “tale” e “quale” quando son troncati. Quindi si scrive “tal uomo” e “qual è”, proprio così, tale e quale.

C’è qualcosa che vi torna in quest’apologia dell’apostrofo? Me l’auguro.

31 Commenti

  1. LiveALive
    6 ottobre 2014 alle 07:51 Rispondi

    Ti ricordo che Salgari e, per un periodo, Pirandello, scrivevano qual è con l’apostrofo, ma non ho ancora capito se lo facevano perché: 1- non lo consideravano troncamento ma elisione, 2- erano del parere che si dovesse usare anche col troncamento.
    Credo però l’usassero più che altro una indicazione fonica. Usavano l’apostrofo cioè per dire che quella cosa si legge come fosse una parola unica (e infatti io leggo qualè, o se si vuole kua’le).

    Gli imperativi con l’apostrofo sono in via di estinzione. Anche se le correnti consuetudini li vogliono con l’apostrofo, usare un accento non è linguisticamente sbagliato: si è scelto infatti di usare l’accento come segno diacritico per distinguere il dà di dare dalla preposizione, il fà di fare dalla nota fa, il dò di dovere dalla nota do, eccetera.

    • Daniele Imperi
      6 ottobre 2014 alle 13:58 Rispondi

      Forse ai loro tempi era concesso. Anche senza apostrofo, comunque, si legge “qual è” come fosse un’unica parola.

  2. wawos
    6 ottobre 2014 alle 10:50 Rispondi

    Altro post fendinebbia (per me). Grazie Daniele. Buona giornata.

  3. Alessandro
    6 ottobre 2014 alle 11:40 Rispondi

    ottimo post. Da stampare e appendere in camera.

  4. Davide Q.
    6 ottobre 2014 alle 11:57 Rispondi

    Questo me lo scarico come PDF, che ne ho bisogno anch’io a volte :)

  5. MikiMoz
    6 ottobre 2014 alle 12:06 Rispondi

    Un post bellissimo e ben scritto, grande D’Aniele!!^^

    Moz-

    • Daniele Imperi
      6 ottobre 2014 alle 14:00 Rispondi

      A metà fra Daniele e D’Artagnan? Ma ormai porto la barba completa :)

    • LiveALive
      6 ottobre 2014 alle 14:10 Rispondi

      Questa mi ha ucciso. D’ora in poi lo chiamerò sempre D’Aniele.

  6. Alessandro
    6 ottobre 2014 alle 12:17 Rispondi

    ahah mitico Miki, ti adoro.

  7. Sebastiano
    6 ottobre 2014 alle 14:09 Rispondi

    Un ripasso dell’elisione non fa mai male.
    Ho un piccolo dubbio, e opinione, che volevo condividere con gli altri. Di solito, io scrivo evitando l’apostrofo dove può risultare futile e/o pesante da leggere. (Es.: “mi è” al posto di “m’è”; “lo ha” al posto di “l’ha”; etc.) Volevo ora sapere se fosse scorretto anche scrivere per esteso, per esempio, “una amica” al posto di “un’amica”. Il secondo lo ritengo più utile nel caso del discorso diretto, mentre il primo potrebbe suonare bene in alcune frasi.

    • Daniele Imperi
      6 ottobre 2014 alle 17:12 Rispondi

      Non è per niente scorretto non usarlo, anche io qualche volta ne faccio a meno. Bisogna sempre considerare la scorrevolezza di lettura.

    • LiveALive
      6 ottobre 2014 alle 17:32 Rispondi

      Narrativamente e proseticamente parlando, è meglio mettere le forme estese. Alcune volte però continua a piacermi di più la versione con l’apostrofo.

  8. Attilio Nania
    6 ottobre 2014 alle 14:23 Rispondi

    Solo una precisazione: “dà” si può usare anche come imperativo. Anch’io avevo sempre pensato di no, ma recentemente ho scoperto che si può fare.

    • Daniele Imperi
      6 ottobre 2014 alle 17:13 Rispondi

      “Da’” come imperativo equivale a “dai”, quindi non vedo come possa essere corretto l’accento, tanto più che si va a confondere con “dà” dell’indicativo. Dove hai trovato questa cosa?

  9. Michelangelo Granata
    6 ottobre 2014 alle 14:25 Rispondi

    Molto bello, me l’appendo pure io, accanto alle mie foto più care. Lo vorrei proporre su Facebook, a tutti gli ignoranti che vi scrivono, come già una volta ho detto. Ad una persona, sempre su Facebook, tra l’altro Consigliere di una Circoscrizione di Catania, ho detto di non scrivere fa con l’accento (che non esiste) e mi ha apostrofato (è il caso di dirlo), insultandomi e togliendomi dal gruppo.

    • Daniele Imperi
      6 ottobre 2014 alle 17:14 Rispondi

      Simpatico questo consigliere :)
      Stampa il post e appendiglielo sulla porta dell’ufficio.

    • LiveALive
      6 ottobre 2014 alle 17:33 Rispondi

      Il consigliere ti ha detto una cosa linguisticamente giusta (non il toglierti dalle scatole, ma l’uso dell’accento come segno diacritico).

  10. maurap
    6 ottobre 2014 alle 14:30 Rispondi

    Post esauriente e chiaro. Una cosina: perché molti autori preferiscono scrivere la forma estesa dell’articolo femminile indeterminativo?
    Aggiungo due casi: l’articolo “le” (femm. plur.) non si apostrofa e “gli” si elide solo davanti a nomi maschili che iniziano con la vocale “I”. Alla prossima, ciao

    • Daniele Imperi
      6 ottobre 2014 alle 17:16 Rispondi

      Ho visto anche io che molti scrivono l’articolo esteso. Non saprei, davvero. In molti casi non è scorrevole leggere la forma estesa.

      Concordo con “le” non apostrofato.

      Sull’articolo “gli” dipende: “gl’inizi” mi suona male.

      • LiveALive
        6 ottobre 2014 alle 17:34 Rispondi

        Ormai è la norma, come l’assenza di D eufoniche: si preferisce la versione estesa esclusa qualche eccezione.

  11. Grazia Gironella
    6 ottobre 2014 alle 16:38 Rispondi

    Utili precisazioni, perché prima della fantasia e dello stile viene l’uso della lingua italiana.
    In riferimento alla domanda di maurap: anch’io spesso uno “una” anziché “un'” davanti al femminile che inizia con vocale diversa dalla A. Succede quando lo preferisco per il suono, e dipende dal sostantivo.

    • Daniele Imperi
      6 ottobre 2014 alle 17:16 Rispondi

      Anche per me va usata la forma estesa in funzione del suono. Apostrofare non è obbligatorio :)

    • LiveALive
      6 ottobre 2014 alle 17:41 Rispondi

      So che può sembrare strano, ma in verità, dopo Manzoni, ritengo la lingua, in narrativa, marginale.
      Mi spiego: il Manzoni ha posto la diamesia sul parlato-parlato, Bembo sullo scritto-scritto: è logico che Manzoni ha ragione perché è logico che una lingua esiste solo se ha una comunità di parlanti. La narrativa non è un saggio: la sua lingua molto spesso imita il parlato, e con una terza persona limitata bisogna adattare la scrittura alle facoltà del personaggio (cfr. Baudolino). Questo è sempre stato vero fin dall’antichità: non a caso Bembo sconsiglia di ispirarsi alle novelle di Boccaccio quanto, piuttosto, alla sua introduzione.
      Fatto sta che il riconoscere come lingua per la prosa quella parlata comporta anche che, se si scrive di un ragazzino come Huckleberry Finn, si può usare una forma sgrammaticata, e che se scrivo Arancia Meccanica posso inventarmi le parole. In questo senso, cioè all’interno di un sistema che lo giustifica, la lingua corretta non è più necessaria come nel 500.

  12. Lisa Agosti
    6 ottobre 2014 alle 21:08 Rispondi

    D’Artagnele e i Mozchettieri del Re :)
    La tastiera internazionale non ha le vocali accentate, si usa l’apostrofo come accento, quindi se la maestra si prende un pizzico non scoprira’ mai di chi e’ stata l’idea.

  13. Claudia
    9 ottobre 2014 alle 00:42 Rispondi

    Questo articolo lo salvo tra i preferiti.
    Concordo con quanto hai detto “apostrofare non è obbligatorio”.
    Sta tutto nel come si percepisce il suono generato dalla mancanza o meno dell’apostrofo.
    Ovvio che le regole vanno rispettate, altrimenti non c’è suono che tenga.

  14. gianni
    9 ottobre 2014 alle 15:02 Rispondi

    blogger, paleo digitali, emigrati digitali, burocrati, funzionari, scrittori in erbe, scrittori da savana e-7o da foresta…è sempre utile avere qualcuno che ti ricorda quello che hai imparato tanti anni fa e ti sei dimenticato. fra i molti guai dell’italia ci mancava il turpiloquio linguistico-grammaticale. in sintesi grazie.
    gianni boscolo

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