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Una pallottola per Barbara Stone

Un racconto western

Due gocce di whisky

Il giorno che Leslie Cox tornò in città, un mese dopo esser saltato in aria assieme al suo ronzino e a qualche chilo di esplosivo, un’anziana signora crepò d’infarto. Ebbe appena il tempo di farsi il segno della croce alla vista di quel morto vomitato dall’inferno, che il suo povero cuore s’arrestò come una locomotiva senza più carbone.

L’uomo seguitò a vagabondare per le strade – era mattina presto, quel giorno – come se niente fosse. Una vecchia in più o in meno non faceva certo differenza. Arrivato nei pressi del saloon di Tom, ancora chiuso, si fermò, scese da cavallo e si accese un sigaro. Anelli di fumo bluastro vorticarono nell’aria salendo al cielo, come richiamati da una forza angelica. L’uomo si appoggiò a una parete e attese.

Non mancò molto che arrivarono Bill e Jack, in cerca di qualcuno a cui rompere le tasche.

«Ehi, Bill».

«Sì».

«Hai visto quel tipo davanti al saloon?»

«Lascia stare, Jack».

«Parlo di quello appoggiato a fumare».

«Beh, non è che ci sia ressa a quest’ora del mattino».

«Ecco».

«Cosa?»

«Il tipo, Bill», disse Jack un po’ stranito. «Hai visto chi è

«Fa’ finta di niente, Jack. Fa’ finta di niente».

«Ma è Leslie Cox, dannazione!»

«Puoi giurarci che lo è».

«Dobbiamo avvisare lo sceriffo, allora».

«Bah», disse Jack. «E che le diciamo? “Ehi, sceriffo, in città è arrivato Leslie Cox. Hai presente quello che hai ammazzato il mese scorso?”»

«Mi sa che hai ragione».

Quando passarono davanti all’uomo che fumava, azzardarono una fugace occhiata e tirarono dritto.

«Signori», li salutò l’uomo sollevando appena lo Stetson con due dita.

«Non rispondere, Jack», disse Bill con un soffio. «Passa avanti».

«Non me lo faccio certo ripetere».

I due si spinsero fin nei pressi della chiesa, voltarono per un vicolo e fu là che scoprirono il cadavere della donna.

«È morta».

«Puoi giurarci, Jack, è morta stecchita».

«E adesso che facciamo?»

«Beh, chiamiamo lo sceriffo».

«Hai ragione, Bill. Che io sia dannato se hai ragione».

«Dovremmo anche chiamare il becchino».

«Prima dobbiamo aspettare che apra il saloon».

«Mi mangio il cappello se non andrà subito lì appena si sveglia».

«Resterai a digiuno, allora. Garantito».

Bill e Jack si allontanarono e raggiunsero l’ufficio dello sceriffo. Dai vetri videro un’ombra pachidermica muoversi per la stanza: Barbara Stone era già al lavoro. Decisero di bussare e, senza attendere il permesso, entrarono.

Una storia a mo’ di inizio

Bang City
Bang City in una cartina dell’epoca

C’era stato un tempo, a Bang City, in cui la gente viveva bene. Non economicamente, Bang City era solo una cittadina costruita di fretta a nordovest di Miles City, non molto lontano dalle rive del Missouri. Si viveva in una relativa calma, a parte qualche testa calda che faceva la sua apparizione nel saloon, si ubriacava e veniva ammazzata dal duro di turno.

Bang City era una città isolata. Chi vi arrivava lo faceva per due motivi: aveva sbagliato strada o cercava guai.

Poi un giorno apparve Norton McAllister. Si piazzò nel saloon e divenne amico di Tom. Passava il tempo a sollazzarsi con le baldracche e a bere whisky, finché il vecchio sceriffo non gli propose di sostituirlo perché era ormai troppo vecchio per indossare la stella di latta e più di una volta McAllister aveva dimostrato di saperci fare con la Remington.

Così McAllister divenne il nuovo sceriffo, ma continuò a sollazzarsi con le baldracche del saloon e a bere whisky e in città allora tutti capirono che non aveva sbagliato strada quel giorno.

Le cose andarono avanti come sempre, almeno fin quando arrivò un tipo dal Dakota che avviò un’impresa di legname da vendere alla ferrovia. Jason Woodhouse era un tipo elegante, che sapeva il fatto suo, con un paio di baffetti neri che gli davano un’aria da intellettuale che non era. In breve si fece amico lo sceriffo e da allora il tenore di vita di McAllister cambiò. Assunse un vice – un ragazzo di nome Adam Houston, che fu accoltellato durante una rissa al saloon tre mesi dopo – e ogni tanto, almeno finché era in vita il suo vice, andava e veniva da Bang City, con la scusa di sorvegliare il carico di legname.

In realtà McAllister era coinvolto in qualcosa di grosso, ma nessuno riuscì mai a capire che tipo di affari sbrigasse.

Un giorno, mentre si recava a Smoke Butte per incontrare qualcuno, si fermò ad abbeverare il cavallo al Big Dry Creek. Poco dopo giunse una diligenza, con a bordo una donna e un vecchio, che si fermò a fare provvista d’acqua. McAllister, dopo aver bevuto, si mise a pulire la pistola e gli partì un colpo che centrò in pieno volto la donna, rimasta nella cabina. Non seppe che fare e così sparò al cocchiere e al vecchio, facendo sembrare la strage una rapina. I corpi furono trovati senza un soldo in tasca e le due valigie aperte e il contenuto sparso sul terreno polveroso.

Nessuno seppe, però, che fu proprio Leslie Cox a trovare quei corpi e che l’anziano riuscì a sussurrare qualcosa all’uomo prima di crepare.

Leslie seppellì sua madre e gli altri due sul posto – ancora oggi, se passate dalle parti del Big Dry Creek, potete trovare quello che resta di tre croci e, se vi mettete anche a scavare un po’ nei dintorni, salterà fuori un corsetto, una scarpa e qualche bossolo. Ma forse è meglio che lasciate in pace i morti, non si sa mai.

Qualche settimana dopo il corpo di Norton McAllister fu trovato in un vicolo di Bang City da due anziani che passavano di lì per caso. Ma questa è storia vecchia.

I criminali morti non ammazzano sceriffi

«Siete già ubriachi a quest’ora del mattino?»

Barbara Stone se ne stava seduta alla scrivania a dare un’occhiata alle ultime taglie ricevute dalla posta dei giorni precedenti. Bill e Jack avevano appena finito di raccontarle di aver visto Leslie Cox davanti al saloon e di aver trovato la vecchia stecchita in mezzo a un vicolo.

«Ma vi dico che è vero, sceriffo», ribadì Bill.

«E poi il saloon è chiuso, non abbiamo ancora bevuto niente», aggiunse Jack.

«Se non era Leslie Cox», continuò Bill, «allora chi era?»

«Già», concordò Jack, «se non era lui, allora quei due si somigliano come due gocce di whisky».

Un folto sopracciglio si sollevò in modo impercettibile sul volto di Barbara. La donna abbandonò la lettura delle taglie e tornò a guardare la coppia di squinternati che aveva di fronte.

«Ho sparato io stessa alla borsa piena di dinamite appesa al cavallo di Leslie», disse, «e Leslie c’era proprio vicino, a pochi centimetri. Nessuno avrebbe potuto sopravvivere all’esplosione. E, come ben sapete, i resti del suo corpo e di quello del cavallo sono stati seppelliti».

I due anziani restarono in attesa.

«Tuttavia», continuò la donna, «c’è una cosa che mi ha fatto pensare». Lasciò decantare la frase nell’aria per creare quell’aspettativa nei suoi ascoltatori che tanto le piaceva. «Avete detto che se quello non era Leslie Cox, allora era uno che poteva essere il suo gemello».

I due assentirono all’unisono.

«Potete giurarci, sceriffo», disse Bill.

«Mi mangio il cappello se non è vero», disse Jack.

«Devo spedire un telegramma», disse Barbara, alzandosi. «Voi non muovetevi di qui, fra poco l’aria potrebbe scaldarsi».

«Ah, state tranquilla, resteremo qui», le assicurò Bill.

«E chi si muove?», disse Jack.

«Non è che avete un goccetto di qualcosa, sceriffo?»

«Tanto per sciacquarci le budella».

Barbara Stone non badò alla richiesta e uscì.

 

Quando arrivò la risposta al suo telegramma, lo sceriffo ebbe la conferma ai suoi sospetti. Leslie Cox aveva un fratello di nome Lennie, ancora vivo. I due erano gemelli. Del padre non si sapeva nulla, ma la madre era morta poco tempo prima, uccisa in una rapina alla diligenza dalle parti del Big Dry Creek.

Barbara Stone piegò il messaggio e se lo ficcò in tasca. Poi controllò le Buntline, si accese un sigaro e si avviò verso il saloon, che nel frattempo aveva aperto.

Dentro c’era un solo avventore.

Tom, dietro al bancone, stava asciugando dei bicchieri quando s’accorse della presenza dello sceriffo. «Buongiorno», disse.

L’uomo al tavolo non si scompose.

«Buongiorno, Tom».

«Posso offrirvi qualcosa?»

«Una birra, grazie».

Barbara si diresse verso il tavolo a cui sedeva lo straniero. Le dava le spalle e stava sorseggiando un whisky e fumando una sigaretta.

«Chi sei e che ci fai qui?», gli chiese la donna.

L’uomo voltò appena il capo e lanciò un’occhiata da sopra una spalla. Poi tornò a bere.

«Ti ho fatto una domanda», insistette Barbara.

«Non credo di dover dare spiegazioni a una donna», rispose l’uomo con estrema calma, «anche se la sua stazza è dieci volte la mia». Rise di gusto, tossendo per il whisky andato di traverso.

Barbara mollò un calcio a una gamba della sedia, che si spezzò, e Lennie finì per terra. Si ritrovò uno stivale pigiato su una tempia, il tacco che quasi gli bucava la guancia, lo sperone che gli graffiava la cotenna e la canna di un pistolone infilata in una narice.

«Non è questo il modo di parlare a una signora, ti pare?»

«Pachiderma», sputò l’uomo. «Questa me la paghi».

«A mezzogiorno, allora. Davanti al saloon. Preparati la bara».

Barbara Stone pulì la canna della Buntline sulla giacca di Lennie, andò al bancone, scolò il boccale di birra, pagò e uscì.

«Hasta luego, amigo!»

Quando mancavano dieci minuti a mezzogiorno, Barbara finì di controllare le pistole, si rassettò l’abito, raccomandò per l’ultima volta a Bill e Jack di non muoversi e aprì la porta dell’ufficio.

Fuori, l’aria era calda come le natiche di un fuggiasco che avesse attraversato tutto il West senza mai fermarsi. C’era silenzio, forse la puzza del duello era circolata rapidamente e tutti avevano trovato una scusa per starsene a casa.

Dalle finestre comunque Barbara poteva cogliere furtivi movimenti, tende che si scostavano, teste che sbirciavano. Il pubblico non sarebbe mancato, pensò la donna.

Scese in strada e s’incamminò verso il saloon. A destra e a sinistra la città se ne stava appollaiata come un avvoltoio, silente e in attesa. Barbara si fermò a qualche metro dal locale.

Di lì a un minuto, a mezzogiorno in punto, Lennie Cox spuntò da dietro un edificio, il corpo segaligno che avanzava con spavalderia. Aveva una sigaretta fra le labbra, spenta, che si divertiva a rigirare come un gioco.

È nervoso, pensò Barbara.

«E così tu saresti la famosa Dynamite Bra», disse Lennie.

Barbara non rispose.

«Quella che si diverte ad ammazzare la gente senza motivo, dico bene?»

«Se parli di tuo fratello, s’è fatto ammazzare come un moccioso. È stata poi legittima difesa».

Lennie morse la sigaretta, che si spezzò e per metà cadde a terra. Con una mano scostò lentamente la giacca, portandone il lembo destro dietro al calcio della Colt.

«Inoltre aveva ucciso lo sceriffo McAllister», rincarò la donna. «Gli spettava la forca. Io gli ho solo regalato una morte veloce».

Lennie sputò il mozzicone e allargò le narici. Le sopracciglia si aggrottarono e gli occhi divennero una fessura. Le dita fremettero, come prese da un violento e repentino prurito.

«Dovresti ringraziarmi, sai, Lennie?», aggiunse Barbara, divertita dalla rabbia palpabile che stava montando nel suo avversario. «Non è servita neanche la cassa. Quel po’ di cenere rimasta dopo il botto l’abbiamo portata via con una pala».

Fu in quel momento che Lennie Cox esplose. Nella sua mente riaffiorarono le scene della finta rapina alla diligenza e del cadavere della madre con un buco in fronte, che suo fratello Leslie gli aveva raccontato, e di Leslie stesso che saltava in aria col suo cavallo – i giornali erano stati molto ricchi di pittoreschi particolari in quel caso – e tutto l’odio che i Cox avevano sempre provato per la legge e le stelle di latta lo avvolse in una stretta che non lo lasciò più, oscurandogli la ragione e tagliando via ogni flusso di ragionamento.

Lennie Cox estrasse la Colt a mezzogiorno e quattro minuti, proprio nel momento preciso in cui un rotolacampo attraversava la strada dietro di lui, strappato dal vento alle lande desertiche attorno a Bang City.

Lo sparo rintronò in strada e l’eco rimbalzò sulle pareti degli edifici, narrando sottovoce di duelli andati a male e di pistoleri ammazzati. Decine di paia di occhi osservarono col fiato sospeso la traiettoria del proiettile, aspettandosi di vedere lo sceriffo crollare a terra e scavare una fossa di tre metri in mezzo alla strada.

Un impercettibile soffio di vento mosse appena un ciuffo di capelli di Barbara – per la fretta aveva dimenticato di legarli con una treccia, treccia che le donava perché la faceva apparire, assieme alla sua carnagione scura, come una Cheyenne. Il proiettile si perse nell’aria e terminò la sua corsa chissà dove.

Un secondo più tardi Barbara Stone estrasse le due Buntline – s’era concessa quel ritardo per dare a Lennie tutto il tempo necessario per capire di essersi scavato la fossa da solo.

Due spari esplosi quasi all’istante rimbombarono nella strada, come il rombo di un tuono presago di tempesta. Gli occhi dietro le tendine si spalancarono, le bocche si aprirono, il fiato si mozzò.

Lennie Cox non si mosse, ma un filo di fumo iniziò a salire uscendo da un foro in mezzo alla sua fronte. Barbara riuscì a vederci attraverso e si chiese se quelle nuvole lontane avrebbero portato pioggia l’indomani. Poi tornò a rivolgere la sua attenzione all’uomo, che aveva mantenuto lo sguardo di disprezzo sul volto, congelato in quell’espressione dalla morte.

La donna si stava chiedendo quanto ci avrebbe messo a cadere come un sacco di patate, quando Lennie Cox piombò invece al suolo come un sacco di rape sollevando sbuffi di polvere – il rumore delle rape che cadono dentro un sacco è differente da quello delle patate, constatò Barbara.

Con un gesto rapido Dynamite Bra fece roteare le Buntline attorno agli indici una trentina di volte prima di infilarle nella fondina.

«Hasta luego, amigo!», disse. Si voltò e a passo lento, come per ribadire la presenza stabile e duratura della legge, tornò in ufficio.

 

«L’avete ammazzato?», chiese Bill quando lo sceriffo rientrò. «Lennie Cox, intendo dire».

«A te sembra il contrario?», domandò Barbara.

«Dio onnipotente», disse Bill.

«Avete sterminato i Cox, sceriffo», disse Jack. «Ben fatto, direi».

«Fuori, adesso», ordinò la donna. «E chiamate Isaia, ci sono due casse da preparare e due funerali da celebrare».

«Sarà fatto, sceriffo».

«Andiamo subito, sceriffo».

I due fecero per uscire, ma poi parvero ripensarci.

«Non è che avete un goccetto di qualcosa, sceriffo?», chiese Bill.

«Tanto per sciacquarci le budella», aggiunse Jack.

«Fuori!»

Si dice che perfino le loro ombre faticarono a stargli appresso.

6 Commenti

  1. Alessandro C.
    27 gennaio 2013 alle 11:13 Rispondi

    Che dire, ho un debole per questo genere di racconti.

  2. Lucia Donati
    27 gennaio 2013 alle 14:36 Rispondi

    Bello, anche se mi è piaciuto di più il primo. Carina l’idea dell’inserimento della cartina.

  3. temistocle
    29 gennaio 2013 alle 09:36 Rispondi

    Ho copiaincollato il tutto su un file, perché in questi giorni sono presissimo da alcuni lavori. E mi dispiace perdere il tuo racconto, che ha già un attacco accattivante!

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