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Un affare

Un racconto di Natale

Un affare

Dalla strada intravidero la luce. L’insegna diceva che quella era la Locanda dell’Alce Nero. Penzolava su catene arrugginite, emettendo un suono raschiante e monotono, il legno che resisteva alla neve e al gelo. Dal comignolo saliva un pigro filamento di fumo, perdendosi nell’inchiostro della notte. Non giungevano voci dall’interno, ma i tredici spettri che apparvero davanti alla costruzione notarono movimenti, ombre.

Era ancora aperta.

Stekkjastaur afferrò la maniglia, ma fu bloccato da Giljagaur. «Aspetta», disse il fratello. «Come paghiamo?»

«E quando mai è stato un problema, per noi?», domandò Stúfur.

«Potrebbe diventarlo a lungo andare, però», gli rispose Þvörusleikir.

«Razza di donnicciole», urlò Pottasleikir.

«Calma», disse Askasleikir. «Ragioniamo».

«Che proponi?», domandò Hurðaskellir.

«Non si doveva mangiare qualcosa?», chiese Skyrgámur.

«Veramente si doveva bere un calice», puntualizzò Bjúgnakrækir.

«Mangiare, bere, basta che si entra, per Grýla e Leppalúði!», bestemmiò Gluggagægir. «O qui ci congeliamo!»

«Io ho sete, ma mangerei anche un boccone», confessò Gáttaþefur. «Ormai abbiamo digerito lo spuntino di prima».

«Sì, ma chi paga?», chiese irritato Ketkrókur.

«Ho un’idea», propose Kertasníkir. «Entriamo e poi ci pensiamo».

La proposta fu accolta all’unanimità.

Entrarono.

 

Dentro c’era poca gente. Un paio di contadini, che sonnecchiavano davanti a boccali di birra mezzo vuoti. Un vecchio con la barba che masticava qualcosa. Tre o quattro artigiani che discutevano della fine del mondo.

Nessuno degnò i tredici fratelli di uno sguardo. Eccetto l’oste.

«Benvenuti», disse sorridente. Era un tipo smilzo, segaligno, pareva un ramo secco di abete, ma ai tredici piacque. «Accomodatevi, prego» e indicò loro un lungo tavolo nell’ala est della sala.

Sedettero.

«Qualche birra per iniziare?», domandò strizzando l’occhio.

«Tu sì che sai fare l’oste», disse Stekkjastaur.

L’uomo si congedò.

Giljagaur si alzò e uscì per urinare. Quando rientrò, passando vicino al bancone notò il menu del giorno, affisso su un tabellone in un angolo della sala. Lo lesse per qualche minuto, poi se lo portò dietro fino al suo tavolo.

«Guardate qua», disse, mostrando il grosso cartello ai fratelli.

Zuppe
Brauðsúpa: zuppa di pane per iniziare.
Saltkjöt og baunir: zuppa di carne e piselli.
Kjötsúpa: zuppa tradizionale d’agnello in umido.
Fjallagrasamjólk: zuppa di muschio.
Rabarbaragrautur: zuppa di rabarbaro stufato.
Makkarónumjólk: maccheroni a mezza luna al latte.
Bláberjasúpa: zuppa di mirtilli.
Fiskisúpa: zuppa di pesce.
Eggjamjólk: zuppa d’uovo.
Contorni
Rutabaga alla piastra.
Insalata di pomodori, cetrioli e cavoli al sangue d’agnello.
Kartöflustappa: purè di patate.
Brúnaðar kartöflur: patate caramellate.
Rauðkál: cavolfiore rosso sottaceto.
Niðursoðnar rauðrófur: barbabietole rosse sottaceto.
Piatti di carne
Svioasulta: teste di pecora sospese in gelatina.
Blóðmör: salsicce di sanguinaccio d’agnello.
Hrutspungar: testicoli d’ariete in agrodolce con gelatina.
Svio: testa di pecora bollita.
Saltkjöt: carne di montone bollita e salata.
Hangikjöt: agnello affumicato.
Pane
Rúgbrauð: pane di segalo appena sfornato.
Hveitibrauð með lyftidufti: pane lievitato.
Skonsur: pane fritto.
Flatbrauð: pane piatto.
Laufabrauð: pane bianco.
Bevande
Kúmenkaffi: caffè al cumino.
Engifermjólk: latte al ginger.
Heitt súkkulaði: cioccolata caldo.
Brennivín: vino di patate fermentate miste a malto.
Jólaöl: distillato di succo d’arancia ed estratto di malto.
Topas: liquore a base di erbe e liquirizia.
Piatti di pesce
Hákarl: tranci di squalo putrefatto stagionato quattro mesi sotto sabbia.
Hvalrengi: grasso di balena in agrodolce.
Fettine di razza piccante.
Selshreifar: pinne di foca alla salsa d’aglio.
Harðfiskur: varietà di pesce affumicato.
Dolci
Vanillurjómaís: gelato alla vaniglia.
Skyr: latte cagliato.
Hrísgrjónagrautur: pudding di riso.
Ávaxtagrautur: frutta disidratata in umido.
Súkkulaði-slöngukaka: serpenti di cioccolato scuro.
Mömmukökur: biscotti al ginger.
Flauelsgrautur: pudding soffice.
Piparkökur: biscotti pepati.
Smjörkrem: gelato al burro.
Ástarpungar: ciambelle.
Lísu brúnterta: dolce al cioccolato speziato.

«Per Grýla e Leppalúði!», urlò Stúfur. «Questa sì che è una locanda».

«Hanno per caso zampa di maiale alla brace?», domandò Þvörusleikir.

«Ma non sai leggere?», disse Pottasleikir.

«Beh, che prendiamo?», chiese Askasleikir.

«S’era detto un calice», rispose Hurðaskellir.

Gli altri lo guardarono accigliati. L’acquolina aveva cominciato a circolare nelle bocche degli orchi e gli stomaci a fare rumori indesiderati di vuoto abissale.

«Io prenderei tutto, che dite?», propose Skyrgámur.

«Questo si chiama parlare», accettò Bjúgnakrækir.

Gluggagægir buttò uno sguardo attorno per cercare l’oste e gli fece un cenno.

«Finalmente si mangia, per tutti i vulcani», borbottò Gáttaþefur.

«Ecco l’oste», annunciò Ketkrókur.

L’uomo sbarrò gli occhi vedendo Giljagaur che reggeva l’enorme cartello del menu, ma preferì non obiettare. «I signori desiderano?», domandò.

«Mangiare», rispose Kertasníkir, e indicò il cartellone.

«Oh, ma certamente. Sono qui per questo», accondiscese l’oste. «E, ehm, che cosa?»

I tredici si guardarono negli occhi scuotendo la testa, straniti.

Giljagaur consegnò il tabellone all’oste, che quasi cadé per il peso e l’ingombro. «Vogliamo mangiare quello che hai scritto qui», disse perentorio. «Portaci tutto».

 

Un viavai di cameriere si susseguì nelle tre ore seguenti. L’oste diede fondo a tutte le sue provviste, chiedendosi come avrebbe potuto rifornirsi nei giorni seguenti, ma pregustando il consistente guadagno di quelle portate.

Quando i tredici fratelli ebbero mangiato ogni pietanza, ordinarono altre caraffe di birra per digerire. I due contadini se n’erano andati e così i tre o quattro artigiani, che continuarono a filosofeggiare sulla fine del mondo lungo la strada di ritorno. Il vecchio con la barba, invece, sonnecchiava al tavolo. Fu Stekkjastaur a notarlo.

«Avete visto quel tipo?», chiese agli altri, mentre sorseggiavano le nuove birre.

Giljagaur si voltò e ruttò. Quindi riprese a bere.

Stúfur disse: «È solo un vecchio».

«Stagionato anche, direi», aggiunse Þvörusleikir.

«Mi ricorda qualcuno», azzardò Pottasleikir.

«È solo un vecchio con la barba», gli rispose Askasleikir.

«Avete visto com’è vestito?», domandò Hurðaskellir.

«È proprio questo che intendevo», disse Stekkjastaur.

«Bah, è solo un vecchio verdevestito». Skyrgámur alzò le spalle con noncuranza.

«Mmm…», Bjúgnakrækir si fece pensoso. «Vecchio, con la barba e i vestiti verdi».

«State forse insinuando che è il fratello del vecchio che abbiamo trovato morto?», chiese Gluggagægir.

«Idiota di un orco», lo insultò Gáttaþefur.

«Credo di aver capito», disse Ketkrókur.

«Se non è il suo gemello, ci somiglia dannatamente», aggiunse Kertasníkir.

Stekkjastaur si alzò dal tavolo e andò a svegliare il vecchio, che sussultò, tossì, spalancò gli occhi e li strinse poi per mettere a fuoco la bestia che aveva di fronte.

«Che ne dici di una birra, vecchio?», lo invitò Stekkjastaur.

«Oh», si riscosse l’anziano. «Grazie, buonuomo, grazie davvero».

A fatica si alzò. Stekkjastaur l’aiutò, storcendo il naso per il puzzo stantio di urina che emanava dai pantaloni lerci dell’altro. Andarono al tavolo e l’orco gli indicò una sedia libera, su cui l’anziano sedette pesantemente.

Gli riempirono un boccale di birra e l’uomo bevve.

«Grazie», disse dopo un po’, pulendosi la barba su una manica. «Non si incontra tanta brava gente, di questi tempi».

«Puoi ben dirlo, vecchio», disse Stúfur. «Qual è il tuo nome?», chiese poi.

«Nikulás», rispose l’anziano. «Mi chiamo Nikulás. E il vostro?»

Glielo dissero.

«Vorremmo proporti un affare», gli confidò Stekkjastaur, guardandosi alle spalle con aria circospetta. Il vecchio inarcò un sopracciglio.

«Che affare?», chiese Giljagaur, poi urlò.

Stúfur gli aveva mollato un calcio sullo stinco da sotto il tavolo.

Stekkjastaur bestemmiò sottovoce per quell’interruzione. «Dicevo», ricominciò, «avremmo un affare da proporti».

«Oh», rispose il vecchio a metà fra l’incuriosito e il preoccupato, «se si tratta di soldi, dabbenuomo, non ne ho proprio in questo periodo di crisi».

Stekkjastaur proruppe in una cavernosa risata, sputazzando qui e là grumi di cibo non ingoiato e saliva catarrosa. «Ma scherzi?», disse. «Per chi m’hai preso? Nell’affare sarai tu a guadagnarci».

«Ah, beh, allora», rispose il pover’uomo, «questo cambia tutto». E sorrise, nell’attesa.

«C’è un lavoretto per te facile facile», cominciò Stekkjastaur.

«Che lavoretto?», chiese di nuovo Giljagaur.

Una gomitata sotto il naso lo mise a tacere. Il vecchio parve non farci caso, inebriato dall’alcol e dalla prospettiva del misterioso affare.

«Dovrai lavorare un solo giorno all’anno», continuò Stekkjastaur. «Che ormai è passato, perché era giusto ieri notte. Si tratta di fare una semplice consegna. Prima ce ne occupavamo noi, ma ora non possiamo più. Tutto qui. Niente di illegale né pericoloso».

Nikulás ci pensò su un attimo, poi disse: «Un giorno all’anno non è mica male. Per la mia età, intendo. Sapete, io adesso sono in pensione», aggiunse. «Prima vendevo carabattole lungo la strada per Bolungarvík. Son quindici anni che mi son trasferito da queste parti e»

«Sì, sì, va bene», l’interruppe Stekkjastaur. «Non è che vogliamo sapere la storia della tua vita, vero, ragazzi?»

«No, per niente», dissero in coro Þvörusleikir e Pottasleikir.

«Beh, a me farebbe piacere invece», confessò Giljagaur.

Askasleikir e Hurðaskellir lo sollevarono e gli assestarono un calcio sul posteriore, che lo mandò a finire lungo disteso sul pavimento, dieci metri più in là.

«Doveva sgranchirsi le gambe», si giustificarono i due.

«Dunque», riattaccò Stekkjastaur, «ti interessa?»

«Beh, perché no?», rispose il vecchio. «Ma, ditemi, cosa devo consegnare? E dove? E che ci guadagno? Sapete, io adesso son pensionato e»

«Ah, niente di più semplice, Nikulás», rispose l’orco, interrompendo la tiritera dell’altro. «È solo merce per qualche bambino e avrai gli indirizzi a cui consegnarla. Un normale, banale lavoro da corriere. Il guadagno è di un conio a consegna. Ti accompagniamo noi nell’ufficio in cui smisterai i pacchi. Quella sarà anche la tua nuova casa».

«Andata, allora», accettò il vecchio, grato per la bella piega che aveva preso la serata. «E grazie mille per la proposta».

Brindarono all’evento.

Fu Stekkjastaur ad alzarsi per primo. «Vado a pisciare», disse strizzando l’occhio. E uscì.

Un minuto dopo si alzò anche Giljagaur. «Scappa anche a me», disse. E uscì.

Dopo un altro minuto fu Stúfur a muoversi. «Dannata birra», disse. E uscì.

Un minuto dopo toccò a Þvörusleikir alzarsi e uscire.

Quando anche Pottasleikir disse che doveva andar fuori per fare due gocce, l’oste si incuriosì e tenne d’occhio la porta per vedere se sarebbe rientrato qualcuno.

Ma due minuti dopo si alzò anche Askasleikir, scusandosi per il bisogno urgente da sbrigare.

«Eh, la birra fa di questi scherzi», disse Nikulás. «Io, per fortuna, me la son già fatta nei pantaloni» e rise.

Hurðaskellir fu contagiato da tutto quel mingere e uscì a dare il suo contributo.

L’oste contò sulle dita quanti ne aveva visto uscire e aggiunse un’unità quando Skyrgámur gli passò davanti a passo svelto tenendosi le vergogne con una mano, per tema di farla lì sul pavimento.

«Quasi quasi la faccio anch’io, prima di andar via, così non ci penso più», annunciò Bjúgnakrækir e uscì.

L’oste riprese a contare.

«Buona idea», concordò Gluggagægir alzandosi e dirigendosi alla porta.

«Eh, eh, scioglierete tutta la neve», rise il vecchio.

«Ce ne vuole», disse Gáttaþefur. «Ma ci metterò del mio». Uscì anch’egli.

«S’è fatto tardi», disse Ketkrókur. «Oste, il conto per favore. Nel frattempo vado a cambiar l’acqua».

«Arriva subito, signori», rispose soddisfatto l’oste e andò al bancone a calcolare potenze logaritmiche e derivate esponenziali di radici infinitesimali.

Kertasníkir si alzò per ultimo. «Vado a chiamare gli altri», disse all’anziano, «ché dobbiamo andar via e accompagnarti su a nord, per quel lavoro. Se non mi vedi tornare, ci si vede alla casa che sta a un’ora da qui, in direzione est. L’hai presente?»

«Eccome», rispose il vecchio. «È dove abita la piccola Lúna».

«Sta bene», disse l’orco. E uscì.

Quando l’oste arrivò, con un metro e mezzo di carta piena di elenchi e prezzi, si rese conto che la locanda era ormai vuota. Vide solo il vecchio Nikulás, che si stava infilando la giacca per raggiungere gli amici.

«Dove sono gli altri?», chiese.

«A pisciare», rispose l’anziano scoppiando a ridere. «E io la sto facendo adesso un’altra volta» e si scompisciò letteralmente dalle risate.

L’oste si tappò il naso, facendo una smorfia al vedere i pantaloni del vecchio scurirsi ed emanare un filo di vapore.

«Ehm, va bene», disse, «gli dica di sbrigarsi, quando esce, ché devo chiudere».

«Ma certo, buonuomo», lo rassicurò Nikulás, che aveva subodorato lo stratagemma dei tredici tipi. «Ma certo, oh oh oh». E se ne andò ridendo e reggendosi la grossa pancia per paura che scoppiasse.

 

Fuori non c’era nessuno. Nikulás si strinse la giacca addosso, si calcò meglio sulla testa il berretto e s’incamminò lungo strada. Aveva ripreso a nevicare, ma al vecchio non importava. Lungo la via si pisciò addosso un’altra mezza dozzina di volte, ma non ci badò, anzi godé di quell’effimero tepore.

Quando passò nelle vicinanze della baracca di Lúna, la bambina orfana che viveva sola, vide le luci ancora accese all’interno. È una notte di veglia, questa, disse fra sé. Poi notò le tredici slitte, che andavano coprendosi di neve fresca, e si chiese dove fossero i suoi amici. Si avvicinò. Erano vuote. Mentre curiosava, sentì qualcosa strofinarglisi sulla schiena. Si voltò.

Era una renna.

Più in là ne stavano arrivando altre.

Si posizionarono ai loro posti, come in attesa. Il vecchio allora cominciò ad attaccare i finimenti. «Che brave», disse. «Sono già pronte a partire. Ma dove saranno finiti tutti gli altri?», domandò al vento. «Magari ancora a pisciare, oh oh oh» e rise di gusto.

Quando terminò, sedette su una slitta e prese le redini. Mentre si guardava attorno, allungando lo sguardo nella notte, le renne si mossero. «Ehi», ebbe appena il tempo di dire.

Fu un balzo. Niente più.

Fu una corsa di pochi metri a velocità aumentata.

Fu la distorsione della realtà e il cielo inghiottì ogni cosa.

Era nella notte.

Sotto di lui il mondo.

«Per tutti i vulcani», disse. «Questa, poi…»

Volò sulle cime delle montagne e lungo le frange del sonno. Oltre la barriera onirica e in mezzo agli strali stellari. Nulla era attorno a lui e ogni cosa fluiva come in una nebbia di pensieri confusi.

«Ho fatto davvero un bell’affare, questa notte», disse esultante. «Peccato non ringraziare i miei amici. Chissà se avranno finito di pisciare, oh oh oh!»

16 Commenti

  1. Romina Tamerici
    25 dicembre 2012 alle 01:06 Rispondi

    Davvero molto bello. Mi sono proprio appassionata alla saga de “I figli dell’inverno”. E pensare che l’anno scorso non avrei mai immaginato sviluppi di questo tipo. Riesci sempre a stupirmi. E l’entrata in scena di Nikulás proprio oggi è perfetta! Buon Natale.

    • Daniele Imperi
      25 dicembre 2012 alle 08:41 Rispondi

      Hai già letto il racconto? Ah, già, a Natale lo pubblico a mezzanotte :D
      Grazie. Buon Natale anche a te ;)

      • Romina Tamerici
        26 dicembre 2012 alle 00:25 Rispondi

        Alle 5 difficilmente sono sveglia (o se lo sono, sono di fretta), ma all’una sono sempre connessa e anch’io mi sono chiesta perché il tuo post era già online, ma per me è stata una fortuna, così ho potuto leggere subito il racconto!

  2. Lucia Donati
    25 dicembre 2012 alle 10:58 Rispondi

    Chi l’avrebbe detto: allora è così che è andata a Babbo Natale!?
    Augurissimi a te a ai tuoi cari.

  3. Lucia Donati
    25 dicembre 2012 alle 11:01 Rispondi

    Quasi quasi prendo qualcosa dal menù… Cosa mi consigli? :)

    • Daniele Imperi
      25 dicembre 2012 alle 11:24 Rispondi

      L’hakarl, io l’ho mangiato in Islanda :D

      • Lucia Donati
        25 dicembre 2012 alle 12:19 Rispondi

        No, quello lo mangio tutti i giorni! Oggi andrei più sul classico. Però la razza piccante e il cioccolato speziato mi andrebbero. Va be’: a me è venuta fame. Buon appetito anche a te!

  4. Alessandro C.
    25 dicembre 2012 alle 14:12 Rispondi

    Molto più scorrevole del precedente.
    Secondo me scrivi molto bene, a volte però ti irrigidisci un po’ troppo e la narrazione diventa quasi asettica.
    Il tuo racconto di quest’anno che mi è piaciuto di più è stato “Zombie Safari”, da come è scritto si sente che ti ci sei divertito parecchio :)

    • Daniele Imperi
      25 dicembre 2012 alle 17:15 Rispondi

      Grazie :)
      Zombie Safari? Sì, mi sono divertito a scriverlo, ma di più a scrivere questi natalizi a dire il vero.

  5. Cristiana Tumedei
    25 dicembre 2012 alle 22:13 Rispondi

    Molto bello anche questo.
    Una trilogia coerente nella forma e nell’espressione stilistica. La ricerca linguistica è sintomo di cura ed attenzione.
    Sono racconti davvero interessanti. Forse, quello che ho preferito è La consegna.
    Sarebbe davvero bello se questa trilogia venisse illustrata, cosa ne dici? :D

    • Daniele Imperi
      26 dicembre 2012 alle 13:21 Rispondi

      Grazie mille :D
      Illustrata? Oddio, sì, sarebbe bello, ma davvero impiegherei una vita, visto come sono “pigro” nel disegno.

  6. Salomon Xeno
    25 dicembre 2012 alle 23:50 Rispondi

    Ho letto i racconti uno dopo l’altro!
    La trilogia mi è piaciuta molto, magari vado a ripescare il racconto dell’anno scorso. Anno dopo anno la mitologia dei Figli si accresce… potrebbe venirne fuori davvero un bell’ebook illustrato. Faccio mio il suggerimento di Cristiana, qui sopra, anche perché le illustrazioni del primo racconto sono molto carine.

    • Daniele Imperi
      26 dicembre 2012 alle 13:22 Rispondi

      Grazie Salomon :)
      L’ebook è in preparazione, ma senza disegni :D
      Quelle 3 illustrazioni non sono mie, ho lasciato la firma dell’autore.

  7. Kinsy
    26 dicembre 2012 alle 09:56 Rispondi

    Certo, hai tolto un po’ di “romanticismo” alla figura di Babbo Natale!

    • Daniele Imperi
      26 dicembre 2012 alle 13:23 Rispondi

      Sì, la mia versione è un po’ dissacrante, ma era voluta :D

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