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Racconto apocalittico – Survival blog, capitolo 7

Ultima voce

«Il cerchio s’è chiuso. Un nuovo terrore nato dalla morte, una nuova superstizione che entra nell’inattaccabile fortezza dell’eternità. Io sono leggenda.»
Richard Matheson (I Am Legend)

30 gennaio 2016, ore 6,48

Ho mangiato solo carne in questi ultimi giorni, ma non chiedetemi di che tipo. Lo so io, lo sapete anche voi. L’avevo portata con me durante la mia fuga da Valmontone e dalla prigionia. L’ho mangiata senza neanche cucinarla, l’ho mangiata anche se puzzava e stava andando a male.

Mi ha nutrito, mi ha salvato la vita, anche se mi chiedo se sia valso a qualcosa. Non sono destinato a vivere ancora a lungo. L’istinto di sopravvivenza però è forte.

Questi giorni sono stati i più terribili. Ormai di me è rimasto ben poco. La mia coscienza va e viene, come l’elettricità durante un temporale. Si spegne per poi riaccendersi. È la tempesta interna che ha cambiato il mio organismo, che l’ha riplasmato secondo un ordine differente, impartendo nuove regole e nuove priorità.

Presto ci sarà posto solo per ciò che ora mi sembra estraneo, come estraneo sembro io a ciò che ora tenta di prevalere. Sono sempre meno i miei momenti di lucidità, anche se mi chiedo se anche l’altro abbia una sua lucidità. Credo di no. Ricordo i tre Gialli incontrati in quel bar. Mi pare che sia passato un anno, ma in fondo sono soltanto poche settimane. Si muovevano come automi, come se fossero comandati a distanza da qualcuno.

È il loro istinto primordiale che li fa agire, riesumato da un passato ancestrale dal virus che li ha infettati. Che mi ha infettato.

Una sera ho provato a pensare a ciò che mi aspetterebbe se mi mettessi a vagabondare da qualche parte. Ho guardato le mie mani, non più rosa come un tempo. Ho sentito la paura tuffarsi in mezzo al mio petto, affondare dentro come una lama. Un proiettile porrebbe fine alla mia seconda esistenza, al mio vagare senza una meta, animato da una sete interiore che non conoscerà mai sazietà. Un proiettile sparato da uno dei tanti sopravvissuti, come ero io fino a qualche settimana fa, fino a quel maledetto giorno in quel bar.

Sono rimasto a fissarmi le mani, mentre le lacrime scendevano in silenzio. Poi è divenuto tutto vago e mi sono addormentato. Credo di essermi risvegliato ore dopo. Ero da un’altra parte e avevo mangiato, poiché mi sentivo sazio.

Non ho visto nessuno arrivare al capanno, in questi giorni. Forse questa cittadina è davvero disabitata. O forse chi vi si nasconde sa. Conosce chi si rifugia in questo capanno e gli sta alla larga.

Le mie scorte di cibo stanno finendo e il richiamo dei boschi è sempre più forte. Ci sono momenti in cui non resisto chiuso qui dentro e devo uscire, anche se magari piove a dirotto. Qui non fa freddo come quando stavo rintanato in montagna, così durante il giorno talvolta passeggio fuori dal capanno, dove i rottami del mondo arrugginiscono sotto una pioggia che non sembra più così purificatrice.

Non c’è più nulla che valga la pena di rendere puro. Forse l’unica soluzione è una resa incondizionata al flagello che si è abbattuto sull’umanità. Forse è il caso di spararsi un colpo in bocca e farla finita.

Ma chi ha il coraggio di premere quel grilletto?

Io uscirò di qui, in cerca del mio proiettile. Andrò via da questa prigione, fin dove qualcuno premerà quel grilletto, se non contro se stesso, almeno contro un pericolo per la sua vita.

Ho letto che molti blogger stanno al nord. Ferruccio, Alex, gente che avevo conosciuto prima che tutto accadesse. Gente che avrei voluto conoscere dal vivo. In un’occasione migliore, come si dice sempre in questi casi, come quando vai a trovare i parenti del morto e ti presentano qualcuno.

Solo che adesso il morto sono io.

Che senso ha continuare? Mi metterò in cammino domani stesso, verso nord. Sì. Ho benzina sufficiente per fare parecchia strada, almeno fin quando io riuscirò a guidare. Non credo che l’altro sappia farlo. L’altro, quando vincerà, quando prenderà il sopravvento, uscirà dal mezzo e proseguirà a piedi.

Da domani quindi non potrò più collegarmi né scrivere. Lascerò comunque il portatile nel blindato, magari a qualcuno potrà servire. Non me ne frega più niente.

Questo resoconto è il mio addio alla vita che ho conosciuto, il mio ultimo saluto al mondo, l’ultima voce che ascolterete di me.

Il resto è morte e non ha più senso parlarne.

Domani sarò sulla strada, dunque, sulla strada che mi porterà dove il mio destino sarà compiuto.

E sto venendo su, a nord.

In cerca del mio proiettile.

6 Commenti

  1. Gianluca Santini
    30 gennaio 2011 alle 11:02 Rispondi

    Avresti potuto compiere un ultimo atto di coraggio, un ultimo atto in cui il tuo lato umano avrebbe detto violentemente no a quello che era il tuo destino. Hai fatto una scelta diversa, spero che quel proiettile ti raggiunga il prima possibile, prima che la tua fame uccida o infetti qualcun altro.

    Addio,
    Gianluca

    (off): Bella conclusione, anche se mi ero immaginato che ti saresti lasciato andare al prione. Il suicidio dopo quello che hai narrato nelle precedenti puntate sarebbe stato incoerente. Comunque bravo, il tuo SB mi è piaciuto molto! :)

  2. Daniele Imperi
    31 gennaio 2011 alle 09:54 Rispondi

    Grazie Gianluca,

    diciamo che non è proprio un suicidio, ma la consapevolezza che in quelle condizioni non potrei vivere a lungo.

    Mi fa piacere che ti sia piaciuto :)

  3. Mauro
    31 gennaio 2011 alle 17:22 Rispondi

    Io mi accodo a quelli cui è piaciuto: uno dei miei preferiti. Complimenti.

  4. Anna
    2 febbraio 2014 alle 13:57 Rispondi

    Ho letto tutto d’un fiato grazie ai link nel tuo post di oggi (ho scoperto il tuo blog da poco, non ho ancora esplorato tutto). Complimenti anche da parte mia, è stato facile immedesimarsi e visualizzare ogni scena fin dall’inizio, e secondo me è fondamentale per godersi una storia (ma immagino di non essere affatto l’unica a pensarla così!). Ora vado a leggere anche “Grumi” e gli altri tuoi racconti post-apocalittici :D

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