Scrivere è comunicare

Il blog per scrittori, blogger e copywriter

La timidezza è un freno alla scrittura

StopScrivere una storia, un racconto o anche un romanzo, implica una buona dose di coraggio iniziale, perché una storia, in fondo, è una parte viva, reale, dello scrittore. Scrivere è mettersi in mostra, aprirsi al pubblico.

Scrivere per se stessi non ha senso, o ne ha ben poco. Ma scrivere per gli altri – che siano storie da presentare a un editore o racconti da inviare a gare e concorsi letterari non ha importanza – è diverso.

Scrivere per il lettore significa confidare a un estraneo i propri segreti, metterlo a parte di qualcosa che prima era gelosamente racchiuso nell’intimo di chi scrive. Significa regalargli una parte di sé, liberarla dalle catene del proprio io e metterla al servizio degli altri.

La timidezza inibisce la scrittura, perché blocca l’apertura verso gli altri. Verso i lettori. La timidezza, secondo me, è il vero blocco dello scrittore. Vincerla significa abbattere un muro, che può essere più resistente di quanto possa immaginare il novello scrittore.

Ricordo ancora quanto mi fu difficile far leggere alla mia ragazza dell’epoca i racconti che avevo scritto. E quanto tornò a essere difficile, parecchi anni dopo, inviare il mio racconto per la gara Royal Rumble.

Poi la strada è stata tutta in discesa. Adesso pubblico e invio quello che mi passa per la testa. Tanto nessuno vede la mia faccia. Ma anche se la vedesse, ormai il muro è abbattuto. Forse tornerà a essere innalzato se un giorno vedrò il mio nome su un libro. Ma per ora non c’è quel pericolo.

Anche per voi è stato così? Avete dovuto vincere la timidezza o siete stati tutti cuori impavidi?

15 Commenti

  1. Michela
    4 luglio 2011 alle 08:49 Rispondi

    Quando ho scritto il primo racconto per la RR mi sentivo letteralmente male dall’ansia. Ero nervosa da fare schifo, non mi ero mai sentita così dopo il liceo :)
    Ero pronta a essere fatta a pezzi, invece mi hanno detto cose come “questo va bene, questo andrebbe fatto così, questo sarebbe meglio cosà”, come se stessi facendo un lavoro.
    Non potevo credere di esserne uscita intera :)
    Per fortuna non conoscevo quasi nessuno in rete, giusto due parole con te, Gelo e Ferruccio, se no non ce l’avrei fatta.
    Come dici tu, quando sei anonimo è tutto più facile.
    Nessuno fuori dalla rete ha letto quel che scrivo: hai mai visto le facce della gente quando gli dici che scrivi racconti? :D
    Anche i migliori amici, guardano di lato e ti fanno “aahh, oh, che bellooo…” e intanto vedi che pensano “oddio mica me li farà leggere adesso?” :D
    Per me il web è legato al lavoro, quindi ho fatto attenzione che nessuno cercando il mio nome in rete potesse legarlo a XII o la tela nera.
    Però è qualcosa che devo cambiare, perché mi sono appena accorta di una cosa, che scrivere o lo fai o non lo fai, non puoi tenere qualcosa per te.
    Se l’avessi capito fin dall’inizio col cavolo che mi ci sarei messa.

  2. Daniele Imperi
    4 luglio 2011 alle 09:03 Rispondi

    Sì, se scrivi, a meno che tu non voglia scrivere per se te stessa, non ha senso l’anonimato. Io, comunque, dato che qui e in altri blog ho messo la mia foto, quando per strada mi accorgo che qualcuno mi guarda, ho ancora “paura” che mi abbia riconosciuto perché magari è uno che segue un mio blog. Poi penso sia dovuto al mio aspetto “inquietante” :P

  3. RRC
    4 luglio 2011 alle 12:04 Rispondi

    Interessante argomento. Per me è strano. Sono un sociofobico nella vita (ho paura della gente e perlopiù la evito – vi risparmio i dettagli) mentre sono un vetro nella scrittura, ove mi do completamente e per alcuni perfino sconvenientemente in pasto, sia in rete (scusate l’autopromozione ma il mio ebook “sinfonia n.42” è emblematico in proposito) che – stranamente – anche alle presentazioni, dove non ho paura nemmeno a polemizzare. Credo c’entri col fatto che quando scrivo, compreso quando ne parlo, mi sento nel mio acquario, diversamente da tutto il resto della mia giornata.

    (bel posto qui, Daniele! arrivo via twitter e mi abbono ai tuoi cinguettii. Roberto)

    • Daniele Imperi
      4 luglio 2011 alle 12:12 Rispondi

      Benvenuto nel blog, Roberto, e grazie per Twitter :)
      Diciamo che anche io sono un po’ sociofobico, anzi mi ritengo più antropofobico :)
      Anche io nella scrittura mi sento a mio agio, a differenza che in pubblico.

  4. RRC
    4 luglio 2011 alle 12:10 Rispondi

    (dimenticavo il merito della tua affermazione, limitandomi alla poesia che il mio campo: sono d’accordo con te, bisogna buttare fuori tutto quando si scrive – un po’ sulla scorta della famosa “confessional poetry”. Anche se curiosamente mi sembra che i maggiori riscontri critici, almeno qui da noi, li abbia chi si nasconde di più…)

  5. ferruccio
    4 luglio 2011 alle 17:24 Rispondi

    Oh sì credo di essere come te adesso, scrivo senza tanti problemi alle spalle:-)

  6. Marco
    4 luglio 2011 alle 17:29 Rispondi

    Chi scrive è asociale, in più si incarica di illustrare eventi e raccontare storie che molti non vorrebbero nemmeno sentire (penso a “1984” del buon Orwell).
    Però il Web aiuta a superare timori e paure. Barare è sempre possibile, ma viene il momento in cui devi gettare la maschera, metterci la faccia. Se quello che ti guida è passione autentica, senti che devi andare. Poi “dal vivo” l’autore torna a essere la persona solita: però sa che ciò che conta è sulla carta. Lì batte la passione, il resto, quello che gli altri pensano di lui: al diavolo.

  7. Daniele Imperi
    4 luglio 2011 alle 17:37 Rispondi

    @Ferruccio: me ne sono accorto :)

    @Marco: quando si scrive non si deve barare. Se c’è la passione, alla timidezza passi sopra.

  8. Come diventare scrittori in 10 mosse
    13 maggio 2013 alle 05:01 Rispondi

    […] il vero scrittore, è un avventuriero che si getta nella mischia. Tempo fa ho parlato di come la timidezza uccide la scrittura: uno scrittore deve accantonare la paura di essere letto, giudicato, criticato e scoprirsi, dire al […]

  9. Lucia Donati
    16 giugno 2013 alle 17:42 Rispondi

    Interessante riflessione su timidezza e scrittura; ed è vero che la timidezza inibisce il movimento verso qualcosa, l’esternazione; quindi anche la scrittura è penalizzata. La passione vince la timidezza, vero anche questo. ;)

  10. Chiara
    5 maggio 2014 alle 16:55 Rispondi

    Si, la timidezza c’è, ma nei confronti di due sole persone: i miei genitori. Non conosco il motivo di questo io timore: sarà che i loro giudizi mi hanno sempre condizionata, sarà che in una famiglia di scienziati l’arte è sempre stata vista come una perdita di tempo, sarà che per tutta la vita hanno sempre “demonizzato” le mie emozioni, considerandomi una persona poco solida… o forse, soprattutto, il mio percorso evolutivo, in tutti questi anni, ha avuto l’unico scopo di farmi conquistare una libertà che sia, innanzi tutto, interiore. La scrittura mi serve a costruire un mondo dal quale posso scegliere di escluderli, e questo mi fa sentire forte. Prima o poi, però, questa cosa dovrò superarla :)

    • Daniele Imperi
      6 maggio 2014 alle 09:09 Rispondi

      Chiara, credo sia normale come timidezza la tua. In questi casi, secondo me, sei meno timido con gli estranei.

      L’arte non va demonizzata. Al massimo i genitori possono dire che con la narrativa non ci guadagni, ma non che sia tempo perso. Quindi continua a scrivere e a creare il tuo mondo :)

  11. Paola
    10 ottobre 2014 alle 21:40 Rispondi

    Spero che tu non ti offenda, ma non concordo con quanto scrivi.
    Parlo da persona timidissima, e felice di esserlo (sono una delle poche, lo so, ma secondo me ci sono dei pregi).
    Amo scrivere, prima di tutto per me stessa. Scrivere per sé ha molto senso, mi fa sentire bene, è una passione che a mio parere fa bene allo spirito. La timidezza non m’impedisce in alcun modo di scrivere ciò che penso e sento.
    Ho partecipato a vari concorsi e contattato editori, ma nel privato mi vergogno di far leggere ciò che scrivo ad amici e parenti. Non riuscirei mai a far leggere qualcosa di mio quando è incompleto, e anche dopo aver finito è faticoso. Quando non me la sento di mostrare i miei scritti, li tengo per me, e non me ne faccio un problema.
    Credo che la “soluzione” migliore sia smettere di pensare che la timidezza sia un problema, e di voler per forza adattarsi ai dettami della società.

    • Daniele Imperi
      11 ottobre 2014 alle 07:56 Rispondi

      Ciao Paola, benvenuta nel blog.

      Neanche io faccio leggere di proposito i miei racconti ad amici e parenti. Però, se dici di aver mandato racconti ai concorsi e aver contattato editori, allora hai vinto la timidezza. Io parlavo in quel senso nel post: c’è chi non riesce a far leggere nulla a nessuno.

      Nessun adattamento ai dettami della società, te lo dice uno che si ritiene un disadattato :)

      Sono timido anche io e ti dico che non andrei mai in televisione, neanche se dovessi diventare uno scrittore famoso.

      • Paola
        12 ottobre 2014 alle 17:05 Rispondi

        Beh, innanzitutto grazie del benvenuto =)
        Io non ho superato alcuna timidezza riguardo il far leggere i miei scritti a giurie, commissioni esterne, ecc. perché non c’era nulla da superare. La vergogna (almeno nel mio caso) riguarda solo le persone con cui ho a che fare personalmente. La giuria di un concorso o un editore vedranno sempre e solo il mio manoscritto, mai me personalmente. E’ un po’ come la differenza tra parlare faccia e faccia e farlo su internet. Nel primo caso la persona timida magari non riesce a dire la propria opinione, mentre nel web non ha alcuna difficoltà.
        Il fatto di non riuscire ad inviare i propri lavori ad editori&co. la vedo più come una forma di perfezionismo (es. “Non sono sicuro/soddisfatto del mio manoscritto”), più che come effettiva timidezza.
        Poi ovviamente ognuno ha le sue opinioni ;)
        Buona giornata!

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